LE SCIAMANE. Un racconto di Annalisa Copiz.

 

“La gente teme quello che ha dentro, ma è l’unico posto in cui troverà tutto quello che serve.”
(Peaceful Warrior)

 

LE SCIAMANE.

Un racconto di Annalisa Copiz 

 

Alpi Orientali – 2 settembre 789
Sul blocco di granito al centro della Grotta, una pietra calcarea oblunga, sulla sua superficie una figura teriomorfa dipinta con ocra rossa. Ai lati della pietra alcune conchiglie, una grossa candela consumata, una spada ripiegata e delle erbe.
Prima che diventasse buio, fece ritorno alla caverna. Si piegò sulle ginocchia per poter entrare attraverso l’angusta apertura digradante e seminascosta dalla vegetazione. Aveva i piedi fasciati con pelliccia di lepre per non fare rumore nella foresta, il corpo coperto da una cappa con cappuccio, stretta da una corda alla vita. Tra le braccia teneva un involucro voluminoso avvolto in una tela grezza. Scomparve nell’imboccatura, come un animale che scivola nella sua tana.
Carinzia – 2 settembre 789 – Il mio villaggio
La mia natura selvatica è stata la mia salvezza. Quando nel mio villaggio arrivarono i guerrieri, vidi mio padre trapassato dallo spadone di uno di quegli esseri armati coperti di ferro nero. Il sangue rosso schizzato dal suo petto disegnò una sagoma alata sul pettorale bruno del suo carnefice.
Vidi gli occhi verdi dell’assassino brillare sotto il metallo buio dell’elmo che gli copriva il volto e non li avrei più dimenticati.

 

Non seppi mai cosa successe quel giorno al resto della mia famiglia. Mia madre era stata trascinata via da un altro guerriero e la persi dalla mia vista. I miei fratelli non erano ancora tornati al villaggio, erano andati a pescare al fiume al di là della valle, oltre i pascoli.
La nonna mi aveva detto che se un giorno fossero arrivati i guerrieri, sarei dovuta scappare, fuggire via senza mai voltarmi indietro e mentre il villaggio bruciava e le urla torcevano il cuore, fuggii.
Andare al fiume era troppo pericoloso, sarei rimasta allo scoperto troppo a lungo e visibile anche da lontano. L’unica via di scampo era la foresta ai piedi delle grandi montagne, da lì avrei proseguito su per il versante scaglioso di dolomie delle Alpi orientali, verso l’area delle grotte nascoste.

 

Avevo passato due estati su quelle alture insieme a mia nonna, prima per la mia iniziazione e poi per il tempo del viaggio e del sogno.
Percorsi le antiche vie delle piste degli orsi delle terre dove sorge il sole.

Così come era la tipica consuetudine dei Franchi, nel 781 Carlo Magno preparò la propria successione conferendo il titolo regio nelle zone periferiche di Aquitania e di Italia, rispettivamente ai figli Luigi e Pipino. Pipino, terzo figlio di Ildegarda, come rex Langobardorum fu un eccellente continuatore della politica paterna e completò la conquista dell’Istria nel 788, rendendosi protagonista dell’avanzata franca a oriente. Per questa ragione, Carlo assegnò a Enrico del Friuli, sottoposto di Pipino, il controllo della Bassa Pannonia, della marca orientale e della marca di Carinzia, comprendente anche la Carniola.
I territori che rimanevano fuori dalla giurisdizione franca, pur riconoscendo la supremazia carolingia, erano soggetti a continue scorrerie di gruppi di armati fuori controllo che devastavano i villaggi e uccidevano senza pietà.
5 settembre 789
Camminavo sempre radente la corda delle montagne, protetta dalle chiome ancora integre degli alberi della foresta. Ero costretta a procedere di corsa perché le giornate erano diventate più corte e appena scendeva l’oscurità, mi tuffavo in un buco o sotto i cespugli sperando di riuscire a superare la notte. Quei giorni il mio unico alimento erano state le bacche che riuscivo a trovare.
 
All’alba iniziai ad arrampicarmi lungo il versante ovest e raggiunsi la prima costa. Davanti alla prima pietra scheggiata nei pressi di un inghiottitoio mi inginocchiai e cantai la preghiera per i defunti. Poi ripresi la salita.

