IL BRIGANTE DI ANAGNI
E ALTRE STORIE…
“…finchè l’acqua resterà nelle sorgenti e le capre sulle rocce…”
di Guglielmo Viti
Pietro Zappasodi, autore di una monumentale e completa storia di Anagni, racconta le avventure anagnine del brigante Giuseppe Decesaris che nel 1818 imperversava nelle campagne di Anagni. Il racconto di Zappasodi, però non è completo, la storia di questo brigante è interessante e, credo, valga la pena di essere raccontata per intero.

- Immagine sopra; Giuseppe Decesaris
Giuseppe Decesaris nasce a Prossedi nel 1789 e nel 1814, a 25 anni, era già sposato e padre di un ragazzo.

2. Immagine sopra; Il castello di Prossedi, oggi in provincia di Latina (Foto G. Pavat).
Conduceva una vita tranquilla ma il giorno della festa di Ognissanti, quando tutti gli abitanti del paese si ritrovavano in piazza, accadde un fatto grave che segnò per sempre la vita di Decesaris, un tipo di evento che caratterizza la nascita di quasi tutti i briganti. Mentre il nostro si trova in piazza insieme ad altri giovani viene notato dal capo degli sbirri, un certo Vincenzo Rita nato a Giuliano di Roma (oggi in provincia di Frosinone). Questo sbirro era stato in precedenza anche brigante ed era stato amnistiato proprio nel 1814. Purtroppo, però, non aveva perso il suo carattere violento e prepotente e, approfittando della sua autorità, aveva vietato ai giovani di portare i capelli lunghi ed i nastri al cappello, simbolo dei briganti che, giovani anche loro, avevano adottato la moda allora in voga. Vincenzo Rita, accompagnato da un gruppo di sbirri, quindi, incontrando il giovane Decesaris, che aveva naturalmente data la giovane età, una folta e lunga capigliatura riccioluta, lo avvicina e gli strappa una ciocca di capelli procurando un forte dolore e gli ordina di tornare a casa. Il giovane Giuseppe, però, non accetta questo sopruso e, tornato a casa si arma di un grosso fucile quello chiamato “trombone” e, caricato con palle “tagliate” e, forse, palle di cera, va incontro al nemico. Al tramonto non appena il Rita si appresta a rientrare in caserma lo colpisce in pieno e, addirittura, il cadavere prende fuoco, forse per la cera, e finiscono così i soprusi del capo degli sbirri ed inizia la storia del brigante Decesaris che scappa e si rifugia presso il già famoso brigante Gasparoni.

3-4. Immagini sopra e sotto; In alto; Giuseppe Decesaris. In basso; il brigante Gasparoni.

