Annullata la spedizione di Reinhold Messner per svelare il mistero dello Yeti!

RESTA INVIOLATO (PER ORA) IL MISTERO DELL’ABOMINEVOLE UOMO DELLE NEVI.

Salta per il rischio attentati la spedizione organizzata da Messner sulle montagne del Pakistan.

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Non si farà la spedizione sulle montagne del Pakistan  con la quale il celeberrimo scalatore altoatesino Reinhold Messner voleva risolvere una volta per tutte il mistero dello Yeti, meglio noto in Occidente come “Abominevole Uomo delle Nevi”.

A darne notizia, nei giorni scorsi, è stato lo stesso Messner che ha spiegato che la spedizione doveva rimanere “segreta” per motivi di sicurezza vista l’area decisamente instabile politicamente e pericolosa a causa della situazione bellica in cui si sarebbe dovuta svolgere. Infatti la spedizione non avrebbe dovuto affrontare soltanto i rischi delle aspre ed alte quote ma pure l’insidiosa presenza degli estremisti islamici sia Talebani che aderenti ad altre organizzazioni.

Ma alcuni quotidiani austriaci tra cui il Tiroler Tageszeitung, avendone avuto  sentore, hanno pubblicato la notizia. Ecco come riporta l’accaduto la giornalista  Sabrina Pieragostini (vincitrice del premio nazionale Cronache del Mistero 2014) nell’articolo “Caccia allo Yeti: Reinhold Messner rinuncia”, pubblicato sul suo sito “Extremamente“;

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Sabrina Pieragostini

La segretezza era un requisito indispensabile per garantire la sicurezza dei componenti della missione. Peccato che la notizia sia trapelata e che il quotidiano austriaco  Tiroler Tageszeitung l’abbia pubblicata. Citando una frase pronunciata da Messner nel 1996 ( “A casa ho una zampa e parte della pelliccia dell’ Uomo delle Nevi”)  il giornale, nella sua versione online, scrive: “Venti anni dopo, lo Yeti interessa ancora all’alpinista di fama mondiale, ma stavolta in un contesto altamente scientifico. Attualmente, il 70enne è con un team di genetisti inglesi in Pakistan per scovare lo Yeti”. Il Tiroler Tageszeitung riporta però anche una dichiarazione di Reinhold Messner che sembra molto recente. “I ricercatori vogliono dimostrare che questa specie è un ibrido tra l’orso bianco e l’orso bruno. E io mostrerò loro dove vivono questi animali in modo che possano essere prelevati dei campioni di sangue”, recita il virgolettato. Proprio come se il giornalista avesse sentito personalmente lo scalatore poco prima della partenza“. A questo punto, Messner e gli altri organizzatori e scienziati (tra cui un team di genetisti) hanno ritenuto che il rischio fosse troppo grande. Non soltanto per l’incolumità dei partecipanti ma pure per le conseguenze, anche politiche internazionali, che sarebbero sorte da un eventuale attentato o rapimento.

““Tutto è stato annullato, perché chi non doveva sapere della spedizione evidentemente ora ne è venuto a conoscenza”, ha detto all’ANSA che lo ha contattato. Non li nomina espressamente, ma il riferimento ai Talebani, ai Signori della Guerra autori di rapimenti, attentati e omicidi, è ovvio. Messner non ha voluto rivelare dove si trovi in questo momento, ma ha assicurato: “Resto comunque a disposizione di questo interessante progetto”.” ha spiegato la Pieragostini.

Messner (nato il  17 settembre 1944a Bressanone in Alto Adige) è diventato famosissimo in tutto la mondo grazie alle sue strepitose scalate ed ai record che è riuscito ad ottenere. Ne ricordiamo soltanto alcuni; nel 1978, lui e l’austriaco Peter Habeler (nato il 22 luglio 1942) furono i primi uomini a scalare l’Everest senza l’ausilio di ossigeno. Due anni, dopo Messner fu  il primo a raggiunge la medesima vetta in solitaria. Nel 1986 diventa il primo uomo ad aver conquistato tutti i 14 Ottomila del nostro Pianeta. Nel dicembre dello stesso anno raggiunge la vetta del Monte Vinson completando in questo modo l’ascesa delle “Seven Summits” (con questo termine, in inglese significa “7 cime” o “7 vette”, si indicano le montagne più alte per ciascuno dei sette continenti della Terra). Non solo scalatore, nel 1990, assieme al tedesco Arved Fuchs (nato il 26 aprile 1953) attraversa per primo l’Antartide a piedi con gli sci, passando per il Polo Sud (che venne raggiunto il 30 dicembre del 1989), senza l’ausilio di mezzi meccanici o animali come i cani da slitta. Nel corso della sua avventurosa esistenza, Messner ha compiuto circa 35000 scalate e oltre cento spedizioni in tutto il mondo.

