IL MISTERO DEI DUE CRANI DI S. TOMMASO D’AQUINO; di Giancarlo Pavat.

 

Immagine di apertura; a sx la Cattedrale di Priverno (LT) ove è conservato come reliquia un cranio (a dx) che si voluto riconoscere come quello di San Tommaso d’Aquino.

 

IL MISTERO DEI DUE CRANI DI SAN TOMMASO D’AQUINO

di Giancarlo Pavat

 

Ovviamente l’interesse per i crani di personaggi importanti non è affatto confinato soltanto al mondo della Scienza (o pseudoscienza) ma pure in quello della Religione della Fede.
Non è questa la sede per affrontare il discorso sulla storicità e sul valore spirituale delle reliquie dei Santi cattolici (ma non solo) che ancora oggi tanto indignano i Cristiani appartenenti alle Chiese Protestanti.

Secondo l’Enciclopedia Cattolica si possono definire reliquie “Il corpo o qualsiasi parte che rimanga di un Santo dopo la sua morte, così come pure gli oggetti che sono venuti effettivamente in contatto con il corpo dello stesso durante la sua vita. Le reliquie reali, o di prima classe, includono la pelle e le ossa, gli abiti gli oggetti usati per la penitenza, gli strumenti di prigionia, di martirio o di passione”. Con le reliquie si potevano effettuare guarigioni, prodigi, miracoli d’ogni genere. Per custodirle adeguatamente si innalzarono chiese e cattedrali, come sulle tombe degli Apostoli e su quelle dei primi martiri. Un monastero, oppure un signore laico, in possesso di qualche reliquia piuttosto famosa, acquisiva un enorme fama e potere, anche temporale”.

(da Giancarlo PavatNel Segno di Valcento” – edizioni Belvedere 2010).
Tra le reliquie relative ai resti mortali dei Santi, quella più ambita era di certo il cranio o parti di esso. Come dimostra la vicenda (in qualche modo ricollegabile, senza voler mancare di rispetto al Santo, a quelle dei celebri musicisti citati dal professor Roberto Volterri) relativa all’ultima dimora e alla testa del “Dottore della Chiesa”, Tommaso dei Conti d’Aquino, elevato agli “onori degli altari” il 18 luglio 1323.
San Tommaso è un personaggio noto anche a chi ha poca dimestichezza con la Storia del Medio Evo, di cui è universalmente ritenuto uno dei più grandi filosofi. Visto che è autore di oltre un centinaio di opere e riscoprì, ovviamente elaborandolo in chiave cristiana, il pensiero del filosofo greco Aristotele (“vidi ‘l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia”, così lo descrive Dante nel IV Canto dell’Inferno).
Tommaso nacque da Landolfo, della blasonata famiglia comitale longobarda dei “d’Aquino”, e dalla nobile normanna Teodora, nel 1224, probabilmente nel castello avito di Roccasecca (all’epoca facente parte del Regno Svevo-Normanno di Sicilia).
2. Immagine sopra; portale a sesto acuto dell’ingresso della cosiddetta “Casa di San Tommaso” a Roccasecca (FR).

3. Immagine sopra; la Torre dei Conti d’Aquino ad Aquino (FR).
4. Immagine in basso; la cosiddetta “Casa di San Tommaso”, sempre  ad Aquino (FR).

 

Continua ancora ai giorni nostri, sull’esatto luogo di nascita del futuro Santo, l’antica e accesa diatriba tra Aquino e Roccasecca (comuni oggi entrambi in provincia di Frosinone).
Presso la venerabile Abbazia di Montecassino è conservato un documento che recita;
Non Aquini natus est Angelicus doctor sed in castro salubrioris aeris quod Roccasecca etiam nunc vocatur ad radices cairi montis”.

