
Immagine di apertura; Un insediamento degli Anasazi in Arizona (USA)
IL MISTERO DEL MERIDIANO DEGLI ANASAZI.
Il meridiano 108°, l’Isola di Pasqua e le città sommerse in India,
di Ignazio Burgio.
Perché gli antichi Anasazi, scomparsi più di 700 anni fa in Nordamerica, erano ossessionati dal meridiano 108° fino a edificare altre loro città, anche lontanissime, sempre lungo quella coordinata geografica? Potrebbe entrarci qualcosa il fatto che proseguendo dritti verso sud si giunge addirittura all’Isola di Pasqua? In questo articolo avvincente come un film o un romanzo si cercherà di azzardare una suggestiva ipotesi collegandola anche alle città sommerse dell’India, e a quelle che – a giudicare dalle mappe satellitari – potrebbero giacere nel sud dell’Oceano Indiano e sul fondo del Pacifico (a metà strada fra l’isola di Clipperton e l’Isola di Pasqua).
Nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, dove le frontiere di Arizona, Nuovo Messico, Utah e Colorado si incrociano, si trovano le spettacolari rovine di una delle culture indiane più misteriose del nord-America: gli Anasazi, termine Navajo che sta per “antichi” (o, secondo altre interpretazioni, “antenati nemici”).
I resti dei loro insediamenti – chiamati in lingua spagnola, Casas Grandes (Grandi case) – dove si ergono edifici anche a più piani con centinaia di camere, ci rivelano una società parecchio evoluta, vissuta in un periodo storico che va da prima dell’era cristiana fino al XIV sec. d. C., per poi terminare improvvisamente per cause fondamentalmente climatiche.
Il loro periodo più florido fu quello tra il IX sec. d. C. e la seconda metà del 1100, epoca alla quale appartengono i loro insediamenti più significativi nel Chaco Canyon (Nuovo Messico, 36°N – 108°W), fra i quali ne spicca in particolare uno, ovvero Pueblo Bonito. I reperti archeologici di questa località presentano tuttavia aspetti ancora poco chiari. L’abitato presenta un unico grande edificio a forma di ferro di cavallo e suddiviso in quattro-cinque piani con 700-800 stanze. Accanto ad esso si trovano due grandi fosse circolari più altre 37 di dimensioni minori. Queste costruzioni chiamate in lingua hopi Kiva, presentano al loro interno come caratteristica comune un foro al centro.

2 Immagine sopra; Mappa di diffusione della cultura degli Anasazi negli attuali Stati Uniti e in Messico (Fonte Wikipedia).
Gli archeologi ritengono che Pueblo Bonito fosse una città-santuario, e che l’enorme edificio servisse di alloggio sia per i residenti (tra cui la classe sacerdotale) sia per i pellegrini provenienti da fuori. Ai kiva circolari attribuiscono invece scopi e usi religiosi e cerimoniali.
I resti degli insediamenti sparsi all’interno del Chaco Canyon, costituiscono un vero paradiso per gli archeoastronomi, in quanto non soltanto presentano precisi orientamenti con punti cardinali, equinozi, solstizi e persino con le maggiori fasi lunari, ma i medesimi edifici risultano significativamente orientati anche tra loro, come in un vero e proprio “spazio sacro” (per usare i termini di Mircea Eliade). Su quattordici grandi edifici presenti nel Chaco Canyon, dodici sono orientati astronomicamente o con gli equinozi o con i solstizi, o anche (e sono parecchi) con i movimenti della luna, al fine di rilevarne le stazioni maggiori e minori.

