Esadattilia a Sant’Antonio di Mavignola in Trentino di Franco Manfredi.

UN NUOVO CASO DI ESADATTILIA A SANT’ANTONIO DI MAVIGNOLA, ALTA VAL RENDENA – TRENTINO.

Chiesetta di Sant’Antonio Abate

di Franco Manfredi

Il mistero dell’esadattilia nell’arte sacra in val Rendena, già oggetto d’indagine in varie occasioni, si arricchisce ora di un nuovo caso.

 

Alla fine del libro “Lo strano caso delle sei dita” avevo citato un pensiero di Andrea Carandini, Presidente del FAI, riportato da Giacomo Bonazza su Il Giornale delle Giudicarie: “…. L’arte va risvegliata come la Bella addormentata. Quante belle addormentate, siano esse pale d’altare, sculture, architetture, sono lì ad aspettare il fatidico bacio, pronte a essere finalmente raccontate?

(Immagine di apertura: la chiesetta di sant’Antonio di Mavignola. Immagine sopra: l’affresco con Madonna con il Bambino tra i santi Antonio Abate e Barbara – foto F Manfredi)

E oggi possiamo, a ragion veduta, aggiungere: quanti altri casi di esadattilia nell’arte sacra sono lì ad aspettare il fatidico bacio, pronti a essere finalmente raccontati?

Un giorno di luglio, che dirvi non so, mi trovavo sulla vecchia strada che da Pinzolo conduce a Madonna di Campiglio quando, all’improvviso, mi sono trovato di fronte una deliziosa chiesetta alpina, così piccola da passare quasi inosservata.

(Immagine sopra: particolare del putto con l’esadattilia al piede sinistro – foto F Manfredi)

La guida “Itinerari dei Baschenis” (ed. Provincia Autonoma di Trento, Assessorato alla Cultura) descrive con particolare attenzione gli affreschi e ricostruisce molto bene le vicende del luogo.

Ero con mia moglie e con le due nipoti più piccole, Carola e Carlotta, a Sant’Antonio di Mavignola, una località turistica di 360 abitanti in provincia di Trento, a 1123 metri di altitudine.

Il piccolo tempio di soli 4 metri per sei, dedicato a Sant’Antonio, è apparso subito una meravigliosa testimonianza della fede e devozione dei nostri avi.

Edificato prima del 1300 e per molti anni affidato alla custodia di un eremita, era meta di due pellegrinaggi annuali da parte delle Comunità della Rendena, per chiedere la protezione di S. Antonio abate sul bestiame e sugli appezzamenti agricoli, in passato unica fonte di sostentamento delle popolazioni.

I danni arrecati dal Tempo nel corso dei secoli hanno richiesto un intervento di restauro sia della struttura dell’edificio, con il tetto a capanna con scandole in larice, che dei suoi affreschi. I lavori di restauro terminati nel 2008 hanno restituito “in maniera sobria e molto rispettosa dei tratti e dei colori originali le figure dei santi, delle decorazioni, dei fregi e degli arredi (cit. G. Ciaghi). ”

Sulla facciata, sopra il portale ad architrave in granito spicca una Deposizione con la rappresentazione della Vergine assisa che regge tra le braccia il corpo di Cristo, attorniata dai Santi più cari alla valle: a sinistra San Giovanni Battista, San Vigilio e San Valentino, a destra San Lorenzo, Santo Stefano vestiti da diaconi e San Bartolomeo, sopra il santo titolare Antonio posto in posizione centrale con paludamenti vescovili e in atto di benedire. A fianco San Sebastiano col simbolo catacombale d’immortalità rappresentato dal pavone, a destra San Rocco col cane e un vaso di fiori. Nell’angolo a sinistra in alto una targa con iscrizione quasi illeggibile che termina «adi IX/1526».

(Immagine sopra: in evidenza, con la curva dei colori, i sei puntini in corrispondenza delle sei dita – elaborazione F Manfredi).

All’interno, sulla parete di fondo uno splendido affresco della Madonna su di un trono rinascimentale che tiene il Bambino, nudo e ritto, sulle ginocchia tra Sant’Antonio abate con ai piedi un porcellino e Santa Barbara con la palme del martirio e la torre.

Due puttini seduti ai lati della spalliera del trono suonano il flauto, quattro angeli ai piedi dello stesso suonano il liuto e altri strumenti musicali ( dal sito Parrocchie di Rendena).

Tra i fregi della volta sono state ritrovate la data di esecuzione degli affreschi, il 1540 e la croce di sant’Andrea, sigla di Simone II Baschenis (cit. G. Ciaghi) che in quegli anni lavorò anche alla chiesa di San Vigilio a Pinzolo.

Uno dei due puttini mette in bella mostra il piedino sinistro con sei dita. Quale messaggio avrà voluto comunicarci l’artista o il committente con questo ennesimo caso di esadattilia nell’arte sacra tra il XV e il XVI secolo?

Qualcuno ha una risposta a questo mistero o si tratta di un segreto?

(Franco Manfredi – 31 Luglio 2019)

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