TRIESTE, IL MISTERO DEL PANDURO SCOMPARSO – di Giancarlo Pavat

In ricordo del 100° Anniversario della fine della ” Grande Guerra”.

TRIESTE, IL MISTERO DEL PANDURO SCOMPARSO

di Giancarlo Pavat

(Immagine di apertura: il Canal Grande e Ponterosso a Trieste – foto G Pavat 2018)

Il 3 novembre 1918 il cacciatorpediniere “Audace” della Regia Marina attraccava al molo San Carlo di Trieste, sbarcando un battaglione di Bersaglieri, qualche centinaio di Carabinieri Reali e il neo governatore Tenente Generale Carlo Petitti di Roreto. Quello sbarco tra ali di triestini in delirio e tripudio di Tricolori segnava simbolicamente (almeno per l’Italia) il ricongiungimento di Trieste alla Madrepatria e la fine del sanguinoso conflitto che per 5 anni aveva insanguinato l’Europa e diverse regioni del pianeta.

(Immagine sopra: la statua del Bersagliere che sbarca a Trieste – foto G Pavat 2001)

Nei giorni successivi, altre armi e corpi militari dello Stato Italiano arrivarono nel capoluogo giuliano. La Regia Guardia di Finanza vi giunse il 27 novembre, alle ore 02.45, con il suo XX Battaglione Mobilitato. Pochi giorni dopo, il 11 dicembre, proveniente in nave dell’Albania, sbarcò il XIV Battaglione mobilitato. I Finanzieri iniziarono da subito a svolgere il servizio d’istituto a Trieste. Il 31 marzo 1919, come riportato dal Gen.CA Pierpaolo Meccariello nel suo libro “La Guardia di Finanza sul confine orientale 1918-1954” (Gribaudo editore 1997), venne ufficialmente istituita la Legione di Trieste della Regia Guardia di Finanza, che pose la sede del proprio Comando nel settecentesco Palazzo Reyer-Reinelt situato tra le attuali vie Gioacchino Rossini 6, Nicolò Machiavelli 5 e Trento 2, a due passi dal Canal Grande e dal Ponterosso.

E il piccolo mistero di cui si vuole parlare in questa occasione è proprio relativo a questo storico Palazzo.

Il nome di Palazzo o Casa Reyer fa riferimento all’importante (all’epoca) ditta di import-export “Reyer & Sclick” che ne era stata proprietaria. Il progetto venne curato dal celebre architetto Ruggero Berlam (1854 – 1920).

Nel libro di Gerardo Severino e Federico Sancimino “Finanzieri di mare a Trieste. Dall’aquila asburgica al Tricolore Italiano (1829-2016)” (Itinera progetti 2016), compare una rarissima fotografia (facente parte della collezione della fototeca dei Civici Musei di Storia e Arte di Trieste) datata 22 maggio 1922 che ritrae Palazzo Reyer-Reinelt illuminato a festa in occasione della visita di Vittorio Emanuele III a Trieste.

Ebbene si nota perfettamente che la chiave di volta del portone in pietra e’ decorata da una testa di “PANDURO”.

(Palazzo Reyer – Reinelt a Trieste nel 1922 – foto Civici Musei di Storia e Arte di Trieste)

Ci siamo già occupati su questo sito dei caratteristici “PANDURI” di Trieste. Il termine e le figure scolpite ricordano i soldati dell’esercito Asburgico reclutati in Ungheria dal Barone von Trenck e diventati famosi o famigerati per il coraggio, sprezzo del pericolo, uniti ad una buona dose di crudeltà, che spargevano a piene mani nelle guerre contro i Turchi.

(Uno dei Panduri di Trieste. Questo si trova in via dei Capitelli – foto G Pavat 2018)

È stato ipotizzato che il nome PANDURO sia di origine ungherese. Infatti, durante il Medio Evo erano chiamati in questo modo i servi dei nobili magiari. “Pandúr” (si pronuncia “pònduur”) in ungherese vuol dire “gendarme” o “guardiano”. Alcuni storici hanno avanzato l’ipotesi che il nome trarrebbe origine dal villaggio pannonico di “Pandúr”, da cui provenivano i primi servi armati arruolati.

 

Questi soldati dell’Aquila Bicipite, divennero famosi anche per l’abbigliamento e l’armamento decisamente eccentrici. Indossavano un copricapo di panno alla ussara, un lungo mantello di colore rosso, capelli legati in lunghe trecce e una dotazione di pistole, archibugi e armi bianche come sciabole e coltelli.

Una volta congedati erano richiestissimi, anche per la eccezionale prestanza fisica, come custodi di palazzi nobiliari o come guardie del corpo.

A Trieste tra il XVII ed il XVIII secolo, ne arrivarono a frotte. Ovviamente attirati dal benessere cittadino e dalla ricca classe borghese e mercantile che se li disputava (come oggi i giocatori di calcio) a suon di ben remunerati impieghi. Divennero un vero e proprio status symbol, e si sparse pure la voce che portassero fortuna.

In dialetto triestino, spiegano Severino e Sancimino, “Panduro oltre a significare “rozzo, zoticone” significa anche “duro di comprendonio”, “tono e ignorantone” e tutto ciò non deriva dai panduri soldati ma proprio dai panduri architettonici che, ricordiamolo, sono solo triestini e sono dei veri e propri “testoni”

Infatti, i PANDURI, da custodi in carne ed ossa (ed armi), divennero ben presto possenti sculture che ancora oggi adornano a decine le chiavi di volta degli ingressi di grandiosi palazzi triestini. Ovvia la funzione apotropaica di questi PANDURI di pietra, proprio come i vari mascheroni ghignanti, truci, orripilanti che custodiscono ingressi e portali in tutta Italia.

E arriviamo al “piccolo mistero” legato al Palazzo sul Canal Grande a Trieste. Chiunque passasse oggi davanti al Palazzo Reyer-Reinelt, attualmente sede della Direzione Centrale Attività Produttive della Regione Autonoma Friuli – Venezia Giulia, non potrebbe fare a meno di notare che del Panduro non vi è più alcuna traccia.

La chiave di volta non è altro che una semplice pietra liscia. Che fine ha fatto? Essendo in pochissimi a conoscenza dell’esistenza della rara immagine di proprietà dei Civici Musei di Storia e Arte di Trieste, quasi nessuno sapeva del PANDURO di Palazzo Reyer-Reinelt.

(Nelle immagini sopra,  come si presenta oggi Palazzo Reyer – Reinelt a Trieste – foto G Pavat 2018)

È risaputo che l’edificio venne profondamente rimaneggiato nel 1968. Forse il manufatto è scomparso in quell’occasione?

E’ andato malauguratamente distrutto o si è involato per qualche collezione privata? Difficile dirlo allo stato attuale delle conoscenze. Ma le ricerche (anche e soprattutto tra le fonti d’archivio) è solo all’inizio. E non è detto che qualche ulteriore elemento o indizio non possa emergere a breve.

(Giancarlo Pavat)

Si ringrazia Gerardo Severino e Federico Sancimino, autori del libro “Finanzieri di mare a Trieste. Dall’Aquila Asburgica al Tricolore Italiano (1829-2016)” – Itinera progetti 2016) per aver concesso l’utilizzo della fotografia di Palazzo Reyer-Reinelt di Trieste.

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