Tabor : Indagine sull’etimologia dell’oronimo; di Zoltan L. Kruse

 

 

Immagine di apertura- Tramonto d’inverno su Monrupino (in provincia di Trieste). Chiamata Monrupin in triestino e Repentabor in sloveno, la località è nota per la rocca (già castelliere preromano e poi castrum romano) al cui interno si trova la chiesa della Beata Vergine Assunta del XVI secolo e la “Casa parrocchiale” costruita nello stile “carsico” con i conci di pietra calcarea. Il nome sloveno, Repentabor, riecheggia la parola “Tabor”, termine con cui venivano chiamate le fortificazioni costruite dalle popolazioni locali per difendersi dalle scorrerie dei Turchi alla fine del XV secolo – foto Giancarlo Pavat – gennaio 2019

 

Tabor : Indagine sull’etimologia dell’oronimo

 di Zoltan Ludwig Kruse

 

L’etimologia dell’oronimo Tabor viene sbrigata di solito con la ristretta frase:

«Tabor in ebraico significa ombelico».

Tuttavia essa non è proprio così semplice e univoca; tutt’al contrario, l’etimologia dell’oronimo  Tabor è alquanto complessa. La voglio esplorare in questo studio. Coloro che desiderano approfondire le loro conoscenze relative a questo oronimo, cioè “nome di monte”, veranno soddisfatti. Ma prima di iniziare conviene chiarire subito la fonte d’origine del termine oronimo, toponimo specifico riferito a rilievo montuoso. I dizionari etimologici tradizionali indicano il vocabolo gr. óros come origine, che non torna però. La vera fonte d’origine è la parola-seme KUR (Labat, Deimel s. no. 366) del lessico kingir/šumero, il cui segno arcaico è il monte di tre calotte emisferiche (⌓) in disposizione triangolare (∴), con i significati “monte”, “paese”, “inferi”, “brillare, apparire”, ricorrente poi anche in akk. ḫuršanu “montagna”, in ebr. har “monte” di cui harka’a “elevazione”, Har Məgiddô “monte di Megiddo”, Horeb “monte Sinai” biblico e in gr. korifí “punta, vetta, cima, apice”, korífoma “punto d’apice, culmine, vertice”.

 

Orbene, è vero che il vocabolo tabur in ebraico significhi “ombelico”, in senso figurato pure “mozzo” e “centro del paese”. Indicare però tabur come unica fonte d’origine dell’oronimo Monte Tabor risulta una scelta preferenziale. Ci si può chiedere perché mai questa esclusività? Perché mai vengono tralasciati tutti quei vocaboli che sono assonanti e semanticamente affini all’oronimo Tabor? E, soprattutto, come mai viene ignorata la vera fonte d’origine dell’oronimo che è la parola-seme arcaica Tab. Bisogna riconoscerlo, senza di essa l’oronimo Tabor non può essere sviluppato; la base Tab è la premessa indispensabile per lo sviluppo Tabor. Senza Tab niente Tabor.

 

Consultando vari vocabolari ho rinvenuto che lo stesso vocabolo tabur, in ebr. significante “ombelico”, in altre lingue ha diversi altri significati; così ad esempio: in atur. (ciag.) tapqur “esercito, schiera, frotta, ammasso”, in tur. tabur “battaglione, divisione”, in tur. osm., tat. e russ. tabar “forte di carri” (concentrata formazione circolare), in russ. tabir “gregge” (moltitudine di pecore), in mag. tábor, rum. tabără e lett. tabors “accampamento, schiera, schieramento”, in pers. tabār “tribù, stirpe/clan, famiglia” (cerchio familiare), in ingl. tabo(u)r, fr. tambour, alb. tambur “tamburo” ecc.. Una situazione alquanto curiosa, questa, non è vero? Sono fiducioso di poterla chiarire nel corso di questa indagine. 

 

Molti anni fa durante una festa nel Chianti intorno a un fuoco da campo in compagnia di amici mi è capitato di sentire una donna iniziare la sua canzone con la formula ripetitiva: tum-ba-tu-tum-ba, tum-ba-tu-tum-ba, tum-ba-tu-tum-ba ecc., corrispondente ai valori ritmici: ♩ ♪♪ ♩ ♩ ovvero semiminima – croma – croma – semiminima – semiminima. Era chiaro che si trattava di una perfetta imitazione della realtà ritmica del suono “cupo” (ted. dumpf) di tamburo. Ovviamente lo stesso vocabolo tamburo e altri affini come tamburino, tamburello, tamburellare, tambureggiare ecc. evocano questa onomatopeica base tumb che è una forma nasalizzata della più semplice tub/dub (tub > tũb/tumb). Tuttavia le possibilità di variazione di questa parola-seme in apparenza così semplice sono multiple. Possono variare sia la dentale iniziale (t – d) sia l’esplosiva finale (b – p – f – v) e pure la vocale interconsonantica ( i – e – a – o – u) che, come appena detto, può essere anche nasalizzata (im – em – am – om – um; in – en – an – on – un). Chiaramente il risultato complessivo di questo gioco di variazioni è piuttosto ampio: tib, teb, tab, tob, tub; dib, deb, dab, dob, dub; tip, tep, tap, top, tup; dip, dep, dap, dop, dup; timb, temb, tamb, tomb, tumb; dimb, demb, damb, domb, dumb; timp, temp, tamp, tomp, tump; dimp, demp, damp, domp, dump; tinb, tenb, tanb, tonb, tunb; dinp, denp, danp, donp, dunp; tif, tef, taf, tof, tuf; tiv, tev, tav, tov, tuv; ecc..

