ATLANTIDE IN SARDEGNA SECONDO GIANCARLO PAVAT. Artcolo inedito e breve video tratto. dalla puntata di LE GRANDI DOMANDE DI FREEDOM del 25 agosto 2026.

 

 

 

ATLANTIDE IN SARDEGNA

SECONDO GIANCARLO PAVAT 

 

Breve video tratto dalla puntata di martedì 25 agosto 2026 del programma di RETEQUATTRO “LE GRANDI DOMANDE DI FREEDOM” di e con Roberto Giacobbo.

Si ringrazia la Redazione e la Produzione del programma, nonché il dottor Roberto Giacobbo, per la cortesia mostrata nell’autorizzarne l’utilizzo.

 

PERCHÈ LA SARDEGNA POTREBBE DAVVERO ESSERE L’INTROVABILE ATLANTIDE?

di Giancarlo Pavat 

Si narra che prima di tutti i templi, prima delle piramidi, delle ziggurat, prima di tutti i monumenti che hanno scandito la storia dell’Uomo, ne sono esistiti altri che non riusciamo nemmeno a concepire o immaginare, se non nei sogni di qualche veggente o visionario.

 

 

“Prima di tutte le civiltà conosciute ne è esistita un’altra. Quando sulle terre emerse l’uomo viveva a malapena nelle capanne, è esistito un Continente d’oro e di oricalco. Atlantide.

Sopra; Atlantide nella mappa, ovviamente di fantasia, inserita nell’opera “Mundus subterraneus” del celebre gesuita Athanasius Kircher del 1665.

Pochi altri Miti hanno avuto un impatto così profondo nella Cultura e nella Storia Occidentale, come quello di Atlantide. Da quando il filosofo greco Platone ne parlò per la prima volta nelle sue due opere ”Timeo” e “Crizia”, le pubblicazioni sul “Continente Perduto’, scomparso in un cataclisma dalle immani proporzioni, occupano ormai intere sale di biblioteche.

Si va da opere dichiaratamente di narrativa, come la celebre “Atlantide” del 1919 di Pierre Benoit ( 1886-1962), ad altre con fini scientifici, o presunti tali, tese a dimostrare o a confutare la realtà storica dell’isola.

Sull’enigma principale si sono poi sedimentati altri misteri, alcuni francamente inquietanti.

Grandi studiosi, geologi, naturalisti, antropologi, hanno gettato alle ortiche anni ed anni di studi e solide reputazioni, inseguendo chimere e fantasmi. Alcuni hanno perso anche la vita. L’impavido esploratore inglese, Colonnello Percy Fawcett, scomparve nel nulla negli anni ’20 del XX secolo, nella foresta del Mato Grosso in America Meridionale,  mentre, assieme al figlio, cercava la “Misteriosa Città di Z”; secondo lui sede di una civiltà superiore, forse gli ultimi discendenti di Atlantide.

Sono ancora avvolte nel più cupo mistero le circostanze della morte dell’eminente archeologo greco Spyridon Marinatos. Colui che, con gli scavi sull’Isola di Thera, sconvolse il Mondo dichiarando che quell’isoletta in mezzo all’Egeo era la mitica Isola-Continente, erroneamente posta da Platone aldilà delle Colonne d’Ercole” (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

Thera o  Santorini. Sito archeologico di Akrotiri. Grecia (Foto G. Pavat).

Thera, chiamata Santorini dai Veneziani che la dominarono a lungo, è oggi una rinomata meta turistica. Si tratta, in realtà, di una corona di isole ed isolotti che circondano una caldera, ovvero ciò che rimane di un immenso cratere, di circa 10 chilometri di diametro. Al centro è successivamente emerso un piccolo vulcano.

L’esplosione vulcanica di Thera in una ricostruzione di fantasia (Elaborazione con la IA di Giancarlo Pavat).

