IL SEGRETO DEL
DE RE RUSTICA
DI MARCO TERENZIO VARRONE
di Giancarlo Pavat e Roberto Volterri
Qualche giorno fa, un nostro lettore, Diomede Antonacci, ci ha scritto chiedendo lumi al professor Roberto Volterri su un passo contenuto in un’opera latina dalla quale si evincerebbe che gli antichi Romani fossero a conoscenza dell’esistenza di microbi e batteri. Dopo una prima risposta data al lettore dal professor Volterri, si è voluto approfondire l’argomento anche perché ci si è ricordati di quale opera si trattasse e chi fosse l’autore.
Ebbene sì, per quanto possa sembrare incredibile, il passo a cui faceva riferimento Diomede Antonacci esiste davvero e il suo contenuto è quantomeno sconcertante!

QUANDO I ROMANI USAVANO I
MICROSCOPI…
di Giancarlo Pavat
Nel I secolo a.C., nella Roma del tramonto della Repubblica e della nascita del Principato visse un acuto grammatico ed erudito originario della Sabina, Marco Terenzio Varrone (Rieti 116 – Roma 27 a.C.).
Di nobili origini e vaste ricchezze, poté studiare grammatica, filologia, etimologia e altre discipline presso i migliori insegnanti a Roma.
Nonostante la fama raggiunta nel mondo culturale, al contrario degli altri eruditi del suo Tempo, non si estraniò dalla vita pubblica ma, anzi, partecipò attivamente alla Politica di Roma, percorrendo alcune tappe del Cursus honorum. Schieratosi con Pompeo, combatte’ nella guerra contro i pirati che infestavano il Mediterraneo.
Lo scoppio della Guerra Civile nel 49 a.C., lo trovò Propretore in Spagna.
Dopo la disfatta dei pompeiani, si avvicinò alla fazione di Giulio Cesare, che lo apprezzò soprattutto dal punto di vista culturale, tanto da affidargli la costituzione di due biblioteche, una di testi greci e l’altra di testi latini. Circostanza da tenere presente in relazione a ciò che vedremo tra poco.