 

Il percorso era tutto segnato dalle nostre pietre. Nella mia bisaccia di pelle a tracolla portavo una pietra a punta scheggiata e scolpita lungo i due lati a forma di mandorla da antichissimi uomini che avevano abitato le grotte millenni di anni prima. L’avevo trovata la seconda estate del mio rito di passaggio in un punto dove bastava scavare e venivano fuori dal terreno resti di animali, punte di antiche frecce, pietre scheggiate da mani umane e a volte le ossa di quegli uomini. Quando io e mia nonna trovavamo qualcosa segnavamo il punto e la sera, dopo aver bevuto l’infuso delle erbe che aprivano l’occhio del tempo e dello spazio, tornavamo sul posto. Mia nonna intonava il canto, io iniziavo il viaggio. Vedevo la storia del tempo antico e gli uomini che avevano abitato quelle terre, trovavo le loro tracce e le loro strade, onoravamo i loro resti e ala fine della cerimonia funebre li sotterravamo in una buca. Su di essa lasciavamo una pietra con inciso il segno dell’aquila per accompagnarli nel volo infinito verso il mondo delle anime degli antenati.
I nostri sentieri sono disseminati di queste pietre e noi sappiamo camminare lungo queste tessiture.
6 settembre 789
Era inutile provare ad uccidere qualche preda, non avrei potuto arrostire la carne, altrimenti avrei rivelato la mia presenza con il fumo di un focolare. Continuavo a nutrirmi dei frutti e delle erbe selvatiche che riuscivo a trovare.
Giunsi alla seconda costa, guardai verso la valle, un sottile filo grigio saliva ancora nel cielo, forse era il mio villaggio che continuava a fumare. Osservando da quell’altitudine, non sembrava ci fossero i segni dell’avanzata di altre bande di guerrieri.
Onorai un altro sito e prima di sera raggiunsi la terza costa.
Era giunta la sera, alzai gli occhi, la volta sopra di me, immensa, mi fece quasi piangere.

Vidi ere siderali lente e divenute buie esposte alla devastazione dell’artificio umano.
Vidi cani e bestie dissotterrare corpi sepolti e cibarsi delle carni in putrefazione lasciando ossa scempiate e corrotte.
Non mi fermai, procedetti ancora verso la mia meta.

Mancava poco, mia nonna mi sentì arrivare, sapeva che l’avrei raggiunta. Sgusciò fuori dal suo nascondiglio senza fare rumore, era abituata a scendere in cunicoli profondi e oscuri con la lucerna incastonata in una pietra piatta legata sulla fronte e la vidi arrivare, silenziosa e veloce come una volpe.
Il suo ciondolo sul petto brillò per un secondo e mi sentii a casa.
La nostra era una vita di soglia, un’esistenza tra il mondo dei vivi e quello dell’altrove, era il nostro destino e la nostra forza.
La seguii dentro la caverna, non parlammo fino a quando non fummo nella zona centrale e lei ebbe nascosto l’ingresso con la grata di rami e foglie che aveva costruito.
Si tolse la lucerna e la poggiò sul grande blocco di granito. Poi mi prese il volto tra le mani, mi accarezzò le guance e i capelli, mi baciò la fronte e ci abbracciammo.
Le raccontai quello che era accaduto e lei mi disse che aveva visto gli animali fuggire dal fondovalle e salire lungo gli irti pendii e aveva capito che in pianura incombeva la minaccia dell’uomo, poi aveva visto il fumo e ne ebbe la certezza. Aveva pregato e battuto la terra chiedendo agli dei di proteggere il mio cammino fino a lei.
I miei ed i suoi capelli erano uguali, lunghi e bianchi. Avevamo gli occhi viola, il mio ed il suo cuore battevano allo stesso ritmo e noi lo riuscivamo a sentire.
Mi fece mangiare della carne e finalmente mi addormentai sicura che avrebbe vegliato su di me.

 

7 settembre 789
Sapevo che ormai non avrei più fatto ritorno nella piana e che avrei passato il resto della mia vita in quella caverna.
Mi guardai intorno e vidi mia nonna che apriva un involucro di tela grezza, ne tirò fuori un enorme uovo che sembrava pietrificato e lo sistemò in un angolo della nostra grotta.
Mi disse che l’aveva trovato sull’altro lato del pendio sotto uno strato di terra e pietre smosso da qualche animale e che era convinta che vi fossero altri resti da recuperare, lei disse che forse avremmo trovato un corpo di antico bambino, così ci preparammo per la “raccolta” e cominciammo la marcia, in silenzio e in ascolto della montagna.

