MURA POLIGONALI E TERRAZZAMENTI SUL FIANCO OCCIDENTALE DEL MONTE CARBOLINO IN PROVINCIA DI LATINA di Fabio Consolandi.

MURA POLIGONALI E TERRAZZAMENTI SUL FIANCO OCCIDENTALE DEL MONTE CARBOLINO IN PROVINCIA DI LATINA.

di Fabio Consolandi

Dall’abbazia di Valvisciolo o dalla stretta strada che da quest’ultima porta a Sermoneta (LT), mi sono fermato molto spesso ad osservare il pendio occidentale del monte Carbolino, posto al fianco del suo gemello, il monte Corvino che protegge il monastero dal freddo vento di tramontana, coprendolo con il suo imponente speco di roccia calcarea.
Il monte Carbolino è situato fra il monte Corvino, posto, appunto, nelle immediatezze dell’abbazia e il rilievo sul quale poggia il borgo medievale di Sermoneta.
Le sue pendici espongono la vistosa cicatrice dovuta ad attività estrattive, nella forma di una cava scoperta e costellata da vecchi impianti lasciati ormai in abbandono.
Proprio dal piazzale di questa ex-cava, è possibile sostare, provenendo dalla strada che corre fra l’abbazia e Sermoneta, ed osservare il pendio del monte Carbolino, intervallato da quelle che, dalla visuale di valle, sembrano apparire come imponenti opere murarie poste in opera a secco allo scopo di terrazzare il fianco ripido del monte per poterne ricavare superfici da coltivazione.
La stranezza di queste mura, è costituita dal fatto che le loro dimensioni sono visibilmente più grandi, rispetto agli altri muri di pietre a secco che formano i terrazzamenti delle coltivazioni di olive (che abbondano nella zona), le quali impreziosiscono il già affascinante paesaggio dei declivi Lepini.
Proprio questa “anomalia” nelle dimensioni ha acceso la mia curiosità, spingendomi ad osservare più attentamente, nella speranza di comprendere meglio di cosa si trattasse.
Ad un primo esame visivo da valle, con l’ausilio di un binocolo (neanche troppo potente nei rapporti di ingrandimento), si evince subito che, quelle che possono sembrare, da lontano, semplici strutture di terrazzamento simili a quelle poste sui rilievi limitrofi, sono vere e proprie imponenti mura poste in opera poligonale e nascoste per buona parte della loro interezza, dalle rigogliose fronde della macchia mediterranea che in quel posto cresce rigogliosa.
E’ proprio la fitta vegetazione infatti, ad indurre in errore riguardo le reali dimensioni di questi manufatti.
Dopo questa prima semplice indagine, ho deciso di tener conto di questa evidenza e di pianificare un’escursione per andare a “misurare” di persona, e sul posto, quanto osservato da valle.
Studiando il territorio, sia a vista che sulle carte topografiche della zona, ho deciso di fare un tentativo tentando l’approccio “dal basso”: ovvero raggiungere le possenti mura partendo dallo spiazzo della cava e risalendo frontalmente il pendio del monte.
Un tentativo venne fatto lo scorso anno, ma con esito negativo: la ricerca di un sentiero praticabile per risalire il monte, si presentò troppo ardua e praticamente impossibile da fare.
L’orografia del terreno dalla vecchia cava è troppo severa, la fitta vegetazione di rovi e “stramma”, unita alle recinzioni dei terreni privati, concorsero a farci desistere.
Provammo allora a spostarci verso le pendici del monte che si affacciano verso Sermoneta, per ritentare la salita, ma anche da qui il nostro già difficoltoso passo venne bloccato dalla presenza di un canale.
Questa opera idraulica è stata realizzata ai tempi della bonifica, raccoglie e fa confluire in modo controllato a valle, le acque del piccolo bacino artificiale, limitrofo, delimitato da una piccola diga che blocca l’impetuosa discesa dei torrenti montani vicini.
Il canale è in muratura profondo tre metri e altrettanto largo…
Impossibile avanzare. Tornammo quindi a casa un pò delusi ma certamente non rassegnati, con la ferma intenzione di ritentare alla prima occasione.
Intanto iniziai a fare qualche ricerca sul web e rintracciai qualche informazione frammentaria che mi diede qualche nozione in più sul punto cartografico e geografico dove si ergono le mura ed cominciai ad avere un quadro migliore della situazione.
Passata l’estate con le sue torride temperature, iniziarono ad alternarsi dei venti caldi e umidi, carichi di acqua, del sud e quelli più freschi da nord e i week end programmati per ritentare la visita saltarono uno dopo l’altro fino alle soglie di novembre.

