Omaggio alla Sicilia. I SEGRETI DELLA TRINACRIA di Giancarlo Pavat

 

(Immagine di apertura: la bandiera della Sicilia con la Trinacria)

 

OMAGGIO ALLA SICILIA

I SEGRETI DELLA TRINACRIA

di Giancarlo Pavat

Lo scorso settembre, per motivi professionali sono stato in Sicilia, e precisamente a Palermo. Non avevo mai avuto l’occasione per visitare il capoluogo isolano e l’impressione è stata straordinaria. Non soltanto per la bellezza della città e dei suoi monumenti ma pure per le persone che ho incontrato e conosciuto. Un’esperienza, quindi, certamente ricca di spunti e decisamente stimolante che mi ha fatto ripromettere di tornarci quanto prima. Non solo a Palermo ma pure in altre città e località siciliane.

(Immagine in alto: Veduta di Palermo attraverso una bifora di una delle torri della Cattedrale dedicata alla Santa Vergine Maria Assunta – Immagine in basso: Veduta della cattedrale di Palermo immersa in una sfolgorante giornata di settembre – foto G Pavat)

Ovviamente, sull’onda dell’emozionante esperienza, non poteva mancare la decisione di scrivere alcuni articoli su determinati argomenti connessi a luoghi e monumenti che ho avuto la ventura di vedere in quell’occasione. Se molto confluirà in un libro che spero possiate leggere quanto prima (non vi dico l’argomento per non guastare la sorpresa), non di meno andrà a costituire il nerbo di alcuni articoli, tra cui almeno uno sarà certamente dedicato al mio Mito, a cui ho reso omaggio visitandone il sepolcro nella cattedrale di Palermo; lo “Stupor Mundi” ovvero il grande Federico II di Svevia, Re di Sicilia e Sacro Romano Imperatore.

(Immagine sopra: l’autore dell’articolo davanti al sarcofago di porfido del grande Federico II di Svevia, Re di Sicilia e Sacro Romano Imperatore – foto G Pavat)

In questa occasione, però, desidero rendere omaggio complessivamente a tutta la Sicilia e ai suoi abitanti; ovviamente alla mia maniera. Sono uno studioso di simbologie e pertanto ho deciso di parlare del Simbolo della Sicilia stessa; il quale, sebbene sia celeberrimo e noto in tutto il Mondo, vanta una storia per certi versi sconosciuta e ricca di enigmi e segreti. La Trinacria.

Ma per scoprire i misteri di questo affascinante Simbolo non partirò dalla “Perla del Mediterraneo” e “Giardino dell’Impero”, ma da un’altra isola. Anch’essa al centro di un mare chiuso tra le Terre ma tutt’altro che inondata di Sole, dove non fioriscono di certo i limoni, dove i cieli possono essere pure azzurri ma più spesso grigi come il mare che la circonda. Si tratta di Gotland, la grande isola al centro del Mar Baltico, alle estremità più settentrionali d’Europa. Meta di un viaggio di ricerca compiuto nell’estate del 2012 alla scoperta di siti megalitici e sulle tracce dell’archetipo del Labirinto, che ho raccontato nel libro intitolato, appunto, “Gotland. Alle origini del Labirinto” (Aprilia 2013), scritto assieme a Fabio Consolandi e Luca Pascucci.

(Immagine in alto: Giancarlo Pavat osserva il Mar Baltico da una spiaggia della costa orientale di Gotland, non lontana da Smiss – foto Sonia Palombo)

Tra il V e il VII secolo d.C., prima dell’inizio dell’Età Vichinga, qualcuno scolpì e piantò nell’antichissimo terreno dell’isola una pietra istoriata (in svedese “Bildstenen”) alta circa 82 centimentri. Perché lo fece? Doveva ricordare un fatto particolarmente importante per la comunità che viveva in quei paraggi? Segnava il luogo di sepoltura di un eminente capo guerriero? Era il segnacolo di qualche culto dimenticato? O cos’altro ancora? Sin dal momento in cui ritornò alla luce, quasi duecento anni fa, nel camposanto di Smiss, nella parrocchia di När (situata nel quadrante sud-est dell’isola, a pochi chilometri di distanza dalla costa orientale), gli archeologi svedesi si interrogano su questi quesiti, senza però esserne riusciti a venirne a capo.