5. Immagine sopra; i resti del Castello dei Conti d’Aquino a Roccasecca (FR).

Quindi….non dovrebbero esserci dubbi. Ma si sa, il Medio Evo fu un epoca di grandi contraffazioni di documenti. Basti pensare alla famigerata “Donazione di Costantino” su cui si baso’ per quasi duemila anni il potere temporale della Chiesa di Roma. Fu un umanista italiano, Lorenzo Valla (1407-1457) a dimostrare nel 1440, mediante oggettive evidenze filologiche e storiche esposte nella “De falso credito et ementita Costantini donatione“, che la “Donazione” era una volgare contraffazione. Infatti, è stato oggi dimostrato che il documento, che attestava la cessione delll’Italia e di tutto l’impero Romano d’Occidente, alla Chiesa di Romace ai Pontefici, da parte dell‘imperatore Costantino, venne redatto non prima dell’VIII – IX secolo d.C. (da un falsario della Curia papale), e non di certo nel IV secolo d C..
Tornando al documento conservato a Montecassino, era convinto dell’autenticita’ anche l’erudito e viaggiatore prussiano Ferdinand Gregorovius (1821-1891).
Autore, tra l’altro, della monumentale “Die Geschichte der Stadt Rom im Mittelalter“, ovvero “Storia di Roma nel Medio Evo” in cui attacca il papato schierandosi dalla parte del nostro Risorgimento.

6. Immagine sopra; Ritratto di Ferdinand Gregorovius 1821-1891. (Archivio ilpuntosulmistero)
 
Gregorovius, che ben conosceva le vicende storiche medievali del Basso Lazio (i suoi “Itinerari laziali 1854-1873” sono stati ristampati nel 2008 dalle Edizioni Belvedere di Latina con prefazione di Fulco Pratesi), scrisse testualmente
“…non in Aquino ma lassù nel pittoresco borgo di Rocca Secca nacque Tommaso nell’anno 1224“.
Tutto chiaro quindi? Tutto risolto? Non proprio. Perché tra i due litiganti si è inserita una terza località che afferma con devota sicurezza di aver dato i natali al grande Santo e filosofo.
Più o meno all’inizio di questo sciagurato XXI secolo, sulla vexata quaestio, intervenne il noto e stimato studioso ed agiografo calabrese, don Bruno Sodaro (1920-2017).
Don Sodaro annunciò di aver scoperto, nella Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia, un documento autografo del “Doctor Angelicus” (ricordiamo che questo era il soprannome dato dai contemporanei all’Aquinate), nel quale lo stesso si firma come “Tommaso di Belcastro”.

7. Immagine sopra; il castello dei Conti d’Aquino e la “Casa natale” di San Tommaso d’Aquino a Belcastro in Calabria.
Belcastro è un paese della Sila Piccola, a poca distanza dal Mar Ionio, oggi in provincia di Vibo Valentia in Calabria. Di origini altomedievali, fu a lungo un feudo proprio dei Conti d’Aquino, dei quali è sopravvissuto il corrusco castello.

8. Immagine sopra; la statua del “Doctor Angelicus” a Belcastro in Calabria.
Non a caso, il padre di Tommaso, Landolfo era spesso indicato come Conte di Loreto (Loreto Aprutino, oggi in provincia di Pescara) e, appunto, di Belcastro.
Oggi, ai visitatori di Belcastro, i cordiali abitanti fanno vedere anche la “Casa natale di San Tommaso”, ovvero un edificio medievale che sorge non lontano dalla rocca degli Aquinati.
La tesi relativa ai natali calabresi di Tommaso non è di certo nuova. A sostenerla per primo fu lo storico e religioso originario di Francica in Calabria, padre Gabriele Barrio (1506-1577) nell’opera “De antiquitate et situ Calabriae“.
Venne poi ripresa nel secolo successivo dall’erudito, anch’esso calabrese, fra’ Giovanni Fiore da Cropani.
Ho avuto modo di leggere personalmente presso la Biblioteca Nazionale di Roma, il testo del Barrio e, francamente, debbo ammettere che gli elementi da lui presentati, a sostegno dell’ipotesi “calabrese” sono davvero interessanti e piuttosto circostanziati. Tanto che il dubbio su dove sia nato davvero l’Aquinate si insinua in profondità; nel Basso Lazio o in Calabria?
Ma se non c’è chiarezza e unanimità sul luogo di nascita, il mistero aleggia anche su quello dell’ultima dimora e sui resti mortali del Santo.