 

Attorno al 1500 a.C., il vulcano, che di fatto formava l’isola di Thera, esplose con una forza inimmaginabile. L’isola fu cancellata dalla faccia della Terra. Si ritiene che la potenza scatenata dall’eruzione sia stata pari a quella di quattro milioni di “Bombe H”. Praticamente quattro volte quella del vulcano Krakatoa, in Indonesia, ad est di Giava. Gli Tsunami provocati dal Krakatoa devastarono senza requie le isole circostanti. Furono espulse ingenti quantità di materiale misto a cenere e lava che ricoprirono l’intera isola provocando la morte di decine di migliaia di persone. Il boato venne udito sino in Australia.

“Marinatos calcolò quanto immensamente più spaventosa sia stata quella di Santorini. Secondo l’archeologo di Cefalonia, non solo il civilissimo popolo che abitava Thera fu spazzato via dall’esplosione, ma le onde apocalittiche, di altezza inimmaginabile, annientarono anche la splendida Civiltà Minoico-Cretese.

Lo tsunami generato dall’esplosione percorse i circa 100 chilometri di mare, che dividevano le due isole, con una velocità vicina ai 600 chilometri all’ora. Misura apparentemente assurda ma in realtà assolutamente plausibile. Visto che la velocità di propagazione delle onde di un maremoto è proporzionale alla profondità marina, che in quel tratto di Egeo raggiunge i 1000 metri. Le coste di Creta furono colpite con la potenza di un maglio, tutte le città costiere furono travolte. Cnosso, la meravigliosa Cnosso, si salvò soltanto perché posizionata nell’entroterra.

Ma i danni furono incalcolabili e fecero sentire i loro effetti per i decenni a venire”. (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

 

Tutti questi studi di Marinatos, ed i risultati dei primi scavi sull’isola, cominciarono ad essere divulgati attorno al 1932, e fecero enorme scalpore.

“Il mito relativo ad Atlantide si può considerare una tradizione storica che, secondo il modo tipico con cui simili eventi vengono distorti, si costruì dalla fusione di vari episodi diversi. La distruzione di Thera, accompagnata dai terribili fenomeni naturali che fecero sentire la loro influenza fino in Egitto e la contemporanea scomparsa dei commerci cretesi con l’Egitto diedero origine al mito di un’isola potente e ricca oltre misura, che era stata sommersa dalle acque“. Queste le parole dello stesso Marinatos”. (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

Sopra; Platone dipinto da Raffaello Sanzio con le sembianze di Leonardo da Vinci nella “Scuola di Atene”. Città del Vaticano. Roma.

Platone situa la fine di Atlantide circa 9000 anni prima della sua epoca. Si è già detto che il vulcano di Thera esplose nel 1500 a.C.. Se a questa data togliamo 600 anni, l’epoca in cui, secondo l’opera del Filosofo greco, i sacerdoti egizi di Sais, città del Delta del Nilo, avrebbero narrato la vicenda atlantidea al saggio legislatore ateniese Solone, otteniamo 900. Data praticamente giusta per Atlantide se si toglie uno zero.

Tutto risolto, tutto chiaro? Per nulla. Innanzitutto la teoria dell’archeologo non venne (e non lo è tutt’ora), accettata dalla totalità del mondo scientifico e culturale.

Ad esempio, il giochetto con le date viene ritenuto del tutto arbitrario da molti, geniale da altri.

“Lo studioso greco, incurante delle critiche, continuò per la sua strada. Nel 1965, clamorosamente, portò alla luce quella che sarà definita la “Pompei dell’Egeo”, il sito di Akrotiri. Dimostrando la presenza sull’isola di una avanzata e fiorente comunità legata alla cultura cretese.