Finchè venerdì 2 novembre 2012 prendemmo la decisione. Grazie alle favorevolissime condizioni atmosferiche eravamo sul campo, anche forti dello studio accurato delle carte IGM della zona ( Monti Lepini – edizioni Il Lupo ), dalle quali avevo scoperto una mulattiera che, staccandosi da un punto specifico della strettissima stradina asfaltata che connette Sermoneta a Bassiano, percorre a mezza costa il monte Carbolino, proseguendo sul monte Corvino, passando sotto lo speco calcareo (che grazie a quest’ultima poi riuscimmo a visitare) finisce sul piazzale del Santuario del Crocefisso a Bassiano.
Nessuna via poteva essere più capace di farci arrivare sull’obiettivo da una quota migliore. Praticamente questa volta ci muovemmo dall’alto, contrariamente al nostro primo tentativo, sfruttando l’ausilio della discesa.
Lasciata la macchina sulla piazzola che dalla stradina porta alla vecchia casermetta della Forestale (recentemente ristrutturata ), individuammo e prendemmo velocemente la mulattiera ben segnalata sulla carta e di li a poco, con passo svelto e favorito dalla sua pendenza, attraversammo la montagna a mezza costa tenendo sempre alla nostra sinistra e leggermente in basso, la bellissima vista sul paese di Sermoneta, che dall’alto è ancora più bella.
Continuammo la marcia svoltando verso nord-est. Ora sulla nostra sinistra, dopo aver abbassato la quota percorrendo in discesa una breve serie di tornanti, si intravedeva la pianura sottostante fra le fronde dell’alta boscaglia e del fitto sottobosco.
Riuscimmo ad intravedere la cava dall’alto e i tetti dell’ abbazia di Valvisciolo.
Era il punto giusto per iniziare a scendere. Individuammo un buon punto per iniziare a percorrere il tratto fuori sentiero che in teoria ci doveva separare dai muri megalitici.
Nel primo tratto del “fuoripista” procedemmo piuttosto bene: qualcuno aveva tagliato le piante per farne della legna e di conseguenza aveva reso il sottobosco praticabile. Proseguimmo fiduciosi fino all’impatto con il bosco e con il suo vero e proprio “muro” di rovi, “stramma” e cespugli vari.
Il nostro passo, da veloce e sicuro, divenne incerto, affaticato e lentissimo ed inoltre, a causa dell’alta vegetazione e dell’orografia impervia del posto, mantenemmo a fatica un barlume di contatto visivo con il bianco acceso delle muraglie sul fianco del monte. Sudavamo copiosamente ed i graffi procurati dalle spine della fitta trama di rovi bassi, iniziavano a bruciare.
Ma ormai c’eravamo quasi. Ci trovammo a ridosso delle muraglie, il fianco della montagna era sempre più ripido, il profilo tagliente e ruvido delle lunghe foglie di “stramma” arrivava a lambire le nostre spalle, e non vedevamo più bene dove appoggiare i piedi…
Improvvisamente sulla nostra destra ecco un gruppo di enormi pietre poste in opera a secco…
Poi ancora poco più avanti…. Salimmo sul primo terrazzamento incontrato sulla nostra destra, aiutandoci anche con le mani.
Le mura erano enormi, ripide e possenti. In poco tempo ci ritrovammo a camminare sul terrazzo da esse creato.

Mi resi conto, affacciandomi da questo antichissimo “balcone”, che in tutto il declivio del monte Carbolino erano presenti vari livelli di terrazzamenti, tutti costruiti, almeno a primo colpo d’occhio, nella stessa maniera, che sfruttando la naturale orografia del monte, degradando con esso a valle.
Le pietre calcaree che costituiscono le pareti di queste muraglie sono molto grandi ed incastrate ad arte fra loro, a secco senza malta, ma differiscono nella perfezione dell’incastro che possiamo vedere in quelle dell’antica città di Norba (poco distante ), dove praticamente non c’è spiraglio fra gli incastri.
Sulle alte mura che percorriamo ora sul monte Carbolino, le giunzioni fra le pietre non sono perfette e fra loro intercorre un certo spazio.