Non è la prima volta che l’ormai prossimo settantunenne scalatore ed esploratore si occupa dello Yeti. negli anni ’80, quando ormai era già celebre, fecero scalpore alcune sue dichiarazioni, stando alle quali, nelle impenetrabili fustaie del Tibet aveva incontrato la mitica creatura. Talmente mitica che l’idea che abbiamo in Occidente non corrisponde esattamente a quella che fa parte del ricchissimo folklore delle culture e civiltà non solo dell’area himalayana ma di tutta l’Asia Centrale.

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Impronta fotografata da Eric Shipton nel 1951 in Nepal

Lo Yeti fa parte di quella vasta schiera di creature antropomorfe o comunque dai tratti scimmieschi i cui nomi variano a seconda dell’area in cui si pensa si nascondano” ci spiega il nostro amico e collaboratore Giancarlo Pavat che si è occupato di queste creature dal punto di vista dell’impatto sull’arte e la cultura alpina e, in particolar modo, dolomitica “Si chiamano yeti, Bigfoot, Sasquatch o Alma ed in altri modi ancora, ma della cui esistenza, sino ad oggi, non è stata prodotta alcuna prova concreta. Potremmo identificare (però solo per certi aspetti, in parte, ma il discorso sarebbe molto lungo e non è certamente questa la sede adatta per affrontarlo) questa creatura anche con l’Homo Selvaticus delle tradizioni medievali e non solo delle Alpi e delle altre zone montane europee” prosegue Pavat. “Per quanto riguarda il rappresentante più famoso, lo Yeti o Abominevole Uomo delle Nevi, l’unico indizio che qualcosa di non ancora catalogato dalla scienza, (forse) si aggira nelle immensità dell’Himalaya, è una nitida fotografia di una gigantesca impronta simile (se non fosse per le dimensioni) a quelle dell’uomo. Fotografia scattata nel 1951, sul Ghiacciaio Melung-Basw, dal grande scalatore inglese Eric Shipton (1907-1977).

Eric Shipton

Eric Shipton

Sir Edmund Hillary, il neozelandese che nel 1953 assieme allo Sherpa Tenzing Norgay, raggiunse per primo la cima dell’Everest (8.848 m.slm., il punto più alto della Terra), organizzò nel 1960 una grandiosa ma infruttuosa spedizione alla ricerca dello Yeti. Tutti gli scalpi o pelli che rintracciò nelle Lamasserie o in altri luoghi della regione Himalayana, sottoposti ad analisi scientifiche risultarono appartenere a semplici capre, orsi o altri animali perfettamente conosciuti. Al termine della spedizione Hillary si convinse che lo Yeti esisteva soltanto nel ricco ed affascinante folklore dei popoli di quelle terre“.

La famosa foto di Edmund Hillary con il falso scalpo di Yeti nel 1960

La famosa foto di Edmund Hillary con il falso scalpo di Yeti nel 1960

E Messner?

Alla fine degli anni ’90, il grande alpinista altoatesino Reinhold Messner, dopo anni di ricerche e spedizioni sull’Himalaya, Karakorum, Hindukush ed altre desolate plaghe dell’Asia Centrale, ha scritto un bel libro, “Yeti Leggenda e verità” (Feltrinelli 1999)  nel quale dimostra, a mio modesto parere in maniera assai convincente, che l’essere che si cela dietro la leggenda dello Yeti non è altro che una rarissima specie di orso. Probabilmente l’Orso Azzurro Tibetano sull’orlo dell’estinzione (se non già scomparso per sempre).

