Crucifige! I misteri del Cristo onocefalo e della crocifissione; di Roberto Volterri

Crucifige!

I misteri del Cristo onocefalo e della crocifissione

di Roberto Volterri

“…En graphium rapit, en paries inscribitur asper.

Crux oritur duplici de muri vulnere: corpus

humanum cubitis suffigitur in cruce late

explicitis, transversa pedes at linea fulcit.

Tum fixi est hominis cervix asinina caputque

auritu…Tunc tristi nube solutus

scribit ΑΛΕΞΑΜΕΝΟC CΕΒΕΤΕ ΘΕΟΝ, et sibi plaudit…”

… ebbe a scrivere anche Giovanni Pascoli in un suo componimento poetico in lingua latina del 1903 – il ‘Paedagogium’ – ricordando, in una sua personalissima e suggestiva ‘finzione letteraria’, un episodio verosimilmente avvenuto nella Roma del III secolo, sul Palatino.

IL PALAZZO IMPERIALE SUL COLLE PALATINO :: Visite-guidate-roma

1. Roma, il Palazzo Imperiale sul colle Palatino.

L’ispirazione del poeta si fonda infatti sulla scoperta – avvenuta nel 1857 – in una cella del Palazzo Imperiale, di un curioso graffito rappresentante un uomo crocifisso (…corpus humanum… suffigitur in cruce…) ma ‘onocefalo ’, cioè con la testa e orecchie d’asino (…cervix asinina caputque auritu…).

Sotto l’immagine ‘blasfema’ fu maldestramente graffita una scritta in un greco sgrammaticato : ”ΑΛΕΞΑΜΕΝΟϹ ϹΕΒΕΤΕ ΘΕΟΝ” cioè ‘Alessameno adora il suo Dio’.

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2. Lo strano graffito con un crocifisso onocefalo, visibile sul Palatino, a Roma.

Le celle del Palazzo Imperiale venivano effettivamente adibite ad ospitare giovani figli di re stranieri, condotti come ostaggi a Roma e lì ‘educati’ secondo i costumi e i canoni culturali locali, comprendenti lo studio della lingua latina e delle tradizioni romane.

Il Pascoli immagina che uno di questi giovani principi, cui da il nome di Careio, si rivolga ad un coetaneo, greco – appunto tale Alessameno – invitandolo a partecipare ad un gioco, ricevendone però un rifiuto. Il diverbio tra i due sfocia in un’accesa lite e nella reclusione, in celle attigue, dei due esagitati studenti.

A tal punto – immagina ancora il poeta di San Mauro di Romagna – Careio, offeso, disperato e arrabbiato incide sull’intonaco della cella, per dileggio e compiacendosi del gesto (…tunc scribit…. et sibi plaudit…), nella lingua dell’antagonista, la frase che sopra ho riportato e l’incerto, ‘blasfemo’ disegno. Non ha importanza – almeno in questa sede – l’edificante ma tragico sviluppo della vicenda immaginata dal Pascoli: ciò che qui ci interessa esaminare sono gli aspetti meno noti del supplizio della Crocifissione, le modalità con cui essa veniva praticata e – per rimanere nell’ambito dell’episodio, più o meno reale, fin qui descritto – cercare di capire il probabile motivo di una così inconsueta raffigurazione.

Nella nostra continua ricerca di significati ‘alternativi, a volte ‘eretici’ – sicuramente sempre ‘di confine’ – degli episodi che la Storia e la ricerca archeologica ci tramandano, partiamo proprio da quest’ultimo punto.

Siamo certi che il disegno del crocifisso onocefalo sia veramente ‘blasfemo’?

E poi, perché proprio l’asino?

