Esclusivo! Un padre francescano assistette agli esperimenti di Franco Marconi sull’Appennino durante la Seconda Guerra Mondiale.

Riceviamo e pubblichiamo una lunga relazione redatta dal dott. Michele Manganaro avente come argomento “La figura del Finanziere Franco MARCONI e la sua apparecchiatura nel ricordo di padre Pietro Benassi secondo quanto da lui riferitomi negli anni ’67 – 70”.

Come i nostri lettori certamente ricorderanno, il Finanziere Franco Marconi (1920-1991) fu il protagonista di una straordinaria vicenda dipanatasi durante il Secondo Conflitto Mondiale e negli anni immediatamente successivi, riportata alla luce dalle certosine ricerche storiche svolte da Gerardo Severino, Direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza e da Giancarlo Pavat, poi confluite nel libro “Il Raggio della morte” (X-Publishing 2013). Basandosi unicamente su documenti originali reperiti nell’Archivio del Museo storico ed in altri archivi italiani, i due ricercatori storici hanno dimostrato che negli anni che vanno dal ‘41 al ’44, il giovanissimo Finanziere Franco Marconi, nato ad Arquata del Tronto nel 1920, realizzò e testò per la Regia Guardia di Finanza e per altri organi dello Stato, un avveniristico apparecchio che, sfruttando probabilmente l’energia elettromagnetica, riusciva, anche a diversi chilometri di distanza, a bloccare i motori di autoveicoli, aerei e carri armati, e a far deflagrare esplosivi e munizioni.

(Una vecchia immagine di Castel Raggio a Cornigliano – Genova. Il castello oggi non è più esistente perchè bombardato dagli Americani durante la Seconda Guerra Mondiale. Al suo interno si svolsero alcuni degli esperimenti di Franco Marconi)

 

Ora, Manganaro, già ufficiale di artiglieria, con studi di fisica e chimica e da sempre appassionato della tematica de ”Il Raggio della morte”, dopo aver letto il libro di Severino e Pavat, ed essersi reso conto che si trattava della stessa vicenda appresa da giovane dalla voce di uno dei testimoni, ovvero il francescano Padre Benassi, ha deciso di mettere tutto nero su bianco e di condividerla con un pubblico più vasto. E lo ringraziamo per aver scelto il nostro sito.

Ovviamente, è doveroso sottolineare che mentre, nel caso del libro di Severino e Pavat esistono documenti originali, conservarti presso pubblici archivi e consultabili da tutti, nel caso del racconto su Padre Benassi, per ora, non esistono prove oggettive.

Nonostante ciò abbiamo ritenuto interessante pubblicare lo stesso la lunga relazione di Michele Manganaro. La quale, sebbene non aggiunga nulla in merito all‘esistenza o meno dell’invenzione di Franco Marconi (già dimostrata dal lavoro di Severino e Pavat), potrebbe servire a fare in modo che possano emergere nuove testimonianze, documenti e prove su questa affascinante e incredibile storia.

(Il Finanziere Franco Marconi – foto Tiziana e Nadia Marconi)

Quanto al coprotagonista della relazione di Manganaro, ovvero padre Benassi, si tratta di un personaggio di notevole spessore. Un vero eroe del periodo bellico delle zone di Modena e dell’Appennino Tosco-emiliano.

