Marco Aurelio e Anagni. ANAGNI CITTÀ UNICA di Guglielmo Viti

Marco Aurelio e Anagni.

ANAGNI CITTÀ UNICA

di Guglielmo Viti

Non tutti avvertono quella strana energia che circonda Anagni, una strana atmosfera che invitava il guerriero ernico a combattere con un piede scalzo per ricevere direttamente dal suolo quella forza necessaria per vincere.

Edizione cinquecentesca dell’opera di Tito Livio; Ab Urbe condita, iniziata nel 27 a.C., si componeva di 142 libri che narravano la storia di Roma dalle origini (nel 753 a.C.) fino alla morte di Druso (9 a.C.). (Credits Wikipedia)

Il rapporto di Anagni con il soprannaturale è sempre stato un elemento di ammirazione e stupore degli antichi verso questa città. Più volte Tito Livio elenca strani fenomeni che qui avvenivano, legati soprattutto a fulmini e a manifestazioni della natura assolutamente imprevedibili. Questa caratteristica di città sacra ha accompagnato la storia di Anagni per secoli fino ai nostri giorni con l’aver dato i natali a ben 4 Papi ed aver spinto Papa Leone XIII a modificare la destinazione d’uso del Collegio Leoniano nel 1878, da Istituto Agrario a Collegio per l’educazione dei sacerdoti perché nella nostra città “sorgesse un grandioso collegio per quei giovani dell’antica provincia di Campagna, i quali volendo prendere la carriera ecclesiastica, venissero colà istruiti e perfezionati nelle scienze superiori filosofiche e teologiche in un corso di studii settennale, onde usciti potessero combattere i moderni errori in fatto di scienza e di religione e le false teorie di una bugiarda filosofia SPIRITUALISTICA, che fondandosi sullo SPIRITISMO, sull’IPNOTISMO e sulle FORZE SUGGESTIVE della fantasia umana pretendeva scuotere la basi della morale cattolica” ( P. Zappasodi).
La stima e l’amore di Papa Leone XIII, profondo conoscitore dell’animo anagnino, si confermò allorquando chiese con insistenza di essere nominato “patrizio anagnino” per i suoi legami familiari con la città. “ E’ uno dei luoghi più solari d’Italia, eppure sembra il regno delle tenebre. Occultismo e misticismo si rincorrono senza posa. E’ un posto che mi atterrisce e mi esalta nel contempo “ (Giorgio Galli), “Un paese conosciuto esclusivamente per il celebre “schiaffo“ che Sciarra Colonna diede a Papa Bonifacio VIII il 7 settembre 1303, ma che invece nasconde un vero e proprio dedalo di misteri ed enigmi” (Gabriele La Porta).

L’imperatore Marco Aurelio (Museo del Prado) (Credits Wikipedia)

