Trieste, l’ultimo rifugio del Gran Maestro dell’Ordine dell’Ospedale di S. Giovanni di Gerusalemme – II parte; di Giancarlo Pavat

 

STORIA DIMENTICATA:

L’ESILIO TRIESTINO DELL’ULTIMO GRAN MAESTRO DEI CAVALIERI DI MALTA

II e ultima parte

 

di Giancarlo Pavat

 

In quello scorcio finale del XVIII secolo, Trieste viveva un periodo di grande sviluppo economico. L’istituzione, nel 1719, del “Porto Franco” da parte dell’Imperatore Carlo VI d’Asburgo e i successivi privilegi concessi dai governi illuminati dei suoi successori, ovvero la  figlia, Imperatrice Maria Teresa, e il nipote Giuseppe II d’Asburgo-Lorena, avevano fatto di Trieste una città aperta, accogliente e tollerante. Cosa rara per l’epoca.

Immagine sopra: statua dell’imperatore Carlo VI d’Asburgo che svetta in cima a una colonna in piazza dell’Unità d’Italia, Immagine in basso, a Trieste (foto G. Pavat 2023).

Immagine in basso: la controversa installazione (non è piaciuta a tutti i Triestini) raffigurante il “Tallero di Maria Teresa d’Asburgo, realizzata nel 2023 e posizionata in piazza del  Ponterosso a Trieste. Il monumento voluto in memoria della grande sovrana d’Asburgo, è stato ideato da un gruppo di artisti: Nicola Facchini, Eric Gerini ed Elena Pockay. Vincitore di un concorso a seguito di una votazione popolare, il gigantesco “Tallero” (4 metri di diametro) è stato realizzato materialmente dall’Acciaieria Fonderia di Cividale del Friuli (foto G. Pavat 2023).

 

Immagine sopra: ritratto dell’imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena conservato al Castello di Miramare a Trieste. Realizzato tra il 1800 e il 1809, secondo il catalogo dei Beni Culturali si tratta di una copia del celebre ritratto dell’imperatore conservato a Bruxelles nella posa e nelle fattezze del volto, ma ispirata, per quanto riguarda le vesti ufficiali, al ben più famoso ritratto di Giuseppe II, quello con il fratello Leopoldo Granduca di Toscana, eseguito da Pompeo Batoni nel 1769 e oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

 

Se Trieste in quegli anni iniziava il suo periodo d’oro dal punto di vista economico e culturale che, inframezzato solo dalle 3 occupazioni napoleoniche (la prima dal 23 marzo al 24 maggio del 1797), sarebbe durato sino alla Prima Guerra Mondiale, a Malta era ormai irreversibile il declino dei Cavalieri. 

Immagini sopra e sotto: Palazzo Brigido a Trieste. Durante la Prima occupazione francese, Napoleone passò una notte sola a Trieste (si racconta fosse tormentato dal mal di denti), quella tra il 29 e il 30 aprile 1797, appunto a Palazzo Brigido in via Pozzo del Mare. Episodio ricordato dalla targa marmorea apposta sulla facciata. Ovviamente, all’epoca, non era ancora Imperatore ma “semplice” Comandante dell’Armata francese d’Italia (Foto G. Pavat 2015).

 

L’elezione, nel luglio del 1797, come Gran Maestro dell’Ordine di  Ferdinand von Hompesch (primo è unico tedesco assurto a tale carica) avvenne in un clima di cupio dissolvi. Le idee di Libertà e di Uguaglianza di tutti i cittadini, della Rivoluzione Francese erano giunte sino all’Arcipelago Mediterraneo. Non solo tra la popolazione maltese, ormai insofferente al governo assolutistico dell’Ordine ma pure tra molti Cavalieri.

 

All’alba del 9 giugno 1798, la Flotta francese gettava l’ancora davanti a Malta

Von Hompesch non avrebbe mai potuto da solo difendere l’isola. Nonostante fosse stato avvertito per tempo che la Spedizione in Egitto contemplava anche la conquista dell’Arcipelago.

Come scrive Roderick Cavaliero, citato da Ernle Bradford nel suo libro “Storia dei Cavalieri di Malta. Lo Scudo e la Spada” (Mursia 1975), “dei 200 Cavalieri Francesi, 90 Italiani, 25 Spagnoli, 8 Portoghesi, 5 Bavaresi e 4 Tedeschi, almeno 50 erano troppo malati o troppo anziani per combattere; gli antichi cannoni, molte volte ridipinti per farli apparire nuovi, ma mai usati per circa 100 anni, tranne in occasione delle cerimonie, furono messi in posizione di sparo ma si scopri che la polvere era inservibile, il loro funzionamento difettoso“.

A queste condizioni (senza contare che molti Cavalieri parteggiavano per i Francesi) resistere avrebbe voluto dire scatenare un inutile bagno di sangue anche tra la popolazione maltese.

Lo stesso Bonaparte dirà successivamente che l’isola era stata presa soprattutto grazie al tradimento e che von Hompesch, nonostante tutte le accuse e calunnie di cui venne fatto bersaglio, avrebbe potuto fare ben poco per salvare Malta.

Fu facilissimo trovare il casus belli per l’occupazione di Malta. La Flotta francese necessitava di acqua potabile e la chiese ai Cavalieri. Come previsto da accordi internazionali, von Hompesch autorizzo’ l’entrata di 4 navi alla volta.

Era ciò che Napoleone aspettava. Rifiutò la condizione e ordinò lo sbarco a La Valletta.

Nel caos scoppiato nell’arcipelago, ci fu qualche tentativo di resistenza, ma più da parte della Milizia popolare maltese che ad opera dei Cavalieri.

Si cercò persino l’aiuto Celeste mediante processioni con le reliquie  dei numerosi santi venerati sull’isola principale, ma tutto fu inutile davanti a quella macchina schiacciasassi che era l’armata del Bonaparte.

Alla fine i Maltesi chiesero al Gran Maestro di trattare la pace che in realtà si dimostrò essere una resa incondizionata.

In pochi giorni era tutto finito. L’isola-fortezza dei Cavalieri che per secoli aveva infranto le ondate islamiche, non esisteva più. Un mondo nuovo, nuove idee,  nuove speranze, nuovi uomini avanzavano sul palcoscenico della Storia. Ma non necessariamente il Futuro si prospettava migliore del Passato.

