12 ottobre 1492 – 12 ottobre 2019. “I resti di Colombo? In un’ampolla a casa mia” di Rino Di Stefano. Foto Bruno Maccarini.

Alle due di notte del 12 ottobre 1492, alla luce della Luna, una lingua di terra si profila all’orizzonte. Sulla coffa di una piccola imbarcazione, un uomo sgrana gli occhi e si mette ad urlare a squarciagola “Terra, terra”. L’uomo è Rodrigo de Triana, la nave è la “Pinta”, e la terra a cui si sta avvicinando è un’isoletta che verrà battezzata San Salvador, ovvero il primo lembo del Nuovo Continente raggiunto per la prima volta “ufficialmente” da Cristoforo Colombo e dalla sua piccola flotta di navi spagnole.

Con questo pezzo continua la serie di articoli, inaugurata lo scorso 7 ottobre, dedicati ad avvenimenti storici di cui ricorre l’anniversario in quel particolare giorno. L’articolo che state per leggere riguarda, ovviamente, il 12 ottobre 1492 e la “Scoperta” dell’America, ma vista da un’ottica particolare e “misteriosa” (e non potrebbe essere altrimenti visti gli argomenti di cui si occupa il nostro sito). Autore il dottor Rino Di Stefano, giornalista e storico che ci racconta una vicenda incredibile e curiosa che, annullando di colpo il Tempo e lo Spazio, l’ha visto protagonista in prima persona assieme al suo concittadino Cristoforo Colombo. Ma l’articolo costituisce anche una sorta di stuzzicante “antipasto” a ciò che potremmo sentire dalla sua viva voce, sabato 19 ottobre nell’ambito della 6^ EDIZIONE del PREMIO NAZIONALE CRONACHE DEL MISTERO.

Infatti, in ANTEPRIMA NAZIONALE, Rino Di Stefano ILLUSTRERÀ LA SUA ULTIMA INCREDIBILE SCOPERTA RELATIVA PROPRIO A CRISTOFORO COLOMBO.

DA NON PERDERE!!!!!

(Immagine sopra: Cristoforo Colombo – fonte Wikipedia)

 

“I resti di Colombo? In un’ampolla a casa mia”

 

Un genovese sostiene di custodirli in un’ampollina e che gli scienziati di Granada stanno esaminando le ossa di Diego, il figlio di Cristoforo

“Li regalarono a un mio avo nel 1877 e di generazione in generazione sono arrivate a me”.

Le ossa furono trovate a Santo Domingo dentro un’urna di piombo che portava il nome in spagnolo del grande navigatore

 

di Rino Di Stefano

Foto Bruno Maccarini

(Immagine sopra: Ampollina con le ceneri di Cristoforo Colombo – foto Bruno Maccarini)

C’è qualcuno a Genova che conserva in un cassetto del suo studio un’ampollina con le ceneri di Cristoforo Colombo. L’ampolla, chiusa con un lembo di pelle, è sigillata con cera lacca rossa sulla cui superficie spiccano, per incisione, tre lettere dell’alfabeto: JBC.

Ma cosa significa questa sigla, e come è mai possibile che un privato cittadino conservi nell’intimità della sua casa le ceneri di uno dei più grandi personaggi di tutti i tempi? Il proprietario della preziosa ampollina è un gentiluomo genovese che non desidera apparire. Nella sua casa sul mare accetta di buon grado di rispondere alle domande e spiega come è venuto in possesso della preziosa ampollina, ma nulla di più.

Anche perché quei pochi grammi di cenere rossastra racchiusa nel vetro sono un ricordo di famiglia. E la storia viene da lontano, al di là dell’Oceano, durante una mattina del tardo Ottocento.

«Quel giorno – racconta il nostro ospite – il mio avo Juan Battista Cambiaso, ammiraglio, nativo e residente nell’isola di Santo Domingo, venne chiamato d’urgenza da un servitore del fratello che a quel tempo era console generale d’Italia nell’isola. Era il 10 settembre del 1877 e da diversi giorni una squadra di operai stava lavorando nella cattedrale alla ricerca dei resti di Cristoforo Colombo. Come si sa, il grande navigatore morì a Valladolid il 20 maggio del 1506 e nel 1537, dopo la morte del primogenito Diego Colombo Muniz, duca di Veragua e Grande di Spagna, la di lui vedova, Maria de Royas y Toledo, decise di trasferire i corpi di entrambi a Santo Domingo per adempiere alle ultime volontà dello stesso Cristoforo che desiderava riposare nel Nuovo Mondo.