Proviamo ad andare a monte per capire e per fortuna abbiamo una descrizione di Anagni fatta dall’imperatore Marco Aurelio nel 144 d.c. quando ventitreenne durante un viaggio da Roma a Villamagna, tenuta imperiale fra Anagni e Morolo, decide di fare una deviazione e salire nella nostra città.
Il sito di Villamagna (Foto G. Pavat)
Abbiamo questa eccezionale testimonianza in diretta da parte di un visitatore totalmente degno di fede. Marco Aurelio era, come diremo oggi, un ragazzo d’oro, amava la madre, rispettava e collaborava con il padre, aveva rispetto per i suoi dipendenti con cui spesso si tratteneva, ma, soprattutto, era un appassionato studioso. Il suo maestro Marco Cornelio Frontone era un famosissimo oratore che veniva paragonato nientemeno che a Cicerone. Il rapporto fra Marco Aurelio e Frontone andava ben oltre il normale rapporto maestro-allievo, c’era da parte di entrambi un fortissimo affetto come si evince dall’epistolario che intrattenevano ed in cui il giovane allievo si confida totalmente arrivando a raccontare anche gli avvenimenti più banali e comuni della sua giornata. In una delle lettere abbiamo accennato che si racconta del viaggio di Marco Aurelio ad Anagni ma è bene, prima di riportare il testo, specificare che la profondissima cultura e il voler apparire sempre pronto a seguire i dettami del maestro, fanno si che ogni parola, ogni riferimento a luoghi specifici e ogni termine “tecnico” viene usato con attenzione ben sapendo che chi leggeva sapeva esattamente di cosa si trattava. “…“ Postquam vehiculum inscendi, postquam te salutavi, iter non adeo incomodum fecimus, sed paululum pluviae aspersi sumus. Sed priusquam ad villam venimus, Anagniam devertimus mille fere passus a via. Deinde id “oppidum anticum” vidimus; minutulum quidem sed multas res in se antiquas habet, aedes sanctasque caerimonias supra modum. Nullus angulus fuit, ubi delubrum aut fanum aut templum non sit. Praeterea multi libri lintei quod ad sacra adtinet. Deinde in porta cum eximus, ibi scriptum erat bifariam sic: FLAMEN SUME SAMENTUM. Rogavi aliquem ex popularibus quid illud verbum esset? Ait lingua hernica pelliculam de hostia quam in apicem suum Flamen cum in urbem introeat imponit.”
Salito che fui in cocchio, dopo averti salutato, non facemmo viaggio troppo incomodo, bensì ci bagnò alcun poco la pioggia. Ma prima di giungere in villa, divergemmo ad Anagni quasi un miglio dalla via. Quindi visitammo quest’antica città, piccoletta invero, ma piena di molte cose antiche e di sacri edifizi e religiosi riti. Non v’era angolo che non avesse o un santuario, o una cappella, o un tempio. V’erano anche molti libri di lino trattanti di cose sacre. Quindi all’uscir dalla porta vi vedemmo scritto d’ambedue le facce: Sacerdote imponiti il Samento (FLAMEN SUME SAMENTUM). Domandai a taluno di quella gente cosa significasse quella parola; mi disse che in lingua ernica significava un piccolo brano della pelle della vittima solito a porsi in capo al Sacerdote nell’entrare in città” (Trad. R. Ambrosi de Magistris).

Quindi Marco Aurelio inizia la sua visita ed immediatamente ci introduce nel mondo anagnino definendo la città “Oppidum anticum”, che viene tradotto con antico castello o antica rocca o antica città, in realtà questa definizione non è casuale, ribadisco la cura che ha il futuro imperatore nell’uso dei termini, ma fa riferimento ad una frase in Plauto attribuita ad Ennio, storico latino nato nel 239 a.C. e considerato il padre della letteratura latina autore della monumentale opera storica “Annales”, che Frontone amava moltissimo e che invitava spesso Marco Aurelio a leggere ed approfondire.
Con “Oppidum anticumEnnio indica Troia, città allora mitica, legata alla leggenda, un mondo popolato da divinità e uomini straordinari, quindi il nostro giovane visitatore, non fa riferimento alla sua posizione geografica come fa Silio Italico o alla sua ricchezza economica come fa Virgilio ma la colloca in una realtà mitica, leggendaria.
Sta entrando in un contesto decisamente particolare, di piccole dimensioni ma che aveva molte “cose” sacre antiche, edifici sacri e soprattutto cerimonie religiose. Intanto perché usa questo termine “res” “cose” generico, che non da nessuna informazione precisa su cosa avesse visto; sono “cose” sacre, importanti ma non definibili. Sta proprio nell’impossibilità di definizione l’originalità di questa menzione, sono “cose” che lui non conosce, appartengono alla sacralità ernica, sono spazi senza una funzione per lui nota?, sono statue?, sono altari?
Non lo sappiamo ma ci dice che lo colpiscono soprattutto le cerimonie sacre, numerose, frequenti. Dopo questo primo impatto che certamente avrà incuriosito Frontone come, del resto ha incuriosito noi ma anche lui, inizia una descrizione più precisa, ci descrive luoghi che ha già visto altrove, che hanno denominazioni precise e che appartengono ad una tradizione del mondo etrusco-italico e ad epoche precedenti la nascita di Roma, spazi ed edifici sacri che ancora sopravvivono nella capitale degli Ernici. In tutte le traduzioni in genere i termini che vengono elencati diventano santuari, cappelle, templi ma non è così, i termini “tecnici” usati sono molto precisi ed INTRADUCIBILI.