Tamburo

Iniziamo allora la nostra indagine rivolgendo la nostra attenzione al tamburo. Il tamburo, di solito di

forma circolare, è l’arcaico strumento che (ri)produce il suono primordiale. Il suono di tamburo evoca la divina verità, il ritmo dell’universo. È attributo di tutte le divinità del tuono; è la loro voce. Attraverso il suono rimbombante del tamburo la pulsazione dell’universo diventa manifesta. Il tamburo è presente in tutte le culture arcaiche dell’umanità: neolitica, sciamanica, africana, australiana, americana, kingir/šumera, egizia, minoica, micenea, anatolica, etrusca, greca ecc.; e ovviamente anche nelle culture dei nostri giorni. Dal tamburo di Shiva risona, nella foggia di “nodi” acustici, il suono primordiale della creazione.  Nel mondo sciamanico la forza magica del tamburo ha un ruolo centrale per l’esorcizzazione degli spiriti che avviene spesso in abbinamento con danze estatiche. Il tamburo, costruito spesso dal legno dell’albero cosmico, struttura e misura tempo e spazio. I ritmi del complesso di nodi acustici creati tramite “moltiplicazione” possono variare dal semplice battito ripetuto fino alle più complesse strutture ritmiche. Aumentando la frequenza di battito, nei rituali sciamanici, viene raggiunta lo stato di trance, uno stato di estasi in cui avviene la trasmigrazione dell’anima. Ora, senza sforzarsi più di tanto ci si può immaginare che a suo tempo già nei santuari circolari di Göbekli Tepe, specie nel campo di tensione tra i due grandi pilastri a «T» centrali, il tamburo veniva suonato intensamente nel quadro dei rituali di divinazione.

 

Immagini sopra: Shimedaiko <em>giapponese e Taiko (Fonte Wikipedia)</em

L’onnipresenza del tamburo taiko/daiko nei riti shintoisti chiamati kagura è connessa chiaramente alla centralità del tamburo nello sciamanesimo euroasiatico. È proprio qui che l’impiego del tamburo nei kagura e nei rituali folklorici giapponesi trova le sue radici. Nei templi il gran tamburo taiko/daiko chiama alla preghiera.

 

Osservando lo stesso atto di tambureggiamento constatiamo che esso non è altro che il risultato della “moltiplicazione” della battuta; nasce e persiste, appunto, tramite differenziata “ripetizione” della battuta (tab | bat). Tuttavia, prima ancora dello strumento tamburo costruito con membrana di pelle d’animale ne abbiamo un altro, quello originario al “centro” del nostro petto: è il buon cuore che batte incessantemente il suo ritmo vitale, dal primo fino all’ultimo battito.

Il cuore – una sacca muscolare di forma conica rovesciata – è praticamente una pompa “nodulare centrale”. Durante il battito cardiaco, sistole  – diastole (contrazione – rilassamento) sono prodotti i toni cardiaci: • ▬ • ▬ • ▬ ; essi vengono riferiti con espressioni onomatopeiche, cioè imitative, come  tum – ta in italiano,  lubb – dub in inglese,  doop – teup in tedesco ecc..

Di tanto in tanto al risveglio mattutino, con la testa adagiata sul petto della mia amata consorte, mi godo origliare al suo battito cardiaco. E sento il suono della vita che è un suono doppio: il battito pulsante del cuore è fuso al flusso respiratorio. Questo miracoloso doppio ritmo umano di espansione-contrazione & inalazione-esalazione misura tempo e spazio.