Secondo Messner” conclude Pavat “l’animale, ben noto alle popolazioni locali, ha, in talune occasioni, comportamenti (come quello di camminare sulle zampe posteriori) simili a quelli delle grandi scimmie antropomorfe. Pertanto, attraverso il filtro del mito, della religione e della cultura locale, un animale raro ma reale e ben conosciuto, si è trasformato nel corso dei secoli, in qualcos’altro. Un archetipo dell’Uomo più prossimo alla Natura. Archetipo che, trasferito in Occidente, ci spiega Messner, è diventato una sorta di King Kong d’alta quota, un testimonial pubblicitario per il turismo in India, Nepal,e nazioni limitrofe. Un feticcio di cattivo gusto che non ha nulla a che fare con le vere, profonde tradizioni e credenze spirituali delle genti di quella parte del nostro pianeta”.

Nel 2003 l’Istituto di Anatomo-patologia veterinaria di Barnaul in Russia  ufficializzò il ritrovamento a circa 3.000 metri di quota sui Monti Altai, in Siberia, di un gamba appartenente ad una creatura sconosciuta identificabile con il leggendario Alma, il parente siberiano e caucasico dello Yeti himalayano.

Le dita del piede avevano gli artigli, assomigliano a quelle dei primati e il pollice aveva tre falangi invece di due. Inoltre sia il piede che la gamba erano ricoperti da un fitto pelo rossiccio. Il piede era di una grandezza pari ad un 39 di scarpa, la creatura era indubbiamente un adulto e, a quanto pare, in vita  camminava eretto su due zampe (o gambe?).

Subito la notizia del ritrovamento della prova dell’esistenza dello Yeti (o del suo cugino Alma) fece il giro del mondo, ma successivamente (circa un anno dopo),  più approfondite analisi svolte dagli scienziati russi dimostrarono che si trattava di una zampa d’orso, sebbene non furono in grado di stabilire di quale razza si trattasse. Poteva essere una specie di plantigrado ancora ignota?

Quotidiano Metro 26-02-2004 Intervista  a Messner

All’epoca Messner fu raggiunto dai giornalisti che gli chiesero un commento sulla vicenda. Lo scalatore fu lapidario;

E’ appunto una zampa d’orso. Quindi molto interessante; nell’Altai ci sono molte storie sullo Yeti  e molti orsi. Io stesso delle mie 12 spedizioni per lo Yeti, ne ho condotta una nell’Altai. In tutti i posti dove si parla dello Yeti, almeno un tempo c’era l’orso delle nevi“.

Zampa di Yeti dell'Altai - Metro 26-02-2004

Nel 2013 la “National Geographic” diede la notizia che un genetista inglese, Bryan Sykes, della Oxford University (UK), dopo aver  condotto numerosi test su peli e tessuti attribuiti allo Yeti, giunse alla medesima conclusione di Messner.

Nel 2012 ho lanciato un appello per raccogliere materiale attribuito allo Yeti, a Bigfoot o a Sasquatch, e mi hanno risposto in molti” spiegò Bryan Sykes alla NBC News. In  particolare il genetista inglese si concentrò su due campioni. Il primo erano alcuni peli attribuiti ad uno Yeti mummificato provenienti dalla regione del Ladakh nell’India settentrionale. Li aveva raccolti 40 anni prima fa un rocciatore  francese, che avrebbe visto l’intero corpo della creatura.  L’altro campione era un unico pelo rinvenuto attorno al 2000 in Bhutan, il piccolo regno himalayano incastonato tra India e Cina.

Sykes spiegò ai media anglosassone che il DNA estratto dai due campioni corrisponderebbe a quello proveniente da una mandibola di orso. Ma non un normale orso.  Bensì un esemplare vissuto circa 120.000 anni fa nell’Artide norvegese.

Sì avete letto bene. L’orso preistorico norvegese, la cui mandibola venne scoperta nel 2004, avrebbe un parente ancora in vita sulle montagne dell’Asia.

Non mi sembra probabile che possano appartenere ai due soli ‘orsi delle nevi’ di tutta l’Himalaya” spiegò Sykes, avanzando addirittura l ‘ipotesi  che potesse trattarsi di una specie ignota alla Scienza, o forse di un ibrido fra orso bruno e orso polare. “Dobbiamo solo trovarne uno vivo“. aveva concluso Sykes.

