La Storia non e andata come ci hanno sempre raccontato! Le Antiche Civiltà erano molto piu avanzate dal punto di vista scientifico! Ecco le prove…LA VERA STORIA DELLA PILA DI BAGHDAD; di Roberto Volterri.

 

Immagine di apertura; Le sette “Pile di Bagdad” collegate per avere disponibile una tensione di circa 7 Volt con una intensità di corrente sufficiente a compiere semplici esperimenti di una “Galvanostegia” che all’epoca dei parti non sapevano neppure… come si scrivesse.

 

 

LA STORIA NON È ANDATA COME CI HANNO SEMPRE RACCONTATO!

LE ANTICHE CIVILTÀ ERANO MOLTO PIU AVANZATE DAL PUNTO DI VISTA SCIENTIFICO!

ECCO LE PROVE….

 

I SEGRETI DELLA “PILA DI BAGHDAD”.

di Roberto Volterri 

 

Khuyut Rabbou’a, Baghdad, metà degli Anni ‘30…

 

Sù ragazzi, datevi da fare! Il capo della missione archeologica vuole che lo scavo di questa trincea sia completato entro questa sera… Ma…cos’è quello strano oggetto che affiora dallo scavo… sembra una piccola anfora, cosa sono quegli oggetti di rame e di  ferro al suo interno? Forse fu un “oggetto sacro”… Fermatevi, portiamolo al Museo…”.

2. La cosiddetta Pila di Bagdad che sarebbe stata rinvenuta verso la metà degli Anni Trenta nei pressi di Bagdad.

 

Forse le cose andarono così, forse un po’ diversamente, ma quel che appare certo è che nelle mani dell’ingegnere tedesco Wilhelm König, incaricato dei lavori di ristrutturazione di alcuni impianti del Museo Archeologico di Baghdad – nel 1936 o nel 1938, il dato è incerto – capitò uno strano reperto proveniente dal sito archeologico in cui tra il II secolo a.C. e il II d.C. visse il popolo dei Parti e catalogato, dai responsabili del Museo stesso, come… “oggetto di culto”.

Ma chi erano i Parti?

Sappiamo che sotto il governo dei Seleucidi, nell’antica Persia e più esattamente nella regione della Parthia si sviluppò un’etnia con peculiarità del tutto iraniche, i Parti.

Si trattava di una tribù nomade, inizialmente denominata Parni, di origine sciita accampata tra le steppe del Mar Caspio e del Mare d’Aral.

Verso la metà del III secolo a.C. i fratelli Tiridate e Arsace, capi dei Parti, invadono la Bactriana. Morto Arsace, il fratello conduce le sue genti nella Parthia, fondando – in onore del fratello ucciso – la città di Arsak.

Successori di Tiridate furono Artabano I, Mitridate I, Fraate II e, via via, fino all’anno 197 d.C. in cui Settimio Severo sottomette quelle popolazioni e Artabano V si ritira presso le zone circostanti il fiume Eufrate.

Quindi con il II secolo d.C. finisce il Regno dei Parti, popolazione costituita da una casta sacerdotale, da scribi e funzionari di Stato, da nobili e guerrieri e, naturalmente, da contadini e artigiani, tra i quali – forse – c’era qualcuno che, molto tempo prima del geniale scienziato comasco, aveva scoperto che due metalli, bagnati da una soluzione acida… producevano elettricità.

Ma torniamo all’ingegner König e al ‘nostro’ stranissimo reperto.

Dai suoi costituenti e dalla loro disposizione si potrebbe pensare che esso sia una specie di elemento galvanico o di batteria”…

…lasciò scritto König nei suoi appunti quando la sua formazione tecnica lo spinse ad intuire che la piccola anfora di forma ovoidale, alta circa quindici centimetri, impermeabilizzata all’interno con un sottile strato di bitume, avrebbe potuto essere – molti secoli prima – una vera e propria… pila elettrica.

Ciò che accese in lui l’idea della “Pila” furono due strani oggetti metallici rinvenuti all’interno della piccola anfora: un cilindro di Rame e un’asticciola di Ferro posta all’interno di quest’ultimo, ambedue ricoperti dai prodotti di corrosione accumulatisi per un lungo periodo.