 

Movimento è ritmo. Non c’è movimento senza ritmo. In origine ogni attività agricola, ogni lavoro di campagna o bosco è ritmo. Ogni lavoro artigianale è ritmo. Camminare, correre, nuotare è ritmo. Mangiare, bere, digerire è ritmo. L’atto di accoppiamento è ritmo. Danzare, pattinare, galoppare a cavallo è ritmo. Parlare è ritmo. Il battito cardiaco che determina il pulso è ritmo. L’alternarsi di giorno e notte è ritmo. Il battere della pioggia e della grandine sul tetto è ritmo. Il tamburo serve a imitare questi ritmi e, allargando questa base, a crearne e a suonarne altri, nuovi. A sua volta, per analogia, anche il paesaggio è ritmo. E dentro al paesaggio emerge la collina a forma di tumulo, il monte tamburo; esso costituisce un contrappunto topografico nodale alle pianure circostanti. 

 

La città di Tobarra in Spagna è famosa per due cose, strettamente connesse: le celebrazioni della Settimana Santa e i tamburi. Un “Monumento al Tamburo” ne da testimonianza:

TAB – DUB

Arrivati a questo punto della nostra indagine apprendiamo la fonte d’origine etimologica dell’oronimo Tabor nelle lingue antiche. Per ovvi ragioni per primo nel lessico kingir/šumero. Ivi troviamo insieme tre parole-seme assonanti e semanticamente affini.

La prima è: TAB (Labat, Deimel, s. no. 124) “raddoppiare, moltiplicare”, “gemello”, TAB-BA “compagno”, akk. tappȗ, “amicizia, associazione”; il segno arcaico con cui venivano espressi questi significati è semplicissimo ed essenziale: | | , cioè due linee verticali parallele; in seguito, come segno cuneiforme, girate di 90°, quindi due cunei paralleli orizzontali.

La seconda è  DUB “tavoletta” (L., D. s. no. 138), quella famosa tavoletta in cui, nella “casa della tavoletta” É-DUB-BA (Labat, Deimel s. no. 324) – “centro” di cultura, akk. bīt ṭuppi, venivano improntate “moltiplici” segni cuneiformi.

 

Immagine sopra: Lettera spedita dal religioso Lu’enna al re di Lagash (forse Urukagina), 2400 a.C. circa, Telloh (Fonte Wikipedia).

La terza è, appunto, DUB “tamburo” (Deimel Šumerisch-Akkadisches Glossar, s. no. 76), lo strumento su cui venivano eseguiti “multipli” battiti ritmici.

In pratica la parola-seme TAB rappresenta l’antica formula del principio di “raddoppiamento, moltiplicazione”, mentre DUB “tavoletta” e DUB “tamburo” risultano gli strumenti sui quali il principio di “moltiplicazione” TAB ottiene applicazione.

Per secondo ascoltiamo la fonte d’origine etimologica nel lessico egizio. Qui troviamo le forme lievemente variate e allargate di TAB che sono tepi “prima (in primo luogo), supremo” (cfr. ingl. tip, top “cima, vetta, punta”; tur. tepe “collina, poggio, apice”) e hotep “soddisfare, offrire”. La forma riflessa pet (tep | pet) significa in modo alquanto rivelatore “cielo”. Tep appare in una serie di combinazioni come per esempio: heri-tep “guida, conduttore” (persona in posizione di “punta”), zep tepi “primo tempo/ evento/ avvenimento”, Tpi-dju-ef “Colui che è sul Monte”, hem-netjer-tepi “Sommo Sacerdote” o hotep-netjer “Sacrificio agli Dèi”.  

Per terzo ecco le parole-seme affini a šum. TAB “raddoppiare, moltiplicare” nel lessico devanagari/sanscrito: dip, dimp, dimbh “ammucchiare” (cfr. mag. domb “collina”, tömb “blocco, masso”), dap “accumulare, raccogliere”, tap “regnare” di cui tapata “dominare”, tup “nuocere, far male” (cfr. mag. tép “strappa(re)”), tep “distillare, scorrere, gocciolare, scolare; tremare”, div “gettare, buttare, specialmente dadi”, dív “giocare, gioco a dadi”, div “gioco di azardo, tirare i dadi” (cfr. mag. dob “tamburo; getta, butta, tira”), dupra “forte, potente” (cfr. ind. tabar, sla. topór, rum. topor “scure, accetta, ascia” con la testa/lama situata in “cima”; mag. több “di più”, többre “a di più”, több-erő “forza in più/maggiore”, táp-erő “forza di nutrimento”, dob “getta/butta sopra”), tavad “avere così tante qualità”, tavan/ta “così tanto” (cfr. mag. többen “parecchi/ie”), tavat “così grande, largo, lontano, molto”, tavisha “oceano, cielo, oro”, tavás “forte, energetico”, távishi “forza, potenza, corraggio, la Terra”, tavara “una cifra particolarmente alta” (cfr. mag. tábor “campo, accampamento, schieramento” una moltitudine di tende, tur. tabur “battaglione, divisione”), damb “colpire, gettare, buttare” (cfr. mag. dob “butta(re), getta(re); tamburo”), dam “tonare come un tamburo” (cfr. tam-tam, tib. damaru), dambara “grande rumore, folla, massa”, devá “celeste, divino; una divinità, Dio” ecc.. Potremmo andare avanti ancora ma in questa sede ci vogliamo accontentare con queste prove lessicali.  