Padre Pietro Benassi è morto nel 2003, all’età di 89 presso il santuario della Madonna del Murazzo di San Cataldo. Amato, stimato e rispettato è stato un personaggio incredibile che ha vissuto una vita avventurosa ma sempre improntata al messaggio cristico di umiltà, carità e fratellanza. Nato nel 1914 a Lizzano in Belvedere, sull’Appennino bolognese. Dopo gli studi liceali intraprese quelli teologici finché nel 1936 fu ordinato sacerdote. Francescano, nel 1939 a Milano a soli 25 anni fu nominato cappellano militare e assegnato agli operai agricoli italiani in Germania. E proprio questa conoscenza della Germania e della lingua tedesca gli tornarono utili durante la Seconda Guerra Mondiale. Parroco di San Cataldo, dopo l’8 settembre 1943 si fece accreditare come cappellano presso il campo di raccolta per i militari prigionieri, facendone fuggire diversi molto spesso in maniera rocambolesca. Ma salvò pure moltissimi antifascisti ed ebrei, tanto da ricevere, nel Dopoguerra, riconoscimenti dallo Stato d’Israele. Praticamente intoccabile a cagione della sua popolarità, visitava carceri, campi di prigionia e altri luoghi di detenzione, confortando e cercando di aiutare in ogni modo possibile, gli infelici rinchiusi. Al fine di venire a conoscenza di informazioni utili alla causa della Resistenza o per cercare di salvare i prigionieri frequentò assiduamente i vari Comandi Germanici. E forse proprio in queste occasioni ebbe l’opportunità di assistere agli esperimenti del Finanziere marchigiano.

Padre Benassi, muovendosi instancabilmente tra le montagne, tenne anche i contatti tra partigiani datisi alla macchia e i famigliari rimasti nelle città e nei paesi in pianura.

Salvò pure da ritorsioni e vendette anche soldati tedeschi arresisi e fatti prigionieri. La sua coraggiosa lotta contro i totalitarismi proseguì anche nel Dopoguerra con la sua avversione al Comunismo e all’Unione Sovietica.

Attaccati senza fare sconti dalle pagine del suo settimanale “Fraternità Cristiana”, fondato nel 1948 e tuttora esistente. Per questa sua lotta anticomunista, arrivò a fondare la prima radio privata d’Italia, trasmettendo dal campanile della stessa chiesa del Murazzo.

Nei decenni successivi, placandosi la polemica e lotta politica, padre Benassi fu sempre più apprezzato da tutti, non solo dai Cattolici, per il suo slancio verso il prossimo sofferente aldilà di ogni colore politico, distinzione di fede o nazionalità.

Riposa a Loiano, sull’Appennino bolognese.

(Sopra; una pubblicazione sulla vita e le opere di padre Pietro Benassi)

 

LA FIGURA DEL FINANZIERE FRANCO MARCONI E LA SUA APPARECCHIATURA NEL RICORDO DI PADRE PIETRO BENASSI SECONDO QUANTO DA LUI RIFERITOMI NEGLI ANNI ’67 – 70.

di Michele Manganaro

 

  1. La Fonte, Padre Pietro Benassi

 

1.1.  Padre Pietro Benassi è stato un Sacerdote francescano, Rettore del Santuario Madonna del Murazzo, al Cimitero di San Cataldo, Modena.  Originario dell’appenino bolognese, vissuto i prima anni a Montefiorino, fu ordinato cinque anni prima della II guerra mondiale e poiché conosceva bene la lingua tedesca, fu inviato dai superiori in Prussia Orientale, quale assistente spirituale dei contadini modenesi che lavorano colà stagionalmente.   Conobbe così dunque ancor meglio il tedesco, la loro realtà e il loro modo di pensare, tanto che, durante la guerra se ne avvalse per mitigare in tutti i modi possibili gli effetti della lotta che sull’Appenino tosco- emiliano raggiuse vette di asprezza oggi incomprensibili. Perciò fu a frequente contatto con i Comandi locali (appena venivano catturati prigionieri partigiani, ai quali tentava in ogni modo che fossero passati per le armi sul posto) e con quelli superiori con i quali faceva da intermediario per scambi di prigionieri)  Era uno spirito eclettico, disponibile verso tutti, orientato a tentare, nel luogo e nelle circostanze nelle quali si trovava, di ridurre quanto più possibile i lutti e le sofferenze causate da una lotta spesso intestina ( tra italiani ) e particolarmente aspra.