Come ha già ben messo in evidenza il medievalista Franco Cardini, l’asino, insieme all’onagro, la varietà ‘selvaggia’ ha avuto da sempre – in ambito religioso – una duplice valenza: animale sacro a Seth, quindi consacrato a divinità ‘negative’ e ctonie, ricordato da Plutarco nel ‘De Osiride et Iside’ e inteso come ‘stella del crepuscolo’, contrapposto però all’asino ‘sacro’ – con valenza ‘positiva’ – tipica cavalcatura dei veterotestamentari Profeti e del Cristo quando entra in Gerusalemme,

Tra gli Ittiti, le sue lunghe orecchie erano addirittura simbolo di regalità e saggezza, poiché collegate alla ‘sacralità’ dell’organo dell’udito quale sede del ‘Brahman’ – dalla radice sanscrita brh (‘effondersi’), con il significato di ‘forza magica’ manifestantesi nelle parole liturgiche e rituali – oltre che ‘via di comunicazione’ con il Trascendente!

Nel più antico dei Veda, quello redatto tra il XII e l’VIII secolo a.C., quello scritto in un sanscrito arcaico, il Rigveda, gli Ashvin, divinità gemelle figli della divinità solare Surya e signori dell’Aurora – quindi omologhi dei Dioscuri greci e dei Castores latini – viaggiano inoltre su un carro trainato da asini, mentre in particolare nel mondo greco l’asino è proprio la cavalcatura di Sileno – vecchio satiro, spesso in preda all’ebbrezza alcolica – il precettore di Dioniso, dio del vino e della viticoltura.

L’etnomusicologo Marius Schneider nei suo studi di antropologia della musica ha spesso accostato il suono del tamburo al raglio dell’asino, intendendolo quasi come un disperato appello alle forze rigeneratrici del Cosmo intero e paragonandolo addirittura – senza alcuna intenzione ‘blasfema’, ovviamente! – all’altissimo grido del Cristo nel momento culminante della sua agonia sulla croce!

Non possiamo non ricordare, poi, come l’asino sia stato sia la cavalcatura di Maria

durante la fuga in Egitto, sia la ‘regale’ cavalcatura del Cristo – come già detto – nel suo ingresso in Gerusalemme, come era stato predetto dal Profeta Zaccaria

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3. “… e cavalca un asino…”

“… Ecco il tuo stesso re viene a te. Egli è giusto, sì, salvato;

umile, e cavalca un asino, sì un animale fatto figlio di un’asina…”

(Zaccaria, IX, 9)

e come – adempiendo le ‘profezie’ – l’evento si verificò effettivamente poichè…

“…quando si avvicinarono a Gerusalemme e arrivarono a Betfage

sul Monte degli Ulivi, allora Gesù mandò due discepoli, dicendo loro:

‘Andate nel villaggio che vi sta di fronte, e subito troverete

un’asina legata,e con essa un puledro; scioglieteli e conduceteli a me…”

(Matteo, XXI, 2)

episodio questo interpretato – dai Padri della Chiesa – come trionfo delle forze del Bene – il Cristo – su quelle del Male – l’asino – come animale sacro a Seth e a tutte le divinità ctonie.

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4. “… e subito troverete un’asina legata, e con essa un puledro; scioglieteli e conduceteli a me…”

Infine, un’altra curiosa interpretazione dell’asino con una duplice, ambigua valenza, l’abbiamo addirittura nella classica raffigurazione del Presepe: il Bue simboleggerebbe il ‘Popolo eletto’, in quanto ‘ruminante’ e dotato di ‘unghia bifida’, quindi ‘puro’ secondo le ‘prescrizioni’ ebraiche, mentre l’Asino rappresenterebbe i ‘Pagani’, in quanto non ‘ruminante’, non dotato di ‘unghia bifida’ e quindi ‘impuro’.

Gesto veramente ‘blasfemo’, dunque, quello del giovane Careio – qualunque sia stato il vero nome dell’irato ‘artista’ – mentre incideva, con tratto incerto, l’intonaco della cella del Palazzo Imperiale?

Reale intenzione di offendere, così, l’ipotetico amico Alessamenos, che presumiamo cristiano?

