UNA COPPIA DIVINA SULLA GRAND ROCHÈRE: MERCURIO E ROSMERTA? di Fabio Bertoletti

UNA COPPIA DIVINA SULLA GRAND ROCHÈRE:

MERCURIO E ROSMERTA?

di Fabio Bertoletti

Curiosando in rete in cerca di informazioni ho visto questa foto di un paesaggio alpino. Si tratta di una normalissima e suggestiva foto panoramica, come tante del genere posta a corredo di un articolo su Wikipendia.

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In questa foto però mi è subito balzato all’occhio un particolare curioso costituito dalla presenza di una grossa e solitaria ombra nera che si staglia nettamente su una parete rocciosa in basso a sinistra e che ho evidenziato con un cerchietto giallo.

  C:\Users\StagistiB\Desktop\Grande_Rochère a sinistra evidenziata ombra.jpg

Osservando bene la forma di questa ombra ho avuto subito la netta sensazione di vedere il profilo di una creatura zoomorfa, per la precisione la testa di un suino con orecchio rizzato, muso anteriormente prominente e piatto e la bocca aperta!

Se ci fate caso graficamente tale ombra sembra proprio delineare la sagoma di profilo della testa di un maiale! Semplice e curiosa pareidolia?

Può essere… l’avessi vista in un contesto alpino generico probabilmente non ci avrei badato o l’avrei ritenuta certamente il frutto di una mia personale fantasia o pareidolia, ma il fatto che questa singolare ombra sia nitidamente proiettata dai raggi del sole sulla parete rocciosa di una montagna assai particolare mi ha lasciato di stucco e ha fatto scattare in me un campanello d’allarme. (nella foto sotto l’ombra sembra delineare il profilo della testa di un maiale con la bocca aperta)

C:\Users\StagistiB\Desktop\ombra di testa di suino ingrandita - Copia.jpg

Ma di che montagna sto parlando? Presto detto: nella didascalia di wikipendia a commento della foto è scritto: La Grand Rochère a sinistra e l’Aiguille de Bonalex a destra.

Ancora la Grande Roccia!

Una montagna che appare di continuo una generatrice di sbalorditivi indizi megalitici e sconcertanti figure di ombre che sembrano quasi disperatamente richiamare l’uomo al ricordo di un’epoca remota in cui gli dèi delle vette, venerati con ignoti rituali dai liguri e dai Celti, regnavano e dominavano incontrastati sulle valli alpine.

Ammettiamo per un attimo l’ipotesi che questa figura non sia casuale o un’ennesima pareidolia, ma costituisca invece un’ombra che io definisco “rituale”, cioè un’ombra intenzionalmente creata dall’uomo che avrebbe profilato ad arte il bordo di quella asperità rocciosa per fare apparire, in un determinato momento del giorno, questo profilo di testa suina. 

Se Osserviamo bene la parete rocciosa che proietta l’ombra possiamo notare una stranezza, infatti il bordo della roccia in questo punto appare nettamente delineato (come evidenziato dall’ombra) con due linee rette poste a forma di cuspide e sotto, a mezza altezza della medesima parete, si intravede un’apertura nera nella roccia che sembra una sorta di ingresso o di finestra con volta arcuata. Potrebbe trattarsi di una nicchia, come dell’antro di una grotta che immette teoricamente in qualche ambiente interno oppure di un semplice anfratto naturale.

L’ unico modo per accertarlo ovviamente è quello di studiare e osservare quel luogo direttamente sul posto. (Nella foto sotto ho evidenziato in giallo la roccia a forma cuspidata e il presunto ingresso)

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C:\Users\StagistiB\Desktop\ombra di testa di suino ingrandita apertura e profilo cuspidato.jpg

Ebbene che attinenza potrebbe avere questa figura zoomorfa con i Celti? 

Per i Celti il maiale e il suo stretto parente selvatico, il cinghiale, erano (guarda a caso?) animali sacri di primissimo piano associati addirittura alla stessa casta druidica, alla spiritualità e al mondo sotterraneo.