Io ho avuto modo di vederla durante il mio viaggio del 2012. Non più nel sito del rinvenimento ma all’interno del Museo di Visby, il “Gotlands Fornsal”. Si trova nella suggestiva sala delle Pietre Runiche e delle Pietre istoriate. Tra tutti quei straordinari manufatti è stata proprio la Smissstenen (così viene chiamata, ovvero “Pietra di Smiss”) a colpirmi maggiormente. A scatenare il mio interesse e le mie ricerche e, come vedrete, a portarmi molto lontano. E tutto ciò a cagione del suo apparato iconografico e simbolico che incredibilmente è giunto sino a noi praticamente intatto, attraversando quasi un millennio e mezzo e chissà quante vicende umane e accadimenti naturali.

(Immagine sopra: la “Smissstenen”, la Pietra dipinta rinvenuta nel Camposanto di Smiss, località della parrocchia di När, attualmente esposta al Gotlands Fornsal, museo di Visby – foto G Pavat)

L’impianto figurativo dipinto con colore rosso della Smissstenen è decisamente insolito e lascia perplessi.

La canonica Spirale, presente in diverse “Bildstenen”, in questo caso è stata sostituita con tre serpenti intrecciati con le fauci aperte.

Non è affatto un volo pindarico o esercizio di fantasia vedervi una particolare ed evocativa rappresentazione del simbolo del “Triscele” o “Triskelion” in greco.

Presente, tanto per citare un esempio notissimo, presso il sito megalitico irlandese di Newgrange. Le tre “braccia” o “gambe” rappresenterebbero le tre fasi della vita, giovinezza, maturità e vecchiaia ma pure Passato, il Presente e il Futuro.

E ancora: le tre fasi della giornata: alba, giorno e tramonto. Un continuo “divenire” che lo avvicina ai significati della “Swastika”.

Ma potrebbe rimandare anche alla Dea Madre, la Dea Primigenia, vista nei suoi aspetti diversi. Vergine, Madre e Vecchia. O Madre, Figlia e Sorella. Quindi simbolo della “triade femminile”: Morrigan, Macha e Boadb e di quella maschile: Ogma, Lugh e Dagda.

O rappresentare le “Norne” (in norreno “Nornir”). Ovvero divinità della mitologia nordica, che dimorano tra le radici del sacro frassino, Yggdrasill, e che (come le Parche della mitologia greco-latina) tessono il filo della vita degli uomini (e degli Asi). Si chiamano Urðr, Verðandi e Skuld.

In Irlanda, San Patrizio, trasformerà il “Triscele celtico” nel Trifoglio (poi diventato simbolo della “Terra di Erin”), allegoria della Croce di Cristo.

Il “Triscele” sventola pure sulle bandiere dell’Isola di Man, territorio autonomo situato nel Mar d’Irlanda, dipendente direttamente dalla Corona inglese e compare nello stemma della Sicilia. E già, non è altri, infatti, che la Trinacria.

Ed è qui che si palesa un ennesimo enigma storico (oltre che simbolico).

(Immagine sopra: il Triscele logo di questo sito )

Si è pensato che questo simbolo sia giunto nelle due isole (Sicilia e Man) tramite i Normanni (quando nel XI secolo liberarono la Sicilia dagli Arabi) ed i loro antenati vichinghi (che dominarono a lungo Man). Ma non è così.

La “Trinacria” esiste da ben prima che sul palcoscenico della Storia si affacciassero quei feroci predoni ma coraggiosi navigatori che, per due secoli prima dell’Anno Mille, terrorizzarono l’Europa.

Infatti, secondo Jurgis Baltrusaitis (1903-1988), il grande studioso lituano di arte medievale, (“Il Medioevo fantastico”, Adelphi 1973), l’origine del “Triscele” è rintracciabile proprio nella numismatica della Grecia Classica. Le monete di Atene, Egina, e, appunto, di alcune città della Magna Grecia, riproducevano lo Scudo della dea Athena, con al centro la “Gorgone”, circondata da “tre gambe umane saldate alle cosce”. In Sicilia la ritroviamo già sulle monete coniate a Siracusa nel III a.C.. Ma in realtà sarebbe ancora più antica, visto che è stata rinvenuta su manufatti in ceramica realizzati nel territorio di Gela risalenti al VII-VI secolo a.C..

Sebbene molti archeologi si dicano assolutamente certi, in realtà non è affatto provato che questo Simbolo sia giunto in Sicilia proveniente da Oriente, ovvero dalla Grecia o dall’asia Minore.