Oppure possiamo interpretare il Crocifisso Onocefalo del Palatino – graffito agli inizi del III secolo, quando, soprattutto presso i pagani, regnava sovrana la confusione tra l’essere cristiano e l’essere ebreo – come ‘scolastico’ ricordo, ad esempio, della ‘Storia dell’Egitto’, scritta dal grammatico Arpione, in cui si descrive l’episodio che vede Antioco Epifane conquistare nel II secolo a.C. Gerusalemme e, entrato nel Tempio, trovarvi… una testa d’asino oggetto di venerazione?

O, ancora, possiamo interpretare l’episodio del Palatino come frutto dell’influenza esercitata da un episodio narrato da uno dei maggiori Padri della Chiesa, Tertulliano, in base al quale a Cartagine un personaggio, forse un’apostata, aveva raffigurato il ‘Dio dei cristiani ’ come un essere antropomorfo ma onocefalo, con orecchie e zoccoli asinini, definendolo onokoetés, cioè ‘figlio d’un asino’?

Ipotesi eccessivamente ‘eretiche’, ai limiti – queste sì – del ‘blasfemo’?

Ipotesi che, quasi, rivalutano l’anonimo autore – il ‘pascoliano’ Careio – e il soggetto del curioso graffito ‘onocefalo’, osservandolo in un’ottica non ‘negativa’, non ‘blasfema’ ma, forse, eccessivamente mèmore di più antiche e ancora non del tutto conosciute tradizioni?

Può darsi: l’importante è affrontare ogni aspetto della ricerca senza pregiudizi nè d’ordine religioso nè – tantomeno – d’ordine ‘scientifico’, storico in particolare, considerando in un’ottica diversa l’umile asino , l’umile onagro, il rex unius diei – il ‘re di un solo giorno’ – che nel medioevo veniva abbigliato da re e da vescovo e poi – come il Cristobastonato e scorticato, quasi una sorta di atipico capro espiatorio.

Quindi proseguiamo nel nostro breve excursus nello studio di uno dei più atroci supplizi inflitti dall’homo hominis lupus, da uomini ad altri uomini: la Crocifissione.

Immissa, Commissa, Decussata ? Quale Croce, però?

Nell’iconografia cristiana, nella raffigurazione della Via Crucis siamo infatti abituati a vedere il Cristo portare sulle spalle, tra infiniti affanni, la ‘tradizionale’ croce: la Crux Immissa, quella, cioè, costituita da un palo ‘orizzontale’ più corto – il patibulum – ‘incrociato’, appunto, ad un palo – quello ‘verticale’ – più lungo, lo stipes.

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5. Contrariamente a ciò che di solito l’iconografia cristiana documenta, Gesù portava sulle spalle solo il patibulum poichè lo stipes era già sul Golgota.

Quanto è vicino, tutto ciò, alla realtà storica?

Ben poco, se ci atteniamo a ciò che sappiamo sulle crudeli torture in uso anche in Terra Santa venti secoli or sono. Vediamo – in un brevissimo excursus nell’ambito del tema trattato in queste pagine – come la fantasia dell’uomo si sia crudelmente sbizzarrita nell’inventare ‘strumenti’ atti a dare, lentamente, tra atroci sofferenze, la morte ad altri uomini.

In poca romana esistevano almeno tre principali tipi di croci: la Crux commissa, a forma di T, la Crux decussata, a forma di X, più nota come ‘Croce di S.Andrea’ e infine la Crux immissa, in cui lo stipes, il palo verticale, si prolungava al di sopra del patibulum, del palo orizzontale.

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6. La croce di Sant’Andrea, uno dei tre tipi di croce usati all’epoca.