3. Immagine sopra; Il Great kiva of Chetro Ketl. Chaco Culture National Historical Park (Fonte Wikipedia)
L’alto livello tecnico ed organizzativo di questo popolo viene anche dimostrato dalle numerose strade, le cui caratteristiche rappresentano un vero rompicapo per i ricercatori. Nelle vicinanze degli insediamenti esse sono larghe anche 8-10 metri il che è strano per una cultura che, come tutte quelle americane, non utilizzava nè carri su ruote nè bestie da soma. Inoltre molte di esse conducono dalle Grandi Case e dai kiva fino a sorgenti d’acqua o luoghi sacri. Ciò porta ad immaginare che molte brevi strade nonché alcuni tratti di quelle più lunghe venissero usate per finalità religiose, come ad esempio processioni. Fra le tante strade spicca, in particolare, la cosiddetta “Grande strada del nord”, assolutamente diritta, il cui tratto principale lungo una ventina di chilometri è orientato sull’asse nord-sud con una tale precisione che oggi può essere superata solo con i moderni sistemi satellitari.
Comunque sia, nella seconda metà del XIII secolo la vita a Chaco Canyon cessò del tutto, in concomitanza con una spaventosa siccità che precisamente dal 1271 al 1285 (sulla base degli studi climatici) colpì tutta la parte occidentale degli attuali Stati Uniti. Dal momento che l’agricoltura degli Anasazi era molto semplice e strettamente dipendente dalla regolarità di piogge e fiumi, si può immaginare come quella lunga serie di anni di carestia dovette costituire per quel popolo un colpo durissimo, un vero castigo del cielo. Il sito da quel momento in poi rimase disabitato, mentre sopravvissero fino al secolo successivo altri centri sempre degli Anasazi, a nord e a sud dell’antica capitale.

4. Immagine sopra; Stephen Lekson, Professor, University Museum Curator of Archaeology (PH.D.UNIVERSITY OF NEW MEXICO1988). (Fonte; https://www.colorado.edu/anthropology/stephen-lekson).
L’archeologo americano Stephen H. Lekson confrontando fra loro le date di termine e inizio dei nuovi insediamenti Anasazi dopo la fine di Chaco Canyon ha scoperto che queste sono in rapida successione. In altre parole, questo popolo, o almeno parte di esso, si sarebbe spostato più volte per fondare altri centri per poi abbandonarli nuovamente. Le migrazioni sarebbero avvenute prima verso nord, verso le località oggi chiamate Aztec Ruins e Salomon Ruins, poi verso sud, addirittura a 620 chilometri da Chaco Canyon, in una località chiamata Casas Grandes che oggi si trova in territorio messicano.
Il medesimo Stephen Lekson è rimasto sorpreso da un’altra sconcertante osservazione. Tutte e quattro le principali località degli Anasazi coinvolte nelle migrazioni – Chaco Canyon, Aztec Ruins, Salomon Ruins e persino la lontana Casas Grandes – si trovano perfettamente allineate lungo uno stesso asse nord-sud che poi coincide attualmente con il meridiano 108 ad ovest di Greenwich. Stephen Lekson ha naturalmente escluso che possa trattarsi di un caso anche perché osservando meglio l’urbanistica di Pueblo Bonito nel Chaco Canyon ha riscontrato numerosi esempi di allineamenti, in maniera ossessivamente precisa, lungo lo stesso meridiano.
La prima domanda che si sono posti allora gli studiosi è naturalmente come siano riusciti gli Anasazi a mantenere un allineamento geografico così perfetto anche a parecchie centinaia di chilometri di distanza tra una località e l’altra. Naturalmente non conoscevano la bussola, ma anche se per assurdo l’avessero usata, questo strumento li avrebbe indotti in errore a causa dello scarto tra il polo nord magnetico (verso cui punta ogni bussola) e quello geografico. Alcuni ipotizzano che possano aver effettuato lunghe e pazienti osservazioni del cielo notturno al fine di determinare l’esatta direzione del nord, ed a tale scopo si sarebbero serviti anche di sofisticati attrezzi di legno per seguire il movimento delle stelle attorno al polo celeste per poi determinarne con precisione il centro. A rendere più difficile l’operazione interveniva il fatto che a quell’epoca, a causa della precessione degli equinozi, nè la stella polare nè nessun’altra stella indicava esattamente il nord come avviene oggi.
