I MISTERI DEL SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’AURICOLA – II^ parte, di Giancarlo Pavat.

(Immagine di apertura: gli affreschi della parete di fondo della cappella di destra del Santuario della Madonna dell’Auricola – foto G Pavat 2017)

I MISTERI DEL SANTUARIO DELLA MADONNA DELL’AURICOLA – AMASENO (FR)

di Giancarlo Pavat

II° parte

L’ENIGMA DELLA MADONNA CHE ALLATTA E DEL CRISTO GNOSTICO.

Sempre sulla parete di fondo, a destra della Santa che qualcuno ha voluto identificare con Santa Margherita d’Antiochia, fa bella mostra di se, una raffigurazione mariana molto particolare; ovvero la Vergine Galactotrophousa, ossia “(colei che) dona il latte”, in latino “Maria Lactans”, dove Maria con atteggiamento molto materno allatta al proprio seno il Bambino.

(Immagine superiore. gli affreschi della parete di fondo della cappella di destra del Santuario della Madonna dell’Auricola – foto G Pavat 2017. Immagine sotto: una statuetta egizia con la dea Iside che allatta il piccolo Horus – fonte Wikipedia) 

Una iconografia più vicina al comune sentire del popolo dei fedeli proprio per la sua profonda umanità. Si tratta però di una iconografia che affonda le radici nelle antiche religioni pagane. Basti pensare alla dea egizia Iside che allatta il figlioletto Horus. Non per nulla, una delle più antiche rappresentazioni conosciute della “Maria Lactans” si trova in una cella monastica copta, risalente al VI-VII secolo, situata a Banit in Egitto. Ma una simile iconografia riveste pure profondi significati simbolici legati alle valenze esoteriche del “latte”.

(Tempera su tavola lignea di Scuola napoletana del XIV secolo con la Madonna dell’Auricola conservata al Museo Civico diocesano di Amaseno – foto Tommaso Pellegrini 2016)

 

(Affresco con Madonna con Bambino del XIV secolo, nella chiesa di San Francesco ad Alatri. Gesù sta compiendo il medesimo gesto visibile nell’affresco della Madonna della Rosa all’Auricola- foto G Pavat 2011)

 

(Madonna della Rosa all’Auricola – foto G Pavat)

 

(Sopra e sotto due affreschi con Maria Lactans presenti nella chiesa della Maddalena nelle campagne di Alatri – foto G Pavat 2011)


 

(Madonna che allatta il Bambino tra San Giusto e San Sergio con l’Alabarda, del 1540 di Benedetto Carpaccio, visibile sulla parete sinistra della navata dell’Addolorata nella Cattedrale di San Giusto a Trieste – foto G Pavat 2019)

Come ha evidenziato correttamente il ricercatore Giulio Coluzzi, molte delle chiese dedicate alla “Maria Lactans” o che comunque ospitano (o ospitavano) una simile icona, “custodivano al suo interno, come sacre reliquie, delle ampolle contenenti il “Latte della Madonna”, ovvero il “Sacro Latte”. A questo liquido lattiginoso identificato con il latte di Maria si attribuiva il potere miracoloso di restituire il latte alle puerpere che lo avessero perso”.

Quella che probabilmente è la più celebre reliquia di questo tipo, si trova presso la Collegiata di San Lorenzo a Montevarchi in provincia di Arezzo. “Secondo la storia, nel 1238 l’imperatore di Costantinopoli Baldovino II si recò in Francia per richiedere al re Luigi IX, detto il Santo, aiuti economici e militari per sostenere il tentativo di riconquista del suo impero da parte dei Bizantini, che avevano perso la loro capitale a causa dei Veneziani, nel corso della IV Crociata.

Per ingraziarsi il re ed ottenere il suo aiuto, Baldovino impegnò presso la Corona di Francia la Contea di Namur, e donò a San Luigi una preziosissima reliquia, la “Sacra Corona di Spine”. Per custodire adeguatamente la Corona, Luigi IX ordinò la costruzione a Parigi di una cappella apposita, che divenne la Sainte-Chapelle du Palais, nell’Île de la Cité. Qualche anno più tardi Baldovino, tornato alla carica per battere cassa, consegnò al re un’altra lunga serie di reliquie cristiane, che finirono tutte nella Sainte-Chapelle: tra queste, si annoverano alcune fasce nelle quali fu avvolto Gesù bambino nella culla, una catena ed un collare di ferro con cui si riteneva che il Signore fosse stato legato, un frammento della pietra del Sepolcro, la Sacra Lancia con cui gli venne trafitto il costato, il mantello di porpora con il quale i soldati avvolsero Cristo per deriderlo, la spugna che era stata imbevuta d’aceto e, infine, il latte della Beata Vergine Maria”.