Presunto busto di Cornelius Frontone (credits https://www.romanoimpero.com/2022/03/marco-cornelio-frontone-m-cornelius.html)

Intanto sottolineo che non viene precisato il numero di questi luoghi ma afferma che non vi è angolo della città che non ne possedesse uno. Sembra una città santuario, (in Tito Livio il significato originale di Aedes non è casa, abitazione, ma Tempio- luogo sacro) non ci sono nella descrizione case o botteghe ma un continuo susseguirsi di angoli dove consultare la divinità, anche in terrazzamenti artificiali.
È molto importante la terminologia usata per indicare alcuni luoghi particolari, molto originali, di una originalità legata alla loro antichità e specificità della civiltà ernica. Il primo luogo che viene indicato è il Delubrum che possiamo con la Treccani definire: ”Termine con cui i Latini designavano il santuario specialmente se di “antichissima origine”, nel senso di santuario primitivo,…un luogo sacro presso un’acqua corrente purificatrice.
Anagni (FR). Porta Cerere (Foto G. Pavat)
Abbiamo ad Anagni una testimonianza concreta della presenza di un Delubrum in Osteria della Fontana, dove fu ritrovato un cippo con l’iscrizione “Delubrum Lavernae” ovvero indicava la presenza di un edificio sacro destinato al culto della dea Laverna, un culto, anche questo, antichissimo dedicato ad una divinità, in origine legata agli inferi che diverrà, poi, protettrice dei ladri e dei commercianti (strana associazione). Recentissimi scavi nel luogo presso cui fu rinvenuta la stele indicano la presenza di fondazione di un edificio circolare con canali di alimentazione di acqua. Caratteristica del Delubrum era la purificazione con l’acqua e, quindi, questo ci conferma quanto ad Anagni fosse importante e considerevole la presenza d’acqua e come fosse importante per chi entrava in città da Porta Cerere cominciare il percorso religioso con la purificazione. Proprio questo legame con gli inferi ci suggerisce che l’acqua da attraversare potesse rappresentare anche il fiume Stige. Voglio solo evidenziare che non è facile nelle città antiche trovare il Delubrum, a Roma se ne segnala la presenza di due, secondo le fonti antiche, uno sull’Aventino ed uno sulla via Salaria.
Tornando sul nostro percorso leggiamo che Marco Aurelio vede subito, entrato da Porta Cerere, un Delubrum, il primo di tanti altri, lo riconosce e lo cita come primo luogo sacro appartenente all’antica civiltà e religione ernica. Abbiamo, oggi, appena passata la porta un corso d’acqua interrato! Segue nell’ordine il Fanum che dovevano essere “piccole aree sacre pre-romane costituite generalmente da aree recintate” mentre con il tempo su queste aree vengono edificati piccoli edifici in laterizi. Cicerone, frequentatore e profondo conoscitore di Anagni, definisce il Fanum come Sacellum per ribadire la sua piccola dimensione. Abbiamo come riferimento il Fanum Voltumnae etrusco ad Orvieto che era considerato il santuario federale della città etrusche, quindi, un luogo particolarmente importante ed antico che comprendeva varie costruzioni. Vedremo nel seguito di questo articolo come il dio Vertumno ritorna in modo importante nel nostro percorso.

Il dio Vertumno (Credits https://www.romanoimpero.com/2019/07/culto-di-vertumno.html)