1.2.  Simpatizzava per la causa tedesca, che vedeva e  rappresentava sotto un aspetto diverso da quello che attualmente si conosce, per ciò fu amico di molti comandanti tedeschi ( tra i quali il Generale Otto Fretter-Pico che comandava il settore della Linea gotica (di discendenza collaterale dei Pico della Mirandola) e si avvalse di queste conoscenze per dare, agli inizi, la maggior tutela possibile ai partigiani catturati, quando poi le catture si fecero reciproche fu il maggiore organizzatore di scambi, anche su garanzia della sua parola.   Sulla base di questo prestigio guadagnatosi agli occhi di tutti riuscì anche a porre in salvo un gran numero di ebrei di Modena, tanto è vero che, in segno di riconoscenza è stato dichiarato, secondo il loro uso “Giusto tra le nazioni“ e gli sono stati dedicate piantagioni di albero in vari luoghi di Israele.   Non è un riconoscimento di circostanza perché, solo a Reggio Emilia, città vicinissima a Modena gli ebrei furono quasi tutti depostati e quasi tutti trovarono la morte.  Probabilmente mancò un Padre Benassi locale.

1.3.  Nel dopoguerra si dedicò molto all’assistenza di chi in quelle vicende fu colpito più fortemente, senza distinguere tra le parti. Fu fortemente anticomunista e creò una radio di propaganda nel Convento di San Cataldo, con l’aereo sul campanile e l’apparato poco sotto e una terra speciale come quella della Stazione di Coltano ( Padre Benassi era radioamatore con conoscenze approfondite e capace anche di insegnare, pertanto i suoi rilievi sull’apparecchio del Finanziere Franco Marconi sono particolarmente attendibili perché di persona  con una conoscenza della materia e delle costruzioni radio sufficiente per comprendere quando vedeva.

 1.4.   Dunque, in sintesi: la conoscenza diretta del Finanziere Franco Marconi, la conoscenza dei Comandanti tedeschi della Zona, la conoscenza delle costruzioni radioelettriche e dei principi fondamentali.

 

  1. La figura del Finanziere Franco Marconi nella descrizione di Padre Benassi.

2.1.  Padre Benassi, persona idealista, descrisse con simpatia il Finanziere Franco Marconi che, nonostante la giovane età si impose comunque al rispetto dei Tedeschi, i quali gli diedero credito.  Non ricordo di aver chiesto al Padre se si esprimeva in tedesco, so che avrebbe voluto avviare una trattativa con i tedeschi, apparentemente ingenua ma frutto di idee chiarissime da parte sua. 

2.2.  Avrebbe voluto mettere in condizioni i Tedeschi di poter volgere a loro favore le sorti del conflitto attraverso la sua arma, in cambio avrebbe voluto un rinnovo dell’alleanza tra Germania e Italia e che l’Italia, a guerra conclusa, fosse considerata potenza vincitrice assieme alla Germania e che fossero in ogni modo preservate le prerogative del Re Vittorio Emanuele III e della Dinastia. Padre Benassi ricorda che il Finanziere Marconi non aveva molta stima di Mussolini che invece riteneva responsabile di superficialità nelle cose belliche.  Non lo disse a lui, col quale parlò di sfuggita, ma gli lo riferirono i Tedeschi.

2.3.  I Tedeschi dei reparti del luogo dove furono effettuati gli esperimenti lo trattarono cavallerescamente e con rispetto e ammirazione, perlomeno in presenza di Padre Benassi. Non si può escludere che fosse il momento delle lusinghe che talvolta precede quello delle minacce, il Religioso, per quanto ricordo, lo vide sicuramente un paio di volte, se non ricordo male, la seconda volta un paio di giorni dopo la prima. Egli, sicuramente per la somma di un animo generoso e di sentimenti elevati, coniugava un intenso amore di Patria con un senso fortissimo di fedeltà al Re, nel Quale vedeva assommarsi la sua Nazione Egli perciò, intimamente avverso agli angloamericani, offrì al tedesco – occasionale alleato – il proprio ritrovato non per contiguità di ideali ma per riscattare la condizione della sua Patria, tutelando, alcuni potrebbero vedere ingenuamente ma così non è, le prerogative del proprio Re.   Egli si impose al rispetto del tedeschi. Che pure non vollero accettare la proposta.