Un Simbolo non deve necessariamente “nascere” in un luogo preciso e da questo “spostarsi” nel Tempo e nello Spazio. Può fare la sua comparsa e venire utilizzato in luoghi, epoche e civiltà diverse in quanto è qualcosa presente nel più profondo dell’Anima dell’Umanità intera. È un archetipo; e come tale riemerge qua e là lungo il corso degli umani eventi a prescindere da avvenimenti materiali e storici ma per cause e fattori che riguardano profondità insondate e regioni sconosciute dell’inconscio e della psiche collettivi. Sono quelle dinamiche, quei fili invisibili, che non comprendendone affatto i meccanismi e le finalità, li releghiamo nel campo delle mere casualità.

Ragionamento che, ovviamente, non vale solo per il Triscele-Trinacria, ma per tutti i Simboli. Che poi vengano adottati e utilizzati per motivi e scopi legati, ad esempio, ad elementi fisici e geografici, non significa affatto che vadano esclusi quelli presenti su diversi “piani” sapienziali, custoditi in un “Altrove” di cui pochi conoscono la cifra e possiedono le chiavi.

Come appunto la Trinacria siciliana, che divenne il simbolo dell’isola anche a cagione del suo nome in greco: Trinakìa (veniva chiamata anche Trikelia o Triquetra, nome quest’ultimo di un altro Simbolo sempre “ternario” e dai diversi significati e valenze allegoriche e esoteriche) , che richiama la forma triangolare e le tre punte, i tre promontori (in greco vuol dire proprio questo) ovvero Capo Peloro (o Punta del Faro, a Messina è il vertice nord-orientale), Capo Lilibeo (o Capo Boeo, a Marsala, al vertice nord-occidentale) e Capo Passero (a Portopalo, al vertice sud-orientale).

(Immagine sopra: la bandiera dell’Isola di Man facente parte del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord)

Ma per quanto riguarda l’analogo simbolo dell’Isola di Man, ritengo che non vi siano dubbi sul fatto che la genitrice sia stata la Trinacria siciliana.

Tra le varie ipotesi proposte nel corso del Tempo da studiosi di simboli, appassionati di araldica e ricercatori storici, due sembrano più plausibili delle altre. Tra l’altro connesse tra loro.

In pratica, la “Trinacria” sarebbe effettivamente giunta nelle Isole Britanniche dopo il matrimonio tra Federico II di Svevia (1194-1250) e Isabella d’Inghilterra (1214-1241), figlia di Giovanni “Senzaterra” (sì, l’acerrimo nemico di Robin Hood, per intenderci).

Secondo l’altra ipotesi, avrebbe fatto capolino sul Tamigi quando il pontefice Innocenzo IV (1243-1254) che odiava Federico II e tutta la stirpe sveva, offrì il trono di Sicilia ad un principe straniero. Vizio, quello di chiamare in Italia invasori contro chi voleva renderla grande ed indipendente dal Papato, che purtroppo, non riuscirà al pontefice genovese ma ai suoi successori francesi, con conseguenze esiziali soprattutto per la Sicilia, di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze.

Innocenzo IV invitò ad invadere il Regno di Sicilia (che nel XIII secolo comprendeva l’isola vera e propria ed il resto del Mezzogiorno d‘Italia dai fiumi Tronto, sull’Adriatico, e il Liri, sul versante Tirrenico, fino alla punta più meridionale dello “Stivale”) Edmondo detto “il Gobbo” (1245-1296), conte di Lancaster e figlio di Enrico III re d’Inghilterra (1207-1272).

La “Trinacria siciliana” sarebbe, quindi, arrivata in Inghilterra e adottata a corte proprio in vista dell’acquisizione del Regno di Sicilia. Circostanza che fortunatamente poi non si verificò. E proprio alla corte londinese, l’avrebbe vista nel 1255, Alessandro III di Scozia (o Alaxandair Mac Alaxandair; 1241-1286), marito di Margherita d’Inghilterra, anch’essa figlia di Enrico III. Quando undici anni dopo, con il “Trattato di Perth”, il Regno di Norvegia (governato dai discendenti dei Vichinghi) cedette l’Isola di Man alla Scozia, Alessandro III, colpito dalla “Trinacria” e dai suoi significati simbolici, l’avrebbe adottata come stemma araldico del suo nuovo possedimento.

(Immagine in alto: Giancarlo Pavat sul tetto della cattedrale di palermo con l’incomparabile vista sulla città. Immagine in basso: Palazzo dei Normanni, oggi sede del Parlamento Siciliano – foto G Pavat)

Se per la “Trinacria-Triscele” dell’Isola di Man, la spiegazione può davvero essere una di queste due, come metterla, invece, con il Simbolo presente sulla Smissstenen? Che indubbiamente è più antico della prima apparizione dello Stemma di Man ma ovviamente più recente della “Trinacria” della Magna Grecia?