Tutto ciò rimanda alla tipologia costruttiva cosiddetta “prima maniera” che indicherebbe la loro costruzione in un periodo antecedente a quelle di Norba!
Sono letteralmente sorpreso soprattutto dalla loro altezza: camminando sul ciglio del muro, si comprende che in alcuni punti superano gli otto metri, per non scendere mai, almeno per le porzioni che ci è stato possibile vedere, al di sotto dei quattro metri. Provvedo a documentare il tutto scattando foto e registrando un video che potete vedere su questo sito.

Alfine di raccogliere più materiale possibile e per arricchirne le eventuali descrizioni che avrei fatto successivamente del posto.
Inutile descrivere la grande emozione provata nel calcare quelle pietre e camminare sopra quelle cinta megalitiche.
Una postazione ideale sia per un insediamento abitativo che per uno militare. Una visuale privilegiatissima, che corre sulla linea dell’orizzonte marittimo, spaziando dalla rupe di

Norma ( dove si erge l’antica Norba ), sorvolando una buona porzione dell’Agro Pontino, fino al promontorio del mitico Circeo.

Ci appostammo su uno sperone di roccia affacciato proprio sull’ abbazia di Valvisciolo, che svolge il ruolo di perno, sul quale si incernierano le due ali della “v” ipotetica che la linea delle mura disegna sotto i nostri piedi…
Ci trovavamo nel bel mezzo di un’ antichissima fortificazione di epoca arcaica a due passi da casa…

Stentavo ancora a crederci. L’immediata considerazione che sorse in quel momento nella mia mente fu: perchè tutto ciò lasciato giacere nel dimenticatoio…
Perchè la visita a tutto questo deve essere il frutto di curiosità e non invece la dignitosa conseguenza di un’adeguata informazione a riguardo?

Preferisco non rispondere a tali quesiti, in questa fase non voglio perdere prezioso tempo nel fronteggiare le vetuste e ormai cristallizzate logiche del Belpaese per cercare di estrapolarne un senso…

Ci rimettemmo in marcia, diretti in visita allo speco calcareo del monte Corvino. Sulla strada verso questa nuova meta, incontrammo altrettante mura, disposte in altrettanti terrazzamenti

Concludemmo la visita sotto la falesia del monte Corvino, soddisfatti nel visitarne le sue piccole caverne e le antiche concrezioni calcaree ed un pò delusi per non avere trovato la presenza di petroglifi scolpiti sulle pareti e le volte naturali di queste ultime.
Rientrammo comunque contenti e soddisfatti dalla visita, faticosa ma molto interessante e ricca di novità per noi.
In perfetto orario e sulla via del rientro, ci concedemmo una pausa per osservare il meraviglioso tramonto che indicava la fine dell’intensa giornata.
Siamo rimasti ad attendere l’immersione totale del sole nel lontano orizzonte del mar Tirreno, mentre tutto intorno a noi, si accendeva della sua calda luce, che degradava poi verso il blu più cristallino e profondo della notte in arrivo alle nostre spalle.

Rientrammo a casa condividendo pareri ed impressioni, ribadendo la volontà di tornare per approfondire le ricerche e sopralluoghi.

I giorni successivi vennero impiegati ad approfondire le ricerche sul web e trovai delle interessanti informazioni.

Infatti sono state fatte delle ricerche specifiche e degli scavi agli inizi del ‘900 dai due archeologi Mengarelli e Savignoni e che, in maniera intermittente, anche con salti di trent’anni fra una indagine e l’altra, si sono perpetrate fino al 2002, per opera di enti differenti.
Ultima fra tutte, se non erro, considerando le informazioni reperite, dovrebbe essere l’università di Groningen (Paesi Bassi) nell’ambito del PRP: “Pontine Region Project” iniziato nel 1980, guidata dal Prof. Peter Attema, al quale ho inviato una richiesta di informazioni e dal quale attendo notizie al suo rientro dal campo di studio dell’antica “Crustumerium” nei pressi di Fidene (RM).
In attesa di una sua risposta, mi sono riproposto di visitare l’archivio di Stato di Latina, come mi è stato consigliato al tempo dal presidente dell’Archeoclub di Sermoneta, poiché fra i suoi archivi, dovrebbe figurare tutta la documentazione in merito agli scavi, ed alle ricerche fatte sul posto. Con la speranza di trovare la pista giusta per la nostra indagine, continuiamo le ricerche.