Marinatos morì misteriosamente il primo ottobre del 1974 e venne sepolto proprio ad Akrotiri. Incredibilmente, per anni nemmeno una semplice lapide ha indicato la sua tomba, finché nel 2002, a quanto pare, ciò che restava del corpo dell’archeologo è sparito senza alcuna spiegazione o ipotesi. Tre anni dopo la sua morte, nel 1977, ulteriori studi, pubblicati sulla prestigiosa rivista “Nature”, da parte di due vulcanologi tedeschi, Hans Pichler e Wolfgang Schiering, avrebbero dimostrato che l’esplosione di Thera si sarebbe verificata molto prima dell’inizio del declino della civiltà cretese. Probabilmente una concausa fu anche l’invasione dei Greci giunti attorno al 1450 a.C.”. (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

Forse Santorini non era Atlantide ma allora cos’era?

Altre domande, altri enigmi senza risposta.

“Che cosa cercava e, soprattutto, che cosa rinvenne realmente, Spyridon Marinatos, nel sito di Akrotiri? È vero che nel 1965 si recò a fargli visita sull’isola un personaggio del calibro di Wernher von Braun?

L’ingegnere missilistico di Hitler che, fatto prigioniero dagli Americani al termine della Seconda Guerra Mondiale e poi divenuto cittadino Statunitense, avrebbe nel 1969, con i suoi razzi, portato l’Uomo sulla Luna.

In un altro “primo ottobre”, quello del 1944, i soldati della Wehrmacht sbarcarono nell’isola di Santorini. Perché? Non certamente per motivi militari. La guerra ormai stava andando male per il Terzo Reich ed occupare una insignificante isoletta non aveva alcun senso. Che cosa cercavano gli alti Ufficiali Tedeschi in giro per le scoscese rocce di quello scoglio battuto dai marosi e calcificato dal sole del Mediterraneo?” (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

Sopra e sotto; l’Arco megalitico di Arpino(FR), posto a confronto con uno degli accessi interni del Nuraghe Losa ad Abbasanta in Sardegna (Foto G. Pavat) e, in basso, con uno degli ingressi dell’Acropoli megalica micenea di Tirinto in Grecia (Fonte Wikipedia). 
Le somiglianze sono incredibili. Semplice casualità?

Nel 1875, il grande archeologo ciociaro Giustiniano Nicolucci (Isola del Liri, 12 marzo 1819 – 15 giugno 1904) accompagnò Heinrich Schliemann a visitare la città di Arpino in Ciociaria, celebre per le straordinarie mura megalitiche e soprattutto l’arcaico “arco a sesto acuto”. Alto circa 4,20 metri, è formato da blocchi sovrapposti che si restringono verso la cima, tagliati obliquamente sul lato interno. Di fatto è quella che viene definita “porta scea”, proprio a ricordo di quelle dell’antica Ilio. Si tratta di porte che non si aprono frontalmente nelle cortine murarie, ma di lato, e precisamente in lato sinistro (scaevus, in latino “sinistro”) su una muraglia sghemba. In questo modo, per entrare nella città fortificata, gli assedianti erano costretti ad esporre ai difensori il lato destro del corpo, che era sguarnito dalla difesa dello scudo (il quale veniva tenuto con la mano sinistra, mentre l’arma veniva tenuta con la mano destra).

Soora; L’arco di Arpino (FR) addossato alla chiesa della SS. Trinità, visto dalla cima della cosiddetta “Torre di Cicerone” dell’Acropoli arpinate (Foto G. Pavat).

Dopo aver visitato l’acropoli arpinate, Schliemann aveva cominciato a ragionare su una teoria in merito alle muraglie ciclopiche del Mediterraneo in cui tirava in ballo proprio Atlantide (una casualità?).

Se Schliemann aveva davvero intenzione di organizzare una spedizione e campagna di scavi per far luce su questa ipotesi, non riuscì mai nemmeno a iniziare a programmarla. Morì infatti, in circostanze poco chiare in una via di Napoli il 26 dicembre del 1890.

“Schliemann era convinto che ci fossero strette relazioni tra Troia ed Atlantide. Ma l’archeologo tedesco, come tutti coloro che rifuggendo il conformismo culturale, percorrono nuovi sentieri nelle regioni ignote della conoscenza, per la comunità scientifica era un eretico.