Chi era Gasparoni?
Riporto la descrizione che ne fa un ufficiale di stato maggiore francese a Roma che tradusse la biografia scritta in francese da Pietro Masi, suo compagno alla macchia e in prigione. Le “Memorie di Gasparoni”, titolo in francese “Memoires de Gasbaroni”, erano state scritte in francese “maccheronico” per i turisti di oltralpe che andavano in prigione a trovare il celebre brigante.
Ma torniamo alla visita di questo ufficiale, di cui ignoriamo il nome, che proprio per aiutarlo nella traduzione e nell’attendibilità dei fatti narrati, va a trovare Gasparoni e Masi nel carcere di Civitavecchia.
“Era là, fieramente in piedi, davanti al suo giaciglio, in attesa della nostra visita, vestito della tuta grossolana del prigioniero, ma col suo cappello di brigante, il solo segno che gli rimanga dell’antico mestiere! Alto di statura, membra vigorose, una fisionomia energica e calma, occhi sempre pieni di fuoco, barba bianca ma folta: ecco, dicevo, il tipo classico e perfetto del capobrigante!.”
In questo giorno Gasparoni ha settantaquattro anni, ne ha passati quaranta in carcere ma “ non hanno potuto modificare in lui il carattere e i sentimenti propri del brigante: intelligenza vivace ma incolta, spirito avventuroso e indipendente, cuore di bronzo, natura flessibile e rude come le rocce fra le quali si era formata”.
Importante per capire la natura stessa più profonda delle origini e trasformazioni del brigantaggio è la considerazione che Gasparoni stesso fa:
“Ci sono sempre briganti sulle nostre montagne, lo so benissimo, e ce ne saranno sempre finchè l’acqua resterà nelle sorgenti e le capre sulle rocce. Ma che briganti degeneri! Ai miei tempi il brigantaggio fioriva in tutto il suo splendore e in tutta la sua purezza! Si esercitava per vocazione e per amore del mestiere, senza immischiarvi alcuna considerazione estranea; non si poteva esservi ammessi senza le più dure prove e senza aver rinunciato a qualsiasi speranza di uscirne. Che cosa importavano allora al brigante le forme, le istituzioni e il governo di una società con cui aveva impegnato una lotta mortale e implacabile? Oggi ci si sposta troppo dai principi classici. Sfruttato al servigio di altre cause, sviato dal suo scopo puro e semplice, il brigantaggio si è imbastardito alleandosi alla politica…Le bande di Andreozzi e quelle di Fuoco, sebbene siano più numerose, non uguaglieranno mai le gesta di quella di Gasperoni.”
La storia dimostrò quanto Antonio Gasparoni avesse ragione e come, dopo il 1860, i Borboni finanziarono e assoldarono briganti come Domenico Fuoco o Francesco Guerra con la sua celebre moglie Michelina De Cesare, per combattere contro gli occupanti piemontesi.

5. Immagine sopra; la foto del cadavere del brigante Fuoco esposto al pubblico.

6-7. Immagini sopra e sotto; In alto; Francesco Guerra. In basso sua moglie Michelina De Cesare

Gasparoni era nato a Sonnino nel 1793 e cresce in una famiglia dove già il fratello, soldato di leva per non andare a combattere si era unito ai briganti. Gasparoni diventa brigante per un torto subito. Abbiamo rilevato già come ciò sia il motivo della trasformazione in brigante, infatti, innamoratosi di una ragazza, Michelina Rinaldi, aveva prima ottenuto il permesso del padre di frequentarla ma, poi, a causa della fama del fratello di lui, ritirata. Anche il fratello di lei minacciò di morte Gasparoni se non avesse abbandonato l’idea di frequentare l’innamorata ed allora, per tutta risposta, il nostro con un pugnale uccide il giovanotto proprio sotto le finestre dell’amata.
8. Immagine sopra; Sonnino (LT). Patria del brigante Gasparoni. La “Torre degli Antonellu”, ciò che rimane dell’antico castello (Foto G. Pavat).
“Tale fu il primo delitto di Antonio Gasparoni e tutti gli altri non saranno che conseguenze.”.
Mi sono dilungato sulla figura del brigante Gasparoni per far entrare il lettore nel profondo del clima in cui si forma e si sviluppa il fenomeno del briganteggio, di come nel tempo cambia “pelle” e di come possiamo leggere la storia di Decesaris che fu strettissimo compagno e collaboratore di Gasparoni. Soffermiamoci anche su quella che era la “divisa” dei briganti, “Portavano un cappello a cono, alto, con le tese strette, cinto da nastri multicolori, ma senza alcuna intenzione di farne un simbolo repubblicano. Giacca, gilet e pantaloni di velluto blu in tutte le stagioni. Il gilet è un po’ più corto della giacca, con cinque file di bottoni d’argento, quella in mezzo per chiudere, le altre per puro ornamento. Il pantalone fino al collo del piede, la giacca del capobanda interamente bordata di galloni d’argento. Invece le scarpe, le ciocie, specie di calzature simili a quelle degli spagnuoli e a quelle che i pittori mettono a San Michele Arcangelo. Nastri di canapa assicuravano la calzatura alla gamba. Ogni brigante portava orecchini d’oro e anelli alle dita. I capelli lunghi come quelli delle donne, erano divisi da un orecchio all’altro da una riga che passava in cima alla testa; tutta la parte posteriore formava una sola treccia legata da nastri.; la parte anteriore era divisa in altre due, ciascuna girava intorno all’orecchio e inquadrava la guancia ricadendo in onde sul petto. Con questi capelli lunghi e ricciuti , posso assicurare che qualche brigante imberbe aveva un viso più bello di quello della più graziosa delle ragazze. Quasi tutti gli anziani portavano in una tasca del gilet un orologio con un cordone di seta. L’orologio del capo era d’oro, a ripetizione, con una bella catena d’argento.”.
Una divisa vera e propria visto anche che il nome briganti deriva da brigata.