König era un ingegnere – non un archeologo – e il vedere quella singolare struttura composta da un contenitore impermeabilizzato internamente e da due metalli gli fece tornare alla mente qualche reminiscenza universitaria sugli accumulatori elettrici, sulle Pile Daniell”, sulle Pile Leclanchè”, insomma sui semplici dispositivi in uso fin dall’800 per generare elettricità a basso voltaggio.

Anni dopo, copia del reperto che al momento e in mancanza di una più pertinente interpretazione era stato catalogato dall’archeologia ‘ufficiale’ come il solito, non ben definito, “oggetto di culto”, venne realizzata dall’ingegnere americano William Gray, il quale introdusse nel vaso di terracotta – come elettrolita – sia del Solfato di Rame (il “verderame” dei contadini), sia del comune aceto di vino come, più verosimilmente, potrebbero aver fatto quei lontanissimi precursori del nostro buon… Alessandro Volta

3. Immagine sopra; l’autore di questo articolo, anni fa, presentò le sue Sette Pile di Bagdad collegate in serie per ottenere una tensione totale di circa 6,5 Volt con una corrente erogabile sufficiente a compiere semplici esperimenti di Galvanostegia molto ante litteram, ovvero deposizione galvanica di sottili strati di un metallo su altri metalli.

 

Nel 1962 il fisico Walter Winton esaminò da vicino l’originale Pila di Bagdad e, pur essendo partito con idee preconcette – animato inizialmente da quel che di solito definisco ‘scetticismo viscerale’non ‘razionale’ quindi – dovette infine dichiarare che…

 ”…è poi del resto così inconcepibile la conoscenza pratica della corrente elettrica in quel periodo? [all’epoca dei Parti. N.d.A.] Io sono certo che l’abilità dei popoli primitivi sia largamente sottovalutata. Forse è incredibile solo per coloro che non vogliono crederlo; e l’arrogante presunzione di aver ‘scoperto’ la scienza moderna ci rende restii ad ammettere che anche i nostri antenati mesopotamici, duemila anni fa, conoscessero gli effetti della corrente elettrica…”.

D’altra parte anche l’enciclopedico gesuita Athanasius Kircher nel suo Oedypus aegyptiacus”, pubblicato nel 1562, riportò un significativo brano tratto da un antico testo indiano,,,

”…Collocare una lamiera di rame, ben pulita, in un vaso di terracotta; coprirla con sale di Rame [forse Solfato di Rame. N.d.A.]  e poi ricoprirla tutta con segatura umida, per evitare che si arresti [per evitare la ‘polarizzazione’. N.d.A.]. Porre poi un rivestimento di Mercurio amalgamato con Zinco sopra la segatura umida. Il contatto produrrà un’energia conosciuta con il doppio nome Mitra-Varuna. L’acqua si scinderà per azione di questa corrente in Pranavayu e Udanavayu [Idrogeno e Ossigeno. N.d.A.]. Si dice che una catena [collegamento in ‘serie’.N.d.A.] di cento vasi di questo tipo fornisca una forza molto attiva ed efficace”.

Sembra quasi la descrizione degli esperimenti del nostro Alessandro Volta (1800) e degli inglesi Nicholson e Carlisle sulla scomposizione dell’acqua nei suoi componenti gassosi!

 

La ‘Pila di Bagdad’ e il suo possibile funzionamento.

 

Vediamo ora, obiettivamente, se può apparire plausibile l’ipotesi ‘pila’, avanzata inizialmente da König e vediamo successivamente quali potrebbero essere state le conseguenze ‘tecnologiche’, in antico, nel caso si potesse dimostrare che la produzione di elettricità a basso voltaggio e media intensità di corrente non era del tutto impossibile venti secoli prima dell’intuizione del fisico comasco.

Quasi tutti ci siamo divertiti ai tempi della scuola a produrre modeste quantità di corrente elettrica con la classica pila al limone”.