Marco Terenzio Varrone (Rieti 116 – Roma 27 a.C.)
Dopo l’uccisione di Cesare venne inserito nelle liste di proscrizione sia da parte di Marco Antonio che di Ottaviano. Riuscì a cavarsela all’intervento di Fufio Caleno.
Avvicinatosi al futuro Primo Imperatore, gli dedicò il “De Vita populi romani“, opera finalizzata alla divinizzazione del grande condottiero Caio Giulio Cesare.
Marco Terenzio Varrone morì quasi novantenne nel 27 a.C. lasciando alla posterità circa 74 opere, suddivise in 620 libri.
La sua fama fu tale che il suo busto marmoreo fu l’unico ad essere posto nella prima biblioteca pubblica di Roma.
Tra le sue opere, ci interessa in particolar modo in questa sede, il De re rustica (nota anche come Rerum rusticarum). L’unico lavoro, tra la vastissima bibliografia varroniana, giunto integro sino a noi.
Scritto in tre libri, in forma di dialogo, tratta delle conoscenze agronomiche, zootecniche e di gestione delle fattorie.
E leggiamo un po’ il seguente passo (I, 12, 2) ove Terenzio Varrone spiega come scegliere il luogo ove costruire una villa o una fattoria.
Animadvertendum etiam siqua erunt loca palustria, quod crescunt animalia quaedam minuta, quae non possunt oculis consegui, et per aera intus in corpus per os ac per nares perveniunt, atque efficiunt difficiles morbos.
Traducibile in:
“Bisogna pure evitare, se ve ne sono, i luoghi paludosi, perché vi si trovano minuscoli animali, che non sono visibili ad occhio nudo, i quali entrano nel corpo attraverso la bocca e le narici e causano serie malattie”.
Avete letto bene? Non vi dicono nulla questi animalia minuta?
Da circa un secolo, questi “animaletti invisibili ad occhio nudo” li chiamiamo microbi e batteri.
Per quanto possa sembrare incredibile, Varrone sta descrivendo proprio questi esseri viventi ovviamente con la terminologia di un erudito del I secolo a.C.. ma come è possibile vederli e quindi essere a conoscenza della loro esistenza senza i microscopi? I Romani erano forse riusciti a sviluppare questi strumenti o l’aveva fatto qualcuno prima di loro?
“La frase di Varrone è chiara e senza equivoci, tanto che ogni commento esplicativo pare superfluo; è una descrizione generica dei microbi accettabile ancora oggi. La domanda che queste poche parole ci costringono a rivolgerci è: come ha potuto conoscere Varrone l’esistenza dei batteri 1600 anni prima dell’invenzione del microscopio?” sottolinea Paolo Cortesi nel suo libro “Manoscritti segreti” (Newton Compton 2004).
Quindi dove avrebbe trovato simili informazioni Terenzio Varrone, ovvero l’esistenza di microbi e batteri migliaia di anni prima della loro scoperta “ufficiale”?
Risulta che Terenzio Varrone, per compilare la sua opera, abbia consultato almeno cinquanta autori. Inoltre ricordate che istituì ben due biblioteche per Giulio Cesare?
Ebbene sono esistite diverse enormi biblioteche; a Babilonia, Tebe, Menfi, Cesarea, Alessandria, Pergamo, Atene e ovviamente a Roma.
Ma dal naufragio del Mondo Antico nessuna è sopravvissuta.
Le opere giunte sono a noi riempiono, si e no, una libreria di una parete. Non sapremo mai cosa era conservato nelle biblioteche citate poc’anzi.
Terenzio Varrone potrebbe aver trovato le informazioni sugli animalia minuta in una fonte ora perduta che faceva parte del Sapere di una Cultura e Civiltà più antica di quelle conosciute e scomparsa per sempre?
E abbiamo tracce ed indizi di tutto ciò?
Certamente sì, sempre se si vogliono osservare con occhi diversi certi “oggetti di culto” esposti in qualche vetrina polverosa dei musei o sepolti in magazzini dimenticati.
La Storia e il Progresso del Genere umano non si sono svolti in maniera lineare ed esattamente come pretendono i manuali scolastici, il pensiero mainstream o, peggio, il “politicamente corretto”.
Ne abbiamo parlato diverse volte in articoli poi pubblicati su questo sito.
Ma il medesimo discorso vale anche nel caso certe “Conoscenze tecnologie o scientifiche”, non fossero il retaggio di una Civiltà antidiluviana spazzata via da un immane cataclisma. Bensì opera degli stessi Sumeri, Babilonesi, Fenici, Punici, Egizi, Greci e Romani… ma di cui non ci è giunta chiara contezza proprio a causa della scomparsa della stragrande maggioranza del loro scibile.
(Giancarlo Pavat)
L’Universo sotto una goccia… d’acqua
di Roberto Volterri
e fanno pullular quest’acqua al summo…
(Dante, Inferno, VII, v, 119)
Un recentissimo mio articolo sull’origine dei microscopi – https://www.ilpuntosulmistero.it/un-universo-sotto-una-goccia-di-vetro-di-roberto-volterri/ – sembra aver suscitato un non trascurabile interesse, qualche perplessità, alcuni dubbi.
D’altra parte credo debba essere proprio questo l’obiettivo del sito “Il Punto sul Mistero”, ovvero suscitare “costruttivi dubbi” in grado di sostituire, ove possibile, “deleterie certezze” di solito non sempre ancorate a indagini veramente “al di là di ogni sospetto”, a volte frutto della nota “dimostrazione per alzata di mano”.
Qualche lettore ci ha scritto, altri lettori hanno mostrato una certa perplessità riguardo alla possibilità che in un lontanissimo passato sia nata l’idea di realizzare piccoli oggetti derivanti dal Biossido di Silicio (SiO2), insomma dalla Silice trasformata in vetro, in grado di fornire immagini sufficientemente ingrandite di “cose” del tutto invisibili ad occhio nudo.
Giancarlo Pavat, cita il testo di Marco Terenzio Varrone, “De Re Rustica”, in cui leggiamo che
“Bisogna pure evitare, se ve ne sono, i luoghi paludosi, perché vi si trovano minuscoli anima⁸li, che non sono visibili ad occhio nudo, i quali entrano nel corpo attraverso la bocca e le narici e causano serie malattie”.
Non visibili ad occhio nudo, inavvertitamente inalati o ingeriti in cibi o bevande, causa di seri problemi di salute: ma è ovvio Varrone si riferisce certamente ai microbi, ai batteri! Però…
Qui Karl Popper inorridirebbe!
A questo punto sarei anche io tentato di invocare il notissimo e vituperato “Teorema della Reciproca Sfiducia”: “Io non credo a ciò che tu sostieni di aver provato sperimentalmente fino a che non sia anche io riuscito a riprodurre il fenomeno”.
Teorema che potrebbe andare di pari passo con alcuni punti chiave del diffuso “Decalogo dello Sperimentatore”.
Ad esempio (Comandamento numero 4);
“Tutti gli esperimenti debbono essere riproducibili: è infatti necessario che falliscano sempre allo stesso modo”.
Oppure (Comandamento numero 7)…
“Nei casi dubbi fai del tuo meglio affinchè i dati sembrino convincenti a sufficienza”.
E così via, poichè tutti conoscono a menadito e rispettano il Comandamento numero 1,
“La Scienza è verità, non lasciarti sviare dai fatti!
Purtroppo anche la Scienza deve procedere per tentativi, per approssimazioni successive e ancor di più deve così procedere la Storia della Conoscenza.
Ma perchè questo lungo, spero non eccessivamente noioso, preambolo?
Perché partire da molto lontano per giungere alla possibilità che l’invenzione delle lenti ottiche e il loro uso abbiano avuto i natali molti secoli prima di Antoni Van Leeuwenììjhoek, tra XVII e XVIII secolo?
Eppure spesso è stato ritenuto “impossibile” che nell’antica Roma, all’ombra del Colosseo, si conoscesse l’uso di alcuni piccoli tondelli di vetro atti ad ingrandire le immagini perché appariva improbabile ottenere cristalli estremamente trasparenti, molati ad arte e privi di difetti che avrebbero potuto deformare le immagini,
Recenti scavi archeologici in area pompeiana hanno invece dimostrato il contrario.
Sono state rinvenute “lenti” realizzate a partire forse da Cristalli di Rocca opportunamente levigati e resi del tutto trasparenti.
Ma il risultato non era ancora una vera lente!