Il 12 giugno venne firmata la cosiddetta “Convenzione”, che altri non era che una capitolazione totale. Tutto l’Arcipelago e le proprietà dell’Ordine passarono alla Francia repubblicana. Ai Maltesi vennero garantiti i diritti di cui già godevano e venne assicurata la libertà di culto (patti che poi non saranno rispettati da parte dei Francesi).

Immagine sopra; anche Trieste ha una  statua di Napoleone Bonaparte. L’opera neoclassica bronzea che lo raffigura come Marte Pacificatore, si trova nel Parco del Castello di Miramare. Potrebbe sembrare incongruo trovare una statua che celebra Napoleone in una città come Trieste che non lo amò e che soffrì per le varie occupazioni francesi. E infatti c’è un motivo politico dietro la sua realizzazione. La scultura non era destinata alla Città adriatica. Venne commissionata da Massimilano d’Asburgo (fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe) nel 1858 alla vigilia degli Accordi di Plombieres, quale strumento di captatio benevolentiae nei confronti di Napoleone III, nipote di Napoleone I, che si stava schierando con il Regno di Sardegna contro l’Impero Austriaco. Dal Catalogo dei Beni Culturali apprendiamo che “Il duca Lodovico Melzi, incaricato di consegnare personalmente all’Imperatore la lettera di presentazione dell’opera, riferisce in una missiva del 28 giugno del 1858, il grande apprezzamento espresso dal sovrano. La scultura tuttavia a causa degli sviluppi storici, che videro la Francia schierata a fianco dei Savoia contro l’Austria, non sarà mai consegnata a Napoleone III”. Terminata entro il gennaio 1859 “fu indirizzata a Miramare, dove occupa una posizione di rilievo all’interno del parco”. La scultura venne realizzata da Giovanni Pandiani (1809-1879) che riprese quella orginale di Antonio Canova, voluta dallo stesso Napoleone I e realizzata tra il 1803 e il 1806.  Il  “Corso”, però, ne vietò l’esposizione pubblica a causa della nudità. L’originale canoviano si trova oggi ad Apsley House, la villa londinese del duca di Wellington. Fu il Governo britannico ad acquistarla nel 1815 e a donarla al Vincitore di Napoleone a Walterloo.

Immagine in basso; Relativamente al periodo Napoleonico, il monumento più significativo presente a Trieste, è sicuramente lo straordinario gruppo scultoreo bronzeo che decora la “Casa delle Bisse”, in via San Lazzaro 15, in pieno centro cittadino e di cui Giancarlo Pavat si è già occupato in un articolo pubblicato su questo sito e che potete leggere al seguente link;

https://www.ilpuntosulmistero.it/analisi-esoterica-della-casa-delle-bisse-di-trieste-di-giancarlo-e-francesco-pavat/;

 

Il 18 giugno 1798, sotto la minaccia dei cannoni napoleonici,  Ferdinand von Hompesch, a bordo della nave triestina “San Nicola“, battente bandiera asburgica, lasciava per sempre Malta. Gli era stato concesso di portare con sé soltanto tre venerate reliquie che da secoli venivano conservate nella Cattedrale di San Giovanni Battista nella capitale dell’isola. Si trattava di una scheggia della Croce di Cristo, della mano destra del Precursore e, infine, dell’icona della Nostra Signora del Filaremo di Rodi, attribuita addirittura a San Luca ma in realtà risalente al IX secolo d.C..

Va ricordato che i Francesi depredarono tutto ciò che trovarono di valore nell’arcipelago; compresi arredi e opere d’arte sacra. More Francorum. D’altronde il Louvre espone ancora oggi capolavori artistici rubati (è questo il termine corretto!) durante le varie Campagne d’Italia.

La Repubblica Federale Tedesca ha restituito tutti i tesori e le opere d’arte trafugate dai nazisti (quelle rinvenute, ovviamente), la Francia no!

E, in ogni caso, per tragica ironia del destino, tutto ciò che venne depredato a Malta e caricato nelle stive della nave ammiraglia, l‘”Orient“, fini’ in fondo al Mediterraneo assieme a tutto il resto della flotta napoleonica durante lo scontro navale di Abukir (detto anche “Battaglia del Nilo”) contro gli Inglesi, del 1 e 2 agosto 1798.

Del prezioso carico, del valore stimato di circa in un quarto di milione di libbre Sterling, fecava parte anche la famosa argenteria – piatti, posate, brocche, bicchieri – utilizzata per le sue qualità batteriostatiche nella Sacra Infermeria, un ospedale a quei tempi famoso in tutta Europa che aveva nelle sue grandi sale con il tetto a volta più di 500 letti e verso la fine del XVIII secolo si potevano contare circa 4000 ricoveri annui. Collegato con il Porto Grande con un passaggio sotterraneo, in modo da facilitare il trasporto dei feriti che sbarcavano, e i suoi medici avevano l’obbligo di curare ammalati di qualsiasi etnia e religione, schiavi compresi” (da Alberto Panizzoli e Rosanna Busolini Panizzoli “I Cavalieri di Malta a Trieste.  Napoleone Bonaparte e l’esilio di Ferdinand von Hompesch”  Infinito edizioni 2022).

Non si può che essere concordi con Alberto Panizzoli e Rosanna Busolini Panizzoli, laddove scrivono che i Giovanniti non si erano limitati a curare i malati nei propri ospedali ma “si erano organizzati anche per portare aiuti con le loro navi nel Mediterraneo“. Come sottolineato pure da Ernle Bradford, “si può dire che essi fondarono il primo nucleo di quello che oggi, con la loro opera meritoria svolgono in ogni parte del mondo“.

Olio su tela raffigurante la “Distruzione dell'”Orient” nella Battaglia del Nilo”, dipinto dall’inglese George Arnald tra il 1825 e il 1827 e conservato al “National Maritime Museum” di Londra.

Durante la navigazione verso l’Adriatico settentrionale, il San Nicola” venne scortato dalla nave da guerra francese “Artemise”. Almeno sino alle coste della Dalmazia, che ricordiamolo, era stata per secoli territorio veneziano, sino al vergognoso Trattato di Campoformido del 17 ottobre 1797, con cui Napoleone aveva posto fine alla millenaria Repubblica di San Marco cedendone il territorio agli asburgo. 

