I misteri della Valle d’Aosta.
IL MENHIR DI DERBY.
UN POSSIBILE EPICENTRO DEL CULTO DEI MORTI?
di Fabio Bertoletti
Vollein (Quart), Champrotard (Villeneuve), La Cure (Saint-Nicolas), Fiusey (Montjovet) sono quattro località della Valle d’Aosta note per la presenza di antiche necropoli e tombe a cista litica.
Questi siti archeologici risalgono principalmente al periodo del Neolitico (V – VI millennio a.C.).
Le loro strutture funerarie appartengono alla tipologia detta di tipo Chamblandes (dal nome della località svizzera di Pully – Chamblandes, situata nel Canton Vaud, dove questa tipologia di sepoltura fu scoperta e identificata per la prima volta).
Si tratta di una cultura funeraria preistorica molto diffusa nel settore occidentale delle Alpi tra la Savoia, la Svizzera e l’Italia.
Ora anche la piccola località di Villaret (La Salle), salita recentissimamente alla ribalta delle cronache locali per la scoperta, emersa durante alcuni lavori di allargamento della sede stradale, di quattro tombe di tipo Chamblandes risalenti anch’esse al Neolitico si aggiunge, con pieno diritto, a questa lista.
Il rinvenimento di queste quattro tombe porta ragionevolmente a ipotizzare che possano far parte di un’area sepolcrale ben più estesa, tipo quella di Champrotard.
La scoperta delle sepolture di Villaret è importante per gli storici, perché dimostra che le antiche popolazioni del Neolitico erano stanziate in modo stabile sul territorio e seppellivano i loro defunti anche nell’Alta Valle (area della Valdigne).
In tre tombe a Villaret sono stati rinvenuti altrettanti scheletri rannicchiati in posizione fetale di giovanissime donne, mentre nella quarta ci sono i resti, molto mal conservati, di un bambino di meno di 10 anni.
Questa disposizione rannicchiata dei corpi dei defunti è una costante presente in tutte le tombe tipo Chamblandes che si trovano nelle altre località valdostane sopra menzionate.
Alla luce di quanto emerso dalle foto scattate dal drone (pilotato dai 2 bravissimi operatori Fabiano Mattia e Guglielmi Ivano della ditta Mbdrones di Cinalli Luigi) il 12 agosto del 2025 sul pinnacolo roccioso di Derby che hanno evidenziato l’incredibile presenza, al centro della sua parte sommitale, di una figura umana stilizzata e rannicchiata in posizione fetale è inevitabile chiedersi se esista una correlazione diretta tra tutti questi siti archeologici e la suddetta guglia rocciosa che svetta imponente e inconfondibile in mezzo ai lussureggianti boschi della montagna che sovrasta il villaggio di Derby.
Gli antropologi ritengono che la posizione fetale dei corpi dei defunti all’interno delle tombe a cista litica fosse intenzionale e di natura spirituale.
Il richiamo diretto alla postura del feto nel grembo materno simboleggiava un ritorno al ventre della madre Terra e un auspicio di rinascita nell’aldilà.
I diffusi ritrovamenti di queste sepolture tipo Chamblandes indicano che si trattava di un rituale funebre assai diffuso e standardizzato nell’area alpina occidentale.
Un rituale così fortemente radicato nel territorio e nella spiritualità di queste antiche popolazioni alpine che deve essersi trascinato per un lunghissimo arco temporale che va ben oltre la fine del Neolitico come dimostra il ritrovamento dello scheletro in posizione fetale della “Signora d’Introd”. (Nella foto sotto lo scheletro della Signora d’Introd)

Si tratta di una tomba scoperta nel territorio di Introd (Comune valdostano situato nel Parco Nazionale del Gran Paradiso) nel luglio del 2011 e rinvenuta casualmente durante i saggi archeologici preventivi effettuati in vista dell’ampliamento della scuola materna del paese.
Lo scheletro perfettamente conservato appartiene a una donna morta in età assai avanzata per l’epoca (aveva un’età compresa tra i 45 -60 anni) vissuta circa 5000 anni fa (tra il III e il II millennio a.C.).
Il clamore che fece questa scoperta fu dovuto al fatto che, come venne sottolineato dagli studiosi, questa donna visse sostanzialmente nella stessa epoca storica di Ötzi, la famosa mummia del Similaun notata da due escursionisti tedeschi nel 1991 a causa dello scioglimento di un ghiacciaio. (vedi foto sotto del rinvenimento della mummia tratta da wikipedia)
La Signora d’Introd e Ötzi vengono spesso accostati per la loro vicinanza temporale e geografica.