 

4. Immagine  sopra; Con una semplicissima “Pila al limone” si può accendere al massimo un comunissimo LED. Ma con un buon numero di “Pile” si potrebbe fare qualcosa di più utile…

Se in un mezzo limone infiliamo due elettrodi costituiti da una laminetta di Zinco e una di Rame (non necessario e sostituibile da una bacchettina di grafite, una comune ‘mina’ da matita, per esempio) si ha una reazione chimica del tipo:

             Zn à Zn2+  +  2e 

 

            2H+  +  2e   à  H2

 

Cioè, si genera una differenza di potenziale tra i due elettrodi, con conseguente emissione di Idrogeno.

Poiché nella Pila di Baghdad furono trovati ‘elettrodi’ costituiti da un tubo di Rame e da un’asticciola di Ferro, la reazione, dovuta anche alla presenza di Ossigeno disciolto nel liquido utilizzato come elettrolita – nel caso sia stato utilizzato del comune aceto o del succo di agrumi – avrebbe potuto essere…

 

            Fe à  Fe2+  +  2e 

 

       O+  2H2O + 4e – à 4 OH 

 

Il già citato Gray e un altro ricercatore, lo Schwalb, ipotizzarono invece reazioni a base di Solfato di Rame (CuSO4), secondo lo schema:

 

                                                 Cu2+  +  2e   à Cu

                                                  Fe à  Fe2+  +  2e –

 

con liberazione, al solito, di cariche negative (e – ) e riduzione del Solfato a Rame metallico.

5. Immagine sopra; Roberto Volterri con alcune delle sue “Pile di Bagdad” realizzate con vasi molto “diversamente antichi”.

 

L’obiezione principale a tutte queste ipotesi fu che nella struttura del reperto di Baghdad non appaiono ‘setti porosi’ che permetterebbero un regolare procedere delle semireazioni anodiche e catodiche e la produzione continua di un flusso di elettroni da utilizzare, mediante due appositi conduttori, verso un ‘carico’ esterno.

Inoltre, secondo vari autori, la Pila si ‘polarizzerebbe’ entro breve tempo e le reazioni chimiche si arresterebbero.

Ma le cose stanno proprio così?

Ė proprio vero che la durata della Pila sarebbe minima?

E poi, siamo certi che quei lontani ‘inventori’ – lasciatemeli chiamare così – non siano ricorsi a qualche espediente per ovviare a tutti gli inconvenienti citati?

Spinto dalla solita irrefrenabile curiosità verso…ciò che “non si può fare” (secondo la Scienza ufficiale) ho tentato anch’io di realizzare una ’Pila di Baghdad’, impiegando unicamente materiali che potevano di certo essere disponibili anche venti secoli fa: una piccola anfora in terracotta, una lamina di Rame avvolta a forma di cilindro, un’asticciola di Ferro, del comune aceto.

Anzi, visto che la ‘neonata’ era riuscita più che bene, ne ho realizzate altre sei, proprio per creare un dispositivo in grado di generare una differenza di potenziale non troppo bassa, con un’intensità di corrente accettabile, per tentare un altro ‘impossibile’ esperimento: la Galvanostegìa ante litteram.

Ovvero l’argentatura, la metallizzazione in genere, della superficie di un piccolo manufatto metallico mediante l’uso della corrente elettrica che – ufficialmente – all’epoca dei Parti… non era disponibile!

 

Costruiamo… l’impossibile manufatto!

 

Vediamo, passo dopo passo, come realizzare la vostra Pila di Baghdad’, seguendo anche le foto che troverete in queste pagine.

 

1)    Comperate presso qualsiasi negozio di ‘oggetti per la casa’ un vaso di terracotta, con imboccatura abbastanza larga, almeno 7 centimetri, alto dai 15 ai 20 centimetri.

La foggia…‘mediorientale’ è vivamente consigliata per suggestivi effetti ‘coreografici’ ma non è affatto indispensabile!

L’importante è che sia internamente impermeabilizzato: versatevi dell’acqua e controllate se dopo un po’ di tempo appare dell’umidità all’esterno. Nel caso ciò si verifichi, tagliate a piccoli pezzi una comune candela di cera, versate i pezzetti all’interno del vaso e riscaldate quest’ultimo ponendolo all’interno di un grosso contenitore di acqua molto calda.