Il Cristo fu quasi certamente crocifisso su quest’ultimo tipo, verosimilmente sulla ‘Crux sublimis ’, più alta e riservata ai condannati che si voleva fossero visti da tutti, anche poichè…

“… al di sopra della sua testa possero la scritta dell’accusa

contro di lui: ‘ Questo è Gesù, il re dei Giudei’…”

(Matteo, XXVII, 37)

… cioè il titulus ‘INRI’ in latino, ebraico e, forse, greco, mentre possiamo immaginare i due ‘ladroni’ immolati ciascuno su una ‘Crux humilis’, realizzata con uno stipes più basso.

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7. Forse il Cristo fu crocifisso su una Crux sublimis e affiancato dai due ‘ladroni’ , ciascuno su una Crux humilis.

Una delle prime raffigurazioni della croce sembra possa farsi risalire a quella scoperta dal grande archeologo Amedeo Maiuri, nel 1937, ad Ercolano. E’ ovviamente anteriore al 79 d.C. – anno della distruzione della città a seguito dell’eruzione del Vesuvio – e raffigura anche un semplice inginocchiatoio, elemento questo in contrasto con la tesi che vedrebbe la ‘croce’ considerata in un ottica ‘negativa’, almeno fino alla metà del V secolo quando l’imperatore Teodosio il Grande abolì del tutto l’odiosa pena e il suo simbolo assunse un significato diverso, più caro ai cristiani.

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8. La ‘croce di Ercolano’, una delle prime raffigurazioni di questo strumento di tortura e di morte.

A parte la ‘croce di Ercolano’ e la cosiddetta ‘epigrafe di Rufina’ datata al II secolo, in cui la croce appare quasi camuffata nella ‘T’ – simbolo della ‘Tau’ e della Crux decussata – di alcuni nomi di cristiani, la prima vera iconografia della crocifissione

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9. L’epigrafe di Rufina, del II secolo d.C.

del Cristo la troviamo infatti su un pannello del portale della chiesa di S.Sabina a Roma, databile all’anno 432. Vi appare un Cristo, affiancato dai due ‘ladroni’, con le braccia aperte, nella tipica posizione dell’orante.

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10. Particolare del portale della chiesa di santa Sabina (Roma)

Ovviamente l’iconografia della Crocifissione si sviluppò a seconda delle epoche e degli influssi artistici prevalenti, assumendo anche connotazioni del tutto ‘simboliche’ e senza alcun diretto riferimento allo ‘strumento’ usato sul Golgota.

La troviamo così ‘sostituita’ dall’ancora, soprattutto tra II e IV secolo, e dall’albero della vita, ancora in epoca paleocristiana e alto-medievale, come nelle decorazioni del catino absidale della Basilica superiore di S.Clemente, a Roma, realizzate nel XII secolo ma su un modello risalente al IV secolo.

Ma era veramente una ‘croce’ lo strumento di tortura e di morte sul quale fu sacrificato il Cristo?

I ‘Testimoni di Geova’, ad esempio, sostengono che non si trattava di una vera e propria croce, cioè di due distinte parti – lo stipes e il patibulum – unite tra loro per sostenere il corpo e le braccia del condannato all’atroce supplizio. Essi sostengono – citando alcuni passi del Vangelo – che lo ‘strumento’ era costituito da un solo elemento: il palo.

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11. “…Presso il palo di tortura di Gesù…

“…Presso il palo di tortura di Gesù stavano comunque

sua madre e la sorella di sua madre…”

(Giovanni, IXX, 25)

Da cosa può nascere questa ipotesi?

Oltre che dal citato passo evangelico, anche dalla possibilità di un’errata traduzione dei due termini greci stauròs e xylòn, cioè palo e legno, senza alcun riferimento ad una croce vera e propria.

Anche un umanista di fede cattolica vissuto nel XVI secolo, Giusto Lipsio (1547 -1606), scrisse un’opera intitolata ‘De cruce libri tres’, pubblicata ad Anversa nel 1629, in cui ‘dimostrava’ che le parole del Cristo…

“…Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sè stesso,

prenda il suo palo di tortura e mi segua di continuo…”

( Matteo, XVI, 24)

… dovrebbero essere interpretate letteralmente.