            Segno anche di una educazione prima domestica e soprattutto della preparazione e della educazione militare ricevuta nell’Arma di appartenenza.

2.4.  In realtà l’ingenuo non era lui, semmai ingenui e anche stolti   si sono dimostrati coloro che, di generazione in generazione, nell’opportunismo, nella furbizia, nella scaltrezza e nel tradimento hanno tratto una Nazione ritornata ricca e prospera già pochi anni dopo la fine della guerra, in una condizione ora difficilissima.

          Il Finanziere Franco Marconi, sicuramente ideatore di sistemi offensivi di portata particolare, è da ritenersi del pari un esempio morale e militare per i suoi coetanei. Se i furbi, gli scaltri, gli opportunisti (e ci sono anche i  venduti e i traditori) delle generazioni di allora e  successive  avessero invece usato “ l’ingenuità “ del Finanziere Franco Marconi , ora la nostra Patria sarebbe la prima in Europa, prospera e ordinata, invece che nelle attuali condizioni.

 

3   MIEI RICORDI DALLA NARRAZIONI DI PADRE PIETRO BENASSI RETTORE DEL SANTUARIO DELLA MADONNA DEL MURAZZO IN MODENA.

3.1.  Anni ai quali risalgono le narrazioni: grosso modo anni 67-70, due volte, poi qualche aggiunta in varie altre occasioni.     Nessuno aveva interesse particolare su questo punto

3.2. Premetto che Padre Benassi gestì una Radio privata che faceva capo a “Fraternità Cristiana “, il giornalino del Santuario, la Radio aveva l’aereo sul Campanile e le apparecchiature di A.F. in un soppalco sotto la cella campanaria e la Bassa Frequenza alla base del Campanile.

3.3 Egli pertanto “si intendeva “di radiotecnica e i suoi ricordi e soprattutto quanto comprese si basava su fatti visti e ricordati attraverso il filtro del ragionamento di chi conosce la materia.

3.4..  Anche il sottoscritto era già allora (ed è) radio-amatore, particolarmente di “ radio-galena “ pertanto entrambi avevamo una certa conoscenza, il Padre molto più di me, ovviamente, quanto meno della terminologia e dei componenti e nell’uso (come detto anche di stazione radio trasmittente).

 

  1. CIRCA IL FATTO E L’APPARECCHIATURA

4.1. Il Padre vide quello che lui chiamava “l’apparato“ del M. , solo esteriormente, esso era di forma prismatica, con una base con maniglie per il trasporto, non molto grande, disse una volta mezzo una Radio Balilla, più lungo che alto, però.  Lo vide un po’ di lato, dove intravvide delle bobine avvolte in aria.  I fatti avvennero sull’Appennino tosco-emiliano, tra Modena e Reggio Emilia come noto.  Era già passata l’estate e sarà sicuramente quell’ottobre avanzato che si conosce.  Ricorda la concomitanza con la morte di Rommel e il ripiegamento ormai continuo dei Tedeschi sul fronte orientale e la “manna” che sarebbe stata quell’arma. Tutti i Tedeschi speravano solo di arginare il nemico e in un armistizio e quell’apparecchiatura forse lo avrebbe consentito.

 4.2.  Personalmente Padre Benassi non sollevò mai l’apparecchio ma vide altri farlo e non ne intuì un peso particolare. Dunque dimensioni e peso non di particolare rilievo.   

4.3.  L’apparecchio non risultava alimentato da fonti di energia esterne e si deve ritenere che, l’alimentazione – se esistente –  avvenisse ad opera di batterie di accumulatori.

