Conoscenze perdute. LE LENTI DI CRISTALLO DI ROCCA DEGLI ANTICHI; di Roberto Volterri.

 


Immagine di apertura: uno smeraldo come quello usato dall’imperatore romano Nerone e una delle misteriose “Lenti di Visby”

Cristalli per osservar le stelle?

Le lenti di cristallo di rocca degli antichi.

 

di Roberto Volterri

 

 

Ninive, Mesopotamia meridionale, vicino alla confluenza del Tigri e dell’Eufrate. VIII secolo a.C. Sulla terrazza di uno Ziqqurat

 

“… Guardate Marduk attraverso questo Tubo d’Oro!

Guardatelo attraversare il cielo notturno…

…Le ‘pupille di vetro’ che i sacerdoti hanno inserito

nei Tubi d’Oro ci consentono di osservare più da

vicino il supremo Marduk… Inchinatevi al suo passaggio…”

 

Chissà se simili parole siano state davvero proferite da un sacerdote, alcuni millenni fa, dall’alto della immensa torre a gradoni su cui ‘scendeva’ appunto la principale divinità dei Sumeri: il grande Marduk.

Scendeva’? ‘Grande’ Marduk? ‘Tubo d’Oro’? ‘Pupille di vetro’?

Cosa poteva voler significare la ‘discesa’ di Marduk sul piccolo tempio posto sulla sommità dello Ziqqurat? Forse era lì, nella parte più alta della immensa costruzione, che i sacerdoti osservavano ‘più da vicino’ la più grande – forse non solo in senso figurato… – tra le divinità del loro complesso Pantheon?

E i ‘Tubi d’Oro’ – come immaginiamo potessero chiamare alcuni strani oggetti che troviamo citati in elenchi di materiali preziosi della corte assira oltre che essere raffigurati su alcuni sigilli mesopotamici del X-VIII secolo a.C. – e le ‘pupille di vetro’ – anch’esse ampiamente citate in tavolette sumere insieme ai misteriosi ‘Tubi’ – cosa erano?

Ma è chiaro! ‘Oggetti di culto’ oppure ‘Simboli di potere’ o – perché no? – ‘oggetti ornamentali’ sentenzierebbe subito un archeologo di ‘strettissima osservanza’ a corto di argomenti.

E invece no: un archeologo accademico come il simpaticissimo professor Giovanni Pettinato la pensava diversamente. E con lui anche vari altri studiosi più aperti alla possibilità che gli antichi, anche in fatto di scienza e tecnologia, la sapessero ben più lunga di quanto oggi, generalmente, si ritenga.

E chi scrive si unisce… al coro!

 

2 – 3. Immagini sopra e sotto: Il professor Giovanni Pettinato (1934 – 2011), notissimo assiriologo convinto che in antico le conoscenze astronomiche assiro-babilonesi dovessero molto ad “ausili ottici” destinati a migliorare le conoscenze del cielo stellato. A destra il suo libro in cui egli espone queste “eretiche” convinzioni,

Pettinato – docente di Assiriologia presso l’Università romana ‘La Sapienza’ – in un suo libro, ‘La scrittura celeste’ (Edizioni Mondadori, 1998) –  nel commentare le conoscenze astrologico-astronomiche degli antichi abitanti della ‘Terra tra i due fiumi’ nel paragrafo ‘Lenti e cannocchiale’ afferma – senza alcuna ‘fumosa’ perifrasi – che i popoli mesopotamici avevano messo a punto una raffinata tecnologia per la produzione di ausili ottici sia per le lavorazioni artigianali sia per le … osservazioni astronomiche.

Pettinato ricorda infatti alcune osservazioni effettuate dal Prof. A. Kyrala nella pubblicazione ‘Speculations on Babylonian Telescopes, Planetary Distances an Sizes’ (in Sumer, XXVIII, 1972).