I dati scientifici hanno mostrato una sovrapposizione incredibile: per Ötzi gli esami scientifici indicano che è vissuto circa tra il 3350 e il 3100 a.C., mentre le analisi al carbonio -14 hanno collocato l’esistenza della Signora d’Introd nello stesso arco temporale all’incirca intorno al 3000 a.C..
Hanno una distanza temporale stimata in pochissime centinaia di anni, un battito di ciglia a livello archeologico.
Entrambi offrono una finestra straordinaria sulla vita delle Alpi durante la preistoria, entrambi abitavano l’arco alpino italiano; pur non essendosi mai incontrati (lei viveva nelle Alpi Occidentali in Valle d’Aosta, lui nelle Alpi Orientali in Alto Adige), condividevano lo stesso identico momento storico, lo stesso clima alpino e una cultura molto simile.
Le analisi biologiche su entrambi hanno rivelato i segni delle dure condizioni di vita dell’epoca.
Nei denti della Signora d’Introd sono evidenti i solchi dell’ipoplasia dello smalto, segno di periodi di grave carenza alimentare (carenza di ferro) o malattie durante la crescita.
Anche Ötzi mostrava linee di arresto della crescita e stress metabolico cronico.
Naturalmente è bene precisare che vi sono notevoli differenze riguardo le circostanze e lo stato in cui sono stati rinvenuti i due corpi.
Ötzi è una mummia naturale: il freddo estremo, la disidratazione e il ghiaccio lo hanno preservato intatto, con pelle, muscoli, tatuaggi, capelli e organi interni, mentre la Signora d’Introd è esclusivamente uno scheletro.
Essendo stata sepolta nella terra tutti i suoi tessuti molli si sono decomposti nel tempo, lasciando intatte solo le ossa.
Inoltre Ötzi è una vittima di omicidio o tradimento.
È morto durante un inseguimento o un combattimento in solitudine ad alta quota a causa di una freccia che gli ha reciso l’arteria succlavia.
Non ha ricevuto sepoltura, ma è rimasto congelato nel punto esatto della sua morte con tutti i suoi strumenti di vita quotidiana; aveva con sé un kit di sopravvivenza completo (abiti in pelle e pelliccia , scarpe imbottite di fieno, arco, frecce, un coltello di selce e una preziosissima ascia in rame che lascia ipotizzare che fosse un capo tribù, uno sciamano o un ricco proprietario di greggi ), mentre la Signora d’Introd, morta per cause naturali, ha ricevuto una regolare sepoltura della comunità.
La donna è stata adagiata intenzionalmente, rannicchiata in posizione fetale sul fianco destro all’interno di una fossa strutturata ed è stata trovata priva di corredo funebre, senza armi, utensili o monili personali.
Questo rende difficile decifrare il suo status sociale.
È importante notare che lo scheletro in posizione fetale della Signora d’Introd non si trova in una cista litica, ma deposto in una semplice fossa scavata nella terra. (nelle foto sotto a sinistra la tomba Neolitica “a scatola di pietra” dell’adolescente di Villaret adagiata sul fianco sinistro rinvenuta nell’aprile 2026, a destra la tomba Eneolitica, senza alcuna struttura di contenimento in pietra, della Signora d’Introd rannicchiata sul fianco destro. Entrambi i corpi sono in posizione fetale).

Questa è una delle differenze più importanti tra il suo ritrovamento e le classiche necropoli valdostane come quella di Vollein.
Il corpo della signora venne adagiato in una forma terragna senza alcuna struttura di contenimento in pietra.
Il terreno scelto era una zona di sabbia soffice sulla collinetta del Plan d’Introd.
Lo scheletro era rannicchiato sul fianco destro, a differenza di molti corpi di Vollein che riposavano sul lato sinistro e il suo capo era rivolto a Nord-Ovest.
La Signora d’Introd risale a un periodo di transizione tra la fine dell’Eneolitico (età del Rame) e l’inizio dell’Età del Bronzo.
Le classiche tombe a cista litica tipo Chamblandes appartengono invece a una fase più antica del Neolitico.