4.4. L’impressione di allora e di ora era che il cuore dell’apparecchio fossero degli induttori o dei “trasformatori di frequenza

4.5.  L’apparecchiatura poteva avere valvole termoioniche perché riferì il Padre di un uso conseguente, in ipotesi, a un funzionamento non immediato all’accensione, ma di qualcosa che poteva far ritenere il riscaldamento di valvole.

4.6.   Non fece caso ad antenne o a prese di terra particolari.  Nelle narrazioni che si leggono si parla di antenne, ma Padre Benassi non ne notò, poiché era praticissimo di antenne di tutti i tipi, se ci fossero state non gli sarebbero sfuggite

 

  1. FATTI AI QUALI ASSISTETTE

5.1.  L’apparecchio fece partire colpi da un obice da montagna, tre o quattro volte, l’apparecchio era azionato dal M., l’ordine di sparo era impartito da altra persona senza nessun accordo tra i due e il colpo partiva, ma non immediatamente come ordinariamente, quando si tira la fune di sparo o si aziona la leva.   Pensò e credo anche io che si trattasse di fenomeni di risonanza.  Distanza di efficacia dell’apparecchiatura: una volta a vista, poi l’apparecchiatura venne allontanata ulteriormente, da quello vide che non doveva essere molto pesante. Centinaia di metri.

5.2.  Le perturbazioni causate nell’atmosfera, apparvero come filamenti di vari colori che mutavano e perduravano un poco, poi questi non si vedevano più e ne apparivano altri in alto nel cielo, che si propagavano verso il basso.   In certi momenti prendevano forma di spirale aperta.   Ora potrebbero essere interpretati come energie già presenti nell’atmosfera “squilibrate“ per effetto dell’apparecchiatura e sotto l’effetto di eccitazione di tipo elettrico, spinte ad emettere fotoni alle più svariate frequenze e quindi dando una simile impressione.

5.3.  Le comunicazioni radio, nelle vicinanze erano impedite.

5.4.  Ricordo che sembrò al Padre che l’apparecchiatura dovesse essere orientata (ma è una supposizione, forse una impressione), non chiese mai nulla né di questo di altro.

5.5.  Padre Benassi non si informò di nulla, solo vide quello che gli fu consentito di vedere, senza cercare di sapere.

5.6.  Intuì che gli esperimenti erano già in corso e che sarebbero continuati.  Ritiene che proseguirono per vari giorni, una decina.  Intuì che tutti i Tedeschi presenti, militari ma anche in borghese (forse tecnici o altro) erano tutti convinti che il M. fosse veramente in possesso di un ritrovato efficace, che non fosse assolutamente un impostore e che la sua arma potesse essere fonte di incalcolabili vantaggi.  Si parlava con certezza che la guerra con quell’arma avrebbe potuto conoscere una svolta (ormai speravano in un armistizio e in accomodamenti di pace) e quando non fu raggiunto l’accordo (il Marconi chiedeva solo che fosse rinnovata l’alleanza con l’Italia) se ne rammaricarono sommamente.  In sostanza chi aveva conoscenza approfondita di tale apparecchiatura riteneva che sarebbe valsa a non consentire all’avversario azioni offensive, come paralizzandolo.  Questo potrebbe significare che non era un’arma facente uso di “raggi“ tipo il laser o comunque di potenza, ma che fosse atta a impedire il funzionamento delle apparecchiature elettriche, che, anche allora accompagnavano ogni armamento.   Tanto per fare un esempio, se avesse interrotto il funzionamento dei magneti di accensione degli aerei, una flotta di bombardieri o di caccia inviati per distruggere una città o degli obiettivi, sarebbe precipitata al suolo una volta pervenuta nel raggio di efficacia dell’apparecchiatura.  Tale arma potrebbe essere utile anche ora nel caso di lanci di missili da crociera o anche comunque guidati o con apparecchiature elettriche a bordo ( alla fine, anche missili balistici ), di qui la grande attualità.