Da una porzione di Cristallo di rocca opportunamente lavorato sarebbe possibile ricavare delle lenti.
Alcune lenti derivate dagli scavi archeologici, lenti posseggono addirittura un piccolo “manico” che consente un più agevole uso delle lenti stesse.
Le lenti sono piano-convesse e le cornici in bronzo in cui sono inserite mostrano simboli che identificherebbero il loro potere di ingrandimento. L’ipotesi più plausibile è che servissero d’ausilio durante le lavorazioni di raffinata oreficeria.
Non è affatto da escludere che alcune lenti servissero anche per concentrare su materiale facilmente infiammabile la radiazione termica solare oppure per cauterizzare piccole ferite.
In alto una delle lenti piano-convesse recuperate in scavi archeologici. Sotto una vera, recente, lente piano-convessa.
A Creta, all’inizio degli Anni Ottanta del secolo scorso, è stata inoltre rinvenuta una lente piano-convessa con un relativamente alto potere d’ingrandimento e sulla superfice convessa sono ancora visibili le piccolissime tracce della molatura per ottenere la giusta curvatura determinante l’ingrandimento possibile.
Nel Museo di Iraklion fa compagnia ad altri simili prodotti una tecnologia molto antica…
Proseguiamo…
Il “mistero” del cosiddetto “Anello di Carvilio”
Il cosiddetto Anello di Carvilio è un affascinante monile che utilizza una vera e propria lente piano-convessa per ingrandire la figura di un sottostante busto di minime dimensioni cesellato in Oro.