La posizione rannicchiata o fetale dei corpi dei defunti rimase una costante nel passaggio dal Neolitico all’Eneolitico, evolvendo però nelle modalità strutturali della sepoltura come dimostra chiaramente il caso della Signora d’Introd.
Il permanere della disposizione rannicchiata dei corpi dei defunti anche nelle tombe dell’Eneolitico era indice di una pratica cultuale millenaria evidentemente ancora molto radicata nella spiritualità dei popoli alpini.
L’incredibile presenza di una figura stilizzata in posizione fetale che appare incisa o scolpita sulla parte sommitale del pinnacolo di Derby inevitabilmente apre la strada a moltissimi interrogativi e anche a nuovi ipotetici scenari.

Che il menhir di Derby (Immagine sopra) possa essere legato direttamente al culto dei morti e collegato alla disposizione fetale dei corpi dei defunti all’interno delle tombe a cista litica, alla luce delle foto scattate dal drone che avevo noleggiato il 12 agosto del 2025, mi appare senza dubbio evidente.
Il pinnacolo di Derby e le tombe neolitiche di Villaret si trovano nella medesima area geografica (Valdigne) a una distanza brevissima in linea d’aria e forse anche in diretto contatto visivo (ma quest’ultimo elemento andrà verificato sul posto per una conferma o meno); impossibile ignorare questo fatto e non pensare a uno stretto collegamento tra le due cose, si tratta di una corrispondenza obiettivamente sconcertante.
Ammettiamo l’ipotesi che il sito megalitico di Derby all’epoca fosse un importantissimo luogo sacro, sede di misteriosi rituali , cerimonie o sacrifici il cui ricordo si è perso nella notte dei tempi (come lascerebbe pensare lo stesso pinnacolo dove è incisa la figura in posizione fetale e l’enigmatico volto megalitico posto a una quota di poco superiore) per quel che ne sappiamo è possibile che questo luogo possa celare la chiave che potrebbe aiutarci a comprendere meglio e a svelare la spiritualità delle popolazioni alpine del Neolitico se non l’origine stessa di quel rituale funerario?
In Valle d’Aosta e in più in generale nell’arco ALPINO OCCIDENTALE, non sono noti (almeno che io sappia) graffiti o incisioni rupestri preistoriche che raffigurano figure umane in posizione fetale. Quella presente sulla sommità del menhir di Derby al momento è una testimonianza visiva unica nel suo genere e la sua realizzazione e presenza in un contesto ambientale così ostico e impervio (quel picco slanciato verticalmente è tutt’altro che facile da scalare) non può essere a mio parere casuale o frutto di un capriccio della natura, ma doveva, nell’ottica degli antichi adoratori di quel posto, rispondere a una necessità e logica cultuale ben precisa; logica che purtroppo a noi uomini moderni sfugge quasi completamente ed è ignota.
Chi ci dice che quel menhir che svetta prepotentemente verso il cielo non fosse esso stesso l’epicentro del culto dei morti?
O perlomeno uno degli epicentri territoriali di quel culto funerario?
Poteva essere questo stesso pinnacolo l’ago di riferimento che influenzava la disposizione e l’orientamento dei corpi dei defunti all’interno delle sepolture di tipo Chamblandes, non solo a Villaret, ma anche negli altri siti funerari valdostani (situati nell’Alta Valle d’Aosta) menzionati in apertura di questo articolo?
Una sorta di bussola preistorica legata al culto dei defunti?
Naturalmente i miei sono solo interrogativi personali a cui non so certo dare una risposta, ripeto solo archeologi, studiosi ed esperti di archeoastronomia potrebbero verificarlo, tenendo ovviamente in considerazione la presenza e la posizione del pinnacolo su quella montagna che sovrasta l’abitato di Derby.
La consapevolezza della presenza del menhir di Derby sul territorio, è (teoricamente parlando) un elemento aggiunto di grande importanza che potrebbe aiutarci a riorientare gli studi sul culto dei morti nel Neolitico alpino e vederlo in una prospettiva diversa.
Riepiloghiamo brevemente gli elementi certi che abbiamo riguardo esso:
– il menhir di Derby costituiva certamente un riferimento visivo preciso e inconfondibile (specialmente quando è illuminato dal sole nelle ore pomeridiane che fa nettamente risaltare la sua sagoma slanciata contro il verde delle foreste) per le popolazioni che risiedevano nell’area della Valdigne e per chi transitava attraverso essa.