L’occhio nudo, ha fatto notare il Prof. A. Kyrala, fisico dell’Università dell’Arizona, ha un ‘potere risolutivo’ inferiore al minuto d’arco. Cioè esso non riesce a distinguere oggetti molto distanti che appaiano ad un osservatore molto vicini tra loro: ad esempio, due stelle lontanissime dalla Terra ma, apparentemente, vicine appariranno come un unico oggetto luminoso. I Babilonesi invece utilizzarono un sistema di misura angolare – anche astronomico – in cui un minuto di arco era suddiviso in sessanta secondi di arco, mentre un grado era composto da sessanta minuti di arco.

 

4. Immagine sopra: Roberto Volterri indica la cosiddetta “mappa stellare neoassira” conservata a Londra presso il British Museum.

 


5. Immagine sopra: Interessante reperto sulle conoscenze astronomiche assire. È un disco di argilla con scritte cuneiformi, datato all’VIII secolo a.C. A destra, una più leggibile raffigurazione di tale mappa che sarebbe testimonianza delle avanzate conoscenze astronomiche in antico. Forse coadiuvate anche da “strumenti ottici” molto ante litteram…

 

Poiché le misure riportate nei calcoli astronomici di tali popolazioni sono ben inferiori al minuto di arco, è praticamente escludibile che esse siano state effettuate senza l’ausilio di sistemi ottici in grado di aumentare notevolmente il potere risolutivo dell’occhio umano.

Kyrala fa inoltre osservare che appare noto come fin dal XVI secolo a.C. i Babilonesi erano in grado di effettuare precise e sistematiche osservazioni del pianeta Venere. Inoltre egli sottolinea che i Babilonesi avevano dato al pianeta Giove il nome della divinità più grande del loro pantheon: Marduk.

 

Ora – egli prosegue – poiché Giove non è il pianeta più luminoso e, pur essendo il più grande corpo celeste – dopo il Sole, ovviamente – del nostro sistema solare (317,89 masse terrestri), a causa dell’enorme distanza dalla terra (5,21 Unità Astronomiche (UA). Ricordando che 1 UA è pari a 149.600.000 km) non appare molto più grande degli altri, i Babilonesi dovevano osservarlo con qualche ausilio ottico per apprezzarne le reali dimensioni rispetto, ad esempio a Venere (distanza dalla Terra pari a 0,73 UA; massa uguale a 0,81 masse terrestri).

 

Inoltre, poiché le dimensioni apparenti dei corpi celesti sono correlate alla loro distanza dal nostro pianeta, Kyrala sostiene che gli astronomi Babilonesi erano in grado di determinare con sufficiente esattezza le reali distanze dei cinque pianeti a loro noti (oltre a Giove e Venere è plausibile ritenere che conoscessero bene l’esistenza di Mercurio, Marte e Saturno). Da ciò si potrebbe dedurre che gli astronomi della ‘terra tra i due fiumi’ sapessero – ben prima di Copernico e di Keplero!  – che i pianeti si muovono attorno al Sole in orbite concentriche più o meno circolari e da ciò potessero calcolare le diverse dimensioni dei pianeti stessi.

Kyrala sostiene infine che tali informazioni – ritenute ‘segreto di Stato’ – passarono in tempi successivi anche ai greci che elessero, di conseguenza, Giove come loro massima divinità.

 

Il professor Pettinato ricorda anche – come accennato all’inizio di questo articolo – che in tavolette neoassire, pubblicate nel 1992 ad Helsinki dall’archeologo Fredrick Mario Fales, sono state registrate operazioni di consegne – alla casta degli astrologi di corte – di ‘lenti’ e ‘tubi d’oro’ che avevano lo scopo di ‘ingrandire la pupilla’, cioè di consentire all’occhio di percepire ben più nitidamente oggetti lontanissimi.

 

 

  1. immagine sopra: Suggestivo reperto della civiltà Cassita, datato al XII secolo a.C. conosciuto come Stele di Melishipak II. Il re, sotto i favorevoli auspici dei corpi celesti, Sin (la Luna), Shamash (il Sole) e Ishtar (dea dell’amore) presenta la figlia ad un’altra dea dell’amore, Nannaya.