Erano animali che avevano legami con il bosco sacro, poichè i maiali /cinghiali sono ghiotti di ghiande il frutto della quercia che era l’albero sacro per eccellenza dei druidi.

L’abitudine dei maiali di nutrirsi di ghiande nei boschi (pratica nota come pannage o pascolo boschivo) era fondamentale per l’allevamento nel mondo celtico.

Questa connessione alimentare creava quindi un legame simbolico e simbiotico tra questi animali e i druidi che svolgevano i loro rituali nei boschi di querce.

I maiali /cinghiali che si nutrivano di ghiande simboleggiavano la conoscenza assorbita e per i druidi l’identificazione con essi era un modo per dichiararsi custodi di quella conoscenza.

Per i celti il maiale/cinghiale era un animale magico, simbolo di fertilità e prosperità.

Nelle leggende i druidi erano noti per la loro capacità di trasformarsi o di trasformare altri in maiali e a volte venivano descritti essi stessi come “porci druidici”.

In alcuni testi irlandesi, i druidi venivano descritti con appellativi come “porci di Mon” (Swine of Mon/Mona) o ” Porci del Sacro Cordone” ovviamente tali appellativi non erano da intendersi in senso dispregiativo, ma piuttosto simbolico, legati al loro ruolo di custodi della conoscenza, della natura e di creature ritenute sacre dai celti.

Insomma per i Celti, a differenza di altre culture (Ebraismo e Islam) il maiale (e il cinghiale) non era un animale impuro o immondo, ma occupava un ruolo di spicco nella loro cultura, economia e mitologia.

Il porcello era una fonte primaria di sostentamento e il consumo della sua carne era centrale nei banchetti rituali celtici.

Si narra di banchetti divini in cui i maiali e cinghiali venivano macellati, mangiati e poi tornavano magicamente in vita il giorno successivo simboleggiando l’immortalità e il ciclo continuo della vita, di nascita, morte e rigenerazione.  

Il maiale sacrificato a Samhain, l’antico capodanno celtico, giorno che segnava la fine dell’estate e l’inizio del periodo buio dell’inverno (31 ottobre / 1 novembre) serviva per propiziarsi il favore degli dei con la speranza di assicurare alla comunità un nuovo ciclo di abbondanza di risorse alimentari per l’anno successivo. Samhain, era un momento in cui si credeva che il confine tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti si assottigliasse, permettendo contatti con i defunti (il capodanno di Samhain è considerato l’antenato diretto dell’attuale festa di Halloween.) Il sangue dell’animale sacrificato veniva talvolta usato per benedire la casa o i membri della famiglia, creando una protezione spirituale contro gli spiriti maligni che si credeva vagassero liberi in quella notte.

Da un punto di vista pratico, Samhain segnava l’inizio del periodo in cui il bestiame che non poteva essere nutrito (perchè non c’era abbastanza foraggio d’inverno) veniva macellato.

La carne salata garantiva la sussistenza della comunità, rendendo il maiale simbolo della festa e della sicurezza alimentare per i mesi bui.

Dunque il maiale era un auspicio di prosperità, ricchezza di risorse alimentari e fertilità (i maiali sono molto prolifici) esattamente come l’ombra eretta della formosa dea dell’abbondanza dal florido seno tondeggiante con capezzolo drizzato e prosperosi glutei che si genera magicamente verso il tramonto sotto una delle cime più alte della Grand Rochère accanto al piccolo profilo megalitico in stile ellenico.

Personalmente sono convinto che esista una stretta connessione a livello simbolico tra queste 2 figure d’ombra che si formano sulla Grand Rochère. (nella foto sotto il confronto tra le 2 presunte ombre rituali celtiche presenti sulla Grand Rochère entrambe riproducenti simboli di fertilità e prosperità; a sinistra quella riproducente una testa di maiale vista di profilo con la bocca aperta, a destra la sagoma eretta di una prosperosa dea dell’abbondanza anch’essa vista di profilo con attributi femminili ben evidenziati)

C:\Users\StagistiB\Desktop\ombra di testa di suino ingrandita - Copia.jpg   C:\Users\StagistiB\Desktop\OMBRA DI UNA DEA MATRONA CELTICA DI PROFILO SU GRAND ROCHERE OMBRA VISIBILE SOLO AL TRAMONTO - Copia.jpg

Oltre alla fertilità, il parente selvatico del maiale (il cinghiale) rappresentava la dirompente forza selvaggia della natura, l’audacia, la ferocia e l’indomabile ardore guerriero che accompagnava i celti in battaglia.

Il cinghiale, noto per la sua aggressività se si sente minacciato e la capacità di combattere ferocemente anche se ferito, era associato, oltre che ai druidi, anche alla casta dei guerrieri ed era l’emblema del coraggio e della ferocia controllata.

Per questo la sua immagine veniva riprodotta sugli elmi, gli scudi e le armi dei guerrieri celti.

La sua effigie inoltre ornava spesso le trombe da guerra celtiche (il Carnyx) ed era l’animale più frequentemente rappresentato nelle insegne militari galliche che servivano per raggruppare i guerrieri e incutere timore ai nemici in battaglia.

Assai recentemente, in Gran Bretagna, è stata rinvenuta una tromba da guerra celtica straordinariamente conservata e una parte di stendardo con l’effigie del cinghiale

Pure nell’iconografia e nella numismatica celtica il cinghiale ha avuto un ruolo di rilievo (anche se nella loro monetazione l’immagine predominante era quella del cavallo) è presente infatti su diverse emissioni monetarie, in particolare galliche e britanniche.

Solitamente era raffigurato in forma molto stilizzata, ma quasi sempre con un’evidente cresta dorsale pronunciata, simbolo della sua natura bellicosa e della sua aggressività.

Questo dettaglio delle setole dorsali erette richiamava le acconciature dei guerrieri celti che usavano la calce per irrigidire i capelli (nella foto sotto, tratta dal sito Archeologia Gallia Cisalpina al quale rimando per altri esempi vedi qui: https://archeologiagalliacisalpina.wordpress.com/2025/10/26/bestiario-nelle-monete-celtiche/ , una moneta celtica di bronzo con la rappresentazione di un cinghiale risalente circa all’80-50 a.C. e sopra la raffigurazione orizzontale di una spiga di grano)

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Presso la tribù gallica dei Lingoni (che abitava l’area dell’attuale Langres, nella Francia nord orientale) esisteva una divinità chiamata Moccus il cui nome deriva infatti dal termine gallico Moccos, che significa “maiale” o “cinghiale”.

Moccus era un dio Cinghiale protettore dei cacciatori e dei guerrieri che simboleggiava il coraggio, la forza selvaggia e la virilità, ma anche abbondanza e prosperità.

A lui erano offerti banchetti rituali di carne di cinghiale e si riteneva che seppellire parti di cinghiali nei campi favorisse la fertilità del raccolto.

Durante l’epoca romana Moccus fu identificato con Mercurio (Mercurius Moccus).

I cinghiali o maiali erano spesso raffigurati insieme a divinità legate al commercio, ai viaggiatori e alla prosperità caratteristiche proprie di Mercurio.

Secondo antiche credenze il maiale era visto come un messaggero degli Dei o un aiutante di Mercurio.

Nell’antica Roma il maiale era strettamente legato alla dea Maia ed era considerato un animale sacro e vittima sacrificale principale nei suoi rituali.

Il termine latino porcus maialis (da cui deriva probabilmente maiale) indicava un suino castrato e grasso che veniva sacrificato in onore della dea Maia il primo maggiouna divinità romana legata alla terra, alla fecondità e al risveglio della natura a primavera.

Probabilmente questa concezione similare relativa alla sacralità del suino simbolo di abbondanza e del suo legame con la dea Maia (che era la madre di Mercurio) fu uno dei vari motivi che indussero i romani a equiparare/ associare il Moccus celtico a Mercurio, venerandolo appunto come Mercurius Moccus.

Moccus era uno dei 35 epiteti con cui i galli chiamavano Mercurio.