Sterili congetture prive di alcun valore?

Dissertazioni ‘accademiche’ che nulla aggiungono e nulla tolgono al reale valore dell’Uomo nato, vissuto e morto in una Palestina ben diversa da quella attuale?

La mia – ma suppongo anche quella di qualcuno tra i lettori di questo libro – vuole essere unicamente una ricerca di carattere storico-archeologico – in questo caso non ‘sul campo’ – volta unicamente a inquadrare con maggior chiarezza, con maggior obiettività un periodo storico che ha innegabilmente influito – nel ‘bene’ e nel ‘male’ – su tutta la cultura occidentale degli ultimi venti secoli. Una ricerca, quindi, senza alcuna ‘risvolto’ di carattere ‘dottrinale’, ‘religioso’.

E, per concludere questo nostro excursus tra le crocifissioni ‘tradizionali’ e ‘altre’, tra le crocifissioni “… scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani…” (Prima lettera di Paolo apostolo ai Corinzi, I, 23), rechiamoci a Gerusalemme, nella Valle del Cedron.

Qui, nel 1941, alcuni archeologi – nella lunga vallata tra le alture ad est di Gerusalemme, nella Valle di Giòsafat – aprono una tomba contenente undici ossari, molti dei quali con precise iscrizioni riportanti sia il nome del defunto sia la sua origine.

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12. L’ossario attribuito ad Alessandro di Cirene, figlio di Simone il ‘Cireneo’ citato nei Vangeli.

Tra i vari Filisco e Taliarco – nomi tipici dei Giudei che vivevano nel nord Africa e riscontrati pure nelle iscrizioni delle colonie giudaiche di Egitto e Libia – un nome in particolare attira la loro attenzione ‘Alessandro figlio di Simone, scritto in greco.

Ma soprattutto la rozza scritta in ebraico ‘Alessandro di Cirene’, incisa sul coperchio appare loro significativa e li induce – e induce noi – a suggestive riflessioni.

Alessandro figlio di Simone ? Alessandro di Cirene?

Ma, allora, è probabile che quelle povere ossa siano appartenute al figlio del personaggio nominato nel ‘Vangelo’ di Marco, poichè i soldati romani, si sa…

“… costrinsero un passante, un certo Simone di Cirene, che veniva

dai campi, il padre di Alessandro e Rufo, a prestare servizio, sollevando

il suo palo di tortura… [la croce.N.d.A.]”

(Marco, XV, 21)

croc cirene

13. “… costrinsero un passante, un certo Simone di Cirene…”

Coincidenza? Pura casualità?

La stessa ‘coincidenza’, la stessa ‘casualità’ che nel 1980 fece sostenere all’archeologo israeliano Yossi Gat di avere rinvenuto nientemeno che la… tomba del Cristo poichè a Gerusalemme erano stati rinvenuti sei ossari, nella zona di Talpiot, nel quartiere sud della città, su uno dei quali c’era l’iscrizione ‘Gesù figlio di Giuseppe’ ?

Può darsi, ma non è da escludere che almeno quel ritrovamento archeologico avvenuto sessanta anni fa ci abbia messo ‘in contatto’ con i mortali resti di quell’Alessandro di Cirene, figlio di quel Simone di Cirene che, forse veramente costretto, ma anche mosso a pietà per quell’Uomo – già straziato dalle fustigazioni, che trascinava a stento sulle spalle, tra insulti e inenarrabili torture, un pesante patibulum – portò lui stesso la ‘Croce’, aiutandolo nel suo ultimo, terreno viaggio verso quella bassa collina appena fuori Gerusalemme, tra le mura della città e le due vallate del Cedron e dell’Hinnon, verso la ‘collina del teschio’, verso l’odioso Golgota.

(Roberto Volterri)

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