 

Forse non visibili ad occhio nudo. “…L’astrologo… doveva avere tra i suoi strumenti per le osservazioni, oltre ad un buon occhio e alle tavolette della serie Enûma Anu Enlil, anche dei sistemi di puntamento che gli permettessero di essere tanto preciso nei calcoli e nelle localizzazioni.”

E più avanti: “…Se da una parte è facile supporre l’esistenza di un sistema di puntamento come la balestriglia, abbastanza elementare per coloro che hanno inventato la misurazione angolare, stupisce pensare che i Babilonesi avessero già ideato una forma, seppur rudimentale, di cannocchiale. E’ interessante notare –  prosegue Pettinato – che se della balestriglia non abbiamo alcun resto archeologico, del cannocchiale abbiamo, probabilmente, riferimenti testuali: in tavolette neoassire (1000 – 620 a.C. N.d.A.) infatti sono registrate delle consegne proprio ad astrologi di lenti addirittura con il supporto di tubi d’oro…”.

Non dimentichiamo inoltre che al British Museum di Londra è conservata una lente in cristallo di rocca rinvenuta nel 1849 a Nimrud (allora ritenuta Ninive ) dall’archeologo A.H. Layard nel Pazzo di nord-est di Kalhu, in uno strato datato agli anni 721 – 705  a.C.

 

 

  1. immagine sopra: Lente di Nimrud, rinvenuta dall’archeologo Layard in uno strato datato all’VIII secolo a.C.

 È un caso – vorrei sottolineare – che la ‘lente’ di Nimrud sia stata trovata nella stessa area geografica (attuale Iraq) ove fu rinvenuta la ‘Pila di Baghdad’? Forse no, ma proseguiamo…

La lente piano-convessa, di forma ovale ha il diametro maggiore di 41 mm, quello minore di 36 mm e uno spessore, al centro, di 6 mm. Ha una lunghezza focale di 114 mm (altre fonti riportano invece 4,5 cm) e presenta, purtroppo, alcune incrinature, ma consente di ingrandire senza troppe aberrazioni particolari di oggetti di piccolissime dimensioni.

D’altra parte è noto come agli ‘scienziati’ che osservavano i fenomeni naturali all’ombra degli Ziqqurat non fosse affatto sfuggito come produrre vetri, anche colorati, utilizzati come surrogati delle pietre preziose.

Spesso però – come mise in luce G. Contenau nel suo ‘La Vie quotidienne à Babylone et en Assyrie’, pubblicato nel 1950 – tali conoscenze venivano tramandate, dalla casta sacerdotale, mediante una terminologia ‘esoterica’ in ossequio al ‘sempiterno’ detto ‘Omne ignotum pro magnifico’, cioè, in una libera traduzione, ‘Tutto ciò che non è ben conosciuto suscita meraviglia.

La qual cosa ci fa tornare alla mente le ‘lampade’ di Dendera e il loro possibile uso in ambito cultuale. Ma su questo ulteriore ‘mistero’ archeologico torneremo in futuro.

 

 

  1. immagine sopra. Una delle celeberrime “Lampade di Dendera”, forse testimonianza di insolite conoscenze “tecnologiche” nell’antico Egitto.

 

 

 

  1. immagine sopra: Roberto Volterri nel Mistery Park di Erich von Däniken ad Interlaken (Svizzera) accanto ad una perfetta riproduzione delle Lampade di Dendera, con una simulazione di quella che viene interpretata come la “scarica a bagliore” nei gas rarefatti.

 

Torniamo invece alla nostra strana lente rinvenuta da Layard e… ad altre ancora.

Lo stesso scopritore la descrisse nell’inventario di scavo, pubblicato nel 1853: essa appariva perfettamente chiara e trasparente, senza alcun difetto, anche se oggi mostra alcune incrinature esterne. Poiché invece presenta all’interno qualche piccola ‘nebulosità’, alcuni ricercatori propendono più per un uso ornamentale che per un uso, diciamo così, ‘ottico’.