Dopo un viaggio di ben 37 giorni, il San Nicola” arrivava finalmente a Trieste.  Era  il 24 luglio 1798,

Immagine sopra;  particolare del ritratto a figura intera di Ferdinand von Hompesch. 

 

Von Hompesch, accolto da una salva di cannoni del Castello di San Giusto, sbarco’ a Trieste con un seguito di 32 persone, tra Cavalieri e personale di servizio.

Del suo arrivo venne data notizia alla cittadinanza mediante l’unico organo di stampa esistente all’epoca; “L’Osservatore Triestino”. Fondato nel 1774, veniva stampato in italiano, tedesco e ungherese.

L’Ordine di Malta era molto noto a Trieste, soprattutto per gli intensi contatti commerciali marittimi che risalivano all’epoca del Gran Maestro Manuel Pinto de Fonseca (1741-1773). Quindi von Hompesch venne bene accolto dai maggiorenti della città. Esule ma ancora in carica, fu ospitato con il proprio seguito in una lussuosa Villa triestina. Si trattava della Villa di Campo Marzio.

Invece, molti Cavalieri al suo seguito furono accolti nelle dimore dei patrizi cittadini.

Il 27 settembre 1798, proprio nella Villa di Campo Marzio, Ferdinand von Hompesch pose la sede ufficiale (lui sperava provvisoria) dell’ Ordine, istituendo il Convento giovannita durante una cerimonia alla quale presenzio’  il Sacro Collegio dei Cavalieri che l’avevano seguito nell’esilio triestino.

 

La Villa di Campo Marzio, in stile Neoclassico,  in cui si era sistemato il Gran Maestro, apparteneva ad Antonio Psaro’, greco dell’isola di Mykonos nell’Egeo, esperto lupo di mare, che si era messo al servizio della Russia zarista.

L’avventuriero greco aveva ottenuto dalla zarina Caterina II la Grande, il grado di capitano e l’onorificenza della Croce di San Giorgio. Abile e stimato diplomatico aveva curato gli interessi russi a Costantinopoli presso la Sublime Porta e a Malta, dove aveva conosciuto ed era entrato in ottimi rapporti con il Gran Maestro.

A Trieste aveva cercato di aprire un consolato russo ma le autorità asburgiche prima avevano preso tempo e poi avevano detto di no.

Il “Greco” era sospettato di essere una spia ma non di quelle tradizionali. Gli storici ritengono che probabilmente fosse una specie di “spia industriale”. Psaro’ era un abile marinaio (tra l’altro sembra che avesse ricevuto l’incarico di costituire una flotta russa nel Mediterraneo) e Trieste all’epoca (e lo sarebbe stata per oltre un secolo) era all’avanguardia nel campo della cantieristica navale. Quindi il “Capitano Greco” era piuttosto un attento osservatore di tutto ciò che succedeva in città e nel suo porto. In ogni caso contro di lui non fu mai intentata alcuna azione giudiziaria. Forse le autorità asburgiche si limitarono a tenerlo d’occhio.

Psaro’ era giunto a Trieste, circa 5 anni prima del Gran Maestro, nel 1793 e subito aveva acquistato (pare ad un asta) una Villa che prendeva il nome dalla zona (allora) periferica e in riva al mare della citta; Campo Marzio, appunto.

La Villa era stata realizzata nel 1785 su progetto dell’architetto austriaco (e non francese, come si trova spesso scritto) Champion. A costui si deve anche il progetto della Villa Necker, sempre in stile Neoclassico, visibile a Trieste in via dell’Università e oggi sede del Comando  Esercito Friuli – Venezia Giulia.

Immagine sopra: la neoclassica Villa Necker a Trieste. Deve il suo nome al console elvetico a Trieste, Alfonso Teodoro Carlo Francesco de Necker (discendente di Jacques Necker, il celebre ministro dell’economia di Luigi XVI) che l’aveva acquistata nel 1827. In precedenza la sontuosa residenza era nota come “Villa Bonaparte” in quanto dal 1820 era stata in possesso di Gerolamo Bonaparte, già re di Westfalia e fratello di Napoleone I, in esilio a Trieste assieme alla moglie principessa Caterina. 

Come già accennato, anche la Villa di Campo Marzio era ovviamente in stile Neoclassico, all’epoca imperante.

Uno stile elegante, severo, sobrio, che riprendeva i modelli dell’antica Roma e della Grecia Classica. D’altronde, non a caso, Trieste viene considerata la “Capitale del Neoclassico”. Infatti, la stragrande maggioranza dei palazzi del suo centro cittadino, sorto sulle saline medievali bonificate nel XVIII secolo, è proprio in stile Neoclassico. Come alcuni dei suoi più importanti monumenti laici o religiosi.  Ad esempio il Palazzo Carciotti, il Palazzo della Borsa Vecchia, la chiesa di Sant’Antonio Nuovo o la chiesa Greco-ortodossa di San Nicolò.

Immagine sopra e sotto: il Neoclassico Palazzo della Borsa Vecchia con la Fontana del Nettuno  in piazza della Borsa a Trieste (foto G. Pavat 2023)

Immagine in basso; Trieste, Riva 3 Novembre con (a sx) Palazzo Carciotti e (a dx) la chiesa Greco-ortodossa di San Nicolò con i due campanili gemelli (Foto Archivio de IlPuntosulMistero)

Immagine sopra; la neoclassica chiesa di Sant’Antonio Nuovo a Trieste. In primo piano la statua dell’amatissimo vescovo Antonio Santin che guidò la diocesi di Trieste-Capodistria nei terribili anni della Seconda Guera Mondiale, dell’occupazione nazista (dopo l’8 settembre ’43)  e  slavocomunista (nell’immediato Secondo Dopoguerra) di Trieste (foto G. Pavat 2023)

La Villa di Campo Marzio si presentava  con un doppio loggiato a semicerchio aperto da quattro colonne di ordine dorico che dividevano l’ammezzato e il primo piano entrambi con otto grandi finestre da cui lo sguardo poteva spaziare sulla spiaggia e sul Golfo di Trieste.

 

Immagine sopra: Un altra stampa ottocentesca raffigurante la Villa di Campo Marzio.

 

Nel 1791 la Villa di Campo Marzio venne affittata dal maggiore generale russo Tamara, inviato dalla zarina Caterina II a Trieste  per procedere all’acquisto di legname e altro materiale per la flotta russa che era impegnata nella guerra contro l’impero Ottomano. Finché, appunto, nel 1793 la Villa non venne rilevata dal Psaro’.