 

  1. TRATTATIVE SUL POSTO

6.1.  Al Padre la cosa non interessava particolarmente, era presente forse perché i Tedeschi, quasi tutti cattolici, attraverso la sua presenza avrebbero inteso tranquillizzare il giovane militare e anche forse per motivi di stima e di cameratismo.

6.2.  Il Padre non assistette a trattative direttamente ma seppe alcune cose.

6.2.1.  L’apparecchio non era troppo complicato e in sé non difficile da realizzare (salve le dimensioni necessarie per accrescerne la portata) Nessuno però ne conosceva i punti critici e anche vedendolo come sicuramente i Tedeschi lo videro, non era possibile regolarlo in modo che funzionasse e neanche che si capisse come poteva funzionare.

6.2.2.  Questa è la sua maggiore peculiarità, sebbene sicuramente vista da esperti – e i Tedeschi sicuramente avranno inviato i loro migliori specialisti – nessuno, nemmeno in seguito gli Americani furono capaci di comprenderne il segreto.

6.2.3.  Non fu comunque il primo caso: è noto che un’arma più semplice, l’MG42 catturata in qualche esemplare dagli americani alla Battaglia del Passo di Kesserine, in Tunisia, venne subito prodotta in grande serie, addirittura sulla base di 600.000 esemplari distribuendo i particolari da realizzare alle varie industrie, quando furono pronti i primi lotti, vennero assemblati e con grande loro rammarico l’arma non funzionava in nessun modo.  L’arma era camerata per la loro cartuccia, il 30.06 che è simile ma non uguale al 7,92×57 tedesco.  Il motivo venne loro spiegato dai Tedeschi dopo la fine della guerra: l’arma era ed è basata, nella ripetizione automatica, sulla quantità di moto delle parti rinculanti ( molla compresa ), della massa della pallottola, della costante elastica del mollone di recupero, della velocità della pallottola e del peso del complesso canna otturatore nel rinculo ( molla esclusa ).  Conoscendo l’equazione è facile adattare a qualsiasi cartuccia da fucile quella mitragliatrice, non conoscendola e trattandola come una mitragliatrice a presa di gas, l’arma può funzionare solo per caso.

6.2.4.  Come anche la lega di bronzo per campane.   Il suono argentino è un segreto di lavorazione impossibile da forzare perché frutto di infinite combinazioni.  Con l’analisi chimica si può conoscere le percentuali di rame, stagno e argento, ma è impossibile sapere le modalità e le temperature di alligazione che sono infinite.

6.2.5.  Così si deve ritenere per l’apparecchio di Marconi: anche vedendo il circuito, poi questo deve essere regolato per ottenere cose che l’imitatore non conosce. Ecco perché né i Tedeschi, né gli Americani lo hanno potuto produrre.

6.2.6.   Non servivano metalli preziosi (raccontò Padre Benassi che il quel periodo un celebre radiotecnico, riuscì a farsi consegnare molto oro sostenendo che solo con quello si realizzavano circuiti efficaci per una sua arma che poi si rivelò una truffa) C’è infatti notizia di numerosi fisici, tecnici e radiotecnici che in quell’epoca sperimentarono, non tutti in buona fede, ”armi decisive

6.3.  I Tedeschi – erano presenti tecnici – erano sicuri della buona fede e dell’onesta del M. e certi dell’efficacia della sua apparecchiatura. Il Marconi in presenza di Padre Benassi fu trattato cavallerescamente, senza far caso al grado, lodandolo per la sua lealtà e facendolo oggetto di stima e di riguardi (forse anche per lusingarlo, questo non toglie che possa essere stato maltrattato in seguito da quelli o da altri).

6.4.   Padre Benassi non conversò con lui, si rivolsero la parola perché era vestito da Sacerdote, si avvicinarono, si salutarono, Marconi si inchinò al Padre, prese il Cordone da francescano e lo baciò di sfuggita e Padre Benassi gli impartì una benedizione sommaria, ma non parlarono assolutamente di nulla di rilevante.

