UN SUCCESSO LA V EDIZIONE DELL’ITINERARIO DEL MISTERO AD ANAGNI, nell’ambito di ANAGNI MAGICA MISTERIOSA.

 

Immagine di apertura; Giancarlo Pavat a Casa Barnekov, illustra ai partecipanti all’Itinerario del Mistero, la presenza di Dante Alighieri in Ciociaria. Secondo una inveterata tradizione Antonina, Dante sarebbe stato ospitato proprio.nell’edificio medievale che dal XIX secolo verrà chiamato “Casa Barnekow” dal nome del.nobile svedese Albert Barnekow, che vi dimorò e che la trasformò in un “edificio esoterico” (foto Marco Di Donato).

Immagine sopra: la Cattedrale di Anagni vista dalla scalinata che unisce piazza Gregorio IX a via S. Michele.

Ha ancora una volta fatto centro L’ITINERARIO DEL MISTERO AD ANAGNI, tenutosi sabato 5 agosto, e giunto ormai alla V edizione. Anche questa volta l’ITINERARIO è stato inserito nel ricco programma di eventi della VII Edizione di ANAGNI MAGICA MISTERIOSA. L’ormai tradizionale appuntamento agostano realizzato con il patrocinio e il contributo del Comune di Anagni e in collaborazione con l’Associazione ViviCiociaria, Casa Barnekow e quest’anno anche con Indi Bella Arte & Giulio Maitri Sound e la Compagnia Officina Off.

Circa un centinaio di partecipanti si sono ritrovato alle 21:00, nella piazzetta Gregorio IX, davanti al “sedicente” Palazzo di Bonifacio VIII.  (Foto sopra di Riccardo Pau) 

Immagine sopra; la dottoressa Velia Viti, organizzatrice di ANAGNI MAGICA MISTERIOSA, in piazza Grrgorio IX, presenta la V edizione dell’ITINERARIO DEL MISTERO e Giancarlo Pavat (foto Beppe Donvito)

Giancarlo Pavat, grande protagonista dell’Itinerario, da par suo, ha sgretolato quella che appariva come una certezza storica, ovvero che  quello che è sempre stato indicato e mostrato ai turisti come PALAZZO DI BONIFACIO VIII, NON È il Palazzo di Bonifacio VIII!!! (Foto sopra Riccardo Pau).

Quello che oggi viene chiamato Palazzo di Bonifacio VIII apparteneva invece al nipote Pietro che l’aveva acquistato nel 1297 da Adinolfo e Nicolò figli di Mattia de Papà. Costui che l’aveva ottenuto nel 1227 dal cardinale Ugolino dei Conti di Segni, futuro papa Gregorio IX. Nel 1230, in questo Palazzo venne ricevuto Federico II di Svevia dopo la stipula della Pace di San Germano.

Dal documento di vendita del 1297, si evince che Pietro Caietani acquistò due palazzi vicini ma distinti e divisi dalla chiesa dei SS. Cosma e Damiano. Uno è, appunto, il palazzo vicino a piazza Innocenzo III, l’altro è l’edificio che fiancheggia via Vittorio Emanuele fino a piazza San Michele. Nel XVIII secolo i due corpi di fabbrica vennero uniti e formarono il grande complesso monastico delle Suore Oblate Cistercensi della Carità.

Il Palazzo in cui, quel 7 settembre 1303, Bonifacio VIII venne assediato e fatto prigioniero si trovava ove oggi sorge Palazzo Trajetto con la sua facciata ottocentesca. Ciò che rimane del grandioso Palazzo fatto costruire alla fine del XIII secolo dal papa anagnino è visibile sul lato posteriore. Notevoli soprattutto gli straordinari contrafforti uniti da arcate simili a quelli del Palazzo di Pietro Caietani.