Immagine sopra: stampa del XVIII secolo con il ritratto di Ferdinand von Hompesch.

 

Ma nonostante l’accoglienza e la sollecitudine ricevuta da parte dei nobili e della ricchissima borghesia triestina, il Gran Maestro si accorse subito che difficilmente avrebbe trovato aiuto da parte della Corte viennese.

L’imperatore regnante, Francesco II d’Asburgo-Lorena era fatto d’altra pasta a confronto del padre, il liberale e amatissimo Leopoldo II (già Granduca di Toscana) o dell’illuminato zio Giuseppe II. Reazionario, bigotto, intollerante, Francesco II aveva una fifa birbona dei Francesi e di Napoleone che l’avevano già sconfitto nella cosiddetta Campagna d’Italia (o Guerra della I Coalizione 1792-1797). L’imperatore asburgico era convinto che solo l’esercito russo avrebbe potuto salvarlo dalla prossima guerra (che tutti ritenevano ineluttabile). Pertanto non voleva contrariare  l’alleato zar Paolo I, che aveva mire precise nei confronti dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme.

Immagine sopra: ritratto di Francesco Giuseppe Carlo Giovanni d’Asburgo-Lorena, (nato a Firenze il 12 febbraio 1768). Nell’anno dell’arrivo di Ferdinand von Hompesch a Trieste, il figlio di Lepoldo II era ancora “Sacro Romano Imperatore”. Così come von Hompesch fu l’ultimo Gran Maestro Giovannita, Francesco d’Asburgo-Lorena sarà l’ultimo monarca (come, appunto, Francesco II dal 1792 al 1806) dell’Impero fondato da Carlo Magno nella notte di Natale dell’Anno 800. Infatti, nel 1806, dopo l’ennesima vittoria contro la    Coalizione, Napoleone abolira’ il Sacro Romano Impero. Francesco diventerà, quindi, I come “semplice” Imperatore d’Austria, fino alla morte, avvenuta a Vienna il 2 marzo del 1835 (foto Archivio IlPuntosulMistero)

Paolo I era figlio della zarina Caterina II la Grande e di Pietro III, detronizzato dalla stessa moglie e forse assassinato su suo ordine. Molti storici ritengono che in realtà Paolo fosse figlio dell’amante della zarina, il Duca Sergej Saltikov.

Caterina II ritenendo il figlio non idoneo a regnare, stava per escluderlo dalla successione al trono ma morì prima di riuscire a farlo.

Incoronato nel 1786, Paolo I cominciò a smantellare tutte le riforme  volute  dall’odiatissima madre ma su una cosa si trovò concorde: l’interesse per Malta. Che per Paolo I non era solo di natura politica o imperialista. Lo Zar aveva una vera e propria fissazione (quasi patologica) per gli Ordini Cavallereschi Medievali e sognava di diventare Gran Maestro dell’unico sopravvissuto. Quello di Malta, appunto.

Non è questa la sede per fare la cronistoria di tutti gli intrighi che Paolo I ordi’ contro von Hompesch durante l’esilio triestino. Basterà ricordare le infamanti accuse che gli vennero rivolte per aver abbandonato Malta a Napoleone. Accuse che troveranno purtroppo ascolto a Vienna e, inizialmente, anche presso Pio VI , il “Papa martire” in quel momento prigioniero dei Francesi e che quindi, in ogni caso, avrebbe  potuto fare ben poco per il Gran Maestro.

 

Nel frattempo, ignari (quasi) di ciò che stava per accadere, i Cavalieri si trovavano bene a Trieste. Molti di loro ricorderanno con nostalgia nelle proprie memorie il soggiorno triestino 1798/1799. E questo nonostante avessero dovuto affrontare un rigido inverno sferzato dalla Bora, a cui non erano certamente abituati, proveniendo dal centro del Mediterraneo.

Ma ormai, per von Hompesch e per i pochi fedelissimi rimasti al suo fianco, la parabola discendente stava per giungere al punto finale. La situazione dell’Ordine nel panorama internazionale era  decisamente fosca.

La trappola dello Zar stava per scattare. Ma per comprenderne meglio il meccanismo è necessario fare un salto indietro nel tempo di meno di una manciata di anni.

Il 3 gennaio 1795, le Tre grandi Potenze dell’Europa centro-orientale si erano spartite ciò che rimaneva della  Confederazione Polacco-lituana, mettendo fine ad una indipendenza che durava dal Medio Evo e che era nata dalla lotta per la libertà contro l’Ordine Teutonico.

 

Immagine sopra; stemma della Confederazione Polacco-lituana.  Unisce l’Aquila bianca del Regno di Polonia al Cavaliere con la Croce degli Jagelloni del Granducato di Lituania. La Confederazione nacque nel 1386 con il matrimonio tra la Regina polacca  Edwige e il Granduca lituano Jogaila che prese il nome di Stanislao II Jagellone.

 

Polonia e Lituania torneranno libere e indipendenti soltanto dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. 

Quella del gennaio del 1795 è passata alla Storia come Terza Spartizione della Polonia da parte dell’ Impero Russo della zarina Caterina II la Grande, dell’Impero degli Asburgo e del Regno di Prussia degli Hohenzollern (che aderirono però il 24 ottobre).

La fetta più grossa se l’erano presa i Russi tanto che lo Zar Paolo I, iniziò a fregiarsi del titolo di Re di Polonia. A seguito della Terza Spartizione e dell’annessione di gran parte del territorio alla Russia, il Priorato Polacco dell’Ordine di Malta venne trasformato sic et simpliciter in “Priorato Russo”, controllato, manco a dirlo, da Paolo I.

E lo spregiudicato e (secondo alcuni) folle Zar giocò proprio la carta del “Priorato russo” per farsi “eleggere” Gran Maestro dell’Ordine, fregandosene del fatto che un legittimo Gran Maestro fosse ancora in carica e si trovasse al sicuro a Trieste.

Otto giorni dopo che a San Pietroburgo, capitale dell’Impero degli Zar, era giunta la notizia della caduta di Malta, il “Priorato russo” emise un “Manifesto” contro von Hompesch. La manovra era stara “ispirata” dallo Zar attraverso il bali’ conte Giulio Renato Litta, che non solo curava i rapporti tra l’Ordine e l’Autocrate russo ma era un’ascoltato consigliere di quest’ultimo.