Oggi, invece, sono in molti a porre la città di Priamo in connessione con il misterioso Continente. Parecchie sono le somiglianze. Poste entrambe in riva al mare, nei pressi di Sorgenti Termali calde. Circondate da gigantesche muraglie. Ambedue distrutte dal fuoco; naturale (un eruzione vulcanica?) per Atlantide, opera dell’uomo per Ilio”. (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

Alfiere di quest’ultima ipotesi è l’archeologo svizzero Eberhard Zangger, autore nel 1992, del libro “The Flood from Heaven”, nel quale spiega, appunto, questa affascinante teoria dell’eruzione vulcanica. Zangger non è un visionario esaltato. Tanto che i suoi studi sono sostenuti dalla Stanford University e dal Deutsches Archeologiches Institute.

Gli Shardana, facenti parte dei cosiddetti “Popoli del Mare”, raffigurati a Medinet Habu in Egitto (immagine di dominio pubblico).

 

“I misteriosi “Popoli del Mare”, che con irruenza apparvero sulla scena mediterranea attorno al II Millennio a.C. erano forse fuggiaschi atlantidei e/o profughi troiani? Le vicende di queste Genti sconosciute e del loro assalto all’Egitto sono narrate in una stele rinvenuta nella Terra dei Faraoni. E non è forse in Egitto che i Greci appresero dell’esistenza di Atlantide e della guerra contro Atene?”. (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

Ricostruzione di un guerriero Shardana basata sui bassorilievi egizi . Mentre l’imbarcazione con la grande prua a forma di testa di caprone con grandi corna o di stambecco, si ispira alle “navicelle” dei bronzetti nuragici (Elaborazione con la IA di Giancarlo Pavat).

“Molte e grandi, pertanto, sono le imprese della vostra città che noi ammiriamo e che sono scritte qui, ma fra tutte ve una che le supera per grandezza e valore: dicono infatti le scritture quanto grande fu quella potenza che la vostra città sconfisse, la quale invadeva tutta l’Europa e l’Asia, nel contempo, procedendo dal di fuori dell’Oceano Atlantico. Allora infatti quel Mare era navigabile, e davanti a quella imboccatura che voi chiamate Colonne d’Ercole, aveva un’isola, e quest’isola era più grande dell’Asia e Africa messe insieme. In quest’isola di Atlantide vi era una grande e meravigliosa dinastia regale che dominava tutta l’isola e molte altre isole e parti del continente. Inoltre governavano le regioni della Libia che sono al di quà dello Stretto sino all’Egitto e l’Europa sino alla Tirrenia”. (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

 

Così narrano i sacerdoti egizi nelle immortali pagine del “Timeo” di Platone, scritto nel IV secolo a.C.. Dove, ricordiamolo, per la prima volta nella storia dell’Occidente viene pronunciato il nome di Atlantide.

“Forse i Greci, erano venuti a conoscenza delle vicende dei Popoli del Mare, confusero Troia con Atlantide? È una delle ipotesi formulate negli ultimi anni dagli studiosi”. (da G. Pavat “Nel Segno di Valcento”, edizioni Belvedere 2010).

“….il sorteggio degli dei che si spartirono tutta la Terra …..Poseidone aveva ricevuto in sorte l’Isola di Atlantide, stabilì i propri figli, generati da una donna mortale, in un certo luogo dell’isola. Vicino al mare, ma nella parte centrale dell’intera isola, c’era una pianura, che si dice fosse di tutte la più bella e garanzia di prosperità, vicino poi alla pianura, ma al centro di essa, a una distanza di circa cinquanta stadi, c’era un monte di modeste dimensioni da ogni lato. Questo monte era abitato da uno degli uomini nati qui in origine dalla Terra, di nome Euenore, che abitava assieme ad una donna Leucippe. Generarono un’unica figlia Clito. La fanciulla era ormai in età da marito quando il padre e la madre morirono. Poseidone invaghitosi di lei, si unì con la fanciulla e rese ben fortificata la collina sulla quale viveva. La fece scoscesa tutt’intorno, formando cinte di mare e di terra, alternativamente più piccole e più grandi. L’una attorno all’altra. Due di terra e tre di mare come se lavorasse al tornio, a partire dal centro dell’isola. Dovunque a uguale distanza in modo che l’isola fosse inaccessibile agli uomini: a quel tempo infatti non esistevano né navigazione, né imbarcazioni.” Dal “Crizia” di Platone. E ancora, alcuni passi successivi;