L’altro interrogativo che si pongono gli archeologi è naturalmente il significato di tutto ciò. Perché darsi tanta pena per muoversi esattamente e perfettamente lungo quella direzione e costruire nuovi insediamenti esclusivamente sul meridiano 108? Sicuramente quest’ultimo rivestiva per loro un carattere sacro, ma poiché fino a questo momento si sa ben poco della cultura e delle convinzioni religiose degli Anasazi è veramente difficile anche solo azzardare delle ipotesi.
È molto curioso tuttavia osservare che se seguiamo idealmente su di un mappamondo proprio il meridiano 108 verso sud, una volta superata la città Anasazi più meridionale – ovvero Casas Grandes – ci inoltreremo nel Golfo di California, poi nell’Oceano Pacifico e dopo aver superato l’isoletta di Clipperton, giungeremo dopo molte migliaia di chilometri a brevissima distanza dalla costa orientale di un’altra località tradizionalmente associata a misteri archeologici e remote civiltà perdute: l’Isola di Pasqua (Eastern Island, 27°S – 109°W).

5. Immagine sopra; I celebri Moai dell’Isola di Pasqua (Cile). (Fonte Wikipedia).
Le curiose coincidenze tuttavia proseguono. Dall’altra parte del globo il complementare meridiano del 108° W è il 72° E. Il punto esattamente corrispondente agli antipodi dell’Isola di Pasqua si trova in una zona a cavallo fra l’India settentrionale e il Pakistan, in cui si trovano i resti dell’antica civiltà dell’Indo come le rovine archeologiche di Harappa (coordinate: 30°,38 N; 72°,52 E). Una delle caratteristiche di questa antichissima civiltà è un tipo di scrittura ideografica di cui in anni recenti si è tentata una decifrazione a partire dalle lingue locali. Caratteri ideografici molto simili però si trovano soltanto in un’altra parte del mondo, ovvero guarda caso nell’Isola di Pasqua, e costituiscono la cosiddetta scrittura Rongorongo. Gli studiosi che hanno eseguito i confronti hanno osservato che molti caratteri delle due scritture ancora indecifrate si ripetono identici: ad es. omini stilizzati che reggono uno scudo, oppure un vassoio, o ancora un bastone; un segno simile al nostro numero otto (due cerchi uno sopra l’altro), a volte con un terzo cerchietto molto più piccolo, che ricorre esattamente – anche nelle due varianti – sia nei reperti della Valle dell’Indo sia nelle tavolette dell’isola di Pasqua; e così via. In molti casi sembra che vi siano solo variazioni di stile, come i diversi font che noi oggi utilizziamo al computer per scrivere e stampare (Arial, San Serif, Courier, ecc.).
Sempre il meridiano 72° Est, poi, scendendo verso l’Oceano Indiano incontra esattamente il Golfo di Khambhat o Cambay. Sui suoi fondali, nel 2001, a venti chilometri dalla costa e a 30-40 m. di profondità, vennero scoperte delle rovine sommerse, forse vere e proprie città, distribuite su di un’area di 9 Kmq. Alcuni reperti raccolti con una draga (a causa dell’acqua torbida e della scarsa visibilità non furono possibili le immersioni) vennero affidati per la datazione al C14 a due laboratori, uno ad Hyderabad in India, e l’altro ad Hannover in Germania. Entrambi indicarono un’età anteriore al 7000 a. C. (tra il 7190 e il 7490 a. C.), ma tali risultati vennero contestati, con diverse motivazioni, dagli archeologi indiani e di altri Paesi.