Tutte le informazioni reperite, sono condivise di seguito. Si invita a prenderne visione, poiché vanno a chiarire la totalità degli aspetti solo sfiorati da questo mio precedente resoconto.

Al seguente link la possibilità di scaricare l’interessante documento in formato .pdf dell’analisi eseguita dal professor Attema sull’argomento:

“Villas and farmsteads in the Pontine region between 300 BC and 300 AD: a landscape archaeological approach”

http://www.isvroma.it/public/villa/screen/attema.pdf

Monte Carbolino, Sermoneta (LT).

Una delle più imponenti testimonianze dell’età arcaica del comune di Sermoneta è sicuramente il complesso dei terrazzamenti in opera poligonale situati sul pendio Ovest del Monte Carbolino. Si tratta di segmenti di mura aventi lunghezza variabile e posti ad altezze diverse. I tratti più bassi si trovano a circa m. 230 s.l.m. e seguono l’andamento di un sperone roccioso; i segmenti più alti si trovano a m. 360. La struttura delle mura è formata da un doppio paramento in opera poligonale cosìddetta di I maniera (struttura a grandi blocchi di calcare sovrapposti a secco), e da un riempimento di scaglie di calcare posto tra il paramento e il pendio. La datazione di queste mura è ancora incerta. Gli scavi eseguiti da Paribeni e Mengarelli tra il 1903 e il 1907 hanno chiarito in parte la questione della cronologia di questo complesso. I dati forniti dai due archeologi riguardano lo scavo di una tomba dell’VIII sec. ,rinvenuta al di sotto del riempimento di un tratto delle mura, e il rinvenimento di una stipe votiva, con materiale databile alla fine del VI sec.(vasetti votivi protocorinzi). La tomba, secondo Paribeni e Mengarelli, stabilisce il teminus post quem della costruzione delle mura, ovvero il termine più antico dopo il quale furono costruite le mura; il materiale più recente della stipe votiva il terminus ante quem, ovvero il termine più recente prima del quale si colloca l’edificazione del complesso. Concludendo la questione cronologica si può affermare, sempre sulla base delle interpretazioni dei due archeologi, che le mura furono costruite tra il VII e il VI sec. Se questi dati venissero confermati da nuove indagini, le mura del monte Carbolino sarebbero le attestazioni più antiche della tecnica costruttiva dell’opera poligonale nell’Italia centrale. L’interpretazione riguardo la funzione di queste strutture è ancora oggetto di discussione tra gli archeologi. Il cospicuo impegno di energia per l’edificazione, e la complessa perizia tecnica escludono la possibilità che queste mura fossero semplici terrazzamenti per uso agricolo. L’opinione degli archeologi concorda sul carattere difensivo della mura e, quindi sulla loro pertinenza ad un abitato arcaico. Il complesso probabilmente fortificava il collegamento tra l’abitato arcaico di Caracupa posto a valle, e un abitato sparso sul pendio del Monte Carbolino a sud del complesso. E’ improbabile, infatti, che le mura stesse fossero costruzioni di abitazioni, visto l’esiguo spazio presente su di esse. La costruzione di queste mura va visto in quel processo di formazione degli abitati del VII sec., coinvolgente tutto il Latium vetus, e che sta alla base della civiltà urbana arcaica della regione.

