NON È TERRESTRE! OLTRE LA SOGLIA DEL POZZO DI SANTA CRISTINA IN SARDEGNA; di Giancarlo Pavat

 

NON È TERRESTRE!

OLTRE LA SOGLIA DEL POZZO DI SANTA CRISTINA IN SARDEGNA

di Giancarlo Pavat

 

 

L’ingresso del Parco Archeologico del Pozzo Sacro di Santa Cristina. Si notano le casette risalenti al XIX secolo, per il novenario campestre. Si tratta di santuari rurali (molto diffusi in Sardegna) circondati, appunto, da piccole abitazioni (chiamate cumbessias o muristenes in lingua sarda) dove i fedeli si riuniscono a vivere in comunità per nove giorni di preghiera prima della festa del santo locale.

 

NON È TERRESTRE!

OLTRE LA SOGLIA DEL POZZO DI SANTA CRISTINA IN SARDEGNA

di Giancarlo Pavat

 

La citazione del titolo del celebre, sebbene controverso, best-seller di Peter Kolosimo del 1969 della SugarCo Edizioni, vincitore del Premio Bancarella, non sembri incongrua. Il primo impatto con questo straordinario monumento che si apre (è proprio il caso di dirlo) nelle campagne di Paulilatino, non può che suscitare simili pensieri e affermazioni. Può davvero apparire come qualcosa di alieno, qualcosa realizzato da esseri superiori.   

Si sta parlando del Pozzo Sacro di Santa Cristina che si trova all’interno dell’omonima area archeologica nuragica nel territorio del comune di Paulilatino, in provincia di Oristano, nella Sardegna centro-occidentale e nella parte meridionale dell’altopiano di Abbasanta, facilmente raggiungibile mediante la SS 131.

Il nome deriva dalla chiesetta dedicata, appunto, a Santa Cristina che si trova nelle sue vicinanze circondata da piccole casette risalenti al XIX secolo, per il novenario campestre.

La chiesetta campestre di Santa Cristina che dà il nome all’intero parco archeologico nel territorio del comune di Paulilatino (OR).

Resti di alcune capanne in pietra di forma allungata non distanti dal Nuraghe monotorre di Santa Cristina.

Nel sito è presente pure un nuraghe monotorre, i resti di alcune capanne in pietra di forma allungata di incerta datazione ed un villaggio che, stando a quanto spiegato dalla preparatissima guida sarebbe di origine medievale con annessa una necropoli. Effettivamente si nota il coperchio di un sarcofago di pietra che, ad occhio e croce, mi è sembrato effettivamente altomedievale.

A pochissima distanza dall’ingresso del Nuraghe monotorre, tra i resti di abitazioni probabilmente medievali, si nota questo coperchio spezzato di un sarcofago di pietra, a quanto pare anch’esso risalente al Medio Evo.

Inoltre, ho avuto modo di fotografare pure alcune pietrefitte (perdas fittas o perdas lungas in lingua sarda), relativamente alle quali non saprei fare se si trovano nella collocazione originaria.

Alcune pietrefitte (perdas fittas o perdas lungas in lingua sarda) non lontano dall’abitato nuragico di Santa Cristina a Paulilatino (OR).

 Sopra e sotto; Il Nuraghe monotorre di Santa Cristina

Giancarlo Pavat e Sonia Palombo davanti al Nuraghe di Santa Cristina nell’omonimo Parco Archeologico (Foto Giuliana Steri).

I monoliti che formano la massiccia parete esterna del Nuraghe di Santa Cristina.

Giuliana Steri all’interno del Noraghe di Santa Cristina.

Il corridoio elicoidale ricavato all’interno dello spessore della parete del Nuraghe che conduce al suo vertice. In basso; Sonia Palombo intenta a risalire il corridoio ipogeo del Nuraghe.

La volta a “falsa cupola” (a Tholos) del Nuraghe di Santa Cristina. In basso; l’ingresso visto dall’interno del Nuraghe.

