ALATRI: LA STORIA DI UNA POPOLAZIONE VENUTA DA LONTANO”. – Finalmente pubblicato integralmente lo studio di Ilenia Lungo che ha vinto a pari merito la 1^ categoria del Concorso “Megal(m)iti & Megal(m)itiche”

Nella prima categoria, “articolo di giornalismo culturale” del concorso “Megal(m)iti & Megal(m)itiche”, organizzato dall’Assessorato al Turismo della Provincia di Frosione, si sono imposti a pari merito l’alatrense Albino Malanchini con lo studio “Archeoastronomia in Alatri” (che questo sito pubblicherà a breve) e la giovanissima ricercatrice di Latina Ilenia Lungo con l’elaborato dal titolo “Alatri: storia di una popolazione venuta da lontano”.
Ecco lo studio di Ilenia Lungo, pubblicato per la prima volta integralmente.

ALATRI: LA STORIA DI UNA POPOLAZIONE VENUTA DA LONTANO

– IN CERCA DI UN POSTO NELLA STORIA.
Siamo nel Lazio, nella Ciociaria Storica, su di un’altura alle pendici dei monti Ernici, cinta da spesse mura poligonali: siamo ad Alatri.
Una “vetustissima civitas” (come ci indica la denominazione del suo stemma) che la vuole, verso la metà del XVIII secolo a.C., assieme alle città di Anagni, Arpino, Atina e Ferentino, fondata dal Dio Saturno, il cui mito narra che arrivò nell’Italia centrale, profugo dal proprio regno e venne ospitato da Giano regnando insieme ad egli sulle popolazioni indigene e incolte.
Ma la presenza di mura poligonali è nota anche in città vicine come: Collepardo, Cori, Fondi, Norma, Veroli, San Felice Circeo e località limitrofe.

Le mura di Alatri “Si veggono essere nella costruzione simili a quelle di Ferentino, ma più grandiose e più pulite. Era di già prevenuta, che le mura di Arpino fossero inferiori a queste di cui io ho parlato. Sebbene la Città di Atina abbia molto figurato nei tempi andati, per cui Virgilio la disse potente, pur non vi abbiamo ora che poche fabbriche romane. Nella totalità questa cittadella (Alatri) è più grandiosa e meglio conservata, forse perché di ottima specie la pietra calcare del monte, colla quale fu costruita” (M.Candidi Dionigi).

Quindi ancora oggi si mostra pressochè intatta, a raccontare che il ferro e il fuoco di nessun nemico è riuscita a cancellarla.
Eretta con massi poligonali di grandi dimensioni perfettamente combacianti l’un l’altro, senza l’uso di nessun tipo di legante, le cui mura arrivano nel punto più alto a misurare circa 21 metri di altezza. Orientata secondo l’asse Est-Ovest, la pianta è un poligono irregolare, costruito con un pensiero e non condizionato dalla natura del terreno, le cui due porte di accesso, una sul lato nord detta “Porta Minore” o “Porta dei Falli” (che come soffitto presenta una scala rovescia come all’ingresso della piramide di Menfi, in Egitto) e una sul lato sud, detta “Porta Maggiore” (il cui architrave che la sormonta pesa 27 tonnellate e seconda per dimensioni solo alla Porta di Micene), nelle misure seguono i canoni della sezione aurea che, secondo uno degli studiosi per eccellenza del luogo Ornello Tofani, si ripropone anche nelle proporzioni della pianta del’acropoli stessa.

La spontanea meraviglia alla vista della grandiosità delle suddette mura è tanta, come si deduce dalle parole della Dionigi: “non so spiegarvi quale stupore mi cagionasse l’aspetto di quelle mura, che secondo le mie osservazioni istoriche fatte sugli autori, suppongo costruite dai Pelasgi e che ora vengon dette opera ciclopea, per denotare la grandiosità e robustezza con cui vennero fabbricate”.
La supposizione della Dionigi, che vede la realizzazione delle mura poligonali di Alatri ad opera dei Pelasgi, è oggetto di discussioni contrastanti tra archeologia ufficiale e ricercatori indipendenti: già tra gli archeologi della prima metà del secolo scorso, si diffuse l’affermarsi delle convinzioni (aprioristiche e poco giustificate), che l’opera poligonale, anche se intrinsecamente megalitica e così diversa dal modo di ragionare dei Romani, non fosse invece nient’altro che una delle tecniche costruttive della Roma Repubblicana.