Nel “Manifesto” i firmatari della resa ai Francesi venivano bollati come traditori dell’Ordine. Compreso il Gran Maestro. Subito lo Zar dichiarava che von Hompesch era sicuramente colpevole e che non poteva più ricoprire la suprema carica Giovannita. Inoltre, motu proprio stabiliva la nuova sede dei Cavalieri proprio nella Capitale sul Baltico. A nulla valsero le lettere di protesta che von Hompesch inviò da Trieste a Pio VI, a Vienna e a San Pietroburgo. Solo il Pontefice, nonostante la sua triste condizione tentò di fare qualcosa. Ma inutilmente. Il Governo asburgico arrivò a vietare a von Hompesch di pubblicare una memoria difensiva sui fatti di Malta.

Nel frattempo Paolo I, non trovando grandi ostacoli, incalzava il Priorato russo affinché prendesse una decisione risolutiva” scrivono Alberto Panizzoli e Rosanna Busolini Panizzoli. Alla fine, il “Priorato russo”  eleggeva (possiamo facilmente immaginare quanto liberamente l’abbia fatto) Gran Maestro lo Zar Paolo I. Ovviamente si trattava di un atto totalmente illegale. “La nomina, accettata con grande soddisfazione (dallo Zar NDA) non teneva assolutamente conto delle richieste di Pio VI, dell’approvazione delle altre Lingue e del fatto che il Priorato russo che lo aveva eletto non era ancora stato riconosciuto  dall’Ordine. A tutto questo si aggiungeva il fatto che Paolo I non fosse cattolico, non riconoscesse la Chiesa e che fosse sposato“. Evidentemente, quella di trovare governi o entità amministrative fantoccio al fine di avvalorare le proprie ambizioni territoriali e imperialiste, è una pratica di vecchia data nel modus operandi di chi detiene il potere in Russia. E le cronache di quest’ultimo tragico anno, relative alla brutale e vigliacca invasione dell’Ucraina, sono lì a testimoniarlo.

In tutta Europa furono pochi i Priorati dell’Ordine che protestarono alla notizia di quella elezione illegale. Ad esempio il Priorato di Baviera chiese che venisse data a von Hompesch la possibilità di difendersi davanti al Capitolo Generale dell”Ordine, disapprovando ciò che era avvenuto a San Pietroburgo. Lo Zar era fuori di sé, tanto che ordinò al Litta di convocare un Capitolo straordinario affinché il Priorato di Baviera venisse espulso dall’Ordine. Con il Priorato bavarese si schierò il Principe Elettore nonché Duca di Baviera Carlo Teodoro di Neuburg-Sulzbach (1724-1799) Personaggio controverso, scandaloso e bigotto allo stesso tempo, ma sincero sostenitore di Ferdinand von Hompesch. Purtroppo il Duca morì improvvisamente nel febbraio del 1799. Il suo successore, Massimiliano I Wittelsbach era filofrancese e non ci pensò due volte ad abolire il Priorato bavarese. 

Presto von Hompesch perderà anche l’appoggio (almeno morale) di Pio VI. Il Papa morirà il 29 agosto 1799, prigioniero dei Francesi a Valence.

Però qualche buona notizia per von Hompesch  sembrò arrivare da Malta. La popolazione si era ben presto accorta di essere finita dalla padella nella brace. I “liberatori” francesi si erano dimostrati essere un’orda di saccheggiatori, stupratori, oppressori.

Il 2 settembre 1798, come negli anni seguenti faranno tanti popoli d’Europa oppressi da Napoleone, i Maltesi insorsero e, con la forza della disperazione, costrinsero gli occupanti a rifugiarsi nelle munite fortezze isolane. Subito venne chiesto aiuto a Ferdinando IV di Borbone re di Sicilia (visto che l’isola, nominalmente, apparteneva ancora all’antico Regno fondato dai Normanni) e agli Inglesi che si erano dimostrati essere gli unici in grado di battere i Francesi, almeno sul mare.

Immagine sopra; Ritratto di Lord Horatio Nelson, I visconte Nelson e I duca di Bronte (1758-1805). Olio su tela di Lemuell Abbott del 1799, conservato al National Maritime Museum di Londra.
 

Va ricordato che già “venti giorni dopo l’arrivo dei Francesi a Malta, l’ammiraglio Nelson, con una lettera scritta il 20 giugno 1798, assicurava al Gran Maestro von Hompesch che sarebbe presto arrivato in suo soccorso per distruggere la flotta francese” (da Alberto Panizzoli e Rosanna Busolini Panizzoli “I Cavalieri di Malta a Trieste.  Napoleone Bonaparte e l’esilio di Ferdinand von Hompesch”  Infinito edizioni 2022). Ma era troppo tardi! Come si è visto il Gran Maestro era già in navigazione verso Trieste. Nelson vincitore ad Abukir, raggiunse Malta e pose il blocco dell’isola. Giravano voci che pure una flotta russa si stesse avvicinando all’Arcipelago per “liberarlo” dai Francesi. Sebbene ci fosse qualcuno  favorevole agli Inglesi e qualcun’altro ai Russi, la stragrande maggioranza della popolazione, imparata la lezione, auspicava un ritorno della Sovranità dell’Ordine o, in alternativa, l’indipendenza.

Von Hompesch, nonostante le finanze dell’Ordine a Trieste non fossero floride, riuscì ad inviare qualche aiuto agli insorti e chiese al Governo viennese “se fosse possibile avvicinarsi a Malta attendendo in Sicilia o in mare che il mutamento delle circostanze facilitasse il ritorno della mia persona con il mio Consiglio a Malta” (da Alberto Panizzoli e Rosanna Busolini Panizzoli “I Cavalieri di Malta a Trieste.  Napoleone Bonaparte e l’esilio di Ferdinand von Hompesch”  Infinito edizioni 2022).

A Vienna, la lettera di von Hompesch contenente questa richiesta non venne nemmeno aperta.