6. Immagine sopra; Formazioni sommerse sul fondo dell’Oceano Pacifico.
Ovviamente tutte queste osservazioni sul mappamondo – che potrebbero anche rivelarsi utili a fornire qualche risposta alle tante questioni irrisolte – sicuramente verrebbero considerate dall’archeologia ufficiale soltanto delle curiose coincidenze. Cionondimeno potrebbero perlomeno costituire gli elementi per una trama avvincente di un romanzo o una sceneggiatura cinematografica: nessuno infatti c’impedisce di lasciar correre la nostra fantasia…
Immaginiamo un mondo di 12.000 anni fa ancora in piena glaciazione. Tutte le terre libere dai ghiacci sono contese da due grandi civiltà evolute, e dunque potenti anche in campo militare: Atlantide, la grande isola descritta da Platone nell’Oceano Atlantico, e Mu, il continente dei miti giapponesi nell’Oceano Pacifico. Per evitare di distruggersi a vicenda in un’inutile scontro fra superpotenze, giungono a un accordo in cui si spartiscono il mondo a metà, esattamente come fecero Spagnoli e Portoghesi nel 1494 col trattato di Tordesillas. Le linee di confine tra l’impero dell’Atlantico e quello del Pacifico vengono da loro fissate in quelli che sono attualmente il meridiano 108° W e il complementare 72° E. Lungo, o nei pressi di questi due meridiani dal fondamentale valore politico, sorgono città e civiltà alleate, incaricate oltre che di tutelare i confini, anche di promuovere gli scambi commerciali, culturali e le relazioni diplomatiche, al fine di garantire la coesistenza pacifica tra le due superpotenze.
Dopo la fine dell’era glaciale ed anche delle due grandi civiltà – sempre nella trama del nostro romanzo o film, ovviamente… – il ricordo dei due meridiani continuerebbe a perpetuarsi nella memoria delle generazioni successive e si rivestirebbe di valori sacri. Così in Nord-America gli indiani Anasazi fondano la loro cultura e le loro migrazioni soltanto lungo il meridiano 108°; nell’Isola di Pasqua i sacerdoti continuano a utilizzare la scrittura Rongorongo che al tempo delle civiltà dell’era glaciale veniva usata per i documenti ufficiali tra Atlantide e Mu; e ugualmente fanno gli scribi della Civiltà dell’Indo con la medesima scrittura, i cui caratteri nel corso dei millenni finiscono per subire inevitabilmente anche modifiche di stile; e via dicendo.
Il finale di questa immaginaria narrazione tuttavia rimane aperto, poiché ai nostri giorni qualche archeologo dalla mente illuminata potrebbe scoprire altre antichissime testimonianze. In India ad esempio nei pressi del Golfo di Khambhat, e delle sue rovine sommerse, si trova la città di Dwarka che oltre ad essere un centro sacro della religione Indù e meta di pellegrinaggi, presenta anch’essa resti sommersi fino a 40 metri di profondità. Nell’antico poema epico Mahabarata essa viene descritta come ricchissima e splendente, coi palazzi di oro e smeraldi, in quanto dimora del famoso dio Krisna, dopo la morte del quale sarebbe sprofondata in mare.
Nella trama del nostro romanzo o film gli archeologi dalla mente aperta potrebbero scoprire altre città antichissime ancora sommerse sui fondali delle Isole Laccadive e Maldive (anch’esse toccate dal meridiano 72 Est). Ad esempio parecchio a sud e un po’ più in là verso est, esattamente a metà strada tra Sudafrica e Australia (a 36° S – 78° E) a giudicare dalle mappe satellitari vi sarebbe sul fondo dell’Oceano Indiano qualcosa di gigantesco che sembra un’enorme struttura portuale. È costituita da un lunghissimo molo perfettamente diritto che si protende in direzione sud-est per un centinaio di chilometri. Da una parte e dall’altra di esso si trovano 6 o 7 bracci ciascuno lunghi una quarantina di chilometri, perfettamente dritti e regolari. Alcuni sembrano chiusi fra loro, come a formare bacini senza sbocco, ma altri sembrano banchine di ormeggio pronte ad accogliere chissà quali tipi di navi! Quella che sembra essere poi una lunghissima strada perfettamente dritta si protende in direzione nord.