“Le cinte di mare che si trovavano intorno all’antica metropoli per prima cosa le resero praticabili per mezzo di ponti, formando una via all’esterno e verso il Palazzo Reale. Realizzarono partendo dal mare, un canale di collegamento largo tre plettri e profondo cento piedi. Lungo cinquanta stadi fino alla cinta di mare più esterna: crearono così il passaggio dal mare fino a quella cinta, come in un porto, dopo aver formato una imboccatura sufficiente per l’ingresso di navi di maggiori dimensioni. Inoltre tagliarono le cinte di terra che dividevano tra loro le cinte di mare all’altezza dei ponti, tanto da poter passare a bordo di una sola trireme, da una cinta all’altra, e coprirono i passaggi con tetti, in modo tale che la navigazione avvenisse al di sotto: e infatti le sponde delle cinte di terra si elevavano sufficientemente sul livello del mare. La cinta maggiore, con la quale era in comunicazione il mare, era di tre stadi di larghezza e di pari larghezza era la cinta di terra a ridosso.

Dalle due cinte successive quella di mare era larga due stadi, quella di terra aveva ancora una volta la larghezza pari a quella di mare; di uno stadio era invece la cinta di mare che correva intorno all’isola stessa nel mezzo. L’isola, nella quale si trovava la dimora dei re, aveva un diametro di cinque stadi. Questa, tutto intorno, e le cinte, e il ponte, largo un plettro, li circondarono da una parte e dall’altra con un muro in pietra; facendo sovrastare il ponte, da entrambe le parti fra torri e porte, lungo i passaggi che portavano al mare; tagliarono la pietra tutt’intorno, al di sotto dell’isola centrale, e sotto le cinte, nella parte esterna e in quella interna, bianca, nera, rossa; e mentre tagliavano, creavano all’interno due profondi arsenali la cui copertura era di quella stessa pietra.

Rivestirono tutto il perimetro del muro che correva lungo al cinta esterna con il bronzo, servendosene a guisa di intonaco, mentre quello della cinta interna lo spalmarono con stagno fuso, e infine, quello che circondava la stessa Acropoli con oricalco dai riflessi di fuoco”.

Immagine di fantasia con il dio Poseidone e la sommersa città di Atlantide (Elaborazione con la IA di Giancarlo Pavat).

 

Non c’è che dire. Gli Atlantidei non scherzavano quando si trattava di costruire qualcosa. Soprattutto con caratteristiche “megalitiche”! Circostanza da tenere ben presente in relazione a quanto si avrà modo di leggere tra poco.

Gli abitanti di Atlantide erano, comunque, anche sapienti cultori del Bello e capaci di piegare anche la Natura ai loro gusti ornamentali.

“L’acqua che sgorgava la portavano fino al Bosco Sacro a Poseidone” ci ricorda Platone “Piantavano alberi di ogni sorta che avevano grazie alla virtù della terra, bellezza ed altezza straordinarie e facevano scorrere l’acqua fino ai cerchi esterni attraverso canalizzazioni costruite lungo i ponti“.

È chiaro che nella ricerca di Atlantide, ai quattro angoli del Mondo, si sono tenute presenti queste caratteristiche che, quasi mai (o comunque non tutte assieme) hanno trovato riscontro sul terreno.

Fino alle novità emerse con l’arrivo del Terzo Millennio.

Giancarlo Pavat ed il Nuraghe Losa ad Abbasanta (Foto Riccardo Palombo).