 

Immagine sopra; Stampa ottocentesca con veduta dell’attuale Riva 3 Novembre a Trieste. Si riconoscono il Palazzo Carciotti e la chiesa Greco-ortodossa di San Nicolò, detta anche chiesa Greco-orientale (Collezione privata G. Pavat)

 

I Maltesi si accorsero ben presto che gli Inglesi non avevano alcuna intenzione di consentire il ritorno del Gran Maestro dei Cavalieri nell’Arcipelago o di restituirlo al Regno di Sicilia. Ne’ tantomeno di concedere la Libertà e l’indipendenza. Nelson aveva incaricato l’ammiraglio Alexander Ball (1757-1809) di difendere le isole maltesi da un (improbabile) ritorno dei Francesi e dalla voracità dello Zar Paolo I. Ma lo scopo ormai acclarato era quello di fare di Malta una munitissima base strategica al centro del Mediterraneo per le nuove ambizioni imperiali del Governo di Sua Maestà Britannica.

Nel dicembre del 1798, i Maltesi decisero di inviare a Trieste due loro rappresentanti. Prima, però, avrebbero fatto tappa a Palermo per un incontro con il re Ferdinando IV di Borbone. Si voleva ottenere l’autorizzazione al ritorno di von Hompesch, prima nella capitale siciliana e poi, quando le circostanze l’avrebbero consentito, a La Valletta. 

 

Immagine sopra: ritratto di Ferdinando IV di Borbone , realizzato da Anton Raphael Mengs nel 1772 e conservato al Palazzo Reale di Madrid.

Ma il sovrano borbonico aveva altro a cui pensare. Dopo essere entrato in guerra contro la Francia il 23 ottobre e l’effimera conquista di Roma,  Ferdinando IV  non era riuscito a resistere al  contrattacco Napoleonico. Il 21 dicembre 1798 si era  imbarcato sul “Vanguard” di Nelson, con tutta la Famiglia reale, abbandonando Napoli per rifugiarsi in Sicilia.

Il Borbone doveva la propria salvezza agli Inglesi (la cui flotta proteggeva la Sicilia, impedendo sbarchi francesi) e quindi non aveva nessuna voglia e possibilità di ascoltare le richieste e le suppliche dei Maltesi. Inoltre, Ball impedì in ogni modo qualsiasi contatto con Palermo e Trieste. Ai delegati fu impedita la partenza e venne sequestrata la corrispondenza.

Immagine sopra; Ritratto dell’ammiraglio Alexander John Ball, governatore inglese di Malta.

 

Alla  fine, dopo diverse vicissitudini e traversie, il 19 maggio 1799, due delegati del popolo maltese, Michelangelo Attard, commendatore dell’Ordine e Giuseppe Dalmas, riuscirono ad arrivare a Trieste e ad incontrare von Hompesch.

Il Gran Maestro li accolse con gioia e subito si iniziò a concertare un piano per liberare l’isola dagli Inglesi e riportarvi l’Ordine Cavalleresco.

Attard scrisse di suo pugno una lettera al potente barone Meyer-Knonau (favorevole al Gran Maestro), in cui affermava, a nome del popolo maltese, l’innocenza di von Hompesch. La lettera sarebbe dovuta poi circolare tra le corti d’Europa per dimostrare che i Maltesi volevano il ritorno del Gran Maestro e dei Cavalieri.

Immagine sopra: lo stemna di Trieste all’epoca degli Asburgo e della permanenza di von Hompesch in città.

Ma l’arrivo dei due delegati a Trieste mise in allarme l’occhiuta polizia asburgica che avverti’ Vienna.

Spie russe avvisarono lo Zar Paolo I, che, fuori di se, arrivò a minacciare Francesco II. Se non voleva che venisse a mancare il sostegno militare russo, doveva a tutti i costi costringere von Hompesch a dimettersi.

Quest’ultimo, tentò il tutto per tutto e inviò a Malta 3 suoi rappresentanti, il bali’ de Neveu, il barone von Schaumburg e il servente d’armi Pripaud, con il compito di valutare la situazione, preparare il suo ritorno e poi dare il via all’insurrezione generale contro gli Inglesi.

Il 28 giugno 1799 i 3 Cavalieri giunsero a Malta, bene accolti dalla popolazione ma la loro missione falli’. Gli Inglesi si mossero rapidamente. Il tenente Vivion (che sostituiva l’ammiraglio  Ball, in quel momento assente dall’isola) fece arrestare i 3 delegati. I bagagli vennero sequestrati e perquisiti. Gli Inglesi rinvennero la pubblicazione sulla caduta di Malta del Meyer-Knonau, stampata a Trieste (e in cui si discolpava von Hompesch) e oltre 6000 scudi, raccolti nella città adriatica, che dovevano finanziare l’insurrezione.

Sembra che ci sia stato un tentativo da parte della popolazione di liberare i 3 delegati ma gli Inglesi li costrinsero a lasciare l’isola.

Questo fu l’ultimo tentativo del Gran Maestro von Hompesch di ritornare nell’arcipelago. Vienna non voleva inimicarsi né gli Inglesi, né i Russi, pertanto, questa volta, riuscì nel proprio intento. Francesco II inviò un ultimatum a von Hompesch.  O si dimetteva o sarebbe stato considerato un nemico e arrestato a Trieste.

Il 6 luglio 1799, von Hompesch inviava al Sacro Romano Imperatore, una lettera in cui comunicava le proprie dimissioni “dalla dignità di cui ero investito., dispensando con ciò stessoni Cavalieri di quest’ordine illustre dai doveri che essi avevano contratto verso il loro sventurato capo“.

Contemporaneamente, obbedendo a quanto voluto da Vienna, scrisse una lettera del.mededimo tenore anche allo zar russo.

L’ultimo Gran Maestro dell’Ordine a Malta, va sottolineato, rinunciava alla sua carica non tanto per cedere alle insistenti pressioni e ai forti interessi di uomini in quel momento tanto più forti e potenti, ma unicamente per evitare difficoltà alla ricostituzione dell’Ordine. Tra le righe della sua meditata e complessa lettera allo Zar, si comprende come egli accettava di farsi da parte solo perché era evidente che la sua persona costituiva un ostacolo all’autocrate russo per raggiungere indisturbato il suo scopo senza dover andare incontro a giustificazioni e a contrasti con gli altri sovrani e soprattutto senza dover affrontate una procedura regolare per togliere di mezzo legalmente il suo antagonista”. (da Alberto Panizzoli e Rosanna Busolini Panizzoli “I Cavalieri di Malta a Trieste.  Napoleone Bonaparte e l’esilio di Ferdinand von Hompesch”  Infinito edizioni 2022).