La “moltiplicazione” TAB, intrecciata all’idea di “nutrizione”, è una peculiarità che contrassegna sia la “tavoletta” DUB contenente varie informazioni “nutrienti”, sia il “tamburo” DUB con cui si creano e diffondono strutture ritmiche complesse ugualmente nutrienti, e pure l’“ombelico” (NAB), memoria del centrale collegamento “nutrizionale” del feto alla madre.

Queste parole-seme arcaiche sono tuttora attuali giacché le ritroviamo nelle nostre lingue odierne.  Da TAB derivano tra l’altro tur. tepe “cima, vetta, collina”, termine utilizzato in archeologia per designare la “collina” creatasi tramite  l’“accumulo” di rovine, tepeli “collinoso”,  toplam “somma”, toplama “addizione, concentrazione, raccoglimento”, it. tuba (cappello), tubercolo, ingl. tabloid “rivista, riassunto, concentrato, fitto” ecc.. DUB “tavoletta” costituisce la base di una serie di vocaboli tra i quali: mag. tábla “tavola”, táblácska “tavoletta”, lat. tabula, ingl. tablet, fr. tablette,  ted. Täfelchen, rum. tăbliță ecc.. Mentre la parola-seme šum. DUB “tamburo” permane in: mag. dob, pers. dap/daf, tambûr, tombak, dombak, donbak, dumbek; ind. tabla, tavil, ingl. tabo(u)r, rum. tobă, arab. ṭabl/tabul, tur. davul “tamburo grande”, filipp. dabakan, sen. djembe, it. tamburo, fr. tambour, alb. tambúr ecc. Come già menzionato, si tratta dello strumento musicale a percussione (battito; tab | bat) costituito da una cassa cilindrica ricoperta all’estremità superiore da una membrana o alle due estremità da due membrane; “tamburo” peraltro è anche nome di vari oggetti a forma di tamburo.

 

Il “tamburo” dob che viene battuto dal batterista (dob | bod > bat) sempre több-ször “più volte”, mai una sola, serve per la creazione di strutture ritmiche via  “moltiplicazione” della battuta. Tante sono poi le danze tribali in cui i danzatori coi loro piedi pestano il suolo a mo’ di tamburo. In fondo anch il ballo tip-tap (in ingl. tap o step dance, ted. Stepp-tanz; cfr. mag. tapos “pesta i piedi”, tapsol “applaude”) è una sorta di “tambureggiamento” mag. dobolás; uno coi piedi, piuttosto sonoro, “rimbombante” dobbanó (dal v. onom. dobban “rimbomba(re), pulsa(re)”) quando viene eseguito su di un “podio” dobogó (dal v. dobog “pulsa(re), batte(re)”) che praticamente funge da membrana di “tamburo” dob. Una espressione affine a ingl. tip-tap in mag. è tipeg-topog significante “balla(re) a passettini” – “pesta(re) i piedi”; entrambi sono chiaramente delle espressioni onomatopeiche, giacché imitano il battere (de)i piedi. Detto tra parentesi, la parola-seme eg/og/ag, in mag. spesso utilizzato in funzione suffissale come qui, risale al v. šum. AG (Labat, s. no. 97) che significa “fare”; ricorre in posizione iniziale in una serie di vocaboli di varie lingue, anche italiani, come,  ad esempio, agire, agente, agitare, agile, agilità ecc.; quindi il senso di tip-eg e top-og – peraltro dei buoni esempi di applicazione dell’armonia vocalica – è: “fa(re)” tip – “fa(re)” top.

 