Giulio Cesare nel VI libro (capitolo 17) del De Bello Gallico afferma esplicitamente che i Galli adorano Mercurio più di ogni altra divinità. “Tra gli dei, venerano soprattutto Mercurio. Di lui [ci sono] moltissime statue: lo ritengono inventore di tutte le arti, guida delle vie e dei cammini, e credono che egli abbia il massimo potere per il guadagno e per i commerci”

Per evitare equivoci o confusione si tenga presente che quando parliamo di galli parliamo sempre di celti!

I romani chiamavano genericamente galli (in latino galli, plurale di gallus) le diverse popolazioni celtiche stanziate in Gallia (attuale Francia, Belgio e Svizzera) e nell’Italia settentrionale (Gallia Cisalpina), il termine indicava in senso ampio i popoli celtici continentali estendendosi anche alle tribù d’oltralpe.

Il termine galli quindi era usato come sinonimo di celti dai romani.

Ma il Mercurio venerato dai galli in realtà NON era il Mercurio del pantheon romano sebbene Cesare nel De Bello Gallico abbia utilizzato questo nome per descrivere il dio celtico principale; si tratta di un classico esempio di interpretatio romana, cioè l’abitudine dei romani di interpretare le divinità straniere adattandole ai propri dèi, spesso sovrapponendo caratteristiche simili per facilitare la comprensione e l’assimilazione.

Cesare, scrivendo in latino, utilizza nomi di divinità romane per descrivere le divinità celtiche.

Quando afferma che i galli veneravano principalmente Mercurio, non ci dice come i galli lo chiamassero.

Per fare un esempio se una divinità straniera aveva tra le sue caratteristiche quella di proteggere i traffici e i commerci, agli occhi di un romano quella divinità era semplicemente Mercurio, poco importava come i galli la chiamassero; i nomi originali delle divinità locali venivano spesso omessi e trascurati dai romani nei documenti perchè generavano solo confusione (inoltre l’uso dei nomi latini implicava una superiorità culturale).

La principale divinità celtica che Cesare identifica come “Mercurio” corrisponde probabilmente (come affermano diversi studiosi) al dio celtico Lúg o Lugh (irlandese) o Lugus (gallico), complessa divinità poliedrica venerato come Dio della luce e del Sole.

Il suo nome è spesso interpretato come “luce” o “luminosità” richiamando la radice indoeuropea leuk.

La città di Lione (Lugdunum) è tra i luoghi che testimoniano l’importanza del suo culto.

Nella mitologia irlandese il dio Lúg era figlio di Cian dei Túatha dé Danann (il popolo degli dèi della luce) e di Ethniu, figlia di Balor il re ciclope dei Fomoriani (giganti mostruosi, nemici dei Tùatha Dé Danann).

Una profezia aveva predetto che Balor sarebbe stato ucciso da suo nipote; per scongiurare tale pericolo Balor tentò allora di annegare Lúg da bambino, ma il Dio fu salvato e cresciuto da altri popoli, come i Fir Bolg.

Salì alla ribalta della scena quando si presentò alla corte dei Túatha Dé Danann dimostrando di possedere abilità eccezionali in tutte le discipline (guerriero, fabbro, arpista, medico ecc.) e di essere insuperabile in ciascuna di esse.

Questo gli permise di guidare il suo popolo nella seconda battaglia di Mag Tuired contro i Fomoriani e avverò la profezia riuscendo a uccidere il nonno Balor colpendo il suo occhio distruttivo con una lancia magica, simboleggiando la vittoria della luce sulle tenebre. (nella foto, sotto tratta da Wikipendia, Lugh in battaglia in un disegno di Harold Robert Millar)

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Lúg era dunque un dio celtico “Multipotenziale dalle mille arti “, guerriero, re e portatore di luce conosciuto con l’epiteto Samildánach, che significa “esperto in tutte le arti”. (e questo coincide con quanto dice Cesare parlando del Mercurio gallico come inventore di tutte le arti).

A differenza di altri dei specializzati in un unico ambito, Lúg è maestro nella guerra (il suo epiteto più celebre è Lámfada che significa “dal lungo braccio” riferito alla sua maestria insuperabile nell’uso della lancia e della fionda), ma eccelleva per la sua padronanza in ogni campo: nell’artigianato, nella magia, nella poesia, nella guarigione e nella legge.

Lúg è anche il protettore dei viaggiatori, dei mercanti e dei ladri e proprio questo aspetto probabilmente indusse Cesare, per un’esigenza di omogeneizzazione culturale, a identificarlo semplicisticamente con il Mercurio romano trascurando però le altre sue caratteristiche.

Dunque Lúg, dio multitalentuoso, (figura ben più complessa e profonda del Mercurio latino semplice messaggero degli Deì e protettore dei viaggiatori e mercanti) sarebbe stato superficialmente “vestito” dai romani con il nome e l’iconografia di Mercurio.

A lui è dedicato il Lughnasadh (pronunciato Lù-na-sa) antica festività celtica celebrata tradizionalmente il 1 agosto, segnando l’inizio del raccolto e la fine dell’estate.

Sebbene i romani lo associassero a Mercurio, Lugus in quanto signore della luce condivide attributi anche con Apollo (spesso rappresentato nella monetazione celtica).

Anche l’Apollo gallico era una figura di notevole rilievo nel phanteon celtico infatti Cesare nel De Bello Gallico lo cita al secondo posto dopo Mercurio tra le 5 più importanti divinità celtiche attribuendogli poteri curativi di guarigione.    

Lugus è celebrato come un “portatore di luce” e in questa ottica verrebbe spontaneo associarlo al piccolo profilo megalitico in stile ellenico posto appena sotto una vetta della Grand Rochère montagna, ricordiamolo, sempre esposta alla luce diretta del sole e quindi molto probabilmente legata a culti solari.

Quasi certamente il profilo megalitico in stile ellenico doveva rappresentare una divinità importantissima di primo piano nel pantheon celtico; la sua posizione apicale lo farebbe ben pensare.

A rigore di logica è presumibile e impensabile che gli ignoti artefici di quel manufatto megalitico abbiano profuso preziosissime energie e sforzi solo per rappresentare una divinità minore, oltretutto collocata in una posizione sommitale così impervia.

Teoricamente parlando, trovo plausibile ipotizzare che una divinità celtica, di primaria importanza, dello spessore del dio Lugus “signore della Luce” avrebbe potuto avere una ben degna collocazione in quello spettacolare contesto alpino.

E, a parte la già citata testimonianza di Cesare (che afferma che Mercurio era la divinità più venerata e rappresentata nella statuaria gallica) c’è un indizio molto importante che lo farebbe supporre.

Il Mercurio gallico / Lugus era spessissimo associato, nell’iconografia gallo- romana, a una dea della fertilità e dell’abbondanza, quasi sempre identificata come Rosmerta. (nella foto sotto tratta da wikipendia un altare gallo-romano rinvenuto a Eisenberg che costituisce una delle testimonianze più significative del culto congiunto di Mercurio e della dea celtica Rosmerta in Germania.

L’opera risale a un periodo compreso tra il 200- 250 d.C..

L’altare è conservato presso l’Historisches Museum der Pfalz a Spira)

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Il nome Rosmerta è di origine gallica e si traduce approssimativamente come “Grande Provveditrice” o “Colei che provvede” è frequentemente raffigurata accanto al Mercurio gallico, formando una coppia divina che garantiva prosperità materiale e benessere.

Lei rappresenta la realizzazione pratica della prosperità (abbondanza) legata al dio del commercio e del guadagno.

Come si può non associarla spontaneamente alla nitida figura di ombra eretta di una donna nuda assai prosperosa che appare verso il crepuscolo esattamente accanto al profilo megalitico in stile ellenico?

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Appare evidente, a livello visivo, che ci possa essere un abbinamento/ nesso tra il profilo megalitico in stile classico e questa ombra rituale femminile che volta la sua schiena ad esso come se fossero 2 facce della stessa medaglia.

Il profilo dell’ipotetico Mercurio gallico / Lugus è rivolto, fino all’ultimo, alla luce del sole che tramonta, mentre la sua fedelissima compagna d’ombra è rivolta a est come a promettere fertilità e prosperità al nuovo giorno che sorgerà in quella direzione dopo le tenebre della notte? (Nella foto sotto direzione opposta delle figure evidenziata con frecce gialle)

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È forse questa la coppia divina (Lugos -Rosmerta) che si formava e rivelava, ogni tardo pomeriggio verso il tramonto su quella vertiginosa parete della Grand Rochère, allo sguardo devoto di quegli antichi adoratori delle vette come segno beneaugurale di prosperità e benessere per il nuovo giorno che avanzava? ( ricordiamo sempre che il tramonto per i Celti rappresentava l’inizio di un nuovo giorno).

E la stessa inseparabile coppia da allora si rivela ancora instancabilmente al giorno d’oggi, solo senza più spettatori e testimoni visivi consapevoli dell’evento e della loro esistenza.

Di certo la coppia Mercurio- Rosmerta rappresenta una delle unioni divine più diffuse nelle provincie gallo- romane.

nella foto sotto a sinistra il piccolo profilo megalitico in stile ellenico visto al tramonto.

Qui, probabilmente per uno scherzo ottico della luce, sembra abbia un’espressione completamente diversa (bocca e l’occhio chiuso) rispetto a come lo si vede in pieno giorno nella foto a destra dove sia la bocca che l’occhio appaiono aperti)

                                                C:\Users\StagistiB\Desktop\profilo megalitico in stile ellenico visto al tramonto sembra abbia un espressione diversa rispetto a come lo si vede in pieno giorno , bocca chiusa e occhio chiuso.jpg   C:\Users\StagistiB\Desktop\profilo classico - Copia.jpg

 

C:\Users\StagistiB\Desktop\VOLTO MEGALITICO DI PROFILO SULLA GRANDE ROCCIA POSIZIONATO SOPRA IL GROSSO PROFILO MEGALITICO CON NASO GOBBO.jpg

Un altro possibile indizio visivo sull’identità del profilo megalitico in stile ellenico risiede nelle scanalature arcuate e rastremate verso l’alto che appaiono intenzionalmente scolpite accanto alla testa.

Certo, queste scanalature potrebbero voler essere la rappresentazione dei capelli o dell’acconciatura particolare di quella divinità, ma il fatto che siano arcuate e rastremate verso l’alto a destra teoricamente potrebbe far pensare che possano essere la rappresentazione delle nervature delle ali presenti sul petaso (dal greco pétasos) di Mercurio, quindi potrebbero essere anche un attributo iconografico di questo Dio. (inserire foto volto megalitico in stile ellenico)

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C:\Users\StagistiB\Desktop\evidenziazione scanalature di una presunta acconciatura o copricapo.jpg

La caratteristica che distingue il copricapo di Mercurio dal comune cappello dei viandanti è la presenza di ali sui lati o sulla parte superiore.

Queste simboleggiano la velocità estrema del dio e la sua funzione di messaggero celeste. Ricordiamo che i Celti, per il servizio di mercenariato prestato in Grecia, al servizio dei vari regni ellenistici o delle città-stato avevano avuto modo di entrare in contatto con la cultura/ mitologia greca e di vedere rappresentazioni delle loro divinità, compreso l’Ermes greco (che corrisponde al romano Mercurio) che era comunemente raffigurato con le ali sul petaso.

Nella foto sotto tratta da un’inserzione su e bay una vecchia banconota da lire 500 raffigurante Mercurio con il caratteristico copricapo alato)

C:\Users\StagistiB\Desktop\banconota lire 500 ,.jpg

Sebbene Rosmerta sia la paredra e la compagna più frequente di Mercurio in Gallia, talvolta il Mercurio gallico viene associato ad altre dee come Damona o Sirona che presentano comunque caratteristiche assai simili legate sempre all’abbondanza alla fertilità, alla guarigione e alle sorgenti.

Damona è interpretata come “Divina vacca” derivato dal celtico damos (mucca) dato che anche questo animale era un potente simbolo di fertilità e nutrimento nelle culture celtiche.

Solitamente il suo ruolo principale è quello di consorte dell’Apollo Gallico (Borvo Moritasgo) in contesti termali.

Sirona (o Thirona) era una divinità celtica della guarigione, delle sorgenti termali e della fertilità venerata principalmente in Gallia e nelle regioni germaniche.

Il suo nome potrebbe derivare dal proto-celtico “ster-“(stella), suggerendo un legame con il cielo stellato e la luce.

Spesso associata ad Apollo Grannos o Borvo nei santuari curativi, il suo culto era legato alla luce, alla purificazione e all’acqua.

Ad ogni modo tutte queste divinità femminili sono figure materne similari protettrici del benessere e della fertilità, ma i loro partner divini differiscono nelle iscrizioni epigrafiche. 

Riguardo invece il gigantesco profilo megalitico con naso gobbo di fattura decisamente rozza e primordiale rispetto al soprastante profilo in stile ellenico resta ignota la sua identità, ma mi sento di avanzare un’osservazione.

Anche questo profilo è sempre esposto al sole.

La cosa curiosa è che verso il tramonto il gioco di ombre che si viene a creare con la volumetria delle rocce mette in evidenza la presenza di un blocco roccioso sotto la testa che dà l’impressione di essere la rappresentazione del braccio piegato in avanti di questa divinità.

C:\Users\StagistiB\Desktop\PROFILO MEGALITICO CON NASO GOBBO VISTO AL TRAMONTO CON BRACCIO PIEGATO.jpg C:\Users\StagistiB\Desktop\evidenziazione braccio piegato.jpg

Potrebbe trattarsi forse sempre della rappresentazione dello stesso dio Lugus (una rappresentazione magari molto più antica; non sappiamo infatti se questi 2 profili megalitici siano stati realizzati contemporaneamente o scolpiti in due epoche differenti anche assai distanti tra loro) in quanto la presenza di questo accenno di braccio piegato potrebbe essere un riferimento al suo epiteto più celebre che è appunto Lámfada che significa “dal lungo braccio” riferito alla sua impareggiabile abilità nell’uso della lancia e della fionda (alludendo quindi all’ aspetto guerriero di Lugus.)

C:\Users\StagistiB\Desktop\profilo con naso gobbo e braccio.jpg

Nella foto sotto il profilo megalitico con naso gobbo visto nelle prime ore del pomeriggio .Si noti la presenza di una presunta ombra rituale (accanto ad esso alla sua immediata destra) che avevo ipotizzato raffigurare la sagoma di una figura druidica appoggiata sopra una grossa foglia vista di profilo)

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 Tutte quelle che ho esposto ovviamente sono solo mie ipotesi personali, scaturite dalla presunta ombra rituale del profilo di una testa suina presente sulla Grand Rochère e integrate dalle mie lunghe osservazioni estive su questa montagna.

Mi ritorna ormai ossessiva la stessa domanda: questi incredibili giochi di ombre sulla Grande Roccia sono solo pareidolie?

Eppure tutte queste stranissime ombre, abbinate a presunti manufatti megalitici costituiscono (e qui mi riesce difficilissimo se non ormai impossibile pensare sempre a casualità) una perfetta sintesi degli elementi costitutivi della cultura e mitologia celtica!!

Ho la netta sensazione che la Grand Rochère sia una montagna viva che, attraverso la pulsante luce del disco solare che la avvolge ogni giorno, continui a parlarci di questi antichi adoratori delle vette che hanno saputo immortalare con clamorosi manufatti megalitici i loro dei e nello stesso tempo hanno saputo tramandare e nascondere tra sue rocce il loro segreto universo spirituale atttraverso artificiosi e suggestivi giochi di ombre rituali.

Semplicemente ho solo cercato di vedere le cose da una prospettiva diversa.

(Fabio Bertoletti)

Abbiamo visto come il maiale fosse un animale importantissimo nella spiritualità celtica e romana.

Per altre interessantissime curiosità sugli animali nell’arte rimando al libro di Giancarlo Pavat “Animali nell’arte che non dovrebbero esserci.”

 

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Un commento:

  1. Complimenti al Dottor Fabio Bertoletti , per la sua ampia conoscenza e per la capacità di notare dettagli con cura e precisione.

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