Come scrive il prof. Giulio Magli del Politecnico di Milano: “L’acropoli di Alatri è abitualmente attribuita ai Romani con la fretta tipica di una certa archeologia “ufficiale”, di fatto però non se ne conoscono con certezza, né l’età, né lo scopo, né gli artefici”.
Se non si può affermare con certezza chi ne furono gli artefici, si può però affermare che alla vista, le file di pietre di taglio più piccolo di epoca romana, contrastano palesemente con la magnificenza delle antiche costruzioni poligonali. Lo studioso A. De Cara affermava:
“Non l’avrebbero certamente fabbricate, se non con l’architettura propria dell’età che allora correva, cioè con la romana, la quale non ha nulla a che fare con la pelasgica. Quei tratti di mura ristorate dalle colonie sono la più chiara prova dell’antichità e preesistenza delle città pelasgiche nel Lazio e le aggiunte e i restauri, con massi quadrati sono propri dell’arte e dello stile de’ Romani” e l’architetto G.B. Giovenale scriveva in merito: “Introdotto una volta lo stile romano, non si fabbrica più con lo stile di secoli addietro, come non si fabbrica a’ di nostri col reticolato romano”. Seguendo le argomentazioni degli autori sopra citati, insieme a quelle del viaggiatore e letterato F. Gregorovius e a quelle dello studioso L. Ceci fino ai più recenti, ma non meno meritevoli, ricercatori “la mente si china al mistero di un‘origine che mostra i lineamenti di una grande storia”…

– SONO GLI HETEI VENUTI DA LONTANO.
E’ la storia dei Pelasgi, che ha alimentato nei tempi miti e leggende, le cui notizie ritroviamo negli scritti dell’antica tradizione classica di Omero, Esiodo, Ecateo, Erodoto, che li vogliono abitanti delle vaste zone che poi divennero greche e in quasi tutte le isole dell’Egeo.
Ed è proprio qui che presero la denominazione di ”Pelasgòi” che greco non è come il De Cara affermava:
“ammettendo che i Pelasgi arrivarono dall’Asia Minore in Grecia, tale nome i greci lo appresero solo da quella gente immigrata”; analizzando il nome sappiamo che “Pel” significa emigrare, fuggire lontano, diventare ospiti e “Asgi” sta per asikoi, asiki e per sincope, askoi o aski che è un derivato di Asi, Ati, Hati, “popolo di Hat-i-a” oppure di Hati-a cioè “popolo dell’Asia” e l’Asia dei tempi antichi era la dimora degli Hetei o figli di Het. Pelasgi ed Hetei erano una stessa civiltà: gli uni lontani dalla patria, gli altri in patria. I Pelasgi dunque erano gli Hetei emigranti, che fecero altrove la loro storia; quelli che oggi chiameremmo Hittiti che risultano essere la stessa civiltà che nella Bibbia e in Siria erano chiamati Hittim, Cheta o Xita dagli Egiziani, Hatti o Hati in Cappadocia, Asia Minore, dagli Assiri e dai Caldei. Nel 1915 l’archeologo orientalista Hrozný, decifrò le iscrizioni dell’archivio di Bogazkòy, capitale dell’impero Hittita (Hattusas), ad oriente dell’attuale capitale della Turchia, Ankara. Il glottologo Forrer, esaminando l’insieme dei frammenti rinvenuti, in essi notò otto lingue diverse: sumerico, accadico, hittita, indiano primitivo, harrico, proto-attico, luvio, balaico, questo a conferma che gli Hetei, erano un insieme di popoli. La lingua degli Hittiti di Hattusas, non era la lingua della popolazione che abitava il paese degli Hetei; quelli che parlavano la lingua che noi chiamiamo hittita erano in origine Indoeuropei, immigrati in Asia Minore, sottomettendo quelle popolazioni antiche del paese di Hatti, fondendosi con esse e subendone gli influssi linguistici. Quindi la civiltà del paese dei figli di Het, ha radici di stanziamento che risalgono almeno alla fine del IV millennio a.C.. Verso la fine del III millennio una schiera di conquistatori venne tra i figli di Het se ne mise a capo e unificò le città-stato politicamente in lotta tra di loro e nacque un grande impero. Sono gli Hittiti della storia. Si impadronirono della Siria del nord, della Babilonia, stabilirono contatti diretti con l’ambiente etnico mesopotamico e quasi tutta l’Asia Minore, divenendo una delle più grandi potenze del mondo di allora. “La civiltà hittita – scrive J. Marcadè, professore di archeologia dell’università di Bordeaux – non rappresenta un inizio, bensì un risultato finale, una civiltà scaturita da altre civiltà, le quali, già molto tempo prima, vivevano in questo paese, arricchite di influenze straniere e stimolate da vicendevoli contatti”.