6.5. Le sessioni, due un giorno e una un altro duravano un tempo di circa 3 o quattro ore e parlavano tra tecnici e ufficiali.  Una fu all’imbrunire e allora vennero notati gli strani fenomeni simili all’aurora boreale.  Probabilmente l’apparecchio era ai primordi perché i discorsi seppe che vertevano su un uso tattico e si poteva intuire, a portata ottica.  Padre Benassi non parlò mai di particolare potenza o portata, però ha sempre sostenuto di sapere solo qualche cosa, quello che sentiva o che intuiva, perché non erano cose di sua competenza e non si sognava nemmeno di intromettersi.

6.6.  Padre Benassi pensava a “bobin “ , parlò anche di un variometro per averne sentito parlare e aver visto azionare una manopola che poteva comandarlo all’interno del contenitore , ma era una sensazione e null’altro. Parlò una volta con un personaggio tedesco della bontà della componentistica SAFAR ( che era nota per gli  ottimi circuiti progettati dal autodidatta Filippa  e da questo deve aver dedotto che, essendo condensatori, resistenze, valvole e simili prodotti da ditte specializzate e sono comuni, si stava parlando di qualcosa di meno comune, di induttori , magari speciali, componenti che forse la SAFAR produceva per se, come del “ cuore “ dell’apparecchiatura.

6.7. Simili ragionamenti portano a pensare a fenomeni di risonanza che, anche piccoli, possono portare ad effetti enormemente amplificati.

6.8.   Era presente il Generale Otto Fretter-Pico.  Il tempo era di quando il fronte era già presso il crinale, nell’autunno del 1944.    Il fronte non destava preoccupazioni e le Forze avversarie stavano nelle proprie posizioni e la situazione era tranquilla.

 

  1. COSA L’ARMA NON ERA E COSA POTEVA ESSERE

7.1.  Non era un’arma di potenza, non concentrava fasci di energia.

7.2. E’ mia supposizione – di ora, perché quando mi vennero narrati i fatti non avevo certe cognizioni –  che agisse su quello che era chiamato “ etere “ e che ora  si ipotizza con la c.d. teoria neutrinica del Generale di Aviazione Cesare Colangeli e che costituisce la base della radio, non correttamente intuita né da G.  Marconi né da Popov che ritenevano la diffusione di onde mentre l’Ufficiale del Genio del Regno delle Due Sicilie che la preconizzò per primo proprio nell’anno precedente lo sbarco di Garibaldi e la fine del Regno, studioso e continuatore delle teorie di Herz, parlò di una “commozione dell’etereche forse costituisce la giusta interpretazione.

7.3.  Escludo che gli Americani abbiano potuto accedere al segreto del M. perché se così fosse, possiederebbero l’arma, che è decisiva e non avrebbero perso risorse e tempo per studiare e realizzare armi laser sino ad ora praticamente inutili.

7.4.  Così come non ottennero i segreti di Guglielmo Marconi e di Tesla (se se ne fossero in qualche modo appropriati, nei decenni trascorsi, sarebbero stati sviluppati ed avrebbero portato alla realizzazione di armi  ) altrettanto escluderei che si siano appropriati di quelli del Finanziere Franco Marconi.

7.5.  Questo si vede nelle armi atomiche: chi riesce ad appropriarsi della tecnologia relativa, poi le realizza subito. Esempio: il Pakistan .

 

  1. INVESTIGAZIONI

8.1.  Personalmente mi sono fatto due idee:

8.2.  L’apparecchio esisteva e funzionava veramente. Il Marconi era disinteressato.

8.3.  Il principio di funzionamento è basato su fenomeni di squilibrio creati vicino che provocavano simili squilibri, ma amplificati ( di natura elettrica ) lontano.

8.4.  È un caso diverso ma può far pensare.  È un concetto accettato da molti, che in natura, tanto le manifestazioni naturali che quelle operate dall’uomo ma sempre riconducibili a cose naturali, in genere avvengono indirettamente.