L’arcaica parola-seme šum. TAB “raddoppiare, moltiplicare” permane tuttora in una lunga serie di vocaboli di varie lingue europee tra le quali: gr. diplós, lat. duplus, ingl., fr. double, ted. doppelt, rum. dublu, lett. dubult, it doppio, di cui duplice, doppione, doppista, doppiaggio, doppiatore/-trice, duplicare, doppiare, raddoppiare ecc.. E permane in maniera piuttosto chiara e ampia nel vocabolario magyar/hungherese: több “(di) più, pluri-” di cui többi “seguente/i, altro/i”, többen “in più”, többes “molteplice, multiplo, pluralis (maiestatis)”, dupla “doppio”, többlet “eccedenza”, többség “maggioranza”, többször “più/plurime volte”, többszöröz “moltiplica(re)”, többszörözés “moltiplicazione”, poi táp “nutrimento” di cui táplál “nutre, alimenta(re)”, táplálkozik “si nutre”, tápláló “nutriente”, táplálás “nutrizione”, táplálék “nutrimento”, táplálkozás “alimentazione”; tapad “aderisce”, tapaszt “incolla(re), appiccica(re)”, tapasztal “sperimenta(re)”, tapint “tasta(re)”, tapintás “(sensazione del) tatto” ecc.. Il “nutrimento” per mente, anima e corpo può essere sonoro, visivo-lucente, tattile e/o alimentare. Nel contesto della “tavoletta” DUB (cfr. tabula “tavola di scrittura dei Romani”) nella quale venivano impressi/piantati collo stilo i “molteplici” segni cuneiformi è interessante notare l’espressione rivelatrice: betű-vetés che in magyar significa “scrivere”, tradotto a lettera “lettera-getto/semina”, ovvero “getto/semina di lettera/e”. Ai ragazzi (h)ungheresi della prima elementare viene insegnata infatti la betű-vetés ed è da auspicare che malgrado l’aumento della digitalizzazione essa continui. Già la realizzazione con le variate forme inverse di TAB: bet- e vet “getta(re), butta(re), semina(re)” è di per sé notevole; per giunta ciò viene ulteriormente rafforzato dal significato che, come risulta, è ricollegato al “getto”, cioè all’ “impronta” dei segni collo stilo nell’argilla molle, arcaico atto analogo alla “semina” e alla “piantatura” (vetemény “piantagione”). Da šum. TAB “raddoppiare, moltiplicare” rispettivamente mag. több “(di) più”, di cui toboz “pigna” (simbolo fallico di fecondità all´apice del bastone Thyrsos di Dionysos), toboz-mirigy “ghiandola pineale” (regolatrice del ritmo circadiano sonno-veglia), deriva la voce tábor “schiera, schieramento, campo, accampamento” (rum. tabără, lett. tabors, cioè ammasso di tende / tipi; ingl. tabor “tamburo”; tur. taburbattaglione”) che coincide del tutto con l’oronimo Tabor, obiettivo principale di questa indagine. Da tábor derivano tra l’altro i vocaboli mag.: tábornok “generale”, tábornagy “(feld)maresciallo” e chiaramente anche toboroz “recluta(re)”  cioè “ammassa(re)”, “nuova leva”, dobos toborozás “reclutamento a tamburo”. Com’è noto il “reclutamento” ovvero la “ricrescita” di soldati in antichità veniva fatto in concomitanza al tambureggiamento.   

 

Immagine sopra: Cree Camp, 1871 (Fonte Wikipedia)

Il vocabolo mag. tábor, corrispondente ad atur. tapqur “schiera, campo, accampamento”, è stato adottato in varie lingue tra le quali ceco, serbo, serbocroato, russo tábor, ucraino tábir, rumeno tabără, lettone tabors, armeno tambar. Affini a mag. tábor “schiera” in ebraico sono, oltre tabur “ombelico, mozzo, centro del paese”, le voci: taful “congiunto, riunito” e tabun “forno di pietra” ‒ costruzione che assomiglia grosso modo a un recipiente capovolto ∩  , similare a un “tamburo” dob, bidone o a una botte ‒ dafak “battere, pulsare”, ‘defek “battito del polso”, ‘dofek “polso, pulsazione”, dafas “stampare”, dapas “stampatore/-trice”.

 

Immagine sopra: Monte Tabor in Galilea (Fonte Wikipedia)

Il Monte Tabor che gode di fama mondiale è quello situato in Galilea, nello stato di Israele, nei pressi della città di Nazaret e del lago Gennèzaret; è un colle rotondeggiante e isolato che si elleva a una altezza di 588 m sul livello del mare e circa 400 m s.l. delle valli circostanti. In passato fu importante sito di culto. Dalla Bibbia lo si conosce come il Monte della trasfigurazione di Gesù Cristo. La sua posizione che sovrasta la giunzione stradale, con la sua forma (tozza/compatta/) rotondeggiante e prominente sull’area circostante, diede al Monte Tabor un valore strategico. In certo qual modo il Monte Tabor è un tamburo ⩍ , un Monte a forma di timpano capovolto; appunto un tamburo topico, paesaggistico (cfr. gr. tópos “posto, luogo, sito”, topikós “locale, del posto”, topío “paesaggio”).

Un altro “Monte Tabor” chiamato Tábor-hegy alto 396 m s.l.m. si erge al di sopra dell’incantevole Rózsadomb “Collina delle Rose” a Óbuda “antica Buda”, che è la parte collinare di Budapest.

Il Monte Tabor nostrano, invece, è una modesta collina alta circa 200 m sulla punta settentrionale dell’isola Bisentina, una delle due isole del lago (di) Bolsena; l’altra è  l’isola Martana.