9. Immagine sopra; miniatura medievale con Gregorio X che riceve i fratelli Polo (Archivio ilpuntosulmistero)
 
Il 1° aprile 1272, il nuovo papa Gregorio X (Tebaldo Visconti di Piacenza, 184° romano pontefice. Eletto papa il 1° settembre 1271 mentre era Legato pontificio in Terrasanta, a San Giovanni d’Acri e per questo motivo venne incoronato in San Pietro appena il 27 marzo 1272. Morì ad Arezzo il 10 gennaio 1276) convocò il “Concilio di Lione Secondo” (il “Primo”, svoltosi nel 1245, e presieduto da papa Innocenzo IV, è passato alla Storia in quanto vi venne dichiarato eretico e comunicato l’Imperatore Federico II. Condanna che scatenò lo scontro finale tra Papato ed Impero).

10. Immagine sopra; la testina coronata scolpita in un capitello dell’Abbazia cistercense di Casamari (FR), in cui si è voluto riconoscere l’Imperatore Federico II di Svevia, “Stupor Mundi”.
 
Il Concilio si sarebbe svolto dal 7 maggio al 17 luglio 1274 e il Papa, ovviamente, volle presenti accanto a se le più grandi menti della Cristianità. Nella città della Borgogna convennero, quindi, circa 220 vescovi ed 800 altre personalità ecclesiastiche, tra cui il francescano Bonaventura da Bagnoregio e Pietro dal Morrone (il futuro papa Celestino V).

11. Immagine sopra; affresco di Celestino V, al secolo Pietro dal Morrone, che depone la tiara papale. Eremo di Sant’Antonio Abate a Colle del Fico. Ferentino (FR)

È stata avanzata l’ipotesi (non suffragata, però, da oggettive prove storiche) che Pietro dal Morrone (o Pietro Angelerio, questo il suo vero nome) durante i lavori del Concilio, abbia incontrato i Cavalieri Templari, in particolar modo il Gran Maestro Guillaume de Beaujeu. Costoro avrebbero affidato all’eremita morronese, con il consenso di Gregorio X, la missione di erigere a L’Aquila una grandiosa basilica: Santa Maria di Collemaggio.

 

12. Immagine sopra; Facciata della Basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila in Abruzzo.
Al Concilio non poteva certamente mancare Tommaso d’Aquino, che su invito del Pontefice si mise in cammino partendo da Napoli dove insegnava nella locale Università.
Ma il domenicano non giunse mai sulle rive del Rodano. Mentre percorreva la l’Alta valle del fiume Amaseno, cominciò a sentirsi male. Decise allora di fermarsi presso il Castello di Maenza (LT), ospite della nipote Francesca degli Annibaldi, moglie di Annibaldo della stirpe dei Conti de’ Ceccano, che nel 1268 aveva combattuto a Tagliacozzo al fianco di Corradino di Svevia.

 

13. Immagine sopra; una suggestiva veduta notturna del Castello comitale di Maenza (LT).
Secondo l’agiografia, proprio nel Castello di Maenza si sarebbe verificato il cosiddetto “Miracolo delle Aringhe”.
Questo ed altri episodi della vita di San Tommaso sono stati mirabilmente affrescati nella Chiesa di Santa Maria al Piano a Loreto Aprutino (PE) in Abruzzo.

Il termine “piano” non deriva dalla collocazione geografica ma dal fatto di essere stata costruita sopra un tempio pagano dedicato al dio Giano (Deus Janus). La struttura attuale risale al XIII secolo, anche se ha subito numerosi rifacimenti attraverso i secoli. Al suo interno esistono due cicli di affreschi. Uno di questi, unico nel suo genere e sicuramente commissionato dalla Famiglia d’Aquino, che fu feudataria di Loreto Aprutino, rappresenta episodi della vita di San Tommaso. Realizzati da un ignoto artista della fine del XIV secolo, sono ispirati alla “Historia Beati Thomas De Aquino”, biografia scritta a Napoli, nel 1319, da Fra’ Guglielmo da Tocco

(da Giancarlo Pavat “Nel Segno di Valcento” – edizioni Belvedere 2010).
 
Ma nel Castello di Maenza, Tommaso continuò a stare male. Anzi la sua salute peggiorò e sentendo ormai prossima la fine, decise di recarsi presso la vicina e venerabile Abbazia di Fossanova (LT).
E qui si spense il 7 marzo 1274.
Aveva 49 anni. Ad assisterlo c’erano il fido fra’ Reginaldo da Piperno e dall’abate cistercense Tebaldo (con tutta probabilità appartenente anche lui alla Famiglia comitale dei “de Ceccano”).

14. Immagine sopra; Abbazia di Fossanova. La stanza in cui avrebbe alloggiato il grande Aquinate negli ultimi giorni della sua esistenza terrena.

Nell’Abbazia di Fossanova, nel cosiddetto “Braccio di San Tommaso”, è visitabile una cella che viene indicata come quella in cui il Santo alloggiò nei suoi ultimi giorni di vita.
Sul suo decesso, forse dovuto ad un male all’epoca misterioso e incurabile, hanno tanto favoleggiato i suoi contemporanei.
Secondo una tradizione iniziata a circolare subito dopo la sua morte, Tommaso sarebbe stato avvelenato mediante l’arsenico, su ordine del Re di Napoli, il truce usurpatore Carlo I° d’Angiò (1226-1285), con il quale era in contrasto.

 

15. Immagine sopra; Riproduzione del celebre riratto di Dante Alighieri del Botticelli  (Archivio ilpuntosulmistero)
 
Questa diceria (visto che non vi è alcuna prova storica in tal senso e, come vedremo tra poco, anche volendo, non sarebbe proprio possibile fare una autopsia sui resti del Santo!) venne ripresa da Giovanni Villani (1280-1348), nella sua “Nova Cronica” (IX, 218), dall'”Anonimo Fiorentino” e, soprattutto, da Dante Alighieri.
Infatti, nella Divina Commedia, incontrando nel suo viaggio ultraterreno, Ugo Capeto, capostipite dei Re di Francia e degli Angioini, gli fa affermare (mentre elenca i crimini dei suo discendenti e successori);
 
“Carlo (Carlo d’Angiò) venne in Italia e, per ammenda
vittima fè di Curradino (33) e pi
ripinse al ciel Tommaso per ammenda.
(vv. 67-69, Canto XX, Purgatorio)
 
Anche l’ignoto artefice degli affreschi di Loreto Aprutino probabilmente credette a questa diceria. O ci credevano i suoi committenti che erano membri della Famiglia Comitale.
16. Immagine sopra; affresco raffigurante la sepoltura di San Tommaso d’Aquino.  Chiesa di Santa Maria al Piano a Loreto Aprutino (PE) in Abruzzo. Da notare il colore verde del volto e delle mani dell’Aquinate. Oltre al fatto che era stato avvelenato, potrebbe più semplicemente indicare che quello che veniva calato nella tomba era un cadavere.
17. Immagine in basso; l’ascesa al Cielo dell’Aquinate, raffigurato come un bambino a simboleggiare la sua purezza e verginità. In basso a dx, due confratelli osservano la scena. Quello di dimensioni maggiori potrebbe essere fra Reginaldo da Piperno. Chiesa di Santa Maria al Piano a Loreto Aprutino (PE) in Abruzzo.
Non a caso, dipingendo la scena della sepoltura del grande Aquinate, l’ha dipinto di colore verde. A voler simboleggiare che il “Doctor Angelicus” era morto per avvelenamento. Ma, visto che nel Medio Evo il verde era considerato il colore della Morte, forse, si è voluto più semplicemente indicare che Tommaso era, appunto, deceduto.
L’Aquinate venne sepolto presso l’altare maggiore della chiesa abbaziale di Fossanova, ma i suoi resti mortali non conobbero pace.
Infatti dopo qualche tempo venne traslato nel chiostro. Si disse perché in questo modo era più al sicuro. Poi, non si sa per quale motivo, forse per permetterne la venerazione da parte dei fedeli, l’abate Pietro di Monte San Giovanni fece riportare nuovamente il corpo nella sepoltura originaria dentro la chiesa abbaziale.