Sembra che il vero Palazzo di Bonifacio VIII (all’epoca era il più grande e sfarzoso palazzo anagnino) cominciò ad andare in rovina proprio a seguiti dei danneggiamenti subiti nell’assedio del 7 settembre. Nel XVII secolo crollò completamente la parte anteriore e il complesso rimase abbandonato, quasi vi aleggiasse sopra una maledizione. Nel 1702 la Famiglia Gigli acquistò i ruderi superstiti e ricostruì il palazzo. Ottant’anni dopo venne acquistato dal marchese Leonardo Trajetto Paghi da cui il nome con cui è noto ancora oggi.

Immagine sopra; il mosaico pavimentale romano scoperto circa due anni fa, non lontano dal Palazzo di Bonifacio VIII (foto Riccardo Pau)

Immagine sopra; il bassorilievo in via S. Michele in cui alcuni studiosi hanno ravvisato una rappresentazione del mito greco del Vaso di Pandora (foto Riccardo Pau). Immagine in basso; Giancarlo Pavat spiega le diverse interpretazioni manufatto (foto Riccardo Pau)

Immagine in basso; alcuni dei simboli che si notano sulla facciata della (più che probabile) Domus templare ad Anagni (foto Riccardo Pau)

 

Immagine sopra; I partecipanti all’Itinerario del Mistero del 5 agosto, hanno pacificamente invaso i suggestivi vicoli e le pittoresche stradine del centro storico di Anagni

Un’immagine iconica; Beppe Donvito ha immortalato Marisa D’Annibale, Giancarlo Pavat, Marco Di Donato e (in secondo piano) Velia Viti e Marco Sartucci, seguiti dai partecipanti all’Itinerario, che avanzano sotto le volte di Palazzo d’Iseo, come i protagonisti de “Il Quarto Stato” di Pelizza da Volpedo. 

Immagine sopra; i blasoni sulla facciata di Palazzo d’Iseo di cui Giancarlo Pavat ha proposto una lettura simbolico-esoterica (foto Riccardo Pau).

Nell’estate del 1159 giunsero ad Anagni i delegati di alcuni comuni Lombardi (Milano, Brescia, Cremona e Piacenza) che si erano ribellati al Sacro Romano Imperatore Federico I° Hohenstaufen detto il Barbarossa. Scopo della loro venuta ad Anagni era quello di incontrare il pontefice regnante, Adriano IV (al secolo Nicholas Breakspear, l’unico papa inglese della Storia) e perorare una alleanza in chiave antimperiale. Il 19 agosto, giorno della Festa di San Magno patrono di Anagni, venne siglato il Pactum Anagnino. Era l’atto formale di una alleanza che altri non era che l’embrione della celeberrima Lega Lombarda che sarebbe nata con il  Giuramento di Pontida del 1167. Pochi giorni dopo Adriano IV morirà forse avvelenato anche se si dirà che la causa sarebbe stato l’aver bevuto dell’acqua ghiacciata (o avvelenata?)

Alla sua morte verrà eletto l’insigne giurista e teologo senese Rolando Bandinelli, che prenderà il nome di Alessandro III e che dovrà subito vedersela con l’antipapa filoimperiale Vittore IV (al secolo il cardinale Ottaviano) e abbandonare Roma in preda a tumulti.

Un anno dopo, nel marzo del 1160, proprio dalla Cattedrale di Anagni, Alessandro III lancerà la scomunica contro il Barbarossa. Lo scontro tra l’imperatore Federico I° Barbarossa e il Papato alleato dei Comuni italiani entrerà nella fase di una lotta senza quartiere e come poi finirà lo sappiamo tutti da quasi mille anni. 