7. Immagine sopra; Formazioni sommerse sul fondo dell’Oceano Indiano.
Potrebbe benissimo rivelarsi un errore grafico della mappa satellitare (come già capitato nel caso di “isole fantasma” vicino l’Australia) e dunque in futuro potrebbe non apparire più. Oppure potrebbe esistere realmente ma consistere in curiose formazioni geologiche naturali (quella buontempona di Madre Natura ne fa parecchi di scherzi simili, e bisogna sempre andarci cauti…). Ma gli archeologi subacquei protagonisti del nostro romanzo o film potrebbero al contrario trovarvi le rovine di una grande città portuale, vecchia di decine di migliaia di anni, sommersa dal mare a causa dello scioglimento dei ghiacci.
Anche risalendo sulla terraferma lungo il medesimo meridiano verso nord, le regioni indiane del Gujarat e del Rajastan ospitano innumerevoli città – come ad es. Pushkar – altrettanto dense di spiritualità, i cui templi e santuari potrebbero essere stati edificati su precedenti luoghi sacri antichissimi. E ancora più a nord, il Punjab è la regione in cui vennero composti i primi scritti sacri ed epici della letteratura indiana, i Rig Veda e le Upanishad. Le battaglie descritte nel Mahabarata e in molti altri testi indiani antichi, con l’uso di velivoli e astronavi come i Vimana, sono ambientate proprio in questa regione.
Anche dall’altra parte del globo, lungo il meridiano 108 ovest, gli Indiana Jones della nostra narrazione potrebbero trovare antichissime rovine sommerse sui fondali della penisola californiana, o dalle parti dell’Isola di Clipperton. O in maniera ancora più significativa al largo dell’Isola di Pasqua.
Proprio come nel caso dell’Oceano Indiano, a metà strada tra queste due isole le mappe satellitari disegnano un fondale oceanico piuttosto curioso, ossia una specie di enorme piattaforma regolarmente squadrata e dai lati rettilinei lunghi all’incirca 100 – 150 km. L’angolo di sud-est si unisce anche a un altro quadrato più piccolo, mentre sul lato nord si protende verso l’esterno quello che sembrerebbe un lungo molo portuale a forma di L dai bracci perfettamente rettilinei ad angolo retto (coordinate: 8°,16’S – 108°W).
A prima vista sembrerebbe insomma che anche in questa zona del Pacifico debba nascondersi una gigantesca struttura artificiale sommersa, che magari al tempo di Mu e Atlantide poteva trovarsi sopra la superficie del mare. Anche in questo caso – se non è anch’esso uno scherzo del satellite o della natura – in questo nostro avvincente romanzo o film gli archeologi subacquei potrebbero trovarvi mura megalitiche, resti di edifici, colonne diroccate, ecc.: insomma, le remote vestigia di una base fortificata a guardia della linea di confine tra i due imperi dell’era glaciale…

8. Immagine sopra; una ipotetica ricostruzione delle misteriose strutture che si troverebbero sul fondo del Rock Lake in Wisconsin (USA). (Fonte; https://jayseaarchaeology.wordpress.com/2018/02/20/the-enigma-in-the-lake-a-critical-inquiry-into-the-rock-lake-pyramids/
Se al contrario tornati sulla terraferma procediamo dalle rovine degli Anasazi verso nord, incontriamo nei pressi del meridiano 108° il Parco Nazionale del Grand Teton in Wyoming, uno dei luoghi più enigmatici degli USA che purtroppo registra la misteriosa sparizione di molte persone.
Sul fondo dei suoi numerosi laghi potrebbero anche trovarsi resti e monumenti molto antichi, similmente ad es. alla piramide che secondo molti esisterebbe sotto la superficie del Rock Lake nel Wisconsin (43°04’N – 88°55’W). Quest’ultima località è molto lontana verso est rispetto al meridiano degli Anasazi e dunque non può far parte della nostra narrazione.