La differenza tra Delubrum e Fanum consisteva essenzialmente nel numero di divinità venerate, nel recinto del Fanum potevano essere diverse. Ed ecco la terza tappa della visita: il Templum. Nella definizione della Treccani troviamo:
“Il Templum, secondo Varrone, è un luogo delimitato con determinate formule per esser reso idoneo all’osservazione degli Auguri ( antichi sacerdoti etrusco-italici)”. Allora il Templum è uno spazio che ha come confini formule magico-religiose che rispecchia una divisione virtuale del cielo riportata in terra che permetteva ai sacerdoti, di leggere il futuro dal volo degli uccelli, dalla presenza dei fulmini e dalle viscere degli animali sacrificati. “Questi due mondi sono collegati fra loro intimamente, secondo un principio di partecipazione mistica e di indistinzione che richiama alla mentalità dei popoli primitivi” (M.Pallottino, Etruscologia 1973).
Anche l’Aruspicina, ovvero questa arte divinatoria era antichissima, ne fa uso addirittura Romolo per fondare Roma. Da questa analisi risulta evidente come a colpire l’imperatore Marco Aurelio è, lo scrive lui stesso in modo esplicito, l’antichità di questi luoghi e riti religiosi, un’antichità prettamente ernica.

Romolo traccia con l’aratro il solco rappresentante i confini della futura città di Roma. Affresco del XVI secolo del Carracci a Palazzo Magnani a Bologna (Credits Wikipedia)

Gli Ernici di Anagni furono “inventori” e “conservatori” di luoghi e riti risalenti a tempi remoti, prima che Romolo tracciasse il solco. Tutta la città era uno scrigno di antichissime pratiche religiose e questo ci viene confermato anche da Tito Livio quando scrive nella sua “Ab Urbe Condita”, dopo la sconfitta definitiva di Anagni del 306 a.C. da parte di Romani:
Anagninus quique arma Romanis intulerant, civitas sine suffragii latione data concilia connubiaque adempta et magistratibus praeter quam sacrorum curatione interdictum””.
Agli Anagnini e agli altri che avevano portato le armi contro i Romani fu concessa la cittadinanza senza diritto di suffragio; furono tolti loro i diritti di adunanza e di connubio e fu fatto divieto di avere dei magistrati, tranne che per la direzione dei riti sacri (Livio, IX, 43).
Il tesoro della religione ernica non poteva essere dimenticato e i Romani permisero che si continuassero a celebrare gli antichi riti a vantaggio della loro stessa cultura. Marco Aurelio come abbiamo visto, usa termini tecnici precisi per indicare luoghi specifici di una città a lui sconosciuta ma che lo colpisce con meravigliosa e rispettosa curiosità. Ribadisco che i termini usati non sono casuali ma riportano in modo preciso tipi di ambienti prettamente ernici gelosamente mantenuti grazie ad una profonda ed altissima tradizione culturale.
Questo testo è un magnifico quadro di quella che doveva apparire nel 144-145 d.C. Anagni in tutta la sua monumentalità e sacralità tanto da meravigliare uno dei più grandi imperatori romani. Marco Aurelio sta viaggiando nel mito, tra antichissimi riti e cerimonie in luoghi oramai scomparsi in quasi tutte le città. Ora il nostro viaggiatore ci rivela qualcosa di straordinario: un incredibile numero di libri, non specifica dove ma, evidentemente stiamo in una biblioteca. Marco Aurelio ci scrive che vi erano molti libri in telo di lino trattanti argomenti relativi al culto. Certo questi rotoli dovevano essere raccolti in un unico luogo, che non poteva che essere una biblioteca molto capiente per impressionare un romano colto. Lo impressiona la quantità ma, anche, la qualità, sono tutti libri in telo di lino, preziosissimi. Negli Etruschi, e lo sappiamo per i reperti giunti sino a noi come il rotolo in telo di lino che avvolgeva una mummia trovata a Zagabria e che conteneva il testo di un libro dei morti in etrusco, vi era la stessa usanza.

La “Mummia di Zagabria” (Foto Domenico Pelino)