Le grandi mura di Ferentino, grazie alla sapiente opera di restauro che sta eliminando i tubi di scarico, le condotte in plastica e le gronde arruginite, stanno riacquistando l’antica bellezza. Una meraviglia megalitica poco conosciuta, soprattutto per gli stranieri che spesso non ne trovano menzione nemmeno nelle guide turistiche, nonostante siano tra le mura più antiche e meglio conservate del mondo. Ma il grande rilancio è appena iniziato: sono arrivati fondieuropei e sono in arrivo anche quelli regionali per la realizzazione di un parco tematico del megalitismo laziale.
La costruzione delle mura risale agli inizi del primo millennio a.C., più o meno in contemporanea con quelle che circondano le vicine Alatri, Veroli, Arpino, Atina, Anagni, Norba, Monte Carbolino: tutti antichi abitati cinti da terrazzamenti possenti.
Giulio Magli, docente di Meccanica Razionale al Politecnico di Milano, ha spiegato come gli incastri a secco di grossi blocchi di andesite, eseguiti con precisione millimetrica, siano quelli che più si avvicinano alle tecniche costruttive usate dalle popolazioni inca. Queste terre furono abitate da Ernici e Volsci, che si unirono soltanto quando furono attaccati da Roma nelle metà del IV secolo a.C.. Perchè si arroccarono su queste cime ad alta quota, molto gradevoli per il clima d’estate ma impervie per il resto dell’anno? Massimo Struffi, creatore della Fondazione Umberto Mastroianni, sostiene che in pianura ci fossero troppa malaria, troppe alluvioni e troppi pericoli. Altri si sono interessati alle correlazioni tra queste opere architettoniche con le albe e i tramonti di solstizi ed equinozi. Ad esempio, è stato notato che ad Alatri il primo raggio di sole del solstizio invernale attraversa la porta di San Nicola e, lo stesso giorno, l’ultimo raggio del sole calante attraversa la porta di san Benedetto.Le leggende sulla costruzione di queste mura si sprecano: quella che oggi è più diffusa attribuisce la loro realizzazione ai Ciclopi e per questo vengono definite Mura Ciclopiche, accanto alla definizione archeologica di “opere poligonali”. Claudio Giardino, archeologo e docente di Protostoria Europea al Suor Orsola Benincasa di Napoli, ha spiegato che nel Frusinate si possono trovare tutte e quattro le tipologie di opere poligonali, le quali passano da massi informi appena sbozzati a blocchi trapeizoidali ad incastri raffinatissimi. Ancora non si è capito il perchè di tali differenze anche all’interno delle medesime opere. Di fatto nella zona si trovano tecniche di difesa militare simili a quelle tramandate da Vitruvio, ma realizzate molto tempo prima della nascita di Vitruvio stesso. Roma comunque riuscì lo stesso a conquistare e romanizzare il territorio e Cicerone era pure originario di Arpino. Oggi però quelle mura sono ancora lì, a ricordarci che ci furono popolazioni pre-romane che erano già grandi e sviluppate nell’arte architettonica.

VALVISCIOLO
Enciclopedia dell’ Arte Antica II Supplemento (1997)

di S. Quilici Gigli

VALVISCIOLO. – L’abitato e la necropoli situati presso l’odierna Abbazia di V., alle pendici meridionali dei Monti Lepini (provincia di Latina) sono cronologicamente inquadrabili dalla fase II B della civiltà laziale alla fine del VI sec. a.C. Non è precisabile il nome antico del sito: sono di estrema labilità le identificazioni proposte con Sulmo (Savignoni, Mengarelli) o con Pometia (Ogilvie).

La necropoli, in località Caracupa, scavata all’inizio di questo secolo, consta di c.a cento tombe, riferibili ai periodi II B-IV B della civiltà laziale. A parte quattro tombe a incinerazione, il rito è quello dell’inumazione, in fosse, spesso con casse lignee e corredi che documentano la piena partecipazione del sito alla civiltà laziale. Alla IV fase sono riferibili deposizioni con carro.

L’abitato occupa la dorsale di Monte Carbolino, subito a monte dell’Abbazia di V., ove si conserva un complesso sistema di muri in opera poligonale, che scandiscono quelle pendici. Contemporaneamente allo scavo della necropoli, all’inizio di questo secolo, tali strutture furono oggetto di accurate campagne di scavo, volte a definirne funzione e datazione. Presso il muraglione più a valle, furono poste in luce tombe dei periodi II Β e III della civiltà laziale; presso l’estremità settentrionale si rinvenne una stipe votiva con materiali che dalla prima Età del Ferro scendono fino all’inizio del VI sec. a.C.; nella colmatura dei terrapieni venne recuperato materiale ceramico della prima Età del Ferro, presumibilmente pertinente alle fasi dell’abitato anteriori alla costruzione dei muraglioni. In base a tali dati venne allora avanzata una datazione per la costruzione dei muri in opera poligonale all’inizio del VII sec. a.C.: non sono state condotte da allora altre indagini di scavo, a verifica di tale proposta, per la quale non vi sono tuttavia elementi a sfavore.