– la presenza (accertata) della figura dormiente stilizzata in posizione fetale sulla sua parte sommitale
– Tale figura è stata realizzata sul lato in cui il menhir viene a trovarsi illuminato dai raggi solari nel pomeriggio.
Quest’ultima constatazione porta ragionevolmente a ipotizzare che il pinnacolo di Derby fosse legato sia al culto dei morti sia a un culto solare.
Nel contesto del megalitismo europeo e alpino queste due sfere spirituali non erano separate ma rappresentavano due facce della stessa medaglia: il ciclo perpetuo della vita, della morte e della rinascita.
Entrambi facevano parte di una più ampia religiosità legata ai cicli della natura: come il sole “muore” ogni sera o in inverno per poi “rinascere” all’alba o in primavera, così l’essere umano sperava in una vita oltre la morte.
Nelle tombe a cista litica scoperte a Villaret i corpi delle giovani donne rinvenute sono stati deposti in posizione rannicchiata con il volto rivolto a oriente (ovvero a est) in direzione del Sole nascente, a simboleggiare la rinascita.
La figura fetale sotto la cima del menhir forse univa i due concetti in un’unica promessa di risurrezione: il feto (nuova vita) si trova all’interno di un monumento di pietra perenne (connesso ai morti) che punta verso il cielo (regno del sole)
Genericamente parlando abbiamo detto che molti studiosi pensano che queste grandi pietre verticali servissero per ricordare i defunti o per segnalare luoghi di sepoltura e la sua vicinanza alla zona delle 4 tombe recentissimamente scoperte a Villaret (che probabilmente fanno parte di una più estesa necropoli) lascerebbe ben supporlo.
Inoltre i menhir rappresentavano divinità o spiriti degli antenati a cui la comunità chiedeva protezione per questo talvolta i monoliti potevano presentare tratti antropomorfi.
Ebbene riguardo la guglia rocciosa di Derby l’analisi di un filmato girato dal drone il 12 agosto del 2025, oltre a confermare con certezza la presenza (poco sotto la sua cima) della figura stilizzata in posizione rannicchiata, sembra rivelare anche l’esistenza di un volto antropomorfo che si sviluppa verticalmente con occhi, naso (verticale) lungo e bocca aperta collocato sull’estremità destra del pinnacolo direttamente a ridosso del versante scosceso della montagna. (Immagine in basso; il pinnacolo con volto cerchiato in rosso)




La sensazione dunque è che ci sia anche un volto scolpito, ma è difficile accertarlo da queste immagini scorciate a meno di andare direttamente sul posto.
Il drone pilotato dai due bravissimi operatori Fabiano Mattia e Guglielmi Ivano, anche volendo non avrebbe potuto abbassarsi ulteriormente per avvicinarsi ad esso senza correre seriamente il rischio di entrare in collisione con le cime degli alberi che attorniano il picco roccioso.
Come si può vedere dalle foto il terreno attorno al menhir è fortemente accidentato e notevolmente in pendenza.
La probabile presenza di un volto antropomorfo potrebbe alludere al fatto che il pinnacolo roccioso era esso stesso una divinità (o sede di una divinità) legata all’oltretomba, divinità che fungeva da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti?
Una divinità psicopompa che accompagna le anime?

Il menhir si eleva parecchio verso l’alto anche se è difficile, data la mancanza di riferimenti dimensionali precisi, capire quale sia la sua effettiva altezza, tuttavia quei larici verde chiaro (situati accanto al presunto volto) alla immediata destra della guglia rocciosa sembrano essere già alti parecchi metri.
La figura fetale stilizzata mi appare ancor più come un capolavoro di arte preistorica considerando la sua posizione elevata e il difficilissimo contesto ambientale in cui è stata realizzata, per non parlare dei rudimentali e limitati mezzi di cui, almeno teoricamente parlando, potevano disporre gli sconosciuti artisti del Neolitico.

O forse erano già molto più avanzati e organizzati di quello che pensiamo nel campo della lavorazione delle rocce attraverso la levigatura?
Come ha detto l’archeologo della Soprintendenza di Aosta, Gabriele Sartorio, parlando delle tombe neolitiche di Villaret siamo in epoca pre-metalli (circa 6000 a.C).
Eppure degli utensili, per scolpire e incidere le rocce dovevano pur averli (sempre ammettendo l’ipotesi che la figura in posizione rannicchiata raffigurata sul menhir, di dimensioni considerevoli, risalga al Neolitico).
Per me resta un mistero capire che tecnica possano aver usato gli ignoti artisti dell’epoca per issarsi là sopra e lavorare la roccia su una guglia così slanciata verticalmente, di certo dovevano avere un’ottima organizzazione sociale poiché un lavoro del genere non può essere improvvisato da un giorno all’altro! (nella foto sotto il menhir ripreso dal drone visto di profilo risulta incurvato nella sua parte sommitale verso l’alto).

Oltretutto le linee rette che formano le gambe piegate della figura rannicchiata appaiono molto ben delineate e precise!
Come dicevo osservando le foto, la figura in posizione fetale appare di colore più chiaro rispetto al resto della superficie rocciosa del menhir come se fosse stata in qualche modo levigata o raschiata.
Osservando alcune aree della roccia immediatamente attorno alla figura dormiente ho l’impressione di vedere tracce orizzontali di scalpellatura (metti foto con evidenziazione tracce di scalpellatura) come se gli antichi scalpellini avessero voluto eliminare la roccia in eccesso per delimitare meglio il contorno dell’immagine. (Vedere immagini in basso)


Si potrebbe ipotizzare che gli artefici di quella figura all’epoca abbiano eretto attorno al pinnacolo un sistema di ponteggi di legno da usare come base operativa di lavoro?
I tronchi non mancavano di certo in quei boschi e se sapevano già lavorare in quel modo la roccia a maggior ragione è ben presumibile che sapessero lavorare il legno.
Essendo le costruzioni in legname per loro natura deperibili se esposte all’azione continua degli agenti atmosferici con il trascorrere del tempo non lasciano alcuna traccia riconoscibile in assenza di condizioni ambientali favorevoli alla loro conservazione.
Inevitabilmente di fronte a queste foto interrogativi e ipotesi si susseguono e accavallano nella mia mente confusa di uomo curioso. Di certo questo argomento/enigma costituisce pane per i denti per gli archeologi e studiosi di megalitismo.
Mi auguro vivamente per il futuro che gli studi archeologici non si limitino solo alle tombe rinvenute nel fondovalle, ma prendano in considerazione anche la contigua area megalitica di Derby.
Le tombe tipo Chamblandes disseminate in varie località dell’Alta Valle a mio parere, sono solo dei minuscoli tasselli di un ben più ampio e complesso mosaico megalitico che non è possibile ricostruire e comprendere senza considerare, osservare e studiare a 360 gradi l’ambiente alpino che le circonda e in particolare le sconcertanti formazioni litiche presenti in gran numero sulle alture e vette nell’area della Valdigne (zone boschive di Derby, Grand Rochère e altre ancora che per mancanza di tempo non ho documentato)
PS: e Già CHE PARLIAMO DI POSIZIONE FETALE per concludere aggiungo una curiosità che nulla ha a che fare con il megalitismo.
La montagna non finirà mai di stupirci, conserva e custodisce segreti millenari, anche di piccola entità che inaspettatamente possono riaffiorare dallo scioglimento dei ghiacci, restituendoci un piccolo spaccato di vita di epoche remote. Non mi riferisco qui al celebre caso di Ötzi la mummia del Similaun di cui abbiamo accennato, ma al meno famoso, ma altrettanto importante caso della marmotta mummificata del Lyskamm di 6600 anni scoperta da una guida alpina nell’agosto del 2022 sul ghiacciaio del Lyskamm orientale (Monte Rosa) a un altitudine record di 4.291 metri s.l.m..
L’animale è stato trovato mummificato dal freddo curiosamente proprio in posizione fetale sul lato sinistro adagiato sopra una roccia.
Questo reperto eccezionale (è la mummia naturale più antica rinvenuta in Italia) è esposto al Museo Regionale di Scienze Naturali “Efisio Noussan” all’interno del castello di Saint Pierre.
Oggi le marmotte alpine vivono stabilmente tra i 2.000 e i 3.000 metri.
Il suo ritrovamento a oltre 4.000 metri suggerisce che all’epoca le praterie alpine e le temperature favorevoli si estendessero a quote molto più elevate di quelle attuali.
Ce lo rivela una marmotta vissuta nel Neolitico. (nella foto sotto, tratta da wikipedia, la marmotta del Lyskamm )