Potrebbe essere partito dal Mediterraneo, dalla Sicilia, per arrivare sino al Baltico ed alla Scandinavia? Perché no? Oppure, come diversi simboli (ricordo rapidamente che proprio la Sicilia, e precisamente la Grotta di Polifemo vicino a Erice, vanta quello che sembra essere l’esemplare più antico al Mondo del simbolo del Labirinto (studiato dal prof. Ignazio Burgio di Catania) disputandosi proprio con gli esemplari baltici e scandinavi il primato di arcaicità) , si tratta di un archetipo presente nella memoria collettiva dell’Umanità? Qualcosa che esiste a prescindere da questa o quella Civiltà e Cultura, semplicemente perché rimanda a qualcosa di Superiore, trascendente, che però si riaffaccia, di tanto in tanto nelle correnti sapienziali che, come un fiume carsico, percorrono tutto il dipanarsi delle Umane vicende. Difficile rispondere.

(Immagine sopra: Il labirinto dipinto nella Grotta di Polifemo a Erice  (TP) – foto di Ignazio Burgio)

Ma una attenta e, perché no, eterodossa interpretazione dell’intero dell’apparato simbolico della “Pietra di Smiss” può gettare una, sia pur flebile, luce nell’oscurità di Ere lontanissime di cui l’Uomo ha il ricordo, forse, soltanto nei sogni o, a seconda dei casi, negli incubi. Ne emergerebbe un quadro che renderebbe ancora più straordinaria non solo la Storia di questo Simbolo ma, ovviamente della Terra che l’ha fatto proprio. Ovvero la Sicilia. E forse per ragioni completamente diverse da quelle proposte dagli Storici e dagli Archeologi.

Alcuni studiosi di folklore norreno, osservando attentamente i musi dei tre “serpenti” della Smissstenen, si sono detti convinti che si tratta in realtà della raffigurazione di tre animali sacri: il cinghiale, l’aquila e il lupo.

Animali totemici che ritroviamo anche nel Mondo mediterraneo preesistente a quello Classico.

Ma è la figura visibile sotto i tre serpenti intrecciati della Smissstenen ad aver suscitato maggiore scalpore ed interrogativi. “Che cosa rappresenti davvero è comunque ancora un mistero” mi ha spiegato il ricercatore Per Eriksson di Stoccolma. Eppure potrebbe essere proprio quel bassorilievo ad aiutarci a comprendere in maniera più profonda e cogente il significato ultimo della Trinacria.

Si vede una figura umana che stringe un serpente in ciascuna mano. Per questo gli archeologi di Gotland l’hanno chiamata, un po’ fantasiosamente, la “Strega dei serpenti” (Ormhäxan in svedese).

In realtà a me ha fatto tornare alla mente le statuette di una grande Civiltà mediterranea che ebbe un profondo influsso (come dimostrano certi miti e leggende) influsso anche sulla Sicilia. Una Civiltà fiorita soprattutto su un’altra grande isola in mezzo al mare del colore del Vino; Creta. La Civiltà Cretese o Minoica, ci ha lasciato numerose testimonianze artistiche in cui è raffigurata la “Signora o dea dei Serpenti”. Divinità femminile legata al mondo ctonio ma pure ai cicli di fertilità, datata tra il II ed il I millennio a.C..

(Immagine in basso: la “Signora dei serpenti” della Civiltà Minoica- disegno di G Pavat)

Oppure può ricordare le analoghe raffigurazioni dell’arte di un’altra grandissima Civiltà che ebbe contatti e legami con la Sicilia; l’Egitto faraonico. Ad esempio quelle in cui si vede di il piccolo Horus, che dopo essere stato nascosto dalla madre Iside, tiene in mano due serpenti che hanno tentato di ucciderlo.

Senza dimenticare, giusto per rimanere nell’Europa settentrionale, il “Calderone di Gundestrup”. Un manufatto celtico d’argento, risalente al II secolo a.C., rivenuto verso la fine del XIX secolo nella Danimarca settentrionale. Nel pannello centrale del “Calderone”, si vede una figura dotata di corna ramificate, certamente il dio Cernunnos, che con la mano sinistra tiene un serpente dalla testa di ariete (probabilmente simbolo di fertilità) e con la mano destra regge un “Torquis”, il collare ornamentale tipico dei guerrieri e capi celti.