10 anni dopo
Mia nonna non era più con me, aveva raggiunto i nostri spiriti e la sera mi faceva visita in forma di nebbia. Insieme continuavamo a pregare per gli uomini della valle e per gli spiriti antichi.
Mettevo sempre un fiore o un germoglio davanti al grande uovo sotto il quale, coperto di rena, avevamo seppellito le ossa di una millenaria bambina che trovammo quel giorno nella stessa zona del ritrovamento dell’uovo.
Negli anni seguenti più in basso verso oriente io trovai, divenuto ormai pietra, un antichissimo cranio credo di un uomo e gli donai una preghiera e una sepoltura nel canto, ho visto il suo spirito allontanarsi tra scie di vapore e svanire nel cielo.

Alpi orientali – settembre 1990
Un gruppo di tre escursionisti scivolò lungo un canalone durante una discesa. Puntando gli scarponi, uno dei tre uomini riuscì a frenare la caduta trovando un punto di ancoraggio, una grossa radice. Quando si rimise in piedi si rese conto di essere vicino al bordo di un’apertura. I tre, fortunatamente illesi, liberarono l’ingresso di quella che sembrava l’accesso di una caverna. Nessun animale pareva ci fosse dentro e decisero di entrarvi. Trovarono diversi oggetti sparpagliati e segni di animali che sicuramente avevano mosso e spostato quello che avevano trovato, ma una grande lastra era collocata al centro dell’ambiente; a terra sotto un angolo c’era una pietra calcarea oblunga dipinta di ocra rossa, al centro una figura teriomorfa. In un angolo
un uovo fossile e sotto di esso i resti di un piccolo corpo. Sul lato opposto uno scheletro quasi integro seduto e ancora avvolto in quella che forse era stata una pesante cappa di fibra grezza. Aveva ancora i capelli, lunghi capelli bianchi che scendevano fino alla vita. In una sacchetta di pelle strappata trovarono una pietra scheggiata a forma di mandorla lunga circa 12 cm.
I rilievi effettuati in seguito alla scoperta, rivelarono che lo scheletro dai lunghi capelli era certamente appartenuto ad una donna morta all’età di circa cinquant’anni in seguito ad un’ infezione per una ferita profonda. La donna proveniva certamente da qualche popolazione locale dell’VIII secolo d.C. I resti degli oggetti e dei fossili rinvenuti erano tutti di origine preistorica, risalenti a periodi diversi e provenienti da aree differenti, alcune anche lontane. La bifacciale che fuoriusciva dalla sacchetta di pelle era sicuramente il risultato di una manifattura umana risalente a centinaia di migliaia di anni prima, ma la cosa più strana era che proveniva da un’area del centro Italia, probabilmente una zona costiera e non si riuscì a capire come fosse arrivata su quelle alture e chi l’avesse portata.
Della donna della caverna ipotizzarono si trattasse di una sciamana e trovarono nella caverna resti di piante e minerali combusti sulla grande lastra al centro dell’ambiente.
Sotto una spada ripiegata una ciocca di altri lunghi capelli bianchi, questi però appartenevano ad un altro individuo di circa settanta anni, un’altra donna della quale non venne mai trovato il corpo.
( Annalisa Copiz)
Tutte le foto sono di Giancarlo Pavat.

 

Si ringrazia la professoressa Annalisa Copiz per aver concesso di pubblicare il suo racconto su questo sito.

 

Immagini in basso; la professoressa Annalisa Copiz al Museo Preistorico di Pofi (FR), il 12 aprile 2024, alla presentazione del libro “Jacques Boucher de Perthes. Da ufficiale dei Finanzieri Imperiali a padre della Preistoria” di Giancarlo Pavat e Gerardo Severino,  durante la quale ha letto il suo racconto “Le sciamane”. 
I protagonisti dell’evento del 12 aprile al Museo Preistorico “Pietro Fedele “di Pofi (FR)

 

 

 

 

 

 
 
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Un commento:

  1. ilpuntosulmistero

    Buonasera, complimenti per il racconto. Molto bello e quasi commovente.
    Ma è forse l’incipit di un romanzo più lungo? Mi piacerebbe leggere altre parti.
    Grazie
    Mario

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