– LUNGO LE STRADE DEI LORO CAMMINI.
Questa civiltà che affronta nei tempi migrazioni e spostamenti, il cui percorso parte dal Caucaso, attraversa l’Asia Minore divenendo il popolo degli Hittiti, passa nelle isole egee e in Grecia divenendo Pelasgi, arrivando fino da noi in Italia, ci fa ritrovare oggi acropoli e mura in opera poligonale, come quelle di Alatri.
L’archeologo italiano S. Moscati descrive il primo nucleo della vita organizzata degli Hittiti, quale la fortezza montana cinta di mura, con una porta (a duplice ingresso per non interrompere il sistema di difesa) con grandi blocchi di pietra da cui emergono a protezione leoni e sfingi alate.
Ne è l’esempio Bogazkòy (Hattusa), dell’epoca imperiale hittita del XIV-XIII secolo a.C. costruita con autentiche mura ciclopiche, con blocchi di pietra della lunghezza spesso superiore ai 2 metri.

Non si può non notare il legame che hanno Bogazkòy, Euyuk, Assarlik, Mindo e altre antiche città dell’Asia Minore con le costruzioni di Creta, Micene, Tirinto, Orcomeno e con quelle di tante altre città greche che vantano ancora un apparato architettonico poligonale-megalitico, costruite con la tecnica per la quale le mura di Alatri sfidano ancora i secoli.
Su Tirinto scrive lo studioso F.H. Stubbings, citando Pausania, Apollodoro e Strabone:
“I blocchi delle mura di Tirinto sono così grandi che la tradizione attribuisce l’edificio ai giganti, i Ciclopi, invitati a questo scopo dall’Asia Minore; i confronti più vicini per questo tipo di fortificazioni sono in effetti quelli hittiti”.
Anche ad Atene, la cui acropoli l’archeologia fa risalire al di la del periodo Miceneo e della tradizione Omerica, le fonti antiche chiamano “Pelasgicon” il suo muro di cinta perché secondo Pausania era stato costruito dai Pelasgi, come pure racconta Ecateo riportato da Erodoto.
Afferma il Ceci a riguardo ”L’omotectia dei monumenti poliedro-megalitici dell’Asia Minore, della Grecia e dell’Italia, ci si manifesta etnica e tradizionale, anziché autoctona e spontanea”.
Ma le somiglianze non le ritroviamo solo nell’apparato costruttivo che collega fra loro questi antichi monumenti, ma anche nelle simbologie che si ripresentano frequentemente. I leoni a protezione degli ingressi li ritroviamo come ad Hattusa, anche a Micene e secondo Don Giuseppe Capone (che dedicò una vita intera nell’intento di ridare il giusto merito e posto nella storia a quelle ormai tanto care mura) anche ad Alatri, affermando che il leone oggi a guardia dell’acropoli ”nel passato era invece a guardia di una porta come nelle antiche città di Hattusa di Micene di Euyuk, e Kabala ed è un simbolo comune nelle città dell’Asia Minore, scolpito generalmente in una delle porte a sud e il nostro non era di copertura ad una tomba romana come vogliono farci credere”; inoltre ritroviamo anche altri elementi leonini (zampe di leone) alla base degli stipiti della porta a sud-est della cinta muraria più esterna della città.
Nei rilievi rupestri di Yazilikaya, località nei pressi di Hattusa, gli Hittiti hanno lasciato scolpita la processione mitica, nella quale il dio maschile da loro adorato definito come “dio della Tempesta”, avanza con quarantacinque dee e personaggi maschili, verso la “dea del Sole Arinna”, nonché sua sposa, seduta su di una leonessa e assistita da due tori; seguita dal figlio su di un leone con ascia bipenne, seguono a lei venti persone, di cui le prime due sono poste sotto un’aquila bicefala.
Il nome del dio maschile in realtà è sconosciuto poiché scritto in cuneiforme con l’ideogramma IM o U e i cui simboli sono l’ascia con la quale schianta gli alberi della foresta durante le tempeste, o la mazza con la quale produce il tuono (la sua voce) battendola sulle rocce.