(Immagine sopra: il calderone di Gundestrup – foto Wikipedia)

Un ricercatore americano di origini italiane, Richard Cassaro, pur non conoscendo la Smissstenen, ha individuato numerose versioni di questa figura simbolica presso la maggior parte delle culture antiche. Modello iconografico che Cassaro ha chiamato “Icona del Se Divino”, e che, secondo lui, rappresenta “una figura centrale, maschile o femminile. Che afferra con le mani tese verso l’esterno e i gomiti piegati in modo simmetrico, una coppia di animali o un paio di bastoni”. Vi ricorda nulla questa descrizione? Già, proprio la Ormhäxan della Smissstenen.

In pratica i due oggetti o animali gemelli impugnati dalla figura rappresenterebbero “i due principi opposti e la figura centrale è l’Eroe, o il Saggio, che congiunge i due opposti al fine di creare un equilibrio spirituale che genera la centralità dell’Essere”.

Si tratta del medesimo concetto che ritroviamo nei due colori o non-colori del “Baussant” o “Valcento” dei Templari. Quello che eruditi di alchimia e ermetismo chiamano “Coincidentia Oppositorum” ovvero “Corrispondenza degli Opposti”.

Ma sulla Smissstenen questa figura si trova nella parte inferiore, sotto il “Triscele”, è evidente che abbiamo a che fare con una situazione ancora legata ancor al mondo materiale se non addirittura con quello ctonio. Proprio come la già citata “Signora dei Serpenti” della Civiltà Minoica.

Quindi quella che Cassaro chiama “Icona del Se Divino” non sarebbe altro che ciò che nella tradizione ermetica ed alchemica occidentale, e in genere nella sapienzialità esoterica è noto come “Rebis” (ovvero l’”Androgino”) che rappresenta allegoricamente la “congiunzione degli opposti”.

Prendendo come esempio un altro mito antico (ambientato, guarda caso, proprio in Sicilia); quello di Demetra, la divinità delle messi, quindi della Vita, e di sua figlia Persefone, sposa di Ade, divinità ctonia, signore del regno dei morti; si ha (seguendo il ragionamento di Cassaro) “l’anima divina (l’elemento spirituale in noi)” rappresentata da Demetra mentre “Persefone simboleggia l’anima decaduta (collegata alle pulsioni del corpo)”. Demetra, l’anima divina, è eterna, potente e saggia. Persefone, l’anima decaduta, è ingenua, giocosa e beatamente ignorante e come tale è sottoposta “e anzi ne diviene vittima, degli impulsi e delle passioni generate dall’esistenza materiale e terrena”.

In pratica, cercando di sintetizzare, quella che per Cassaro è l’“Icona del Se Divino” e che io (tornando al punto di partenza) chiamo come gli amici svedesi Ormhäxan, non rappresenterebbe altro che la dicotomia tra la condizione mortale dell’Uomo e la condizione immortale della sua Essenza Spirituale.

Ma Cassaro ed altri studiosi che si sono avvicinati all’enigma del Simbolo dell’Essere Centrale che regge due elementi gemelli non conoscendo (evidentemente) la Smissstenen dell’Isola di Gotland, non sono stati in grado di comprenderne fino in fondo il vero significato.

Infatti, ciò che l’ignoto artefice e il non meno ignoto committente della Pietra piantata nelle pianure di un’isola persa oltre gli orizzonti settentrionali, hanno voluto raffigurare affinché potesse essere tramandato, a coloro che sarebbero stati in grado di comprendere, è l’intero percorso che si deve compiere per raggiungere la nostra Essenza Spirituale immortale.

Soltanto ricongiungendo gli opposti, stretti in pugno dall’Essere centrale, dall’Eroe, dal Saggio, dall’Iniziato, ci si può elevare dalla condizione materiale, terrena, per intraprendere un percorso di trasformazione, di perpetuo divenire, rappresentato dal Triscele-Trinacria.

Nella Trinacria siciliana, più antica di quella gotelandese e pertanto già giunta a perfezione, il volto centrale della Gorgone non è quello di un mitologico mostro, ma quello del medesimo Essere centrale, non più legato al mondo terreno ed impegnato a ricongiungere gli opposti, ma ormai intento, nella sua pienezza e completezza a portare a termine il proprio lungo e labirintico tragitto verso il trascendete, verso Dio.

Sarebbe questo, quindi, il vero significato simbolico della Trinacria siciliana. Un invito a sviluppare ciò che di buono c’è in ognuno di noi, ad agire per scopi più elevati, a diventare individui migliori.

(Giancarlo Pavat)

(Immagine in basso: Tramonto sulla campagna di Gotland nei pressi di Smiss- foto G Pavat)

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