Infatti, la prima volta che sentì parlare di Atlantide in Sardegna fu leggendo il lavoro di Sergio Frau (Roma 1948 – 2025), l’indimenticabile giornalista e scrittore di origini sarde che nel 2002 pubblicò “Le Colonne d’Ercole. Un’inchiesta. Come, quando e perché la frontiera di Herakles/Milqart, dio dell’Occidente, slittò per sempre a Gibilterra” (Nur neon).

Per uno come il sottoscritto, che come si è intuito dalle pagine precedenti, sino da bambino, fantasticava sulla misteriosa Isola-continente, fu una vera rivelazione.

Ma era plausibile tutto ciò?

Frau, analizzando passo dopo passo i due “Dialoghi” di Platone, evidenziò le numerose similitudini tra l’Isola-continente e la Sardegna.

Ormai sappiamo che Platone pone Atlantide a Occidente delle Colonne d’Ercole, che, secondo Frau, non sarebbero l’attuale Stretto di Gibilterra, ma potrebbero essere identificate o con lo Stretto di Messina o, soprattutto, con il Canale di Sicilia.

Sardegna. La splendida spiaggia di Chia e i due isolotti; isola Medea e isola Su Giudeu (Foto Giancarlo Pavat). Era forse questo il Mare di Atlantide? 

Inoltre il filosofo racconta che era caratterizzata da una vasta e fertile pianura rivolta a Mezzogiorno, che si potrebbe identificare con il Campidano. Poi parla di coste alte e scoscese, vere e proprie falesie che precipitano nel mare, e al suo centro si innalzerebbero ampie zone montuose.

Caratteristiche geografiche facilmente riscontrabili in Sardegna.

Inoltre da Atlantide si possono raggiungere facilmente altre isole e dalla Sardegna è piuttosto semplice arrivare in Corsica o su isole minori come l’arcipelago delle Baleari o l’Elba.

Sopra; il Nuraghe Losa che si innalza sull’altopiano basaltico di Abbadanta (OR). (Foto Giancarlo Pavat).

Manco a dirlo, l'”Archeologia Ufficiale” tentò di screditare in tutti i modi la teoria di Frau, ma senza riuscire a confutarla con riscontri oggettivi. Di contro, lo scrittore e giornalista, ottenne apprezzamenti e riconoscimenti, tanto che venne invitato a parlare di Atlantide-Sardegna a diversi convegni ed eventi culturali, non soltanto in Italia.

Nel corso degli anni, l’ipotesi ha trovato ulteriori addentellati, in particolar modo dopo che, a partire dal 2013, si cominciarono a rinvenire in Sardegna le tracce dell’ipotizzato cataclisma che avrebbe spazzato via Atlantide.

 

Ricostruzione di fantasia di ciò che potrebbe essere accaduto in Sardegna attorno al 9700 a.C.. (Elaborazione con la IA di Giancarlo Pavat).

 

Si tratterebbe della caduta in mare di un meteorite o meglio dei frammenti di un corpo celeste frantumatosi all’impatto con l’atmosfera terrestre, che avrebbe provocato uno spaventoso tsunami che risalendo il Campidano avrebbe annientato fiorente Civiltà Sarda. Questa apocalisse sarebbe avvenuta attorno al 9700 a.C., data compatibile con quella in cui, secondo i sacerdoti egizi; Atlantide venne cancellata dalla faccia della Terra. Scartando, ovviamente, il “giochetto” delle date in relazione all’esplosine di Thera.

Per un approfondimento su questa scoperta, consiglio il libro “Il mare addosso. L’isola che fu Atlantide e poi divenne la Sardegna” di Nicola Betti, Luciano Melis e Alessandra Murgia (Arkadia editore 2016)

 

Sull’ipotesi Atlantide-Sardegna si innesta perfettamente quella che identifica gli antichi Sardi con i misteriosi Shardana, citati dagli Egizi come facenti parte dei cosiddetti “Popoli del Mare” che nel II Millenni a.C., assalirono l’Egitto. Secondo Frau questi Shardana sarebbero effettivamente dei sopravvissuti al cataclisma. Altri superstiti avrebbero invece raggiunto la penisola italiana dando vita a quella che sarebbe diventata la Civiltà Etrusca.