Immagine sopra: L’isola Bisentina

 Tab rispettivamente Tábor ricorrono ugualmente in una serie di toponimi sparsi per il mondo; ad esempio: Tab e Tábor-falva in Ungheria, Tábor in Cechia,  Tāby in Svezia, Tábara in Spagna, Tabarka in Tunisia, Tabor City in USA, Taber in Canada, Toba in Giappone, ecc..

L’oronimo-toponimo Tábor riflette in maniera corrispettiva l’idea generica originaria di “accumulo, accumulare, ammassare, ammucchiare,  essere ammassato/concentrato; moltiplicare/incrementare, nutrire” che la parola-seme kingir/šumera TAB, con cui coincidono mag. több “(di) più” e táp “nutrimento”, esprime.

Con la parola-seme onomatopeica DUB/dob il concetto di “tamburo” ottiene imitativa, idonea espressione verbale. Difatti i due sigilli fonemici d/t e b/p riflettono i due aspetti essenziali di “tocco” e “bombatura” che la pelle-membrana tesa attraverso l’estremità del fusto subisce. la realtà sonora del battito di tamburo è connessa pure alla sua rotonda forma tubolare e quindi condizionata dalla sua realtà corporea a forma di capovolta botte o pentola ⩍ ∩. Ciò è confermato anche da vocaboli come ad esempio: ted. Topf, ingl. top | pot, o bidone ecc.

In fin dei conti possiamo constatare con facilità che i due vocaboli mag. dombor “rotondità sporgente” (der. da domb “collina” – dob “tamburo”) ed ebr. tabur “ombelico”, nella loro essenza, sono pressoché identiche.

TAB – GAB – NAB

Ascoltando con attenzione le tre parole-seme arcaiche TAB, GAB e NAB notiamo che esse si distinguono solamente tramite le consonanti iniziali t, b, g, mentre le seguenti: vocale a ed esplosiva b sono comuni.

La parola-seme arcaica TAB “raddoppiare, moltiplicare” è intimamente connessa a GAB (Labat, s. no. 167) significante “seno, mammella”; si tratta della coppia di delicate cupole femminili dotate di “nodi” capezzolo. Come risulta, qui la variazione semantica è realizzata tramite il semplice scambio di fonemi t – g : TAB > GAB. GAB è la forma arcaica dell’importante archetipo di “nodo-centro”; lo si ritrova quasi uguale in magyar: göb/gob insieme alla sua forma speculare bog (gob | bog). Geb è il noto dio del globo Terra nella mitologia dell’antico Egitto.

Un altro “nodo” di fama mondiale è la Kaaba, sacra “pietra-nodo” göb-kő di Mekka (mag-kő “pietra-seme”) venerata da tutti i musulmani nel mondo. In turco ricorre poi la forma agglutinata di göb che è göbek significante “ombelico”, base del toponimo Göbekli Tepe “panciuta collina”. Un’altra forma di variazione rilevante di GAB/Geb/göb è quipu. Si tratta del termine quechua che designa un tipo di scrittura a corde con “nodi” degli Inka. Mentre nelle lingue slave la forma riflessa di GAB: Bog/Boh significa niente di meno che “Dio”. Lo stesso significato in indù viene espresso con la forma ampliata: Baghwan, con cui coincide mag. Bog van “Nodo/centro c’è/esiste/persiste”.

 

Alle parole-seme šum. TAB e GAB / mag. göb, gob | bog, si associa NAB / mag. nap “Sole, stella, giorno”, che rivela una chiara affinità a GAB e di cui parlerò in seguito; ambedue esprimono difatti “centro”, “sporgente centralità”. A questo proposito si veda il gioiello dello “scarabeo” aeg. Kheper con davanti alla bocca un carneolo a cabochon/cupola ovvero umbo, simbolo del Sole nascente, proveniente dalla tomba di Tut-ench-Amun. Il dio Sole che si vedeva sorgere di mattina fu chiamato Chepri (da aeg. cheper “divenire, nascere, iniziare” e “forma, foggia”; cfr. mag. kapar “scarabocchia(re), graffia(re)”, kép “immagine, figura”, di cui képzel “immagina(re), képzelet “immaginazione”, képet képez “forma(re) immagine/figura”; ted. Käfer, ingl. bug “coleottero”). La rappresentazione dello scarabeo col Sole nascente in carneolo a cabochon era basata sul comportamento del coleottero-“stercorario” (ted. Mistkäfer) che formava e arrotolava la sua biglia di sterco davanti a sé. 

 

Ombelico – Nodo – Centro

Per arrotondare questa indagine è conveniente chiarire pure l’etimologia del vocabolo “ombelico”, significato che la voce tabur in ebraico esprime. Nel Dizionario Etimologico Rusconi esso viene spiegato come: «Dal latino umbilicus, da una antichissima parola di origine indoeuropea che è da una radice *enebh-; cfr. greco omphalós, tedesco Nabel. Il tema è *umb come in umbo (= sporgenza circolare), collegabile al sanscrito nabhih (ombelico e mozzo di ruota). Da un latino *umbilicare forse il sostantivo italiano bilico. Significato in anatomia, piccola cicatrice nel punto in cui viene reciso il cordone ombelicale, in senso figurato, parte centrale.»