18. Immagine sopra; il busto di San Tommaso d’Aquino nell’Abbazia di Fossanova (LT)

 

Nel 1281, il sepolcro fu aperto e la salma venne trovata incredibilmente incorrotta. Ovviamente, come sempre succedeva in questi casi si gridò al miracolo.
Il filosofo illuminista Voltaire avrebbe sottolineato, con un pizzico d’ironia, che se la scena si fosse svolta nell’Europa Balcanica, si sarebbe piantato un paletto di legno  (meglio se di frassino) nel cuore e poi bruciato tutto. Ma in Occidente la si vide come ennesima prova della Santità del grande filosofo.
Nel 1288, la sorella Teodora, chiese ed ottenne la mano destra, per conservarla con devozione come reliquia nella cappella del suo Castello di San Severino. Sembra che oggi si trovi nella chiesa di San Domenico a Salerno. 
Negli anni successivi, purtroppo, in molti seguirono l’esempio di Teodora, per avere reliquie dell’Aquinate, che sebbene non ancora ufficialmente “Santo” (come già accennato, lo sarà soltanto dal 18 luglio 1323), tale era considerato da tutti.
Il potente conte Onorato Caietani di Fondi arrivo’ a far trafugare per ben due volte il corpo per farne tante reliquie.

 

19. Immagine sopra; il Castello e Palazzo Caietani di Fondi (LT).
Ma la parola fine ai poveri resti (è proprio il caso dirlo e ci scusiamo per l’involontaria ironia) la scrissero, nel XIV secolo, i Monaci Cistercensi della stessa Fossanova.
A questo punto, qualche anno fa, si sarebbero invitate le persone impressionabili a non proseguire nella lettura. Ma ormai si è abituati a ben altro. Infatti i monaci riesumarono il corpo (o ciò che ne rimaneva) e lo fecero bollire in un calderone al fine di separare la carne dalle ossa.
Pratica che oggi ci fa inorridire ma assolutamente comune (e lecita) nel Medio Evo. Lo scopo era, in primis quello di fabbricare reliquie, ma pure quello di consentire il trasporto della salma del defunto soprattutto se d’alto lignaggio.
Infatti, un destino identico toccò Federico I° “Barbarossa” della Casa di Svevia. 
Il Sacro Romano Imperatore perse la vita annegando nelle acque del fiume Salef in Cilicia (Asia Minore), il 10 giugno del 1190, mentre, quasi settantenne, guidava l’Armata Imperiale verso Gerusalemme durante quella che noi oggi chiamiamo “Terza Crociata”.

20. Immagine sopra; il Monumento a Federico I “Barbarossa” di Svevia sul monte Kyffhauser in Germania.
 
Per resistere alla devastante calura estiva del Vicino Oriente, il corpo del “Barbarossa” venne prima trattato con aceto, poi bollito.
Le carni staccate dalle ossa vennero sepolte con tutti gli onori in un sarcofago di marmo nella Cattedrale di San Pietro ad Antiochia (quella in cui nel 1198, il predicatore Pietro Bartolomeo aveva rinvenuto la Sacra lancia di Longino che, secondo alcuni studiosi sarebbe attualmente nascosta nel Mausoleo di Boemondo a Canosa di Puglia).