Il “misterioso” Anello di Carvilio
Il monile di epoca romana, verosimilmente del I secolo d.C., fu casualmente rinvenuto un quarto di secolo fa nell’Ipogeo delle Ghirlande, tomba di età romana situata a Grottaferrata, non lontano da Roma.
Ma non finisce qui…
Una “lanterna magica” ben prima di Athanasius Kircher?
Tornando per un attimo a Pompei, un altro piccolo “mistero” accoglie chi indaga su ben poco conosciute cognizioni tecnico-scientifiche degli antichi.
Una lente di cristallo di piccolo diametro è stata montata in un piccolo supporto di bronzo. La superficie della lente mostra il ritratto di un uomo eseguito secoli fa sulla superficie della lente.
Secondo l’ingegner Flavio Russo, storico militare, con questa strana lente e la fiamma di una semplice candela posta a breve distanza, sarebbe stato possibile proiettare l’immagine del soggetto raffigurato su una parete bianca.

La strana lente che si ipotizza fungesse da “diapositiva” molto ante litteram”
Bisognerà attendere il 1645 e gli studio del geniale gesuita Athanasius Kircher per vedere qualcosa del genere…
Giusto al fin della licenza, io tocco!
Ebbene sì!
In queste poche pagine chi scrive si è divertito un po’ nell’esaminare la possibilità che in tempi molto da noi lontani fosse possibile osservare “…minuscoli animali, che non sono visibili ad occhio nudo…” come ci ricorda Marco Terenzio Varrone.
Può anche darsi che qualcuno abbia osservati questi deleteri microrganismi caratteristici “dei luoghi paludosi…”,
ma il solito Guglielmo di Occam a questo punto suggerirebbe di considerare la non remota possibilità che i “minuscoli animali” (qualcuno pensa addirittura a “microbi”!) fossero vagabondi rotiferi o minuscole larve di zanzare, visibili proprio perché presenti in gocce d’acqua prelevate in tali malsani luoghi.
Se volete fare un semplice esperimento, lasciate cadere qualche goccia d’acqua del rubinetto su superfici che non le assorbano subito: constaterete che il cosiddetto “effetto lente” vi trasporterà con la fantasia e penserete…
“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia.”
O meglio, risvegliandovi, vedrete qualcosa di simile alle immagini che seguono, ovvero la superficie di una foglia o della custodia di plastica di un qualsiasi CD in cui sotto la “lente” ottenuta con una semplice goccia d’acqua, si notano abbastanza ingranditi “ invisibili” particolari della foglia stessa o addirittura dei pixel delle scritte!

A sinistra, una goccia d’acqua pura ingrandisce non poco la superficie di una foglia. A destra una goccia d’acqua lasciata cadere sulla custodia di plastica di un qualsiasi CD consente addirittura di ingrandire, deformandoli, i pixel dell’immagine sottostante
Nel caso vogliate passare ad una semplice fase sperimentale che consentirà di costruire un vero “Microscopio a goccia d’acqua” – chissà, forse l’ottimo Antoni Van Leeuwenhoek si ispirò a simili intuizioni – cliccate sul sito web
Introni.it http://www.introni.it/pdf/Tecnica%20Pratica%201962_02.pdf
troverete la rivista “Tecnica Pratica” N° 2 del 1962 e procedete, come fece anche chi scrive molti decenni or sono…
Purtroppo Messer Tempo e Messer Spazio continuano ad esser “tiranni” e della nota Lente di Layard parleremo in altra occasione…
(Roberto Volterri)
È ORDINABILE ON LINE IL PRIMO VOLUME DE
DAL TRAMONTO ALL’ALBA
IL GRANDE LIBRO DEI VAMPIRI
di Roberto Volterri, Giancarlo Pavat, Dino Coppola, Alessio D’Antonio e in collaborazione con Alessandro Middei.












Grazie, Grazie, Grazie. Era questo l’autore a cui mi riferivo nel mio precedente messaggio. Credo che si tratti della prova che le Conoscenze scientifiche delle antiche civiltà erano molto più avanzate di quello che pensiamo. Concordo con il fatto che forse Terenzio Varrone ha copiato informazioni da testi molto più antichi. Forse una civiltà precedente forse Atlantide
Diomede Antonacci