Quando la cera si scioglierà muovete il vaso in tutte le direzioni, in modo che la cera fusa possa depositarsi uniformemente sulle pareti interne del vaso stesso, impermeabilizzandolo.

Lasciate quindi raffreddare il vaso in acqua fredda.

 
6. Immagine sopra; Il tappo di sughero che chiude i contenitori delle Pile che potrete costruire facilmente seguendo queste istruzioni. Il tubo di lamierino di Rame (Anodo) contiene anche l’altro elettrodo di Ferro (catodo)

 

7. Immagine; Due sottili strisce di Rame larghe circa 2 millimetri, ci serviranno per i collegamenti Positivo (+)  e Negativo ( – ) della ‘Pila’.

 

2)    Acquistate da un qualsiasi rivenditore di materiale per edilizia e idraulica una piccola lamina di rame (un quadrato di 15 centimetri di lato) spessa tre o quattro decimi di millimetro. Le misure non sono affatto determinanti: ponetevi con lo stato d’animo dello sperimentatore di circa venti secoli fa e regolatevi di conseguenza con quel che… offre il mercato!

3)    Acquistate anche un grosso tappo di sughero (negozi di materiale per agraria o comune ferramenta) di diametro tale da chiudere perfettamente il vaso di terracotta. Procuratevi anche un’asticciola di Ferro lunga circa 15 centimetri, con un diametro di mezzo centimetro: andrà benissimo un pezzo di Ferro usato per la carpenteria nei cantieri edili o un grosso chiodo a cui taglierete sia la punta che la testa.

4) Dalla lamina di Rame tagliate due sottili strisce larghe circa 3 millimetri, che ci serviranno per i collegamenti di uscita (Anodo e Catodo) della ‘Pila’.

5)    Con un comune trapano munito di punta abbastanza grossa, praticate un foro di circa 2 centimetri, o poco più, nel tappo di sughero che chiuderà l’imboccatura del vaso.

6)    Dalla lamina di Rame tagliate un rettangolo avente dimensioni di circa 14 per 7 centimetri e avvolgetelo in modo da ottenere un cilindro con un diametro appena inferiore a quello del foro appena praticato nel grosso tappo di sughero.

7)    Procuratevi anche un comunissimo tappo di sughero (quelli… da vino vanno benissimo) al centro del quale fate un foro di diametro appena sufficiente al passaggio dell’asticciola di Ferro. Introducete nel foro tale asticciola e fissatela – badando che non tocchi la lamina di Rame – con della ceralacca fusa, in mancanza… della pece o del bitume usati in antico.

8) Introducete tale tappo nel cilindro di Rame già fissato nel tappo di sughero più grande e bloccate il tutto usando ancora ceralacca fusa. Sia alla lamina di Rame avvolta a forma di cilindro, sia all’asticciola di Ferro fissate un’estremità delle striscioline di Rame che avete già realizzato. Potrete fissarle praticando, ad esempio, un piccolo taglio nell’asticciola di Ferro e nella lamina di Rame e incastrando le striscioline… come avrebbe fatto il solito, antico sperimentatore di venti secoli fa!

Nulla vieterebbe, comunque, di usare un saldatore a stagno di adeguata potenza, dato che tracce di Piombo (forse residuo di un’antica ‘brasatura’) sono state trovate anche nell’originale ‘Pila di Baghdad ‘.

9) A questo punto la vostra ‘Pila di Baghdad’ è pronta.

Per verificarne il funzionamento, collegate un comune ‘Tester’, posizionato su 2,5 V fondo scala, o un qualsiasi voltmetro con analoga portata, alle due striscioline di Rame collegate ai due elettrodi poi collegate la striscia proveniente dall’asticciola di Ferro (Catodo) al puntale negativo del voltmetro (o Tester) e quella proveniente dal cilindro di Rame (Anodo) al terminale positivo.