Gli Ernici conservavano in modo prezioso ed attento un’antichissima sapienza di riti e cerimonie per culti che altrove sono scomparsi, insieme alle strutture funzionali a questo, siamo nella metà del secondo secolo dopo Cristo e la romanizzazione dell’Italia e dell’Impero è oramai un dato certo. La visita si conclude davanti alla Porta degli Idoli.
Ma, ora nell’ultima tappa del viaggio, mi piace attirare l’attenzione su una parola precisa in cui è nascosto un mistero di cui voglio proporre una soluzione: Marco Aurelio scrive che l’iscrizione sulla Porta degli Idoli, in uscita dalla città : “Flamen sume Samentum
“Flamen ricordati di indossare il Samento” era posta “bifariam” ovvero “su ambedue le facce”, e questo perché? Perché il sacerdote si doveva ricordare di indossare il Samentum sia in entrata che in uscita dalla porta? Perché, se abbiamo sempre letto che questa “vestizione” serviva per entrare in città e compiere i riti sacri? Prima, però, di addentrarci nel cercare di capire questo mistero domandiamoci di quale porta stiamo parlando. L’Ambrosi de Magistris, confermato dallo Zappasodi, ritiene si tratti di Porta Cerere ma, francamente non sono d’accordo. L’imperatore racconta che mentre era diretto alla sua dimora di Villamagna decide di deviare e salire ad Anagni.

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Porta Santa Maria ad Anagni (FR)

La via che da Villamagna conduceva direttamente ad Anagni incrociando la via Latina nel Compitum anagninum, oggi Osteria della Fontana, era la via Magna, fatta lastricare da Settimio Severo, che, però, arriva a Porta Cerere. Quindi L’imperatore entra in città passando da Porta Cerere ed anche la cronologia del suo racconto lo conferma: prima “molte cose antiche, poi edifici sacri, santuari, cappelle…e molti libri sacri in telo di lino (la biblioteca?).
Dalla topografia antica di Anagni questa progressione sembra coincidere con la salita da Porta Cerere lungo il decumano, oggi Corso Vittorio Emanuele, fino alla Porta degli Idoli, oggi Porta Santa Maria. Nel racconto si indica in modo preciso che la scritta “Flamen sume Samentum” viene letta in uscita dalla città “Deinde in porta, quom exiimus”, per cui ritengo si tratti della Porta degli Idoli.
Mi corre l’obbligo di porre l’attenzione anche sull’uso del termine Flamen per indicare il sacerdote, questo termine è antichissimo e la cui istituzione viene fatta risalire addirittura al secondo re di Roma, il re sabino Numa Pompilio e, forse, apparteneva ad una tradizione italica a cui gli Ernici diedero certamente un contributo considerevole.
Il Re Numa fa coincidere la creazione di questo sacerdote con il culto di Giano “Per questo motivo fece costruire a piedi dell’Argileto un tempio in onore di Giano….istituire dei rituali sacri particolarmente graditi agli dei, nonché a proporre a ciascuno di essi certi officianti specifici…Quindi designò un Flamine…”(Tito Livio, Ab Urbe Condita I,XIX).

Numa Pompilio - Wikipedia

Numa Pompilio, il secondo Re di Roma (Credits Wikipedia)

Fu sempre Numa Pompilio che diede vita ai Sacerdoti Salii, un collegio dedicato al culto di Marte di cui Anagni conserva un bassorilievo con la loro rappresentazione e, sappiamo da iscrizioni che qui esisteva una sede di questo collegio. Ora cerchiamo di risolvere il mistero e per questo cito Giovanna Rocca che nel suo bell’articolo su Flamen sume Samentum scrive :
La centralità fattuale e rituale delle porte è un datum sia nell’Italia antica che a Roma in cui Ianus (ianua) si identifica come il dio della porta o la personificazione della Porta e Portunus (a Roma esiste il Flamen Portunalis) ha come corrispondente umbro Purtupite “il signore della porta””.

romanoimpero.com: CULTO DI GIANO

Giano Bifronte (Credits https://www.romanoimpero.com/2010/07/culto-di-giano.html)