Secondo la tradizione, il latte conservato a Montevarchi sarebbe proprio una parte di quello originariamente portato a San Luigi. Lo stesso sovrano l’avrebbe a sua volta donato al conte Guido Guerra dei conti Guidi, in segno di ringraziamento per aver condotto vittoriosamente le truppe angioino-pontificie nella Battaglia di Benevento contro re Manfredi.

Si ritiene che il proliferare di tante reliquie legate al Sacro Latte sia in realtà frutto di un fenomeno naturale legato ai processi carsici in presenza di sorgenti d’acqua sotterranee” prosegue il Coluzzi “È noto che in certe cavità ipogee, ove sussistano delle particolari condizioni geologiche (temperatura tra i 3,5° e i 5° C, acque leggermente soprassature e umidità relativa prossima al 100%), si formino sulle pareti alcuni depositi di un materiale bianco pastoso, costituito principalmente da acqua (40-80%) e di una sospensione granulare di minerali vari, come calcite, idromagnesite e gesso. Questa sostanza, che i geologi chiamano “moonmilk”, o “latte di luna”, quando viene a contatto con l’acqua dà origine ad una sostanza densa e cremosa, di un colore bianco acceso, che assume proprio l’aspetto del latte, ed è questo fenomeno che, soprattutto in tempi antichi, poteva essere scambiato come un evento miracoloso.

A volte, il processo di accrescimento di queste concrezioni, coadiuvato dalla presenza di muschio ed altro materiale vegetale, dà origine a delle vere e proprie formazioni che assumono la forma di mammelle, con tanto di capezzolo al centro, formato dal piccolo tubicino ancora non concretizzato da dove l’acqua lattiginosa continua a stillare.

In due regioni italiane tale fenomeno è particolarmente diffuso. Si tratta della Toscana, dove queste formazioni carsiche vengono chiamate “pocce lattaie” oppure “Fonte del Latte”; e la Puglia, dove il liquido biancastro viene chiamato “latte di grotta”.

Secondo la tradizione popolare, se la goccia di “latte” non scende semplicemente lungo la stalattite, ma compie prima dei giri attorno ad essa, compiendo un movimento a serpentina, allora non solo avrà il potere di ridare il latte alle puerpere, ma anche quello di guarire da altri mali”

(Affresco con Maria Lactans della parte di fondo della cappella di destra – foto G Pavat 2010)

(Madonna Litta – 1490-91 attribuita a Leonardo da Vinci e conservata all’Hermitage di San Pietroburgo – fonte Wikipedia)

 

Ovviamente si è davanti ad un simbolismo di tipo archetipico.

L’acqua, in ogni cultura, è da sempre considerata fonte di vita, simbolo di rinascita e di rigenerazione, rende feconda la terra altrimenti arida e purifica lavando via la sporcizia. L’acqua di queste grotte, simile al latte, ha ancora più valenza, perché la cavità sotterranea è associata al ventre (o all’utero) di Madre Terra e il latte materno è la più preziosa fonte di vita per il bambino che è nato. Tutti i miti e tutti i culti dedicati alla Grande Madre sono caratterizzati da questi elementi. E non sono i soli…

Ma aldilà del fenomeno fisico per può aver dato vita ai miti ed alle tradizioni più ancestrali, non va dimenticato che il gesto dell’allattamento ha il profondo ed esoterico significato di trasmissione di poteri e virtù divine, non ultimo quelle legate alla Conoscenza trascendente.

Senza scomodare i miti classici, come la dea Hera che allatta inconsapevolmente il piccolo Eracle donandogli forza ed invincibilità, e per rimanere in campo cristiano, si pensi al racconto agiografico che vede protagonista San Bernardo di Chiaravalle. Grande riformatore cistercense e “patron” dei Cavalieri Templari con l’opera “De laude novae militiae“.