Ambiente interno del Nuraghe di Santa Cristina.

Giancarlo Pavat e Sonia Palombo nel corridoio ricavato nello spessore delle pareti del Nuraghe di Santa Cristina (Foto Giuliana Steri).

Ma tornando al monumento principale dell’area, è necessario precisare che la Sardegna è costellata di “pozzi sacri”. 

Ma quello di Santa Cristina è qualcosa di completamente diverso.

Si differenzia dagli altri non soltanto per le dimensioni, certamente notevoli, e l’ottimo stato di conservazione ma, soprattutto, per l’incredibile cura e precisione con cui è stato realizzato.

Sia chiaro. La mia affermazione iniziale non va presa alla lettera. Nemmeno per un istante ho pensato che gli artefici del Pozzo Sacro di Santa Cristina possano essere extraterrestri.

Il Pozzo Sacro di Santa Cristina. In fondo si nota l’acqua del pozzo vero e proprio.

La sua sorprendente modernità e raffinatissima tecnica costruttiva sono opera di uomini di questo Pianeta ma non certamente di quella popolazione dedita soltanto alla pastorizia o intenta a farsi diuturne guerre tra clan, come ancora oggi provano a raccontarci.

L’antica Civiltà sarda, quella dei costruttori di meraviglie architettoniche, come i Nuraghi o i pozzi sacri, aveva raggiunto un livello di Conoscenze e di Sapere nel campo della tecnica, dell’architettura, della matematica, dell’astronomia, elevatissimo ma poi andato perduto.

Cosa sappiamo davvero di questa Civiltà, al di là dei luoghi comuni e di immagini stereotipate? 

In realtà molto poco. Ma ciò che ci hanno lasciato non permette di ritenerli una società primitiva. Sarebbe un insulto all’intelligenza delle persone.

Ho avuto modo di dirlo anche in altre occasioni, ma desidero ribadirlo. Ovviamente si tratta di una mia opinione (e conta quello che conta) ma comunque basata su alcuni elementi oggettivi evidenziati da altri autori e ricercatori, come Sergio Frau, Luciano Melis, l’amico prematuramente scomparso Giovanni Feo e altri.

Ovvero, ritengo che in Sardegna sia sorta prima di tutte le altre, una Civiltà avanzatissima che, purtroppo, è stata spazzata via da un cataclisma, dando, probabilmente, vita al mito di Atlantide. Alcuni superstiti sarebbero rimasti sull’Isola, mentre un altro gruppo sarebbe migrato verso Oriente, verso la Penisola italiana, verso i Balcani e la Grecia e più oltre, verso l’Anatolia, ove diedero vita (o contribuirono a farlo) alle culture e civiltà che conosciamo; come quella Etrusca (da cui è nata quella Romana. Come dico spesso, Roma fu un villaggio etrusco che ebbe fortuna nella vita!), quella Greca ed altre. Forse la “Culla della Civiltà mediterranea” non fu il Vicino Orienta ma proprio la Sardegna.

È ipotizzabile che persino le incredibili mura megalitiche del Lazio meridionale e Italia Centrale (che l’”Archeologia Ufficiale” continua ad attribuirle ai Romani, quando gli stessi Virgilio e Tito Livio affermano il contrario!) siano attribuibili a sopravvissuti scampati all’apocalisse sarda ed approdati alle (tutto sommato vicine) coste laziali.

È vero che sulla Penisola (sul Continente, come dicono i Sardi) non ci sono nuraghe ma strutture megalitiche, anche similari sicuramente sì. E l’elenco sarebbe lungo. Muraglie, terrapieni, torri, addirittura torrioni a tronco di cono, come quello della Porta maggiore della città preromana e poi romana di Norba, posta su l’ultimo sperone a occidente dei Monti Lepini e affacciata alla pianura Pontina e al mar Tirreno. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

Sopra; una incredibile immagine del Pozzo Sacro visto dall’alto (Credits; https://www.pozzosantacristina.com)

Visto dall’alto, il complesso del Pozzo Sacro (orientato lungo l’asse Nord -NordOvest a Sud-SudEst) si presenta racchiuso in un perimetro più esterno di forma ellittica (circa 26×20 metri), che a sua volta contiene un secondo recinto che può ricordare la toppa di una serratura e che, nella parte interna, è dotato di sedili di pietra.

Il Simbolo (o Segno) di Tanit (Disegno di G. Pavat)

Ma al sottoscritto ricorda qualcos’altro, ovvero il Simbolo (o Segno) di Tanit. Divinità fenicia e punica che rivestiva un ruolo molto importante a Cartagine. Graficamente il simbolo è formato da un triangolo, con il vertice superiore separato da una sfera tramite una linea che può ricordare delle braccia. È ovvio che ha un aspetto antropomorfo, forse legato alla dea. Secondo alcune interpretazioni rappresenterebbe l’unione tra il mondo ctonio (il triangolo) e il mondo superno, (la circonferenza). È ovvio che una struttura che penetra nel terreno, evoca effettivamente l’unione tra diversi livelli esistenziali, quello materiale (quello in cui viviamo noi tutti i giorni) e quello trascendente.

  Il Pozzo Sacro di Santa Cristina.

Il Monumento vero e proprio è, di fatto, composto da tre parti. 

La prima è il cosiddetto vestibolo (o atrio) che è lo spazio esterno alla scalinata ove, con tutta probabilità, i fedeli deponevano le offerte per la divinità. 

La seconda è la perfetta scalinata che consentiva (e consente ancora oggi,, più di 3000 anni dopo) l’accesso alla camera ipogea a falsa cupola (tholos) che protegge il pozzo vero e proprio.

La camera a tholos, che costituisce la terza è più importante sorte del monumento, è larga circa 2,5 metri e si raccorda perfettamente con la forma trapezoidale del vano scala.

La camera a tholos del Pozzo Sacro di Santa Cristina.

Gli antichi mirabili artefici l’hanno realizzata mediante conci formanti cerchi concentrici. 

Come ho già scritto a proposito delle torri dei Nuraghe, è stata completata facendo in modo che ogni concio lapideo prema su quello sottostante così che tutto il peso sia scaricato e distribuito lungo l’intera struttura. Inoltre, i monoliti si restringono mano a mano che si sale verso l’alto, sino ad arrivare, a 7 metri di altezza, all’oculus, l’apertura circolare di 35 centimetri.

Da tenere presente che la pietra con cui si chiudeva il foro sommitale del pozzo (sempre che ci sia effettivamente stata) non aveva alcuna funzione statica. Non si tratta infatti di una “chiave di volta”. La sua mancanza non compromette affatto la stabilità dello straordinario monumento, che, infatti è giunto praticamente intatto fino a noi, sfidando i millenni.

Interno della camera a tholos del Pozzo Sacro di Santa Cristina.

Parimenti, nonostante l’enorme lasso di Tempo trascorso, l’acqua continua scaturire nel pozzo grazie ad una falda perenne, che le consente di riempire la vasca circolare scavata direttamente nella roccia viva. Il livello di circa 50 centimetri, è mantenuto costante da una canaletta di scolo realizzata durante gli scavi archeologici, al fine di consentire l’accesso all’interno tutti i giorni dell’anno.

 Il foro sommitale del tholos del pozzo di Santa Cristina visto dall’esterno.

Nel Pozzo Sacro di Santa Cristina durante i giorni a cavallo degli Equinozi (che, ricordiamolo, non sono due giorni del calendario, bensì quel determinato momento della rivoluzione della Terra attorno alla nostra stella in cui quest’ultima si trova perfettamente allo Zenith rispetto all’Equatore. Quindi i raggi solari arrivano perpendicolari all’asse di rotazione della Terra), alle ore 12.00, i raggi del Sole raggiungono il livello sull’acqua con la medesima inclinazione della gradinata.

Il foro sommitale del tholos visto dall’interno del Pozzo di Santa Cristina.

Ogni 18 anni e 6 mesi, in periodo di lunistizio maggiore, la luce della luna raggiunge lo specchio d’acqua riflettendosi attraverso il foro del diametro di circa 30 cm della camera a tholos.

Inoltre, ogni 18 anni e 6 mesi, durante il Solstizio invernale, la Luna si specchia nel pozzo attraverso il foro sommitale del tholos. Ma solo quando raggiunge la sua massima declinazione, ovvero quando si trova nel suo punto più alto rispetto all’orizzonte.

Sonia Palombo risale la scalinata del Pozzo Sacro di Santa Cristina.

Giuliana Steri risale la scalinata del Pozzo Sacro di Santa Cristina.

Scendere i 25 gradini della scalinata, soprattutto in un momento del giorno in cui la geometria perfetta genera tagli netti tra le zone d’ombra e quelle di luce, è come compiere una esperienza mistica. Si lascia un mondo, un livello esistenziale per accederne ad un altro. Sensazione a cui contribuisce sia la sezione trapezoidale del vano, che le architravi di copertura, formati da blocchi tutti uguali tra loro che creano un’incredibile effetto di “scala rovesciata” di larghezza costante. Sembra di trovarsi dentro una litografia di Maurits Cornelis Escher; una di quelle con le “scale impossibili”, che non si sa dove siano iniziate e si ignora dove conducano.

La cosiddetta “scala rovesciata” formata da blocchi tutti uguali tra loro che funge da copertura della scalinata di accesso al Pozzo Sacro di Santa Cristina.

E una volta raggiunto l’ultimo gradino, quello appena lambito dall’acqua della fonte perenne, e voltatisi a guardare l’ingresso, lassù in alto, immerso nell’abbacinante luce del meriggio, non si può fare a meno di impedire che un inquietante ma sbalorditivo pensiero attraversi la mente.

L’incredibile visione della perfezione geometrica dell’ingresso del Santuario visto dall’interno del pozzo. Un trapezio incornicia il cielo di Sardegna.

Magari solo per una frazione infinitesimale, ma quell’apertura a forma di trapezio, che racchiude l’azzurro soprannaturale del cielo di Sardegna , si palesa come una soglia, un varco, da attraversare per accedere a regioni sconosciute dell’inconscio o a dimensioni ultraterrene. 

Giancarlo Pavat in fondo al Pozzo Sacro di Santa Cristina (Foto Giuliana Steri).

E allora ci può prendere un senso di tristezza e nostalgia per ciò che, coloro che hanno preceduto, avevano forse raggiunto e che noi abbiamo perso per sempre. 

(Giancarlo Pavat)

– Se non altrimenti specificato, le immagini sono di Giancarlo Pavat. Il video è di Giuliana Steri.


 

L’”impossibile” prospettiva del Pozzo Sacro di Santa Cristiana, sia della cosiddetta “scala rovesciata” che della copertura a tholos. Lassù in alto, qualcuno si sta affacciando al foro sommitale. (Foto Giuliana Steri).

INFORMAZIONI UTILI PER VISITARE IL PARCO ARCHEOLOGICO DI SANTA CRISTINA A PAULILATINO

Il sito archeologico di Santa Cristina è visitabile ogni giorno dalle ore 08.30 sino al tramonto. Le visite guidate sono curate dalla Cooperativa Archeotour, che dagli anni ’80, preserva e promuove il patrimonio storico, archeologico ed etnografico del territorio. 

Località Santa Cristina, 09070 Paulilatino (OR)

+39 0785 55438

+39 347 77 46 747

info@pozzosantacristina.com;

Il Pozzo Sacro di Santa Cristina a Paulilatino (OR),

 

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