8.4.1.  Si ritiene che gli Etruschi sarebbero stati in grado di far scoccare fulmini. Secondo un’ipotesi suggestiva, attraverso operazioni di magia.    La cosa sarebbe attendibile, ma non si trattava di una operazione magica. 

8.4.2. L’interpretazione del fenomeno e le modalità di attuazione – ammesso che la cosa sia reale – sarebbero queste: in un fornetto di pietra di una certa altezza, con due griglie una sopra l’altra, bruciavano legna detta ceraunica ( capace, più di altre di “ attirare “ il fulmine durante la sua combustione  )  Il fuoco era attivato da un mantice e veniva reso vivace più che fosse possibile.

8.4.3.  Si formava così una veloce corrente ascensionale di aria fortemente jonizzata a causa dell’alta temperatura delle fiamme, essa corrente veniva a costituire un conduttore elettrico. Se il momento era propizio, per cariche elettriche addensate ad una certa altezza, in un dato corpo nuvoloso, il fulmine, che ordinariamente non sarebbe potuto scoccare, con quegli accorgimenti, scoccava.    La spiegazione è semplice e può essere accettata.

8.4.4.  Perché esiste legna ceraunica ed altre no.  Si ritiene che la legna ceraunica contenga sali, raccolti dalle radici, nel terreno, essi sali, sottoposti all’azione del fuoco, pertanto ad alta temperatura ed in presenza di acqua ( il vapore d’acqua  prodotto della combustione ), si jonizzino per l’acqua e, fortemente, per la temperatura elevata e così rendano fortemente conduttrice la colonna di fumo, rendendola capace di attirare, o meglio condurre il fulmine provocato dalla differenza di potenziale che regna tra la base e la sommità di questa “colonna“.

8.5.  Ritengo che ragionamenti di questo tipo – peraltro molto sommario – abbiano consentito a persone di ingegno sveglio, capaci di ragionamento consequenziale complesso e innegabilmente dotati di modestissimi mezzi ( il che spesso aiuta a ridurre il pensiero e il progetto all’essenziale ) di concepire cose impensabili nei tempi moderni dove lo studio della fisica è sviato  da sistemi didattici forse volutamente fuorvianti .

8.6.  Il sottoscritto è stato a Smilian, luogo di nascita di Nikola Tesla: una zona montuosa, casolari sparsi, nessun laboratorio nelle vicinanze eppure in quei luoghi è iniziata la serie delle riflessioni che poi Tesla sviluppò nei laboratori.

8.7. Lo scopo mio è, oltre al doveroso riconoscimento da attribuire al Nostro, alla gradita circostanza di riportare i racconti di Padre Benassi e di ricordarlo con venerazione, è comunque l’investigazione delle sue (e anche di altri)  realizzazioni (cosa da eseguire tuttavia non singolarmente, a mio avviso, ma in gruppo, in contraddittorio, per evitare di cadere in analisi arbitrarie ) al fine di tentare di realizzare ora, per la nostra Patria, ciò che non fu possibile  allora.  

8.8. Apparecchiature del genere renderebbero talmente impervio un territorio, da costituire un’arma difensiva di particolare valore.   Forse anche per questo non fu troppo investigata da una potenza come gli Stati Uniti d’America: perché è un’arma difensiva e di scarsa utilità per un esercito, come il loro, non certo in configurazione e funzione difensiva.

 

La presente narrazione è una raccolta di ricordi e di osservazioni.  Se dovesse essere utile e fosse conveniente renderla in un modo diverso, invio il “file“ e potete disporla come credete più utile, poi io la rivedrei,  per quanto possibile rendendola più esatta possibile e la rinvierei firmata.

 

Verona, 5 marzo 2019

Michele Manganaro

(Sopra; la copertina del libro “Il Raggio della Morte” di Gerardo Severino e Giancarlo Pavat – X-Publishing 2013)

 

 

 

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