9-10. Immagini sopra e sotto; In alto; Briganti. In basso; la famiglia del giovane Decesaris.

Il carattere, però, del giovane Decesaris lo portava ad avere nostalgia della sua casa, della sua famiglia e all’inizio seguiva le attività della banda solo per necessità senza alcun coinvolgimento restando con l’anima legato alla famiglia.
Tanto rimpiangeva la sua casa che alla prima amnistia che gli si presentò, confidando sulle promesse delle autorità per una condanna al massimo di dieci anni, si arrese e si consegnò. Immaginate la delusione e la rabbia di Giuseppe quando arrivò la condanna a trent’anni da passare nel carcere di Civitavecchia, “lui che aveva un amore solo, quello della sua famiglia; lui, infine, che soltanto l’orrore e il disgusto per il delitto avevano spinto a deporre le armi!”.
Fece una solenne promessa: evadere appena possibile e non accettare mai più qualunque tipo di amnistia. Con il pensiero fisso a cercare di uscire dal carcere di Civitavecchia cercò subito di evadere ma scoperto fu duramente bastonato. A seguito di questo tentativo fu spostato in una cella sicura posta al piano terra insieme ad altri detenuti fra cui un giovanotto di Anagni accusato di insubordinazione che tornerà nel nostro racconto. Questo nuovo alloggio sarà favorevole al nostro anche se si trattava di una cella al pian terreno con una sola finestra ma, per fortuna, con il pavimento in legno.
Un anno dopo la sua cattura, nel giugno del 1817, da una fessura del pavimento, in occasione di un forte vento, sentì entrare aria, e questo era un segnale molto importante. Cominciò ad indagare sull’origine di quel “soffio di vento” e la scoperta fu entusiasmante. Legata ad uno spago una moneta constatò che sotto il pavimento c’era un vuoto “ad altezza d’uomo” e, staccata una tavola ci fece entrare un suo compagno di cella che al lume di una candela seguì la galleria fino a trovare in fondo un’uscita sul porto. Immediatamente viene organizzato un piano di fuga che, grazie anche alla complicità inconsapevole di una guardia che si era ubriacata, con il vino fornito in abbondanza dal nostro Giuseppe, riesce, anche se in parte, visto che tre fuggitivi vengono scoperti e uccisi.
Decesaris ricomincia la sua attività ancora più crudele ed incattivito dalle esperienze passate e comincia subito con il rapimento di un mercante e l’ottenimento di un riscatto di quattromila scudi.