La definizione funzionale delle strutture ha suscitato già dal tempo degli scavi forti perplessità: in mancanza di una precisa planimetria dell’intero complesso, la serie di muri è stata interpretata come una fortificazione sui generis, come terrazzamenti agricoli, come piani terrazzati a uso di un abitato.

Il recente rilevamento sistematico delle strutture, con la realizzazione della loro planimetria, ha chiarito come queste vengano a costituire un vero e proprio complesso unitario di abitato, in sé concluso e ordinato in un potente sistema di terrazzi, che costituiscono insieme la sua pianificazione e difesa. Seguendo la costolatura del monte, le mura si dispongono con andamento grosso modo a V, l’una sull’altra, con otto e nove linee di fronte sui lati, sviluppandosi dal vertice fino ai limiti laterali della costa montana. Il muro inferiore, che è anche il più lungo, forma un perimetro unitario, di c.a 450 m di lunghezza: partendo dal vertice inferiore della spina montana, la aggira da Ν per risalire con andamento spezzato la conca fino al limite sulla slavina settentrionale. Le altre fronti terrazzate gli si rilevano l’una sull’altra, raccordandosi ciascuna alla spina dirupata della crosta calcarea, che viene a costituire la cerniera del sistema. Nella pianificazione così costituita, ogni terrazzo si presenta in modo da dominare e controllare quello sottostante: si determina in tal modo un concatenamento interno che si scagliona in profondità, per cui, procedendo da valle a monte, ogni ripiano poteva essere attrezzato per mantenere la propria autonomia tattica. Ciò è evidenziato anche dalle porte che si aprono sulle rispettive fronti murarie, che non sono semplici varchi, ma vere porte di difesa, legate in genere a principi di tipo «sceo».

Tutti i muri sono costruiti con scaglioni di monte, estratti sul posto stesso e rozzamente sgrossati con colpi di mazza, montati allettando con cura massi maggiori e minori con la piena connessione di ogni interstizio nella faccia vista; hanno spessore in media di m 2,20 e si alzano fino a 5-8 m di altezza.

L’impianto, in base alle caratteristiche descritte, costituisce un esempio del tutto particolare di urbanistica in età arcaica nel Lazio e si segnala per la precoce utilizzazione dell’opera poligonale in un impianto di fortificazione.

Bibl.: G. Schmiedt, F. Castagnoli, L’antica città di Norba, in L’Universo, I, 1957, pp.133-136; R. M. Ogilvie, A Commentary on Livy Books 1-5, Oxford 1965, p. 164; P. G. Gierow, The Iron Age Culture of Latium, I, Lund 1966, pp. 22-24, 40-44, 70-71 e passim; G. Bartolom, G. Bergonzi, Sermoneta, in AA.VV., Civiltà del Lazio primitivo, Roma 1976, pp. 349-363; M. Angle, A. Gianni, An Application of Quantitative Methods for Socioeconomic Analysis of an Iron Age Necropolis in Latium (BAR, Int. S., 245), Oxford 1985, pp. 145- 163; iid., La morte ineguale. Dinamiche sociali riflesse nel rituale funerario. Il caso della necropoli dell’età del ferro di Caracupa, in Opus, IV, 1985, pp. 179- 216; L. Quilici, S. Quilici Gigli, L’abitato di Monte Carbolino, in Archeologia Laziale VIII (QuadAEI, 14), Roma 1987, pp. 259-277 (con bibl.); S. Quilici Gigli, Fortificazioni e recinti in opera poligonale nella zona di Norba, in Mura poligonali. I Seminario nazionale di studi, Alatri 1989, pp. 55-60; M. Angle, A. Gianni, La necropoli dell’età del ferro di Caracupa, in La Valle Pontina nell’antichità, Roma 1990, pp. 23-30; P. Attema, «Quae arx in Pomptino esset». The Emergence of the Fortified Settlement in the Pontine Lepine Landscape, in Papers of the Fourth Conference of Italian Archaeology, I, Londra 1991, pp. 83-92; S. Quilici Gigli, Forme di insediamento nel territorio pontino. Colle Gentile presso Norba, in Stips votiva. Papers Presented to C.M. Stibbe, Amsterdam 1991, pp. 157-162.

(S. Quilici Gigli)

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