Ferdinand von Hompesch lasciò per sempre la Villa di Campo Marzio e Trieste in una data imprecisata, comunque compresa tra il 7 e il 17 luglio 1799. 

 

Per lui inizierà una penosa peregrinazione in giro per l’Europa, ben accolto ma soltanto conoscenti e parenti (i regnanti e potenti di turno lo ignoreranno sempre) e nella (vana) speranza che le sorti della Storia volgessero a favore suo e dell’Ordine Giovannita.

A nulla gioverà l’uccisione, nella solita congiura di palazzo tipicamente russa, dello zar Paolo I, l’11 marzo 1801.

 

Immagine sopra; ritratto dello Zar Alessandro I (1777-1825). Olio su tela del pittore inglese George Dawe, oggi conservato nella splendida reggia di Peterhof, voluta dallo Zar Pietro il Grande, tra il 1714 e il 1723, sulle rive del Golfo di Finlandia.

Il figlio e successore Alessandro (il futuro vincitore di Napoleone) non aveva le stesse fissazioni paterne. Anzi. si disinteresso’ alle sorti dell’Ordine e rinunciò alla carica di Gran Maestro. Von Hompesch, venuto a conoscenza di tutto ciò, scrisse al nuovo pontefice Pio VII, di essere stato costretto a dimettersi e di essere pronto a ritornare a capo dell’Ordine. Il Papa non gli rispose nemmeno. Il 16 gennaio 1802 Pio VII nominò Gran Maestro dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme il bali’ Bartolomeo Ruspoli. Costui, però, rendendosi conto della grave situazione in cui versava l’Ordine  (e forse pure per un senso di onestà nei confronti di von Hompesch) rinunciò alla carica. 

Il Papa nominò allora fraGiovanni Battista Tommasi, che spostò la sede dei Cavalieri in Sicilia, precisamente a Messina (ufficialmente era ancora a Trieste). Lo zar Alessandro I (molto cavallerescamente) inviò al Tommasi le insegne di cui si era appropriato il padre. Von Hompesch venne informato di queste novità mentre si trovava a Fermo, ospite nel convento dei cappuccini. La delusione fu immensa. 

Immagine sopra; ritratto di Lady Hamilton, olio su tela di George Romney, 1782-84.
Mentre si compiva il destino di von Hompesch, l’anno dopo la sua partenza da Trieste, arrivava in città il 1° agosto 1800, accolto con tutti gli onori, nientemeno che colui che aveva promesso allo sventurato Gran Maestro di riportarlo a Malta dopo aver cacciato i Francesi; il Vincitore di Abukir, ovvero l’ammiraglio Horatio Nelson. Alloggera’, assieme alla sua chiacchierata amante Lady Hamilton, in una splendida villa settecentesca  (punto di riferimento della piccola comunità Britannica di Trieste) posta sul Colle di San Vito. Verrà  chiamata “Borahall” in quanto sferzata dal celebre vento triestino. Oggi è nota come “Villa Moore” dal  nome del ricco mercante scozzese, George Moore, trasferitosi a Trieste agli inizi sel XIX secolo.
Immagine sopra; Villa Moore (o Borahall) sorge ancora oggi, nascosta dietro un alto muro e la fitta vegetazione del parco, al civico 5 di via Bazzoni, a Trieste. (Foto da Intrieste.com)

 

Ferdinand von Hompesch morirà a Montpellier, il 12 maggio 1805, dimenticato da tutti, con al proprio fianco solo una manciata di collaboratori che ormai erano diventati la sua famiglia.

Grazie al trascorrere del Tempo, oggi si ha un giudizio più sereno e obiettivo sullo sfortunato Gran Maestro. Sicuramente commise degli errori ma fu certamente migliore di tanti suoi potenti contemporanei che tramarono, cospirarono, vennero meno alla parola data, tradirono senza alcun ritegno. Infischiandosene di trattati internazionali e accordi firmati. Ferdinand von Hompesch, invece, rimase sempre fedele all’Ordine e ai suoi ideali.

Qualcuno l’ha paragonato a Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro dei Templari.  Fortunatamente von Hompesch e i suoi più fedeli Cavalieri non finirono sul rogo. Ma entrambi, sebbene a secoli di distanza, vennero stritolati da un ingranaggio molto piu grande di loro. Quello delle Potenze mondiali. Ne fu vittima anche Malta che con il Trattato di Parigi del 30 maggio 1814 (poi confermato dal Congresso di Vienna), rimase in mano agli Inglesi.

I quali la utilizzeranno per controllare anche il Mediterraneo (e noi Italiani ne pagheremo lo scotto durante la Seconda Guerra Mondiale). Le aspirazione dei Maltesi nei confronti dell’Italia, manifestate durante il Risorgimento e soprattutto tra le due guerre mondiali, saranno duramente represse dagli Inglesi, che arriveranno a vietare l’uso della lingua italiana, parlata o conosciuta, da gran parte della popolazione dell’Arcipelago.

I Maltesi riassaporeranno la Libertà soltanto nella seconda metà metà del XX secolo e precisamente il 21 settembre 1964. Dal 1° maggio 2004 la Repubblica di Malta fa parte dell’Unione Europea.

Il glorioso Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme sopravvisse a Ferdinand von Hompesch, conservando però solo la funzione assistenziale e perdendo per sempre quella militare.

 

E la sontuosa Villa, ultimo rifugio sicuro dell’ultimo Gran Maestro dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, che fine fece dopo la partenza di von Hompesch da Trieste?

Immagine sopra; stampa ottocentesca raffigurante piazza della Borsa a Trieste. Si riconoscono il Palazzo Neoclassico della Borsa Vecchia, la Fontana del Nettuno e la colonna con la statua dell’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, padre di Carlo VI.

 

Avrete certamente notato che in questo articolo non vi sono fotografie di quella splendida dimora. Invano la si cercherebbe  sulle pendici del Colle di San Vito o presso il Passeggio Sant’Andrea.

Nel 1816, la Villa di Campo Marzio venne acquistata dal principe Felice Baciocchi marito di Elisa Bonaparte, ex sovrana di Lucca,  in esilio a Trieste dopo la fine dell’Impero Napoleonico.

Immagine sopra: “Ritratto della principessa Elisa Bonaparte Baciocchi”, di Marie-Guillemine Benoist del 1812 e conservato a Palazzo Mansi a Lucca.