Ma ancora più a nord del Parco del Grand Teton, abbastanza vicino al meridiano 108, si trova poco oltre il confine, il cosiddetto “Guardiano dei calanchi” (Badlands Guardian), nello stato dell’Alberta, in Canada (50°N – 110°W).

9. Immagine sopra; Panorama del Rock Lake nel Wisconsin (USA). (Fonte Wikipedia).
Si tratta del gigantesco profilo di un pellerossa con tanto di copricapo di penne disegnato dalle brulle e aride colline della regione. È visibile solo da grande altezza, meglio ancora dal satellite, e proprio per questo è stato scoperto solo in tempi recenti (per la precisione, nel 2005 da Lynn Hickox). Per la scienza ufficiale si tratta solo dell’ennesima presa in giro di Madre Natura, poiché sarebbe il risultato casuale degli eventi geologici e atmosferici nell’arco di milioni di anni. Altri studiosi invece, analizzando l’ambiente naturale della regione circostante ritengono possa rivelarsi di origine artificiale, una colossale opera d’ingegneria realizzata in chissà quale epoca remota, e con chissà quali mezzi tecnologici.

10. Immagine sopra; Il cosiddetto “Guardiano dei calanchi” (Badlands Guardian), nello stato dell’Alberta, in Canada.
Del resto non sarebbe un esempio unico e isolato, poiché negli USA si conoscono diversi altri tipi di “Effigy Mounds”, come dagli archeologi vengono definiti i terrapieni artificiali che riproducono esseri viventi. Uno dei più famosi è il Serpent Mound in Ohio, una struttura sinuosa di terra battuta lunga all’incirca 400 m. che riproduce un serpente con 7 anse. Studi realizzati dagli archeoastronomi hanno scientificamente appurato che questa formazione artificiale è allineata sia coi punti cardinali, sia col tramonto del solstizio d’estate, sia pure con le posizioni astronomiche principali della luna (stazioni lunari maggiori nord e sud). Che io sappia non sono stati ancora realizzati studi seri sugli eventuali allineamenti astronomici che potrebbe presentare il Guardiano dei calanchi. Ma poiché il suo profilo è perfettamente rivolto ad ovest e la penna più alta sulla sua testa è orientata precisamente a nord, oggi o domani qualche archeoastronomo senza pregiudizi potrebbe anche essere incoraggiato a dedicargli tempo e osservazioni.

11. Immagine sopra; il Great Serpent Mound in Ohio (USA). (Archvio www.IlPuntosulMistero.it)
In questo nostro viaggio sicuramente sono state tralasciate molte altre località dense di storia, religiosità e misteri anch’esse lungo o nei pressi dei due meridiani. Ma il nostro romanzo o sceneggiatura (quanto frutto d’immaginazione?) deve naturalmente avere una conclusione. Quanto riportato nella trama che fin qui abbiamo esposto sembra tuttavia sufficientemente avvincente e dunque possiamo tranquillamente mettere la parola fine. Altre non meno interessanti osservazioni – o casuali coincidenze… – potrebbero divenire materia di altri romanzi o film altrettanto suggestivi. Alla prossima dunque!
(Ignazio Burgio)
- Se non altrimenti specificato, le immagini sono state fornite dall’autore.
Fonti.
www.colorado.edu (Il sito web dell’Università del Colorado, fra i più aggiornati e completi su Chaco Canyon e sulle discussioni accademiche americane relative agli Anasazi).
Aztec Ruins National Monuments, in: www.nps.gov/azru
Giulio Magli, Misteri e scoperte dell’archeoastronomia, Newton Compton (da p. 148 sugli Anasazi; da p. 135, su Serpent Mound).
Rongorongo and the Indus script, in: Academia.edu
Dwarka: India’s submerged ancient city, in:
www.bbc.com/travel/article/20220113-dwarka-indias-submerged-ancient-city