21. Immagine sopra; il Mausoleo di Boemondo principe di Taranto poi di Antiochia, a Canosa di Puglia.
Le ossa, invece, proseguirono il viaggio. È stato ipotizzato che il figlio Federico (IV Duca di Svevia) avesse intenzione di seppellirle nella Basilica del Santo Sepolcro proprio a Gerusalemme, ovviamente dopo avervi cacciato Saladino (che aveva occupato la città nel 1187), ma non andò così.
Nel gennaio del 1191, consumato da febbri malariche, Federico IV Duca di Svevia morì e delle ossa dell’Imperatore si perse ogni traccia. Di certo non arrivarono mai alla “Città Santa”. Forse riposano a Tiro oppure a San Giovanni d’Acri.
22. Immagine sopra; la statua di Holger Danske, prode paladino di Carlo Magno, che si trova nei sotterranei del Castello di Kronborg in Danimarca. Venne scolpita nrl 1907 da Hans Peter Pedersen (1859-1939). (Fonte Wikipedia)
Il mistero che avvolge l’ultima dimora del “Barbarossa” ha contribuito a far nascere diverse leggende, tra cui quella più famosa, che ha ispirato numerosi poeti dell’Ottocento romantico.
Come Re Artù, Holgher Danske, e tanti altri eroi e reggitori di Popoli, il Sacro Romano Imperatore, in realtà non è morto, ma dorme un sonno millenario in una grande caverna nelle profondità del monte Kyffhàuser, in Turingia. Pronto a risvegliarsi e a riprendere la spada quando la Cristianità e l’Impero avranno ancora bisogno di lui.

23. Immagine sopra; la statua di Federico II di Svevia sul Palazzo Reale di Napoli.
 
Per completezza d’informazione va riportato che secondo alcuni storici, la leggenda dell’”Imperatore dormiente nelle viscere di una montagna riguarderebbe non il “Barbarossa” ma il nipote, Federico II di Svevia, lo “Stupor Mundi”. Anche l’improvvisa morte del grande Imperatore scatenò una ridda di ipotesi, dicerie e leggende.
I suoi contemporanei (ovviamente i suoi fedelissimi, gli altri festeggiarono, a cominciare dal papa Innocenzo IV) non capacitandosi dell’inaspettata scomparsa, immaginarono una storia diversa.
Federico II non si troverebbe nel sarcofago di porfido nel Duomo di Palermo. In realtà, avvelenato per mano dei suoi nemici (in primis il romano pontefice) ma non ucciso, si troverebbe in uno stato di “morte apparente” celato dentro una caverna di un monte nell’Italia meridionale. Se pensiamo.alla leggenda siculo-normanna di re Artù, Rex Arturus, anche lui dormiente all’interno addorittura del Mongibello, si comprendono al volo alcune delle fonti che hanno ispirato quella relativa allo “Stupor Mundi”.
24. Immagine sopra; l’autore di questo articolo davanti al sarcofago di porfido di Federico II di Svevia nel Duomo di Palermo. Settembre 2017.
Tornando a quanto avvenuto a Fossanova, i monaci non ci pensarono due volte a distribuire i tutta la Europa i resti di Tommaso. Una vertebra si troverebbe ad Aquino, un’altra sarebbe in possesso delle Suore di Itri. Il braccio destro venne mandato ai Domenicani di Parigi. Altre reliquie sono conservate nell’antico convento dei Domenicani di Napoli e nel Duomo della città partenopea.
C’è da dire che le tesi dottrinali dell’Aquinate suscitarono scalpore e avversione all’interno della Chiesa di Roma, tanto che vennero persino condannate nel 1277, 1284 e ancora nel 1286.
Condanne che vennero abrogate solo nel 1325, dopo l’avvenuta proclamazione della Santità di Tommaso nel 1323. Quindi anche questa diffusione (o dispersione) di reliquie dell’Aquinate non sempre venne vista di buon’occhio dalle autorità ecclesiastiche.
Nell’elencare alcune delle parti anatomiche sparse in giro per l’Europa, si è volutamente omesso il cranio del grande filosofo domenicano. E questo perché la vicenda e il destino della venerabile testa, costituisce un vero e proprio “giallo” storico.
Secondo la tradizione e documenti storici, sarebbe stato l’abate di Fossanova Pietro a far rimuovere la testa del Santo dal resto del corpo, per timore di trafugamenti. Poi nel 1303 sarebbe stata portata nella vicina Priverno (giova ricordare che dal Medio Evo sino al 1227, la città si chiamava Piperno) e precisamente nella chiesa di San Benedetto. 
E lì sarebbe rimasta sino al 1368, quando avvenne la traslazione a Tolosa. Stando ai dati storici, in Francia sarebbe arrivato l’intero corpo (difficile pensarlo visto lo smembramento iniziato quasi subito dopo la morte del Santo), compresa la testa.
Durante la Rivoluzione Francese le reliquie furono traslate nella chiesa di San Sernin dove rimasero fino al 1974 quando, in occasione del VII centenario della morte di San Tommaso d’Aquino, furono riportate nella sede precedente, la chiesa dei domenicani di Tolosa.
Quindi non dovrebbe esserci alcun dubbio sul fatto che il cranio dell’Aquinate si trova nella città francese sulla Garonna.
Ma ne siamo proprio certi?
Oggi, chiunque si rechi in vista alla cattedrale di Priverno, può vedere in un artistico reliquiario in vetro e argento, il teschio del “Doctor angelicus”. Com’è possibile?