Fu proprio Elisa Bonaparte a sistemare il lussureggiante giardino e a far costruire una cappella privata e la bianca scalinata monumentale che conduceva alla via di Campo Marzio. Ma solo quattro anni dopo, la sorella di Napoleone I (ormai in esilio a Sant’Elena), moriva nella sua tenuta di Villa Vicentina (oggi in provincia di Udine). La Principessa venne inumata proprio nella cappella della Villa di Campo Marzio. Nel 1826, Felice Baciocchi si trasferì a Bologna e fece traslare anche la salma della moglie che da allora riposa in San Petronio.

Nel frattempo, a Trieste, la Villa divenne di proprietà della sorella di Elisa, Carolina, vedova di Gioacchino Murat  e quindi ex regina di Napoli.

Una curiosità.  A Trieste, Elisa Bonaparte si faceva chiamare Contessa di Lipona, termine che non è altro che l’anagramma di Napoli!

Immagine sopra: Carolina Bonaparte ritratta in costume tradizionale di popolana napoletana in un olio di Giuseppe Cammarano del 1813, conservato al Museo Napoleonico di Roma.

 

La vedova di Murat soggiornò a Trieste fino al 1832, e la dimora di Campo Marzio cominciò ad essere chiamata “Villa Murat“.

Carolina Bonaparte  trasformò la Villa in una sorta di piccola reggia, frequentatissima da esponenti della  ‘Trieste che contava”. Nobili, funzionari del Governo asburgico, consoli e diplomatici di varie nazioni di stanza nella Citta Adriatica, esponenti della Borghesia commerciale, da esponenti dell’alta finanza e della ricca borghesia, ma pure artisti e intellettuali, tutti erano i benvenuti a Villa Murat.  La quale rivaleggiava con l’altra residenza, praticamente gemella, di Gerolamo Bonaparte, ex re di Westfalia, la Villa Necker, a cui si è già fatto cenno.

Per intrattenere sia gli anfitrioni che gli ospiti, nelle sontuose sale di Villa Murat, si tenevano dimostrazioni scientifiche e tecniche come un primo esperimento di illuminazione a gas, oppure eventi musicali. Da ricordare le esecuzioni della celebre soprano Velluti e della pianista triestina Elisa Braigh.

Ma oltre alla Scienza e alla Musica, vi trovava spazio anche il mondo dell’Occulto.  Si svolgevano, infatti, pure sedute spiritiche, molto in voga all’epoca. Tanto che, tra i nottambuli frequentatori di Passeggio Sant’Andrea, iniziarono a circolare voci di sinistri incontri con le impalpabili entità evocate ed, evidentemente, uscite da Villa Murat per fare quattro passi!

Ma, ovviamente Villa Murat era anche un focolaio di quello che oggi si definirebbe “gossip”. Ad esempio, all’inizio di maggio del 1825 giunse in visita alla Villa, una dama molto in vista e molto discussa e chiacchierata: la bellissima e affascinante Giulietta Recamier.  

Alla morte di Carolina, il 18 maggio 1839, Villa Murat passò per testamento alle proprie  figlie e al nipote Gioacchino. Nel 1852 gli eredi la vendetteto a ricchi imprenditori triestini.

Nel 1876 la Villa era nelle disponibilità di Enrico Rieter, che tentò di venderla al Comune di Trieste per farne un Museo e un giardino pubblico. Ma i termini troppo esosi fecero sfumare l’accordo.

Falli’ pure il progetto di trasformare Villa Murat  in una elegante “caffetteria e birreria”, con tanto di un reparto termale, allietato da intrattenimenti musicali, teatrali e giochi pirotecnici.

Nel 1894, alla morte del padre Enrico, la Villa venne ereditata dalla figlia Emma.

Ormai per la sontuosa dimora che aveva ospitato l’ultimo Gran Maestro Giovannita, stavano suonando le campane a morto.

Emma Rieter decise di vendere l’intera proprietà alla “Prima Pilatura triestina’ di riso.

La società, incurante del valore architettonico, artistico, culturale e storico  di Villa Murat, la fece demolire!

A nulla valsero le proteste dei Triestini.  La città perse per sempre un vero gioiello.

Al suo posto sorsero gli opifici che si affacciavano direttamente sulla via Campo Marzio.

In pratica, oggi, di  Villa Murat sopravvive soltanto il terrazzamento di Passaggio Sant’Andrea, dove generazioni di bambini triestini (compreso lo scrivente) hanno scorazzato rincorrendosi, giocando con la palla o andando in bicicletta.

Triste destino quello della Villa di Campo Marzio o Villa Murat, quasi fosse una sorta di memento di ciò che era accaduto all’ultimo Gran Maestro Giovannita.  Così come von Hompesch era stato abbandonato e immolato in nome dei giochi politici delle Potenze della nuova Europa, così la Villa neoclassica di Campo Marzio pagò il prezzo più alto all’avanzante moderna. industrializzazione. Con una coda storica dai sinistri riflessi. Ben presto gli opifici per la lavorazione del riso furono spostati in quella che oggi si chiama via del Ratto della Pileria e assunsero agghiaccianti forme e nome con cui purtroppo sono passati alla Storia. Si tratta della Risiera di San Sabba, l’unico campo di sterminio nazista in Italia, dove trovarono atroce morte molti patrioti, ebrei e altri perseguitati del Terzo Reich.

(Giancarlo Pavat)

Immagine sopra: L’autore in piazza dell’Unità d’Italia a Trieste (marzo 2023).

Immagine in basso: Gioia e Giancarlo Pavat sulle gradinate del Tempio Neoclassico di Sant’Antonio Nuovo (giugno 2023). Entrambe le foto sono dell’autore.

Se non altrimenti specificato, le immagini sono state tratte da Wikipedia, che si ringrazia per la disponibilità. 

PER SAPERNE DI PIÙ 

Alberto Panizzoli e Rosanna Busolini Panizzoli

I Cavalieri di Malta a Trieste.  Napoleone Bonaparte e l’esilio di Ferdinand von Hompesch” (Infinito edizioni 2022);

Giancarlo Pavat

Nel Segno di Valcento” (Edizioni Belvedere 2010);

Arrigo Petacco

La Croce e la Mezzaluna” (Mondadori 2005)

Ernle Bradford

 “Storia dei Cavalieri di Malta. Lo Scudo e la Spada” (Gruppo Mursia Editore 1975).

 

 

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