Lo si rappresentava accompagnato dal toro o a cavalcioni del toro stesso. Questo rilievo racchiude un insieme di simbologie facenti parte di un culto proprio della tradizione hetea, che ritroviamo dall’Asia Minore, passando con i Pelasgi per la Grecia, per Creta e arrivando in Italia centrale.
Ad Alaca Huyuk, località dell’epoca imperiale hittita nell’attuale Turchia, a fianco della porta della sfinge troviamo scolpita in bassorilievo un aquila bicefala che afferra due lepri. Il simbolo dell’aquila lo ritroviamo anche ad Alatri, in basso a sinistra sul lato est delle mura dell’acropoli, che in tempi addietro era posta a 3,50 metri di altezza rispetto al terreno, causa la costruzione dei manti stradali in epoche successive; scalfita dal tempo e forse anche dall’uomo è uno dei pochi bassorilievi ancora visibili dell’acropoli.
Anche in Grecia ritroviamo l’aquila, considerata l’uccello divinatorio per eccellenza (più in generale secondo gli antichi gli uccelli erano considerati annunciatori profetici della volontà divina) e il fulmine sacro a Zeus, che richiama la folgore del dio della Tempesta degli Hetei; Erodoto ci tramanda che “i numi ai Greci pervennero dai Pelasgi, prima impararono queste cose gli Ateniesi e poi gli altri Greci e mescolati con essi abitavano i Pelasgi, fin quando questi non cominciarono a chiamarsi pure loro Greci”.
A Cnosso ritroviamo l’ascia bipenne nelle mani della dea, considerata l’arma della divinità femminile o l’arma sacrificale connessa al sacrificio del toro che ritroviamo anche a Creta e nella località hittita di Catal Huyuk.
“La somiglianza fra le religiose credenze e il simbolismo religioso de’ Pelasgi e degli Hetei, ci forniscono un’ultima prova dell’identità de’ due popoli. Gl’iddii venerati da’ Pelasgi, grandi, potenti e forti non sono altro che gli iddii guerrieri che vedemmo scolpiti sulle rupi di Iasili-Kaia, armati di spada o di mazza o di bipenne, corrispondenti altresì nelle sculture degli Hetei d’Asia Minore e de’ Pelasgi di Grecia e d’Italia, le figure cioè de’ leoni e altre somiglianti” (De Cara).
Un’altra curiosità che può collegarsi al culto della popolazione Hetea e che ritroviamo in diverse zone da loro abitate è la simbologia fallica, usata come ornamento o come attributo di potere và a riassumere la carica energetica che è il fondamento dei ritmi di produzione agricola e della vita medesima nella sua totalità; “Questo simbolo deve risalire in Grecia oltre il 2500 a.C. perché la dea della Fecondità, come la divinità maschile, l’Ermete itifallico, vi erano già venerati e secondo la tradizione greca furono i Pelasgi che insegnarono ai Greci ad effigiarli” (D. Levi).
Se ne trovano tracce nell’Anatolia, nella Frigia, a Creta, nella città di Cnosso, sui frontoni delle porte, come anche ad Alatri sulla Porta Minore.

– COME IN CIELO, COSI’ IN TERRA.

L’acropoli di Alatri, come la maggior parte delle strutture di tipo megalitico, è orientata archeoastronomicamente. Le popolazioni che le realizzarono trassero dal cielo, dalle stelle, dal sole, l’ispirazione, la posizione e talvolta anche il disegno.
Secondo il già citato Don Capone, non è da scartare l’idea che, nel caso di Alatri l’ispirazione fosse venuta guardando nel cielo Castore e Polluce, i cui punti più luminosi sembrano ricalcare in terra la costellazione dei Gemelli.
Questo perché di fatto in cielo esistono dei “poligoni”, sono quelli che l’uomo tende idealmente a formare unendo le stelle delle costellazioni con dei segmenti riportandoli poi in terra.


Il rapporto con la natura ed in particolare con il cielo è stato da sempre una componente che influenzava la vita di quelle civiltà antiche e megalitiche, scandendo le attività pratiche (quali la semina ed il raccolto), ma anche le attività religiose e politiche (quali feste e celebrazioni annuali); come conseguenza di tutto ciò, talvolta le conoscenze astronomiche vennero incorporate in modo sorprendentemente complesso nelle realizzazioni architettoniche, orientando gli assi delle strutture, seguendo i cicli solari o lunari o indirizzandoli verso stelle brillanti nel cielo che avevano un significato religioso.
Don Capone riflettendo sulla nascita della città spiegava come la popolazione che arrivò sull’altura di Alatri per dare l’inizio alla costruzione delle mura, attese un raggio di sole del solstizio d’estate, affiorare su di una roccia che sarebbe divenuta poi il punto nevralgico dell’acropoli e punto più alto: “Gli antichi costruttori hanno orientato la nostra città per sentire dall’Oriente il potere dell’alba, come se avessero voluto trarre gli auspici di un tempo senza tramonto, per la città che affidavano al Dio Sole, in un giorno di solstizio. E il Sole ne indicò il centro, nell’incontro del primo raggio mattutino, con l’ultimo del vespro. Era il comportamento di una sensibilità religiosa, maturata in millenni di storia, che nulla ha a che fare con la leggenda o una qualunque fantastica interpretazione: è un messaggio scritto con le pietre dell’acropoli e con le pietre della cinta muraria”.
Si creava così un legame tra cielo e terra e divenivano sacre le mura e le porte che venivano fondate insieme, come parti integranti ed insostituibili di un unico progetto. Trovandoci davanti alla Porta Maggiore delle mura di Alatri sul lato Sud e proseguendo in direzione Ovest si possono notare tre nicchie, che anticamente si ritiene avessero una certa importanza durante i solstizi, i cui raggi del sole penetravano al loro interno (i cui blocchi di fondi venivano rimossi) e andavano forse a colpire delle pietre di un tempio antico, i cui resti si trovano subito dietro.
Di questi legami tra cielo e terra ne ha ampiamente parlato Ornello Tofani, che portando avanti i suoi studi ha scoperto che la “Porta Minore” ne è un esempio eclatante: durante le osservazioni in loco, si è reso conto che di notte nel campo visivo che si offre al termine in alto della scala, si ritrova la costellazione di Orione che oggi è visibile parzialmente ma che nel 1150 a.C. si scorgeva interamente; mentre di giorno durante gli equinozi viene completamente attraversata dal sole per la lunghezza di 17 metri arrivando ad illuminare via Gregoriana alla base dell’ingresso, confermando così che la porta è orientata in modo tale da segnare per mezzo del sole il succedersi delle stagioni.
Completamente dedicata alla fertilità, su di essa insistono tre falli, inoltre la scala presenta 9 gradoni (come i mesi della gestazione) quindi il bambino che verrà concepito quando il Sole illuminerà il primo gradone, nascerà quando il sole attraverserà tutta la porta. Un ulteriore scoperta e oggetto di studio è stata per Tofani, la Triplice Cinta o “Templum”, nell’angolo Sud-Est di Civita, che anch’esso sembra essere orientato astronomicamente secondi i suoi assi principale durante gli equinozi e i solstizi, fungendo, secondo lo studioso, da cronografo solare e meridiana di giorno e da una sorta di astrolabio megalitico di notte.
Ai futuri studi il compito di valutare e se possibile confermare queste affascinanti ipotesi. Di sicuro, rimane il senso di aver iniziato a conoscere davvero, tramite ciò che è scritto nelle pietre e nelle stelle, l’antichità remota e affascinante di una città, “nata da un raggio di sole” che non si trova al centro di un paese esotico e remoto, ma in una bella valle, a pochi chilometri da Frosinone.

Ilenia Lungo


LE ANTICHE TAVOLETTE DI ARGILLA DELL’ARCHIVIO REALE DI MARI.

Ci troviamo in Mesopotamia, quella regione fertile che il Tigri e l’Eufrate racchiudono, dai monti Zagros a nord fino al Golfo Persico a sud; più precisamente a Mari, centro principale e possente stato del regno Ammonita fin dal 3000 a.C., per la sua posizione geografica che gli permetteva di controllare la carovaniera che univa il Golfo Persico alla Siria ed al Mediterraneo. Oggi la città di Mari non c’è più ed il sito dove sorgeva si chiama Tell Hahiri, a 130 km a sud di Deir ez-Zor dell’attuale Siria, quasi al confine con l’Iraq. Qui dal 1933 al 1937 vennero condotti i primi scavi ad opera della commissione archeologica formata dai ricercatori Parrot, Blanquis e François, che ebbero l’incarico di fare luce sul mistero di quella che poteva essere la sede di questa antica città-stato. Scavi che riportarono alla luce, oltre alle costruzioni regali e religiose e ad alcune statuette, circa 20.000 tavolette di argilla in caratteri cuneiformi, i cui scritti sono oggi considerati veri e propri documenti (la maggior parte di questi sono lettere di corrispondenza), che ci hanno reso possibile, grazie alle traduzioni di uno dei massimi studiosi orientalisti Jean-Marie Durand, conoscere la situazione politica ed economica di quel tempo, di buona parte della Mesopotamia e le relazioni diplomatiche e commerciali con i popoli della costa mediterranea fino a Cipro e a Creta. Due di queste 20.000 tavolette, siglate ARM I 39 e ARM IV 28 (oggi conservate in Siria), risalenti al XVIII sec a.C. riportano la corrispondenza tra Sasmi-Adad re di Mari in quel tempo e suo figlio Yasmah-Adad di un piano di conquista (facente parte dell’operazione militare indicata come “ Gli affari di Zalmaqum”) di una città, che andava ad impiantarsi in un punto strategico dove passavano le carovaniere per il nord e per l’Occidente, protetta dalle montagne a Nord e aperta sull’ampio bacino dell’Habur; forse irriducibile avversaria delle mire espansionistiche di una intraprendente famiglia reale che, alla fine, aveva giurato di cancellare questa città per sempre dalla storia. Costruita su di un’altura, ben fortificata, il suo nome era: A-la-at-ru-ù, A-la-at-re-e, (Alatrù). Questo nome, che ci può risultare familiare, è saltato all’attenzione del prof. Angelo Boezi che segnalò la curiosità a Don Giuseppe Capone e ritenuta da quest’ultimo come possibile caso (e forse unico nella storia) di omonimia, tra quello che era il nome di un’antica città della Mesopotamia e quello di una città che ancora oggi si erge alle pendici dei monti Ernici nel Lazio. Yasmah-Adad si trovava con le sue truppe nel Nord della Mesopotamia il cui compito assegnatogli dal padre era assediare ed occupare Alatri, per poi riprendere la marcia verso Sa Pa-Nasim. Dalle lettere di corrispondenza sappiamo che l’antica Alatri si trovava a Nord-Ovest della Mesopotamia, non lontana da Chagar-Bazar, da Sa-Pa-Nasim, ai margini settentrionali del bacino del fiume Habur. Ma Yasmah-Adad non era del tutto certo, circa l’assedio e la conquista di Alatri, scrisse quindi al padre che non avrebbe più attaccato la città ma avrebbe proseguito direttamente per Sa Pa-Nasim. Questo perché la città si presentava inespugnabile, con le sue fortificazioni, i suoi bastioni e le visibile difese che allertavano i nemici a stare lontano; ma il padre male sopporta il comportamento di quel figlio, che voleva più deciso e coraggioso. Sasmi-Adad scrive al figlio, per spingerlo nell’impresa, quello che gli venne riportato da chi, quella città la conosceva bene: “Tab-eli-ummani-su è venuto. Io gli ho domandato informazioni su Alatri. Ecco quello che mi ha detto: “Alatri è forte; i suoi bastioni sono quelli antichi e non ne sono stati costruiti altri. Io conosco bene questa città: ci sono passato tante volte. Posso dire con certezza che è costruita su di un’altura e che i suoi bastioni sono enormi” certamente questa città tu potrai conquistarla (…) Distruggila. Incendia la sua acropoli e in quanto agli abitanti risparmiali e gli espulsi li farai venire qui all’interno del Paese”; con questa lettere abbiamo l’unica descrizione di come si presentava all’epoca l’Alatri mesopotamica. Da un’altra lettera che Isme-Dagan, anch’egli figlio di Sasmi-Adad, scrive al fratello Yasmah-Adad, sappiamo che quella volta la città fu occupata dalle truppe di