Ma, credo che nell’Anagni ernica questo dio si debba identificare più con il dio etrusco Vertumnus per la vicinanza culturale dei due popoli ma la sostanza del nostro racconto non cambia. Una religiosità antichissima vede nella Porta l’incarnazione stessa della divinità, Giano bifronte vuole indicare i due lati, il dentro ed il fuori, il varco, la soglia sono luoghi sacri, talmente sacri da obbligare il sacerdote ad indossare un indumento caratteristico della religione ernica, una sorta di mantella da mettere sul capo realizzata con un pezzo “pelliculam” di una vittima sacrificata. Il Flamen non indossa il Samentum per entrare in Anagni e compiere riti sacri, il sacerdote si copre il capo per varcare un luogo sacro, forse il più sacro, della città: la Porta degli Idoli. La targa con l’iscrizione rammenta al sacerdote di indossare il Samentum quando entra sia da un lato che dall’altro, sempre attraversando lo spazio della porta. Questa ricostruzione ci da modo per spiegare un altro fatto curioso, la destinazione di quelle straordinarie nicchie realizzate in concomitanza con le mura che si trovano prima e dopo la Porta degli Idoli. Scrive l’Ambrosi dei Magistris quando si riferisce alle “nicchie nelle mura di Alatri: Lo stesso può dirsi di queste di Anagni: pure non è arduo indovinare la destinazione, perché dovendosi assolutamente escludere che possa riferirsi alla fortificazione della cinta, non resta che riferirla al CULTO; molto probabilmente dunque la nostra nicchia non era che un sacellum consacrato ad una divinità tutelare del luogo.”

Alatri (FR). Le “Tre enigmatiche nicchie” dell’Acropoli o Civita (Foto Florin Malatesta)

Molte “nicchie” in mura antiche preromane e romane erano destinate al culto di divinità e ospitavano statue o idoli delle stesse. Allora perché non collegare questi sacelli, queste nicchie all’iscrizione che stava sui due lati della porta?
La tradizione ci ha tramandato il nome di questa porta come “degli idoli” e questo avrà pur un significato. Abbiamo alcuni elementi importanti da collegare insieme il Flamen indossa il Samentum prima di entrare, ma quale luogo sarebbe più adatto alla conservazione di un oggetto così importante se non un luogo sacro dove si venera una divinità (Giano?) e di cui tutti hanno il rispetto dovuto?
La nicchia situata dopo l’ingresso da Porta Santa Maria è ancora conservata in modo eccezionale a parte la fontanella al posto di un idolo ed io credo che si possa senza dubbio immaginare che li dentro ai piedi di una statua il Flamen lasciasse il suo copricapo sacro dopo aver adempiuto al rito del passaggio, e, sempre là lo ritrovasse quando, una volta compiute “sanctasque caeriminias” in città ne usciva per poi depositarlo in un altro sacello, oggi trasformato in deposito, sempre sotto la protezione di un dio, per riprenderlo quando avesse dovuto rientrare “introeat”. Ho raccontato un possibile svolgimento di una cerimonia cultuale dalle origini remote propria solo del popolo ernico che non poteva essere conosciuta da Marco Aurelio il quale, così, apprende pure un termine appartenente alla lingua ernica e ce ne ha lasciato memoria in modo che, con un altro termine “Buttuti” ovvero il canto funebre delle donne erniche, abbiamo almeno due termini della lingua degli Ernici, ma, soprattutto abbiamo il quadro ancora vivo di un” oppidum anticum vidimus, minutulum quidem sed multas res in se antiquas habens et aedes sanctas caerimonias supra modum”.
Anagni e i suoi misteri ancora tutti da svelare e, forse, uno lo abbiamo raccontato. Non leggiamo nessun accenno ad un teatro, al Foro, alle terme, alle mura, a templi monumentali come noi potremo oggi immaginare perché non abbiamo testimonianze di grandi strutture in marmo. In base a ritrovamenti di lastre di rivestimento in terracotta, antefisse ecc.. del tipo etrusco-italico del VI sec.a.C. fatte a suo tempo da Marchetti Longhi possiamo dedurre che appartenessero ad edifici sacri del complesso del Fanum e non rivestimenti di Templi monumentali così come avviene in altri luoghi come per esempio a Veio. Non tutto ciò che di ernico-romano anche importante che certamente c’era ad Anagni interessa il giovane Marco Aurelio che si sofferma e descrive solo le testimonianze di una cultura antichissima, il resto non poteva impressionare ed incuriosire né lui né un personaggio colto e raffinato come Frontone, il più grande esperto di retorica ed il più famoso avvocato dell’epoca.

(Guglielmo Viti)

Statua di Marco Aurelio in Campidoglio a Roma (Foto Giancarlo Pavat)

 

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