Sopra; Shardana raffigurati nel tempio di Abu Simbel nei disegni di Ippolito Rossellini (Fonte Wikipedia)

 

Anche secondo l’archeologo Giovanni Ugas, gli Shardana sarebbero gli antichi Sardi edificatori dei Nuraghe. La prova principale sarebbero le raffigurazioni degli Shardana scolpite dagli Egizi identiche ai guerrieri eternati nei bronzetti sardi. Elmi con le corna, scudi rotondi e, soprattutto le spade triangolari.

Quelle impugnate dai guerrieri Shardana scolpiti nei bassorilievi di Medinet Habu in Egitto sono identiche a quelle ritrovate in Sardegna, ad esempio, come spiegato dalla ricercatrice e scrittrice Angela De Montis (nell’intervista del 2019 pubblicata sul nostro sito IlPuntosulMistero), nel sito dell’ipogeo di Sant’Iroxi (noto anche come “Tomba dei guerrieri), utilizzato per un arco temporale che va dal IV al II millennio a.C., nei pressi del comune di Decimoputzu in località, appunto, Sant’Iroxi, non lontano da Cagliari.

Un altro elemento notevole che Ugas porta s sostegno dell’identificazione dei Shardana con gli antichi Sardi è l’iscrizione in caratteri fenici sulla cosiddetta “Stele di Nora ” (Pula), che in una riga riporta B-SHRDN, nominando l’Isola col nome Sardegna, ovvero Terra di origine, patria dei Shardana.

Sono davvero andate così le cose?

Parafrasando il sottotitolo del libro di Betti, Melis e Murgia, la Sardegna divenne sul serio l’isola-continente del Mito? Soltanto ulteriori ricerche e scoperte, fatte con mente aperta e rifacendosi all’aforisma di Eraclito, potranno consentire di avvicinarsi alla Verità.

 

La piramide di Monte d’Accoddi nel sassarese in Sardegna. Potrebbe risalire al VI o V millennio a.C.. 

Inoltre, a mio modesto parere, quando ci si pone di fronte agli straordinari monumenti ancora oggi visibili in Sardegna, (Nuraghe, pozzi sacri, tombe dei Giganti e la piramide a gradoni di Monte d’Accoddi, solo per citarne alcuni di cui ci si occuperà in prossimi articoli) non si deve cadere in due errori che fanno in molti. Per prima cosa è necessario riconoscere che quei monumenti non possono essere opera di una popolazione di pastori e, al massimo, di guerrieri che non conoscevano nemmeno il ferro. Parimenti non bisogna pensare che siano stati realizzati da una Civiltà venuta da fuori dell’isola o, addirittura da un altro pianeta!

Tutto quello che possiamo ammirare ancora oggi e che ci lascia a bocca aperta, costringendoci a porci domande, anche scomode, è stato fatto dagli antichi Sardi (al di là di come si chiamassero), ovvero da una Civiltà autoctona dell’Isola, sorta e progredita in quel territorio che ricorda l’Impronta di Dio. Una Civiltà, quella sarda, ben più antica di ciò che ci raccontano gli archeologi “mainstream”, e che raggiunse vette altissime nelle conoscenze tecniche, matematiche e astronomiche, che non immaginiamo nemmeno.

Se davvero un immane cataclisma sconvolse l’Isola attorno al 9700 a.C., ricordiamoci che, al di là dello sviluppo scientifico e tecnologico eventualmente raggiunto, dopo un simile arco temporale, sarebbe potuto giungere sino a noi soltanto…… la pietra!

(Giancarlo Pavat)

 

Giancarlo Pavat e Sonia Palombo con pietrefitte della Sardegna.

 

 

 

 

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