25. Immagine sopra; una suggestiva immagine interna della Cattedrale di Priverno (LT). In fondo alla cappella si intravede il prezioso reliquiario in cui è conservato uno dei due crani attribuiti al “Doctor Angelicus” (Foto Alex Vigliani).
Con una immaginaria “Macchina del Tempo” dobbiamo fare un salto all’indietro, sino al XVI secolo.
Infatti, più di tre secoli dopo la morte dell’Aquinate, e precisamente nel 1585, il priore di Fossanova, fra’ Giovanni Viele, annunciò ai fedeli che il 28 dicembre di quello stesso anno, all’interno dell’abbazia era stata ritrovata nientemeno che la testa di San Tommaso.

26. Immagine sopra; a sx la Cattedrale di Priverno, a dx il Palazzo Comunale.
Il fatto che si trovasse nel Lazio meridionale e non in Francia, venne spiegato con il gesto di un pio monaco, tale fra’ Giovanni da Presenzano, che, per evitare che venisse traslata oltralpe, nascose la testa all’interno di un muro della chiesa abbaziale. Ovviamente in Francia finì il cranio di uno sconosciuto. 
Il priore Giovanni Viele con grande gaudio ripose la testa in una cassetta e la conservò nella sacrestia, dove, fra il 1725 ed il 1729, venne venerata anche da papa Benedetto XIII.
Infine, nel 1772, un altro abate, Pier Martini, fece traslare la testa nella cattedrale di Santa Maria dell’allora Piperno, dove si trova ancora oggi all’interno del reliquiario (a cui si è fatto cenno poc’anzi) che viene portato in processione ogni anno, in occasione della ricorrenza della morte del Santo.
27.  Immagine in basso; un’altra suggestiva immagine dell’interno della Cattedrale di Priverno (foto Alex Vigliani)

Ovviamente soltanto eventuali accertamenti tramite il DNA (sempre che siano possibili) potrebbero stabilire quale delle due reliquie, quella francese o quella privernate, è autentica.
Ma ci potrebbe essere anche una terza opzione.
Nel Medio Evo si scatenò una vera e propria mania e caccia alle reliquie. Che poco aveva a che fare con la vera spiritualità. Furono messi in circolazione migliaia di falsi o di oggetti addirittura offensivi per non dire blasfemi nei confronti della Religione e di Gesù Cristo stesso. Tanto da costringere spesso la Chiesa ad intervenire con decisione per porre freno al turpe mercato ed alla violenza che, non di rado, si scatenava da dispute su questa o quella reliquia. Quindi, visto il comprovato smembramento del corpo dell’Aquinate, potrebbe pure darsi che nessuno dei due crani sia quello autentico! 
(Giancarlo Pavat)
– Se non altrimenti specificato, tutte le immagini sono state fornite dall’autore.
28.  Immagine in basso; la sepoltura di Tommaso D’Aquino (disegno di G. Pavat tratto dal libro “Nel Segno di Valcento” (edizioni Belvedere 2010)

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