Mari, ma non rasa al suolo: “Tu mi hai scritto che avevi espugnato Alatri e vi avevi fatto entrare le truppe. Tutta la tua operazione è eccellente. Adesso che tu hai conquistato la città, tienila interamente come prima. Non lasciartela sfuggire e amministrala tu”; non sappiamo cosa successivamente accadde a quell’imponente città, una città antica, che l’archeologia ancora non conosce, che la storia nomina solo quattro volte e dunque, con le poche prove pervenuteci fino ad oggi, è difficile ricostruirne le vicende; l’unica certezza è quella del nome che ci viene data dalle lettere dell’Archivio Reale di Mari, scritte circa 1700 anni prima di Cristo, ma poi la storia tace. Resistette? Venne distrutta? E che ne fu della gente che l’abitava? Si mise in viaggio verso nuove terre, nella speranza di rivivere la sua storia sotto nuovi cieli? Una storia lontana, vissuta in una regione anch’essa lontana e che da secoli è ormai sepolta sotto un arida collina dimenticata. Don Giuseppe Capone scriveva: “Sotto quella coltre di terra potrebbe dormire la nostra Alatri mesopotamica, che attende qualcuno, che la possa svegliare dal suo sonno di secoli“. Le domande che sorgono spontanee sono tante: perché il nome di un’antica città della Mesopotamia ci si ripresenta oggi, tra le montagne della regione ernica? Siamo forse rimasti ingannati da un’omonimia sfuggita per caso alla storia, che poi alla fantasia è parsa invece, come un privilegio di cui nessun’altra città al mondo può vantarsi? Potrebbe trattarsi di una coincidenza alla quale si vorrebbe dare il peso di un fatto storico, ponendo l’Alatri laziale come dimora di quel popolo che ad un certo punto della storia si vide costretto, forse, ad abbandonare la propria terra a causa delle conquiste da parte del nemico re di Mari Sasmi-Adad e che non aveva l’intenzione di far morire il nome della propria patria, spingendosi così fino alle nostre montagne, che tanto parvero loro somiglianti a quelle abbandonate con estrema nostalgia? Una nuova e sicuramente sorprendente ipotesi è quella che pose Don Capone, cercando, a tale proposito, di ricostruire il contesto culturale, socio-economico e religioso dell’Alatri Mesopotamica, al fine di evidenziarne gli aspetti comuni con la nostra Alatri laziale, per capire se questa coincidenza sarebbe potuta risultare non più tale. Sono pervenute fino a noi dunque tavolette di argilla, di un impero, che narrano, con l’attrattiva di un discorso romanzesco, le vicende di conquista di un’antica città mesopotamica che presenta lo stesso nome (Alatrù) di una città del Lazio (Alatri) e che, “possiamo dirci certi, almeno per quanto lo consentono le informazioni, ritrovano un legame comune, ovvero hanno avuto il nome dagli stessi padrini di battesimo” – Don Capone scriveva – “Cercando di essere obbiettivi, forse non avremmo dovuto impiantare una questione per la quale non abbiamo documenti scritti o inconfutabili reperti archeologici, tradizione antiche greche e latine da portare a dimostrazione di una tesi che già a prima vista quasi stenta a tenersi in piedi”; bisogna difatti essere cauti nel fare affermazioni certe a riguardo, potrebbe però questo essere un inizio per studi più approfonditi, difatti continuava – “Domani da qualcuno potremmo avere argomenti e prove più convincenti su quanto abbiamo cercato di sapere oggi dalla storia e dall’archeologia … Teniamo intanto in serbo l’orgoglio di quelle nostre antiche radici!”.

ILENIA LUNGO

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4 commenti:

  1. Federica Tettamanzi

    Complimenti ad Ilenia, davvero un ottimo lavoro. E’ tempo che nel campo delle ricerche “di confine” ci sia più spazio al “gentil sesso”.
    Federica da Como.

  2. Filippo Di Biagio

    Ottimo lavoro. Pur ispirandosi alle ricerche di Tofani (con il quale non concordo su tutto!)la ricercatrice è riuscita a dare un taglio personale e avvincente. Consiglierei a Ilenia Lungo di cimentarsi in qualche scoperta personale. Ne ha sicuramente la stoffa.
    Filippo Di Biagio

  3. Un grande lavoro di una grande ricercatrice… Oltre a uno studio molto approfondito, si legge tra le righe una grande passione. Continua così!

  4. Marco Di Donato

    Complimenti Ilenia!… articolo molto interessante e ben scritto.

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