Versate quindi circa mezzo litro di comunissimo aceto nell’anfora di terracotta e successivamente chiudetela con il tappo su cui  è inserito il sistema di elettrodi. Vedrete allora – forse con vostra meraviglia – che l’ago del Tester indicherà la presenza di una differenza di potenziale (tensione) di poco meno di 1 Volt.

Cercate a fondo nei vostri ricordi di Liceo e scoprirete che collegando in ‘serie’ più elementi così realizzati e collegando in parallelo più ‘serie’ così ottenute, è possibile ottenere una tensione ben maggiore  (alcuni Volt) con una corrente erogabile tale da tentare altri ben più… arditi esperimenti.

8. Immagine sopra; Roberto Volterri, qualche anno fa, nel suo laboratorio universitario con  alcune Pile di Bagdad “fai-da-te” e un Voltmetro che evidenzia il generarsi di una piccola differenza di potenziale, tensione insomma, quando si versa del comune aceto nelle Pile stesse.

 

Ma se volessimo realizzare una… (super) ’Pila di Baghdad’ potremmo procedere anche come ora vi suggerisco.

Prendete una bacinella di vetro o di terracotta (ottime quelle… da  forno!) di medie dimensioni (centimetri 20×15 circa) e appoggiate sul suo fondo una lastra di Rame a cui avrete prima saldato un filo conduttore (qualsiasi filo per collegamenti elettrici andrà bene) che costituirà l’elettrodo ‘positivo’.

Cospargete ora la lastra con 60 grammi di polvere di Solfato di Rame (quello utilizzato in campagna per scopi antiparassitari).

9. Immagine sopra; Piccolo contenitore di terracotta, un semplice lamierino di Rame e uno di Ferro o di Zinco, un po’ di aceto o altro acido debole e la “superpila” è pronta. Questo semplice esperimento dimostra come anche in antico avrebbero potuto rivestire di un sottile strato di “metalli nobili” piccoli monili, o altro, con quella che ai nostri giorni viene definita “Pila di Bagdad”.

 

Appoggiate ad ogni angolo della lastra di Rame dei piccoli spessori di legno (alti non più di un centimetro e con il lato di circa due centimetri).

Su tali spessori che fungono da ‘distanziali’ appoggiate una lastra di Ferro (meglio di Zinco) a cui avrete saldato il solito filo conduttore che costituirà l’elettrodo ‘negativo’.

Versate nella bacinella una soluzione satura di Cloruro di Ammonio (sarà satura quando il sale versato nell’acqua non si scioglierà più) in modo che le due lastre siano completamente coperte e avrete così realizzata una potente ‘Pila’ in grado di fornire una tensione di circa 1 Volt con una corrente erogabile abbastanza elevata e, quindi, adatta a tentare con successo gli esperimenti che, da chi scrive, sono stati effettuati anni fa e i cui risultati sono illustrati dalle immagini che seguono…

10-11. Immagini sopra; Due semplici esperimenti di deposizione galvanica, Galvanostegia molto ante litteram. In alto deposizione di un sottilissimo strato di Argento – la zona più chiara – su un piccolo lingotto di bronzo. In basso, deposizione di Piombo su un altro piccolo lingotto. La zona ricoperta dal Piombo è quella più scura.

12-13. Nelle due immagini sopra sono mostrati gli spettri delle Microanalisi a Dispersione di energia (EDS) ottenuti da Roberto Volterri per verificare la presenza o meno sia dell’Argento (Ag, spettro in alto) sia del Piombo (Pb, spettro in basso). Cu è il Rame (Cuprum) del lingottino di bronzo.

 

14. Immagine sopra; “Last but not least”, l’autore di questo esperimento ha voluto tentare, direi con successo, la deposizione di un sottile strato di Piombo (lamina, elettrodo, a destra) in due diverse zone di una silhouette della dea Tanit, divinità fenicia protettrice di Cartagine. Il Piombo (ma anche l’Argento in un altro esperimento) si sta lentamente depositando sulle aree immerse nella soluzione…

 

Ad maiora!

(Roberto Volterri)

– Tutte le immagini sono state fornite dall’autore.

 

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