Anche l’incontro tra Adriano IV e i delegati lombardi era avvenuto in cattedrale ma proprio in occasione della stipula del “Pactum” si verificò un fatto che cambierà per sempre non solo la Storia l’aspetto urbanistico di Anagni ma persino ne segnerà il carattere. Infatti, tra i membri delle delegazioni dei comuni dell’Italia Settentrionale c’era anche Jacopo Lombardo da Iseo al quale la Comunitas anagnina chiese di progettare e realizzare ex novo un palazzo ove discutere gli affari dell’amministrazione cittadina.  Nasceva il primo edificio laico italiano destinato sin da subito ed esclusivamente all’amministrazione comunale con tanto di Sala della Ragione. Le libertà comunali, l’autogoverno cittadino e la Democrazia popolare (con tutti i limiti dell’epoca) avevano finalmente una propria sede. Si tratta di un vero primato anagnino e ciociaro. Che andrebbe fatto conoscere, visto che sui manuali scolastici si trova scritto che il primo Palazzo Civico sia stato quello di Padova del 1218. Invece, Palazzo d’Iseo, che venne realizzato tra il 1159 e il 1163, lo precede di circa mezzo secolo.

Jacopo d’Iseo progettò un palazzo innovativo, pur tenendo a modello i broletti e i palazzi vescovili dell’Italia Settentrionale da cui vennero mutuati alcune caratteristiche fondamentali. Ad esempio lo sviluppo su due piani, la presenza di un ampio portico e di uno scalone aperto che conduce alla Sala della Ragione. Inoltre appare notevole la scelta del porticato con 8 arcate che raccorda i due corpi di fabbrica del Palazzo. 

Immagine sopra; il volto murato sulla parete di un edificio nel quartiere ebraico, in cui qualche ricercatore ha voluto riconoscere il celebre Golem delle leggende ebraiche della Praga magica e occulta (foto Riccardo Pau). Immagine in basso, la ” Casa aggettante”  presso Santa Chiara (foto Riccardo Pau)

Immagine sopra; l’orologio ad acqua (foto Riccardo Pau)

Sulla parete di un edificio è  murato un blocco di pietra con scavate alcune vaschette di diversa larghezza e profondità, collegate tra loro da alcuni fori. Si tratta di un manufatto praticamente più unico che raro. Si tratta di un orologio ad acqua, come  quello inventato nel III secolo a. C. da Ctesibio di Alessandria. Il funzionamento è simile a quello di una clessidra. In pratica, l’acqua, passando da una vaschetta all’altra, consentiva di misurare lo scorrere del Tempo e contemporaneamente le frazioni del Tempo stesso. Poi, bastava mettere di nuovo l’acqua nella prima vaschetta per ricominciare a calcolare il Tempo.

Immagine sopra; Piazza Massimo d’Azeglio e Palazzo Bacchetti

Foto di gruppo per i partecipanti all’Itinerario del Mistero davanti a Palazzo Bacchetti (foto Francesca Mattiello vicepresidente di Itinarrando).

Immagine sopra; Giancarlo Pavat racconta la vicenda avvolta nelle nebbie del mistero e dell’occulto di Taddeo Pernei, accusato di stregoneria nel XVII, che aveva la casa ove oggi sorge Palazzo Bacchetti (foto Velia Viti)

Immagini sopra e sotto; interni di Palazzo Bacchetti (foto Riccardo Pau)

 

Immagine sopra; a Mezzanotte, dopo quasi 3 ore di Itinerario, a Palazzo Bacchetti qualcuno sta cedendo (foto Velia Viti)

Immagine sopra; da dx Marco Di Donato, Giancarlo Pavat e Riccardo Pau, responsabile gite culturali del gruppo Fai Anzio-Nettuno e della delegazione FAI di Roma (foto Beppe Donvito)

Immagini sopra e sotto; Davanti a Palazzo Coletti, caratterizzato dal simbolo della Lira e appartenuto al celebre baritono del.XIX secolo Filippo Coletti, Marisa D’Annibale ha delegato le valenze di alcune simbologie dei pilastri dell’ingresso del Convitto “Regina Margherita”. Tra cui, appunto, la Lira. (Foto Beppe Donvito).