 

In questa nota c’è del giusto e c’è del falso. Giusto è che «il tema è *umb come in umbo, collegabile al sanscr. nabhih (ombelico e mozzo di ruota)», anche se viene tralasciata la precisazione che si tratta di una forma permutata/metatetica della base nabh di nabhih. Falso è, invece, che si tratti di «una antichissima parola di origine indoeuropea», che risulta una pretesa. La fonte d’origine di umb, umbo, omphalós, umbilicus, ombelico è molto chiara ed è la parola-seme arcaica NAB/NAP del lessico kingir/šumero con i significati di “stella”, “brillare” e “Dio” (Sole), notata con il segno arcaico à. A šum. NAB/NAP coincide del tutto mag. nap “Sole; giorno”. Tale ovvia, verificabile fonte è documentata nel «Manuel d’Épigraphie Akkadienne» di René Labat, s. no. 129, e nel «Šumerisch-Akkadisches Glossar» di Anton Deimel, s. no. 168. Qui e in altre situazioni simili conviene tener conto del fatto che questa fonte lessicale è esistita già millenni prima della messa insieme della teoria indoeuropeista da parte di R. Rask, F. Bopp e J. Grimm all’inizio del XIX secolo. Veramente le basi delle voci  umbo, umbilicus, omphalós, ombelico risultano forme anagrammate con nasale alternata (n > m) della parola-seme šum. NAB/NAP. Il processo di mutamento fonemico è il seguente: nab/nap > anb/anp > amb > omph > umb > omb.

Larghe corrispondenze si trovano nelle voci: sanskr. nabhah “labaro celeste, il Sole“, nábhi “mozzo – centro, Sole”, ted. Nabe, Nabel “mozzo, ombelico“, ol. naaf, ingl. nave, sve. nav “mozzo”, pers. naf “ombelico”, apruss. nabis “ombelico, mozzo” ecc. Del resto, anche le voci lat. e it. navis/nave, navigare, navigatio/navigazione, nautica, rientrano in questa sfera lessicale. Com’è noto, la definizione di corso e di posizione di una nave in antichità veniva ottenuta con l’aiuto dei splendenti corpi/umbi/centri celesti: “Sole” nap, Luna, “stelle” e costellazioni. Dicendo “navigare” si esprime in fondo qualcosa come “soleggiare/stelleggiare”, nel senso di orientarsi al “Sole” e alle “stelle”.

 

L’ombelico del bebé, inizialmente una sporgenza, un umbo tondeggiante che, anche se di dimensione minuscola, nella sua essenza dimostra una certa analogia alla “tondeggiante collina” (mag. domború domb). L’“ombelico” anatomico è quel piccolo “nodo” di chiusura del cordone ombelicale, reciso dopo il parto, che si trova al “centro” della pancia. Questo “nodo-centro” ombelicale può presentarsi sia incavato sia sporgente e pure combinato come piccola sporgenza in una cavità. L’ombelico sporgente lo si può incontrare nei bambini nei primi anni di vita e nelle donne in gravidanza, cioè in quelle che stanno per “raddoppiarsi” e diventare madri. In queste benedette venture madri battono due cuori. Prima del parto, nella fase intrauterina, in quel punto centrale l’embrione-feto umano è collegato alla madre e “nutrito” attraverso il cordone ombelicale. L’“ombelico” coinvolge quindi due essenziali temi interconnessi: “centro” & “nutrizione” e di conseguenza “moltiplicazione, incremento”. Teniamoli bene in mente poiché sono i denominatori comuni anche dei significati che le parole-seme arcaiche TAB, DUB/dob, che abbiamo trattato precedentemente, esprimono. In ambito topografico il vocabolo ombelico, gr. omphalós viene spesso utilizzato in senso traslato, figurato: quindi “centro” di paesaggio, regione o paese.

L’ombelico, centro di nutrizione originaria del feto umano, è zona corporea altamente erogena. Ne danno testimonianza le danze del ventre, sia femminili sia maschili, nelle varie culture dell’umanità. Nel impero ottomano erano apprezzati sopratutto i giovani danzatori maschili effeminati chiamati köçek. Il ritmo dei battiti di tamburo per queste danze erotiche ed erotizzanti è di importanza fondamentale; senza di esso la danza sarebbe impossibile.