Sembrava realizzata a partire da un pezzo di quarzo di gran qualità, selezionato con l’evidente speranza di che non presentasse imperfezioni interne e finalmente lavorato quando ne furono accertate le buone caratteristiche. Probabilmente era montata su un supporto metallico, forse di materiale prezioso, sottratto dagli scavatori al momento del rinvenimento.

A cosa poteva servire? A correggere l’astigmatismo di qualche illustre sovrano, come sembra sostenere Robert Temple, professore di Storia e Filosofia della Scienza presso l’Università di Louisville (Kentucky) e più noto come autore dell’interessante e discusso libro ‘Il mistero di Sirio’?

È noto, d’altra parte – ce lo racconta Plinio il Vecchio – che Nerone osservasse i combattimenti dei gladiatori attraverso uno smeraldo.

 

 

  1. Immagine sopra: Secondo Plinio Seniore, Nerone osservava gli scontri tra gladiatori attraverso una sorta di lente realizzata con uno smeraldo.

 

Oppure poteva servire per eseguire più agevolmente lavorazioni artigianali su oggetti di piccolissime dimensioni?

O faceva parte di un dispositivo più complesso, più articolato come…un monocolo ante litteram?

Non lo sappiamo, ma sappiamo con maggior certezza che la ‘Lente di Layard’ non è il solo indizio che ci fa ritenere come in antico le conoscenze di ottica finalizzate all’osservazione della Natura fossero ben più ampie di quanto non si possa pensare comunemente.

Claudio Tolomeo, già dal II secolo a.C aveva effettuato studi sulla rifrazione dell’acqua contenuta in un contenitore di vetro e sulla possibilità di osservare minuscoli oggetti attraverso un simile globo.

Analoghe esperienze sembra siano state fatte anche da Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) sempre utilizzando globi di vetro riempiti di acqua.

Da tali esperimenti a produrre una sfera di vetro molto trasparente o, forse per caso, notare come una goccia di vetro fuso caduta su un piano – quindi schiacciata, ‘piano-convessa’ –  potesse dare risultati migliori, il passo può essere stato breve…

Proseguiamo…

Alcuni anni prima della scoperta di Layard, nell’Italia meridionale, a Nola, fu rinvenuta in uno scavo archeologico una lente piano-convessa con un diametro di 4,5 centimetri con una montatura in oro.

Fu studiata, a Napoli, e descritta dal barone Heinrich von Minutoli. Non si hanno ulteriori notizie su tale reperto, né si conosce quale fine abbia fatto. Peccato!

Ma anche l’Egitto ha fornito testimonianze riguardo la possibilità che in antico si conoscessero abbastanza alcune leggi dell’ottica e la possibilità di utilizzare dischi di cristallo, opportunamente molati, per ingrandire microscopici particolari durante la lavorazione, ad esempio, di gioielli.

Tra il 1924 e il 1929 a Karanis furono rinvenute quattro lenti ottiche, una delle quali è conservata nel Museo Egizio de Il Cairo. Essa fu trovata in un contesto archeologico risalente alla dominazione romana e fu datata al III secolo d.C. È perfettamente trasparente ed è stato calcolato che sia da 1,5 diottrie. Fu ipotizzato servisse d’aiuto ad una persona affetta da miopia.

Ma gli ‘impossibili’, anacronistici reperti archeologici di cui ho fino ad ora trattato avrebbero potuto trovare anche un’altra applicazione.

Un esempio di come lenti ottiche potessero essere utilizzate in antico come ausilio agli orafi e agli artigiani che eseguivano micro-lavorazioni, lo troviamo infatti in Cina.

Presso il Museo di Shangai sono esposti reperti in bronzo della Dinastia Han (I secolo a.C. –  I secolo d.C.) che mostrano lavorazioni di dimensioni talmente microscopiche da indurre a pensare seriamente che esse possano essere state eseguite soltanto fornendo all’artigiano un adeguato ausilio ottico: delle ‘lenti’.