Immagine soora: Giancarlo Pavat sul proferlo di Casa Barnekow, mentre parla delle presenze di Dante Alighieri ad Anagni e in Ciociaria (foto Velia Viti)

 

Nella Divina Commedia e precisamente ell’Antipurgatorio, nel descrivere la difficoltà di ascesa dell’immensa “Montagna Ultraterrena” del Purgatorio, Dante cita alcune località italiane dalle caratteristiche morfologiche e orografiche decisamente aspre. Molto note al suo tempo e, ovviamente , da lui stesso viste o visitate; San Leo, la rupe di Noli in Liguria e la Pietra di Bismantova. 

La quarta e ultima località è il  Monte Cacume. Purtroppo ancora oggi ci sono dei “soloni” (purtroppo soprattutto ciociari) che affermano che in Dante non abbia affatto citato la montagna patricana e che il termine “cacume” vada letto con l’iniziale minuscola e tradotto dal latino come “vetta”.

In realtà elementi oggettivi e filologici dimostrano che il Cacume ha tutto il diritto di far parte del novero dei luoghi geografici italiani presenti nell’immortale capolavoro del Sommo Poeta.

Vediamo di smontare i punti controversi della citazione dantesca.

Rifacendosi alla affermazione che “cacume” non è un toponimo e significa semplicemente “vetta” con riferimento alla montagna precedentemente citta; il verso andrebbe interpretato come: “Montasi sulla vetta di Bismantova”.

Ma c’è un problema. La “Pietra di Bismantova” NON HA UNA CIMA. È un acrocoro, un altipiano, con la sommità piatta. Non vi è ombra di una punta che possa spiccare e giustificare la pretesa dei “negazionisti” del Cacume.

Immagine sopra; Casa Barnekow ad Anagni (FR)

Inoltre è ormai dimostrato, senza alcuna ombra di dubbio, che su circa 159 manoscritti antichi della “Divina Commedia” (è noto che l’originale dell’Alighieri non ci è pervenuto), in ben 125 il Cacume presenta la “C” maiuscola. Ma non solo. Tra i nomi delle due località, Bismantova e Cacume, c’è la particella “e”. Ovvero una congiunzione. Tutto ciò indica che si tratta di due luoghi ben distinti e separati.

Ma i “negazionisti”, non demordendo, avanzano l’asserzione che se Dante ha citato località indubbiamente “viste”, ciò si può affermare per San Leo, Noli e Bismantova, ma non per il Monte ciociaro.

In realtà Dante può aver benissimo aver visto il Cacume, rimanendo colpito dalla particolare forma piramidale, in quanto è storicamente certo che si stato almeno due volte in Ciociaria!

La prima si data all’ottobre del 1294 quando l’Alighieri faceva parte di una delegazione del Comune di Firenze, recatasi a Napoli per rendere omaggio al nuovo pontefice Celestino V che, aveva, appunto, portato la sede papale nel capoluogo partenopeo. All’epoca, per recarsi dall’Italia centrale a Napoli si doveva per forza percorrere la via Latina (valle del Sacco) in quanto l’Appia non era praticabile a causa delle paludi. E, all’altezza di Frosinone o Ceccano, il Cacume si staglia con la sua perfetta forma geometrica contro il cielo occidentale.

La seconda visita di Dante alla Ciociaria risale all’ottobre del 1301, in occasione dell’ambasceria dei fiorentini ad Anagni, presso papa Bonifacio VIII.

Qualche ricercatore storico ha ipotizzato anche una terza visita in Ciociaria, durante il Primo Giubileo della Storia, quello del 1300. Dante dopo aver visitato la capitale della Cristianità si sarebbe recato presso le celeberrime abbazie cistercensi e benedettine del Lazio meridionale, come Casamari e Montecassino.

Non per nulla nella “Divina Commedia” sono citate diverse località dell’attuale provincia di Frosinone.