 

La collina a forma di umbo che assomiglia a un recipiente capovolto ∩  o a un tamburo/timpano (cfr. DUB/dob “tamburo”, mag. domb “collina”, ingl. top | pot, ted. Topf | Pottpentola”,  Bottich  rum. putină “tino, botte”) rappresenta nel paesaggio un centro, e cioè un centro/nodo topo-grafico (gr. tòpos, topikós “luogo”) che emerge dalla pianura circostante. Gli oggetti rituali-sacrificali: patera etrusca e yoni-lingam indù presentano una chiara analogia con la collina-ombelico.

 

Col “centro” (ingl. center, alb. qendēr, mac. centar) vogliamo concludere questa nostra indagine etimologica iniziata col “tamburo”. Il vocabolo “centro”, lat. centrum, risale al gr. kéntron “pungiglione”, poi punto centrale di un circolo e significa “parte di mezzo / centrale”; in senso figurato, “parte principale”. Com’è noto, il “pungiglione” kéntron è ovviamente correlato al “punto” di perforazione della cute attraverso il quale viene iniettata la goccia di veleno rispettivamente alla “circonferenza” dell’area d’influenza del veleno; una rappresentazione simbolica di questa circostanza è il segno: €, ben noto simbolo del “centro” Sole. Ora il vocabolo centro/center/centar rivela una ovvia connessione al kantharos, la coppa caratterizzata da due alte anse verticali che si estendono in altezza spesso oltre l’orlo incurvandosi verso di esso, che oltre il tirso – il nodoso bastone avvolto da edera e pampini e sormontato da una “pigna” mag. toboz – è un altro attributo significante di Dioniso. È interessante notare che il termine greco kantharos risulta essere un prestito del termine scytho-hungaro kantár allargato con la consueta desinenza greca -os, un termine equestre per eccellenza, questo, che designa la “testiera”, finimento composto da più parti utilizzato per la comunicazione col cavallo ed il suo “centrale controllo”, contenente anche la “briglia” e soprattutto le “redini”. Kantár-os in magyar/(h)ungherese è forma agglutinata aggettivale che rende il significato “provvisto/a di briglia / redini” quindi coppa “dotata di anse / redini”. L’analogia tra le vistose “anse” del kantharos e le “redini” della testiera del cavallo e facilmente constatabile.

 

Nel centro riconosciamo il punto attorno il quale tutto gira racchiudendo in sé la somma di tutte le potenzialità. È l’asse del mondo, lo spazio consacrato di totalità e di realtà assoluta, origine di ogni esistenza. È un nodo nello spazio e il luogo della comunicazione reciproca tra i tre mondi in cui tempo e spazio vengono trascesi; quindi l’eterno adesso. Il centro/fuoco è il punto dal quale nasce lo spazio, inizia il movimento e dal quale origina la forma; è sia il punto/nodo dell’espansione che della contrazione in cui la molteplicità rientra all’unità. Stelle, Sole, Terra, Luna e pianeti sono centri astrali. Sono centri della vita umana il focolare della ger/yurta (v. lo studio  “Il cerchio in semantica” / “Realizzazione verbale del concetto di cerchio” sul sito www.acam.it), del tipi e della casa, l’altare nel tempio e nella chiesa. E sono simboli di centro: il sacro Monte, i pilastri, il cuore, il tamburo, l’altare del fuoco, la sorgente e il sacro pozzo della vita, la spirale, il cinque del dado ⁙  – segno di base del Gioco reale di Ur e base della svastika – il labirinto, la piramide e ogni luogo consacrato. Il “centro” è il punto/nodo/umbo, la posizione di equilibrio e di ordine; è il luogo sacro in cui dimora la divinità.

 

Immagine sopra: Il Monte Labbro nell’alta Maremma in Toscana

L’ombelico paesaggistico che vedo tutti i santi giorni e amo di vero cuore è il Monte Labbro, o anche Labro, Labaro (Tabor – Labor), maestoso vigilante dell’alta valle dell’Albegna. Alle sue pendici è situato il gar Dzogchen Merigar West che letteralmente significa “Residenza della montagna di fuoco”. Il Monte brullo che da alcune prospettive si presenta come una “piramide” naturale (da šum. UTU, pir, par “Sole”; cfr. gr. pyr “fuoco”, mag. pír “rossore del Sole nascente”, vér “sangue”, piros “rosso”) dal profilo vivo, costituisce in fondo un grande accumulatore di pietra che riceve di continuo influssi energetici dal cielo; li accoglie, li accumula, diffondendoli poi nell’area circostante. Tale flusso continuo di energia benefica nutre l’intero ambiente circostante, compreso noi umani. Lo posso dire per esperienza.

(Zoltan L. Kruse)

 

  • Se non altrimenti specificato, le immagini sono di Zoltan L. Kruse.

 

Immagine sopra: il celebre Tabor di Lokev (Corniale) nel Carso sloveno – foto G. Pavat 2007.

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