11. Immagine sopra; Briganti.
Era quasi una regola per i briganti che una volta catturato un ostaggio si chiedesse lo stesso giorno un riscatto e se non si avesse ricevuto una risposta immediata si inviava ai familiari un orecchio tagliato. Ma ora veniamo alle “avventure” di Decesaris ad Anagni.
Quel giovanotto di cui abbiamo scritto, nativo di Anagni, evaso insieme a Giuseppe, si chiamava Ambrosetti, non conosciamo il nome, fece da guida al brigante nel sequestro il 17 giugno 1818 del conte Magno Francesco Silvestri ad Anagni. Sequestrato il conte fu portato sopra Monte Pelato dove era il loro rifugio ma Ambrosetti, visto che il conte era molto grasso, per farlo camminare più svelto lo punzecchiava alla coscia con un pugnale; queste continue ferite finirono per impedire al rapito di camminare ed Ambrosetti allora lo uccise nonostante il riscatto di cinquecento scudi già pagato dalla famiglia. Altri delitti furono compiuti dal brigante in Anagni: il 28 agosto presso quello che oggi è il Collegio Principe di Piemonte catturò i canonici Mattei ed Apolloni ed alcune nobildonne fra le quali Oliva Giannuzzi, moglie del nobile Pietro Antonio Gigli. Anche questi ostaggi furono portati sul Monte Pelato, torturati, seviziati e le donne stuprate ma dopo tre giorni, evidentemente era stato pagato un congruo riscatto, furono liberati.
In una iscrizione posta nella chiesa di Sant’Andrea che ricorda la sepoltura del nobile si cita anche Oliva Giannuzzi evidenziando che fu, avendo superato evidentemente con coraggio la terribile esperienza, “spectatissima foemina” ed il matrimonio con il conte durò quarantotto anni.

12. Immagine sopra; l’iscrizione posta nella chiesa di Sant’Andrea.
13. Immagine in basso; panorama del selvaggio Lazio meridionale.

Accanto a queste storie di nobili e coraggiosi anagnini seguiamo la fine di Ambrosetti. “La sua professione di artigiano non gli permetteva di sopportare le lunghe fatiche del mestiere di brigante di montagna”. Ricordo che i briganti si spostavano di notte nei boschi, continuamente braccati, con qualunque tempo e sempre con il timore di essere traditi da chi li ospitava.
Si rifugiavano sovente in grotte o nei capanni dei pastori e dovevano dipendere da amici o parenti per avere cibo, vestiti, e il minimo necessario per sopravvivere. Ecco l’elenco degli oggetti rubati da Domenico Fuoco nell’aprile del 1866, per cui fu condannato in contumacia dalla sezione d’accusa del Tribunale dell’Aquila:”…di grassazione per aver nel pomeriggio del giorno 5 aprile 1866 in territorio di Opi, in compagnia di molti altri malfattori armati (80 NDR) , depredato una quantità di pane, ventuno polli, diciassette capretti, ed altri oggetti, in danno del sig. Giuseppe Rossi…”
Interessante è anche l’elenco dei beni che Domenico Fuoco richiede come riscatto:
”Signor D:Giuseppe mi mandate pano e vino per 80 persone si non volete che ci mangiamo le vacce e mi mandate il canocciale (canocchiale) si lavete in casa e 10 mazzo di sicari e 10 paccotti di tabaco e 4 prisuto e 4 pezze di formagio e 4 paio di cajcavalo, Capo Banta Domenico Fuoco”.

14. Immagine sopra; la richiesta di riscatto del brigante Domenico Fuoco
Ambrosetti, quindi, stanco di quella vita decide di nascondersi a Roma a casa di una sua sorella maritata. A Porta San Giovanni viene, però, arrestato e fucilato poi a Piazza del Popolo. Curioso l’episodio che narra come Decesaris avesse messo in guardia Ambrosetti infatti quest’ultimo per convincere il compagno a seguirlo a Roma lo allettava con l’idea che in città sarebbero stati sicuri e sarebbero potuti andare anche a teatro. Giuseppe rispose che se andava a Roma il teatro l’avrebbero visto gli altri a Piazza del Popolo, e così fu. Il 14 agosto 1819 l’intera famiglia di Decesaris venne trucidata dagli sbirri al comando di Pietro Avarini.
Fu lo stesso Avarini che con le proprie mani sgozzò la moglie di Decesaris, in cinta di otto mesi, ed il figlio. Furono uccisi anche il padre e tutti i suoi parenti. Avarini fu arrestato, condannato al carcere a vita ma dopo due anni fu liberato e reintegrato nel grado e nelle funzioni. La disperazione e la rabbia di Decesaris fu immensa, diede fuoco a tutti i suoi beni compresa una stalla con i bufali dentro. “Durante i mesi che seguirono, Decesaris e Vittori (compagno di Decesaris) non lasciarono passar giorno senza ammazzare qualche disgraziato.