Ad esempio proprio Anagni, che vita sia in riferimento al famoso “schiaffo” a Bonifacio VIII , sia all”eterna dannazione di Clemente V (il “boia” dei Templari), come si evince dal Canto XXX del Paradiso)

Ma poco poi sarà da Dio sofferto
nel santo officio; ch’ei sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto,
e farà quel d’ Alagna intrar più giuso
(Paradiso, XXX, 145-148)

Inoltre l’Alighieri cita sponde del Liri (fiume Verde) e Ceprano, relativamente alla vicenda della sepoltura di re Manfredi di Svevia e Montecassino.

Inoltre, si deve tener presente che il Cacume non è una montagna sperduta in qualche remoto continente. Il monte era abitato sin dall’Alto Medio Evo. È documentato che nel X secolo d.C., il “Rettore di Campagna” Amato, donò al futuro santo, Domenico da Sora, terreni e mezzi per poter erigere un romitorio (poi diventato monastero benedettino vero e proprio) sulla montagna.

Successivamente vi sorse una rocca o castello, menzionato nel 1088 in un documento di papa Urbano II, fra quelli compresi nella giurisdizione del Vescovo di Anagni. Il Castrum Cacuminis, vero “nido d’aquila”, quasi inespugnabile, è espressamente citato nel Testamento del conte Giovanni I° di Ceccano, redatto il 5 aprile 1224. Il Conte lascia il Castrum al figlio Landolfo assieme ad altre località come Ceccano, Arnara, Patrica, Monte Acuto, Giuliano, (Villa) Santo Stefano, Pistertium (Pisterzo), Carpineto a dimostrazione dell’importanza dell’insediamento montano.

Quindi non vi è alcun motivo storico, filologico o, più semplicemente, razionale, per continuare a sostenere che il Cacume non sia nominato nella “Divina Commedia”.

Ma tornando a Casa Barnrkow, che avrebbe ospitato il Sommo Poeta, esiste ancora un possibile “soggiorno” anagnino.

Rileggiamo gli immortali versi in cui descrive per bocca di Ugo Capeto, l'”attentato” del 7 settembre 1303, ad Anagni 

Perché men paia il mal futuro e ‘l fatto, 
veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, 
          e nel vicario suo Cristo esser catto            Veggiolo un’altra volta esser deriso; 
veggio rinovellar l’aceto e ‘l fiele, 
             e tra vivi ladroni esser anviso.            (Vv. 87-90)

 

Alcuno studiosi della Divina Commedia hanno sottolineato la presenza di quel “veggio”, rimarcato per ben tre volte. E hanno ipotizzato che Dante avrebbe potuto voler indicare che era stato testimone dello storico episodio. Quella mattina del 7 settembre 1303, quando secondo alcuni terminava il Medio Evo e la Stotia prendeva un’altra direzione, Dante (già condannato dai nemici Guelfi Neri  e in esilio) era davvero presente ad Anagni? Se la risposta fosse affermativa (cosa di cui sono convinti in molti), non poteva che trovarsi assieme ai nemici di Bonifacio VIII, ovvero i congiurati, in primis i Conti di Ceccsno Giovanni III e Gotifredo. Guarda cado Signori della Contea in cui si trovava il Cacume, tra l’altro vicinissimo e perfettamente visibile dall’avito castello ceccanese.

Si ringraziano tutti coloro che hanno reso possibile l’ITINERARIO DEL MISTERO del 5 agosto e coloro che vi hanno partecipato.

Se non altrimenti specificato, le immagini sono di Giancarlo Pavat

Si ringraziano Marco Di Donato, Beppe Donvito,  Francesco Mattiello,  Riccardo Pau e Velia Viti per aver messo a disposizione le proprie fotografie.

IL PROSSIMO APPUNTAMENTO CON GLI ITINERARI DEL MISTERO SARÀ SABATO 26 AGOSTO A PROSSEDI (LT) 

Per informazioni e prenotazioni consultate il sito di ITINARRANDO.

 

 

 

Spread the love

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *