Immagine di apertura; “Voglio, dico voglio, che troviate il “Mostro” ad ogni costo!” (Mussolini).
Quei “mostri” dietro l’angolo di casa…
Girolimoni…un colpevole per “volontà della Nazione”
2^ PARTE.
“Voglio, dico voglio, che troviate il “Mostro” ad ogni costo!”
di Roberto Volterri
Come aveva detto il Duce? “… ad ogni costo!” e allora, ad ogni costo sia!
Del ricordare i voleri di Mussolini si incarica di nuovo “Il Giornale d’Italia” che il 28 Novembre del 1924 ammonisce…
“… C’è qualcuno che sa, che ha visto un individuo comunque sospettabile? Parli, denunci, accusi: e naturalmente senza leggerezza! Il segnalare un uomo turpe, anche se non sarà poi il carnefice delle due piccole martiri andrà a vantaggio delle nozioni della nostra Polizia”.
“Ai voleri del Duce certamente non si può dire di no!”, pensa allora una donna del popolo, tale Matilde Canepa, la quale, pervasa da sacro furore giustizialista, ai primi di Dicembre si reca immediatamente al più vicino Commissariato di Polizia e denuncia un certo Enrico Mancinelli il quale ha il solo torto di essere il sagrestano e uomo delle pulizie della chiesa di San Giuseppe, nel quartiere Trionfale, e di non lesinare qualche sorriso e qualche innocentissima carezza sul viso dei bambini che – accompagnati dai genitori! – si recano a Messa ogni Domenica.
2. Immagine sopra; Basilica di San Giuseppe, nel quartiere Trionfale
3. Immagine sopra; Il Giornale d’Italia del 29 Novembre 1924 I solenni funerali di Rosina Pelli. Al diktat “Scovare la belva!” rispondono però fin troppe “testimoni oculari”. Un po’ miopi, in verità…
Il povero Mancinelli – forse non proprio dotato di eccelsa mente e ferrea volontà – sotto le insistenze dei poco caritatevoli poliziotti, alla fine confessa di essere l’assassino della sfortunata Rosina e fa una deposizione che, a detta della stessa Polizia, “… fa acqua da tutte le parti…”.
Insomma si è di fronte ad un caso simile a quello di Imbardelli…
Qualche redattore del settimanale “La Tribuna” del 4 Dicembre, finalmente si accorge della pericolosa china verso cui stanno scivolando le indagini e scrive…
“… Imbardelli, Mancinelli… quanti altri “elli” scapperanno fuori nel fatale periodo in cui il nuovo misfatto contro la piccola Rosina Pelli compirà la sua parabola, per scendere, al solito, nelle tenebre del dimenticatoio?”.
Mancinelli viene immediatamente scagionato e… si ricomincia!
Una vittima “indiretta”
La giusta risonanza data al caso di Rosina Pelli, indirettamente miete, purtroppo, una seconda vittima del tutto estranea al brutale assassinio ma involontario testimone di un episodio che genera angosce ed immotivati sensi di colpa in un soldato originario della Puglia, Luigi Balzo.
Diretto alla sua caserma di Forte Boccea, mentre passa per Piazza San Pietro, Luigi vede un uomo – forse “… di circa cinquant’anni, snello, ben vestito con abito scuro e un cappello nero a basse falde…” – mentre offre dei dolci e delle caramelle ad alcune bambine, mirando in particolare ad una di esse, strattonandola per farsi seguire chissà dove…
4. Immagine sopra; Caserma di Forte Boccea dove si stava recando il povero Luigi Balzo…
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Spinto dal suo senso del dovere, il Balzo si intromette ma il pedofilo – perché non può trattarsi che di un pedofilo! – evidentemente in ottime condizioni fisiche, ha la meglio, abbandonando però la piccola che tentava di rapire.
Tutto è bene quel che finisce bene, recita un noto “adagio”…
E invece no, poiché se le Parche che presiederebbero agli umani destini, almeno in questa occasione, non si sono accanite sulla potenziale, piccola, vittima, ma riversano tutta la loro acrimonia sulle congiunzioni astrali – facciamo per dire! – del buon Luigi.
Mentre egli sta tornando al paese natale per una breve licenza, sul treno sfoglia “Il Giornale d’Italia” del 28 Novembre, legge dell’uccisione di Rosina Pelli, ricorda lo strano episodio di alcuni giorni prima in Piazza San Pietro, pensa che agendo più efficacemente avrebbe potuto evitare quella tragedia – e forse anche altre… – e medita incessantemente sui “se”, sui “ma”, sui “però” che agitano il suo già non tranquillo animo.
Poi, dopo qualche giorno, dopo notti insonni, dopo essersi convinto di avere colpe… che non ha, pone fine ai suoi giorni con un colpo di moschetto al ventre…
5. Immagine sopra; Possibile Identikit dell’uomo più volte visto quando si sono verificati i rapimenti e poi l’uccisione delle bambine. Questo volto è stato realizzato da chi scrive con un apposito software reperibile in rete in base alle descrizioni fatte all’epoca da vari testimoni. Oggi con l’onnipresente Intelligenza Artificiale si potrebbe realizzare un Identikit più verosimile…
Vatti a fidare dei colleghi!
Torniamo indietro…
Imbardelli non andava bene? Pazienza…
Mancinelli è un mitomane confusionario? Pazienza, troviamone un altro!
Le vie di Trastevere anche all’epoca costituiscono una piacevole passerella di belle ragazze del popolo e il quarantenne vetturino romano Amedeo Sterbini non è affatto insensibile al fascino di una, due, dieci allegre rappresentanti dell’altra metà del cielo!
Guarda di qua, guarda di là, esprimi qualche rozzo giudizio magari un poco osé sulle giovani popolane e ti accorgerai che alla fine anche qualche invidioso collega si ricorderà del mussoliniano imperativo categorico e vedrai soprattutto che la Polizia prima o poi verrà a cercarti…
Così ogni movimento, ogni quasi innocente giudizio su questa o quella “ciumachella de Trastevere” – per fare il verso a Rugantino e alla sua Rosetta, in una canzone romanesca cantata in un celebre musical di Garinei e Giovannini – espone sempre di più l’imprudente Sterbini ai sospetti dei poliziotti che – forse “poco gentilmente” – lo “convincono” di essere proprio lui il “Mostro” che il Duce impone di arrestare.
In un momento di sconforto Sterbini confessa ma poco dopo, consapevole di cosa lo attende, preferisce una sorsata di Acido muriatico ad una inevitabile condanna all’ergastolo.
Oppure alla morte per fucilazione…
Naturalmente per la Polizia, per le pettegole, incoscienti, inattendibili “testimoni oculari” e per i vetturini di Roma, l’incubo è finito e ognuno può ora dormire il sonno del giusto.
E invece no!
L’unica cosa che ancora dorme in quel periodo è l’ottenebrato cervello dei cittadini romani terrorizzati da ciò che sta accadendo e ancora può accadere ad innocenti, creature intente a giocare nelle ben poco affollate strade di una Roma degli Anni Venti. Giocare così è l’unica cosa che possono fare se nate in una delle innumerevoli famiglie “poco abbienti” – gli eufemismi mi affascinano! – dell’epoca.
È il 30 Maggio del 1925 e ci troviamo ancora a Borgo Pio, in via di Porta Castello dove abita la piccola Elsa Berni, di soli sei anni, figlia di un infermiere.
Dopo ciò che è accaduto nell’anno precedente da quelle parti, Borgo Pio viene considerata zona “ a rischio” poiché si suppone che il “mostro” abiti o preferisca agire proprio lì, a due passi da Piazza San Pietro.
6. Immagine sopra; Roma, Via di Porta Castello dove abitava la piccola Elsa Berni
Sono le otto di sera o poco più e papà Felice sta preparando la cena sostituendo momentaneamente la moglie per il momento un po’ indisposta…
Mette a tavola del vino e poi chiede ad Elsa di andare alla fontanella a prendere una bottiglia di acqua fresca.
7. Immagine sopra; “Però fatti accompagnare da Anna che è più grande di te. Qui succedono cose strane…”. La fontanella ha resistito all’eterno trascorrere del tempo…
“Però – avrà di sicuro raccomandato papà Felice – fatti accompagnare da Anna che è più grande di te. Qui succedono cose strane…”.
Anna del Signore, in realtà, ha solo tre anni più di Elsa e abita poco distante, in Via Borgo Pio 175 ma si considera quasi la sorellina maggiore della sua piccola amica…
Le due bambine si avviano verso la fontanella di Borgo Pio ma – si sa come sono fatte le bambine di ogni età, tempo e Paese… – a metà strada decidono di andare un po’ più lontano, alla fonte Lancisiana – fatta realizzare dall’Archiatra Pontificio Giovanni Maria Lancisi nel 1720 – sotto i muraglioni del Tevere, dalle parti di ponte Gianicolense, ora ponte Principe Amedeo di Savoia.
8. Immagine sopra; la Fonte Lancisiana ai nostri giorni;
9. Immagine n basso; il greto del Tevere dalle parti della Fonte, nel 1927
10. Immagine sopra; Anna Del Signore, miracolosamente scampata a sicura morte per mano del “Mostro di Roma”.
È una scelta sbagliata ma le due bambine se ne accorgono soltanto quando, dalle scale in pietra che portano alla Fonte, vedono scendere un signore alto, molto ben vestito, di mezza età, con curiosi baffetti biondastri, occhiali con montatura metallica e, forse – aggiungerei io – il solito “… cappello nero a basse falde…”.
L’uomo si avvicina ad Elsa, le offre una mela e delle caramelle – quasi un “tesoro” per delle bambine che nulla hanno di più… – dice di essere uno “zio” e le invita a seguirlo promettendo chissà cosa…
Il “Lupo cattivo” delle favole è sempre pronto a circuire in un modo o nell’altro le piccole “Biancaneve” che incontra sul suo cammino, e così fa l’indesiderato visitatore che, però, cerca di portare solo Elsa – chissà perché? – verso Lungotevere dei Sangallo, in pratica il posto in cui si trova il carcere di Regina Coeli…
11. Immagine sopra; Il tratto del Lungotevere Sangallo verso cui il “mostro” tentò di portare la sola Elsa Berni.
Anna, terrorizzata, scappa a casa, racconta tutto ai genitori i quali avvertono Felice Berni e la moglie. Viene allertato anche il locale Commissariato di Polizia e iniziano immediatamente le ricerche della piccola Elsa e del “Mostro” – perché si è ormai certi che l’”immonda bestia” – così opportunamente battezzato dagli immaginifici cronisti – abbia colpito ancora.
Il giorno dopo uno spazzino si affaccia dal parapetto del Tevere e vede il cadavere di Elsa, riverso sulla sabbia, con l’acqua che le lambisce il corpo.
I poliziotti trovano anche qualche caramella e un fazzoletto di colore bianco con una “G” ricamata in un angolo…
L’autopsia rivela la presenza di polpa di mela nello stomaco di Elsa e papà Felice – mai nome fu più inappropriato in un uomo ormai distrutto da ciò che è accaduto – conferma quanto Elsa fosse golosa di questo frutto, particolare questo che spinge subito il Questore di Roma – Commendator Perilli – ed i suoi collaboratori ad interrogare soprattutto vicini di casa e parenti stretti che potessero essere a conoscenza di questa particolare preferenza della piccola vittima. Ma non emerge nulla di significativo…
Dalla testimonianza di Anna Del Signore, invece, si arguisce che il “Mostro” ha la mano sinistra in parte menomata, come se avesse alcune dita “rattrappite”.
È un utile indizio ma esso non contribuisce più di tanto a portare verso il pedofilo assassino che – si noti bene! – non ha avuto alcun diretto rapporto sessuale con le sue vittime – non sono mai state trovate tracce di liquido seminale… – ma le strazia “manualmente” lacerando la zona compresa tra vagina ed ano…
12. Immagine sopra; Insieme anche nella morte! A sinistra la tomba di Elsa Berni e a destra quella di Bianca Carlieri, la “Biocchetta”. Cimitero del Verano, Roma.
La terza vittima…
È sempre il tragico annus horribilis 1925, si è arrivati al mese di Agosto, un tragico 26 Agosto…
Il “Lupo cattivo”, il “Mostro” cerca di colpire ancora e la sua piccola “Biancaneve” questa volta si chiama Celeste Tagliaferri di soli diciassette mesi!
È da poco passato il mezzogiorno e tutte le finestre delle case che si articolano nel rione Borgo sono aperte per far circolare un po’ d’aria anche all’ora di pranzo.
Ora non c’è più, ma in quegli anni in via dei Corridori, al civico, 20, esisteva ancora la casa dove abitava tutta la famiglia Tagliaferri, a poca distanza da via del Gonfalone dove avevano avuta origine i fatti fin qui narrati.
13. Immagine sopra; La casa dei Tagliaferri scomparve nel 1929 con l’abbattimento della cosiddetta “Spina di Borgo” che fece posto a Via della Conciliazione, realizzata in occasione dei Patti Lateranensi tra Stato e Chiesa.
Per qualche ragione che non conosciamo, la mamma di Celeste si assenta per qualche minuto da casa, lascia la porta aperta contando di tornare quasi subito e si assicura che la bambina dorma tranquillamente nella culla.
Culla che, al suo ritorno a casa, trova incredibilmente vuota!
A tutti i livelli si attivano subito le ricerche, ma anche in questo caso senza esito…
Poi, qualche ora più tardi in un prato presso la Stazione Tuscolana, dei ragazzi sentono il pianto di una neonata provenire da un canneto, accorrono e trovano la piccola Celeste, seminuda, su alcuni fogli di giornale, con un fazzoletto ancora legato intorno al collo.
Evidentemente in un fallito tentativo di strangolamento…
Nessuna traccia di liquido seminale, ma le solite orrende lacerazioni della zona perineale, con lacerazione dell’imene, come negli altri casi.
La piccola Tagliaferri anche se si è per ora salvata non è fortunata del tutto, dopo due giorni di sofferenze muore all’ospedale San Giovanni.
Passano circa due anni e arriviamo ad un altro dies horribilis, un tragico 12 Marzo 1927.
Armanda Leonardi – forse non ve lo avevo accennato – qualche ora prima del rapimento di Bianca Carlieri in via del Gonfalone, quando aveva due anni, aveva corso un serio pericolo, identico a quello delle sue amichette.
In via Paola, dove abitava, era stata avvicinata dal solito individuo che aveva tentato di prenderla per mano e di portarla chissà dove…
Le sue grida e quelle del fratellino Francesco avevano però sventato il rapimento che – con le malefiche Parche sempre in agguato! – si era concretizzato a poca distanza, proprio in Via del Gonfalone, da dove venne rapita la prima vittima, Bianca Carlieri.
Sono passati pochissimi anni, sono circa le nove di sera e Armanda si reca nella vicina Piazza del Fico insieme al fratello maggiore, Francesco, che… dall’alto dei suoi undici anni ha il compito di sorvegliarla, di proteggerla…
Nove di sera?
Ė un orario poco adatto ad avventurarsi con il buio – siamo agli inizi di Marzo – per le vie ben poco illuminate di una Roma dei primi decenni del Novecento.
Ma mamma Leonardi deve ancora tornare di suoi lavori che contribuiscono al mènage familiare, forse c’è un po’ di tempo per giocare a rimpiattino tra i tavoli della Locanda del Fico, magari mettendosi sui fianchi – per sembrare “più grande”— la cintura dei pantaloni del fratello.
14. Immagine sopra; Roma, Piazza del Fico ai nostri giorni assiste a piacevoli partite a scacchi e momenti di assoluto relax…
Forse Armanda si è nascosta sotto un tavolo? Forse si è allontanata di pochi metri per non farsi trovare dal fratellino Francesco?
Oppure – e qui scoppia l’inevitabile panico! – il “Mostro” aveva osservato, non visto, la scena e si è rifatto vivo rapendo la piccola Armanda?
Arriva la Polizia e due donne – questa volta attendibili! – Erminia Antonelli e la sua amica Elena Paoloni, proprietaria della locanda, unanimemente confermano che almeno fino alle 21, 30 Armanda era lì, nella piazzetta, a giocare con il fratello.
Poliziotti e volontari la cercano per tutta la notte e in ogni vicolo, ma della piccola Leonardi nessuna traccia…
Però la traccia, purtroppo, compare il mattino seguente quando sull’Aventino, a due passi da vecchio cimitero ebraico, nel Vicolo Santa Prisca – quasi nascosto dietro il “Villino Olschki”, l’unica casa che all’epoca esisteva in Via delle Terme Deciane – il corpicino di Armanda, seminudo, viene trovato strangolato proprio dalla cinghia di cuoio che il fratellino le aveva prestato per “sembrare più grande”!

15. Immagine sopra; il “Villino Olschki” ai tempi del “Mostro”. Muto testimone di quanto avvenne in quel tragico 12 Marzo 1927.
16. Immagine sopra; Cimitero del Verano, Roma. Il sacello della piccola Amanda Leonardi.
L’esame autoptico stabilisce che Armanda è stata uccisa tra le 21 e la mezzanotte, ed ha subito le stesse inumane violenze delle altre vittime del “Mostro”, come scrive il medico legale senza ricorrere ad alcuna meno cruda perifrasi, “…lacerazioni all’ano e vagina a mezzo della mano omicida, con soffocamento finale utilizzando come arma la cintura.”
Tutto concluso? Mille indizi ma nessuna prova come al solito!
E allora qualcuno, un po’ in apprensione, si ricorda dell’imperativo categorico del Duce…
“Voglio, dico voglio, che troviate il “mostro” ad ogni costo!”
C’è poco da scherzare e perdere tempo!
Bisogna trovare ad ogni costo un “presunto vero colpevole”!
A volte gli ossimori rendono più facile descrivere la confusione che anche ai giorni nostri rende particolarmente difficoltoso discernere “Il grano dal Loglio” ovvero il Bene dal Male, la realtà dai deleteri “Si dice che…”!
Nella terza e ultima parte di questa tragedia di altri tempi, ma non del tutto estranea anche a ciò che avviene ai nostri convulsi giorni in cui il Vocabolario della lingua italiana si è anche arricchito del termine “Femminicidio”, vedrete come un innocente, forse un po’ troppo fortunato nella sua attività lavorativa di agiato fotografo che girava per le strade di Roma su una bella vettura non alla disponibilità di tutti, abbia drammaticamente innescato uno dei più esecrandi Peccati capitali, l’Invidia…
17. Immagine sopra; Più che efficace raffigurazione artistica dell’Invidia!
Ancora un attimo di pazienza…
(Fine seconda parte)
(Roberto Volterri)
- Tutte le immagini sono state fornite dall’autore.
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