Ovviamente era sceso in campo ( e non poteva essere altrimenti) anche il più celebre “cacciatore di creature sconosciute” d’Oltre Oceano, l’americano Loren Coleman, direttore dell’International Cryptozoology Museum di Portland, nel Maine (USA). Coleman non ebbe remore nel dichiarare ai media che quella di Sykes poteva essere “la più importante scoperta di criptozoologia  del decennio“.

cryptozoology Loren Coleman

Cryptozoology Loren Coleman

Successivamente Brian Regal, storico della scienza alla Kean University in New Jersey (USA), definì come plausibile l’ipotesi che una specie non identificata (di orso) possa vivere sull’Himalaya e sulle altre immense catene dell’Asia Centrale. “Tutto ciò è entusiasmante” disse ma concluse affermando che riteneva “difficile provare il collegamento fra i peli e lo Yeti della leggenda”

Il mondo della Criptozoologia resterà deluso ancora una volta” disse Regal. “Il solo fatto che Sykes abbia mostrato che questi campioni appartengono a un orso non vuol dire per forza che è quello che alcuni credono di aver avvistato. Magari hanno visto orsi, magari hanno visto dell’altro“.

Anche l’americano Robert Rockwell, biologo dell‘American Museum of Natural History di New York (USA), spiegò di non sentirsela di escludere a priori che una specie di orso sconosciuta possa essere sopravvissuta sull’Himalaya.

È possibile, dal momento che sia orsi neri asiatici che orsi bruni potrebbero vivere o aver vissuto nella regione. Ed essendo tutti orsi, condividono molto del DNA trovato nel fossile artico” disse Rockwell a proposito della scoperta di Sykes. “Inoltre l’area in questione è molto vasta e poco popolata, e se si escludono alcuni individui abituati alla presenza umana, in genere gli orsi sono creature molto schive“.

La scoperta si basa su un campione molto piccolo” ha concluso dubbioso Rockwell “il cui DNA è probabilmente deteriorato. Finché non vedo pubblicata la sequenza, mi ritengo piuttosto scettico“.

Non meno scettica apparve  Charlotte Lindqvist, biologa molecolare appartenente al team scientifico che ha estratto il DNA dalla mandibola dell’orso norvegese scoperta nel 2004, poi usata per il confronto con i due campioni di Sykes.

Vorrei vedere i dati pubblicati e rivisti; prima di allora, suggerire un legame fra un orso di 120.000 anni fa e un orso o uno Yeti in Himalaya mi sembra poco sensato” dichiarò la studiosa ai giornalisti.

Anche Messner intervenne nel dibattito stigmatizzando il comportamento degli scienziati, dichiarando senza peli sulla lingua che “Non capiscono niente, io l’ho scritto 50 anni fa e mi ridevano dietro“.

Che lo Yeti sia un orso, spiegò nel 2013 Messner ai microfoni di Radio Capital  io  l’ho scritto, senza essere scienziato, 50 anni fa e il mondo mi ha deriso. Lo Yeti è una leggenda che vive nella testa delle persone“.

Ma, come  dimostrato la polemica sui risultati delle ricerche di Sykes, la “prova regina”, quella inconfutabile, quella “oltre ogni ragionevole dubbio” non era ( e non è) stata ancora trovata. E questo nonostante la mole di dati e informazioni raccolte (contenute nel libro citato poc’anzi) da Messner, proprio nell’immenso patrimonio culturale di quelle lontane regioni.

Ecco perchè la spedizione che era in procinto di partire per il Karakorum sarebbe stata importantissima per mettere i classici puntini sulle I della vexata quaestio. Un spedizione che si presentava come essenzialmente scientifica  quindi con tutti i crismi tanto amati (e anelati) dalla cosiddetta “Scienza ufficiale”.

Per adesso, quindi, il mistero dell'”Abominevole Uomo delle Nevi” è destinato a rimanere tale.

Da tutta questa vicenda” ha commentato il nostro Pavat “si può trarre una amara morale. Tra tutte le creature, vere o immaginarie che popolano, o dovrebbero popolare, il nostro Pianeta, la più pericolosa, la più esiziale, è e rimane sempre e soltanto l’Uomo!“.

 

LA REDAZIONE DEL IL PUNTO SUL MISTERO E IL “MISTERY TEAM”.

Si ringrazia per la collaborazione Giancarlo Pavat.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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