  1. Immagine sopra: il Gotland Fonsal ovvero il Museo di Visby – foto G. Pavat 2012

 

Infine, nel numero del Settembre 1998 della rivista scientifica Opto & Laser Europe fu pubblicato un articolo del ricercatore Oliver Graydon, intitolato ‘Medieval Lenses Exhibit Modern Performances’. Nell’articolo, l’autore svela come nell’isola svedese di Gotland furono rinvenute delle lenti in un sito archeologico vichingo datato all’XI secolo d.C. Sono realizzate in cristallo di rocca, sagomato in forma asferica in base a  avanzate cognizioni di ottica.

Una di tali lenti ha un diametro di circa 50 millimetri e uno spessore di 28,5 millimetri: insieme ad altre lenti simili, conservate presso il Gotalnd Fornsal ovvero Museo di Visby (Gotland, Svezia), è stata studiata da Olaf Schmidt e da Bernd Lingelbach, dell’Istituto svedese di Ottica Oftalmica insieme a Karl-Heinz Wilms, esperto di ottica: secondo tali studiosi le lenti furono tornite, in qualche officina artigianale dell’Europa orientale e, verosimilmente, furono impiegate per accendere il fuoco, per cauterizzare ferite e per eseguire micro-lavorazioni in qualche laboratorio orafo dell’epoca.

È stata avanzata l’ipotesi che le lenti provengano da Bisanzio o dall’Europa orientale poiché Vichinghi (i celebri Variaghi) di Gotland avevano stabilito rotte commerciali che raggiungevano Costantinopoli.

 

  1. Immagine sopra. Una delle Lenti bi-asferiche di Gotland, conosciute anche come Lenti di Visby note anche lenti del Gotland Fornsal.

 

Ciò che lascia perplessi è che tali lenti furono realizzate almeno cinque secoli prima che Cartesio gettasse le basi teoriche per il calcolo della loro forma. Dovettero poi trascorrere altri cinque secoli circa affinchè si riuscisse a produrre lenti asferiche per occhiali.

Era il non troppo lontano 1950…

(Roberto Volterri)

 

  • Se non altrimenti specificato, le immagini sono state fornire dal professor Volterri.

Una lente realizzata con una certa facilità partendo da un semplice tondello di vetro opportunamente lucidato con il metodo descritto nel libro “Archeologia dell’Impossibile”. Le piccolissime sfere d’Oro sono frutto degli esperimenti di granulazione del compianto amico Mario Pincherle: sopra sono fotografate così come appaiono ad occhio nudo, mentre sotto sono fotografate ingrandite dalla lente “sperimentale”.

 

 

info@eremonedizioni.it      Tel.   800-082897

Sarebbe ben arduo sperare di rintracciare in qualche Museo alcuni dei reperti descritti in questo libro. Perché? Ma è semplice: perché… non esistono o non sono mai esistiti. Almeno ‘ufficialmente’… Questo lavoro vorrebbe, quindi, colmare tale lacuna e dovrebbe essere inteso come un vero e proprio manuale di “Archeologia eretica”, indispensabile a tutti quei ricercatori dell’ignoto che vogliono affrontare uno studio sperimentale sulle “possibili tecnologie antiche”, con l’indispensabile apertura mentale necessaria ad intraprendere una strada irta di ostacoli, ma soprattutto nel pieno rispetto dell’ortodossia scientifica. L’Autore, pur occupandosi in ambito universitario degli aspetti più concreti della ricerca archeologica, ha tentato di ricostruire impossibili oggetti, basandosi in alcuni casi su testi biblici, in altri su testimonianze storiche e in qualche caso facendo “atto di fede” nei confronti di qualche studioso del passato che ha sostenuto di averli visti o di averli realizzati egli stesso. Pila di Baghdad? Arca dell’Alleanza? Lumi eterni? Bussola Caduceo? Specchi ustori? Urim e Tummin? Lente di Layard? Sono degli oggetti “impossibili”… ma non per tutti e, seguendo le indicazioni fornite in questo libro, anche il lettore riuscirà a realizzarli facilmente!

 

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