I resti di padre e figlio furono dunque caricati su una nave e tumulati in un punto non ben definito della cattedrale di Santo Domingo. C’è anche da dire che nel 1898, avendo perso anche l’ultima colonia nel Nuovo Mondo, gli spagnoli riesumarono i resti di quella che era ormai diventata la loro gloria nazionale e li riportarono in patria dove li sistemarono in una tomba monumentale nella cattedrale di Siviglia».

Ma allora come è possibile che ci fossero ancora dei resti a Santo Domingo?

«Il punto è proprio questo. I due fratelli Cambiaso, che appartenevano a un ramo della famiglia genovese trasferito probabilmente nel tardo Settecento a Santo Domingo, ritenevano che in qualche modo gli spagnoli si fossero sbagliati nel prendere i resti di Colombo. Ed è per questo che avevano convinto le autorità locali a intraprendere quella ricerca. E furono fortunati. Perché quella mattina di settembre, scavando sotto l’altare maggiore, prima trovarono una vecchia bara con i resti di un certo Luigi Colombo, probabilmente un parente. Poi, andando più a fondo, saltò fuori una cassa di piombo al cui interno si trovavano 13 ossa grandi, 28 piccole e una pallottola di piombo. Sul coperchio, nella parte interna, c’era la scritta “Ilustrisimo y distinguido varòn, Don Cristobal Colon”. Non solo: tra le ossa gli operai trovarono anche una placchetta d’argento con il nome dello stesso Colombo».

Dunque, secondo questa versione dei fatti, gli spagnoli si sarebbero davvero sbagliati?

«Non c’è dubbio. In ricordo del ritrovamento, che accertava Santo Domingo come sede della vera tomba di Colombo, le autorità locali donarono una piccolissima parte dei resti al fratello del mio avo, il console; un’altra parte più consistente al Comune di Genova, che ancora adesso la conserva in una teca a Palazzo Tursi, e il resto lo inumarono nella tomba monumentale che costruirono sull’isola e che chiamarono Faro a Colon. La si può visitare ancora adesso».

E quei resti come sono arrivati fino a lei?

«Il console italiano li regalò al fratello ammiraglio, appunto Juan Battista Cambiaso, il quale li versò in un’ampollina che poi chiuse con la cera lacca apponendo il suo sigillo personale: JBC. Successivamente l’ammiraglio donò l’ampollina a sua sorella, Giuditta Cambiaso in Ventura, il cui figlio Miguel Ventura l’ha conservata tramandandola di generazione in generazione fino a me».

Ritratto di Miguel Ventura e della moglie – foto Bruno Maccarini

Ci sono documenti o prove che certifichino l’autenticità della scoperta e, quindi, di questi resti?

«Qui in casa mia, come posso farvi vedere, conservo ancora il documento ufficiale che venne preparato in quell’occasione per mostrare le varie fasi della scoperta. Il tempo vi ha lasciato il segno, ma si legge ancora tutto. Inoltre ho anche le dichiarazioni giurate dei miei avi che raccontano come si sono svolti i fatti e come sono entrati in possesso dei resti». Lei si rende conto che, stando così le cose, gli scienziati dell’Università di Granada che stanno analizzando i resti conservati nella cattedrale di Siviglia, sono del tutto fuori pista…

«Infatti gli spagnoli a Siviglia con ogni probabilità conservano le ceneri del figlio Diego, e non di Colombo. I veri resti di Colombo sono rimasti a Santo Domingo».

C’è anche un’altra considerazione da tare: se Santo Domingo non dovesse autorizzare l’esame dei resti, come in un primo tempo sembrava, il DNA di Colombo potrebbe non trovarsi mai.

«A meno che gli spagnoli non chiedano di esaminare i resti conservati a Tursi. Quelli sono autentici. Dubito, però, che il Comune di Genova accetti di disfarsi di una simile reliquia».

(Fonte: rinodistefano.com – Foto: © Bruno Maccarini)

Nota scritta dagli eredi dell’amm Cambiaso – foto Bruno Maccarini

 

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