15. Immagine sopra; i briganti assassini Decesari e Vittori.
Sceglievano le vittime tra gli abitanti di Prossedi, come per punirli di non aver impedito il massacro delle loro famiglie.”. Un giorno vede passare a cavallo uno degli assassini della sua famiglia, lo uccide con un colpo di fucile e, caduto in terra, gli strappa il cuore con un pugnale “e lo mangia crudo! Ecco perché si diceva di Decesaris che “divorava la carne cruda”.

16. Immagine sopra; il brigante Decesari intento ad un vero e proprio atto di cannibalismo.
Uno strano episodio tradisce l’infallibilità del nostro brigante allorquando decide di rapire il cardinale arcivescovo Fesh, zio di Napoleone III. Invece del cardinale, però rapisce un pittore (foto9) che, casualmente si trovava nel salone della dimora del prelato, comunque lo porta in montagna e riesce ad ottenere cinquecento scudi di riscatto.

17. Immagine sopra; Giuseppe Decesaris con il pittore rapito per uno scambio di persona.
Ma la fine per Giuseppe Decesaris è arrivata, sta a Prossedi e inseguito dagli sbirri si rifugia in montagna in un luogo che ritiene sicuro, ma uno sbirro di nome Ciaffotto conosce bene quei luoghi e sa dove trovare il brigante; si apposta, Decesaris cammina tranquillo e, quando è a tiro, lo sparo e “Decesaris casca rovescio morto stecchito” aveva 31 anni.
“Tale fu la fine del terribile Decesaris! Prima della sua condanna a trent’anni di galera non era un uomo sanguinario e neppure perverso. Ma la sua evasione ed il massacro dei parenti lo avevano reso una tigre.”
Era abitudine dei briganti, a causa del tipo di vita che conducevano, nascondere il loro bottino in luoghi segreti a cui accedevano nel tempo quando si sentivano sicuri. Tante sono le leggende legate a questi nascondigli ed una è legata anche alla grotta di Monte Pelato ad Anagni. Si raccontava che essendo dovuto scappare precipitosamente da Anagni il nostro brigante avesse lasciato gran parte dei proventi dei riscatti in un nascondiglio nella grotta di Monte Pelato, certamente una leggenda visto che Decesaris “spendeva a piene mani e regalava a tutti, e si poteva dir di lui come di Gasparoni che rubava per gli altri, non per sé. Decesaris con le sue imprese aveva realizzato tesori molto più grandi di quelli degli altri briganti, ma conoscendo il suo carattere si sa che non poteva averne lasciati molti nascosti”.
Come esperienza personale posso dire che oggi l’ingresso della grotta è impedito da una frana ma dai racconti passati so che quando vi si accedeva muniti di candela si sentiva nel fondo un rumore di scorrere d’acqua e le candele si spegnevano.
Abbiamo raccontato la storia di Giuseppe Decesaris ed accennato a quella di Gasparoni, i due ultimi briganti “romantici”.

18-19. Immagini sopra e sotto; il cranio e gli abiti del brigante Gasparoni.

Oggi il cranio di Gasparoni insieme alla sua divisa, al “trombone”, al pugnale ed alla spada stanno in mostra al Museo di Torino in quella che fu la capitale dell’odiato nemico e la tomba si trova nel cimitero di Abbiategrasso. Mentre di Giuseppe Decesaris non sappiamo neanche dove fu sepolto se sepoltura ebbe.
Nota: Tutte le citazioni nel virgolettato son tratte dalle “Memorie di Gasparoni”, di Pietro Masi, tradotte da un ufficiale della S.M. della Divisione francese a Roma,1959.
(Guglielmo Viti)
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