(Lactatio bernardi da un manoscritto miniato medievale)

 

Si tratta di un racconto che non trova riscontro nella biografia ufficiale del Santo cistercense e che pertanto ha un valore puramente simbolico e allegorico. Si tramanda che Bernardo, mentre era intento a pregare nella chiesa di Saint Vorles, a Chatillon-sur-Seine, venne colto da dubbi di fede e si sarebbe rivolto alla Vergine con le parole “Monstra te matrem“, in latino “mostrati (come) madre”. A questo punto l’icona mariana presso cui stava pregando, si sarebbe premuta il seno e tre gocce del suo latte sarebbero cadute sulle labbra di Bernardo.

Il significato simbolico è abbastanza chiaro. Il futuro santo cistercense avrebbe ottenuto la vera Conoscenza, il vero Sapere, mediante il “latte divino”. Ovvero attingendo alle fonti più profonde di una tradizione ancestrale. Non a caso, l’icona mariana protagonista del miracoloso evento era una Vergine Nera.

Ma il “Latte della Vergine” riveste un significato anche di tipo alchemico. Infatti richiama alla seconda fase della “Grande Opera”, quella dell’Albedo.

Nel Rosarium Philosophorum, trattato alchemico del XIII secolo attribuito all’alchimista catalano Arnaldo da Villanova, medico personale di papa Bonifacio VIII, si legge:

Vi è una pietra nascosta e sepolta in una fontana profonda / e gettata lungo la via e ricoperta di sporco o letame. / Questa Pietra ha tutti i nomi / Circa i quali Morienus, l’uomo divino, ha detto: / Questa Pietra è una Pietra e nessuna Pietra, / è un uccello e nessun uccello / è Giove, Marte, Sole, Venere / e Luna / Ora argento, ora oro e ora un elemento / Ora acqua, ora vino, ora sangue / Ora il latte di una vergine, ora spuma del mare…”.

In pratica il “Latte della Vergine” è una metafora mediante la quale alludere in maniera esoterica (solo per gli iniziati) alla “Pietra Filosofale”.

(Particolare dell’affresco con Maria Lactans della parte di fondo della cappella di destra – foto G Pavat 2010)

Alla luce di tutto ciò, emerge con forza che l’affresco con la “Maria Lactans” dell’Auricola non è stato realizzato a caso, ma vuole veicolare determinati concetti e valenze esoteriche. Anche perché, persino l’icona principale che un tempo si venerava nel Santuario è proprio una “Maria Lactans”.

Si tratta di una tempera su tavola lignea di 134×104 cm, raffigurante una ieratica Madonna in Trono che allatta il Bambino. Datata ai primi anni del XIV secolo, di “Scuola napoletana”, riprende arcaici stilemi bizantini.

Quella visibile oggi sull’altare del Santuario è una copia. L’originale, dopo attento restauro è ora esposta al Museo Civico-diocesano, allestito negli spazi delle strutture che un tempo costituivano il corpo di fabbrica del castello del Castrum Sancti Laurenti.

Quella della “Maria Lactans” è, quindi, un’iconografia profondamente esoterica ma assolutamente canonica per il Cristianesimo medievale cistercense e, perché no, templare. Un Cristianesimo che però venne guardato con sospetto dalla Controriforma. Tanto che la Chiesa postconciliare arrivò a proibire le raffigurazioni della “Maria Lactans”. Ufficialmente perché ritenute irriguardose nei confronti della Madonna. Ad esempio, il cardinale Francesco Borromeo (sì, quello dei “Promessi Sposi” di manzoniana memoria) ordinò che molte immagini di Madonne allattanti venissero ritoccate, ricoperte, o addirittura distrutte. Diverse chiese, intitolate alla “Madonna del Latte”, dovettero cambiare denominazione. È per questo che trovare un’icona di “Maria Lactans” posteriore al Concilio di Trento (come quella presente nella chiesetta della Madonna delle Grazie a Ceccano) è una vera rarità.

 

A destra della “Madonna che allatta”, si può ammirare un affresco, perfettamente conservato, che costituisce uno dei più intriganti indizi della presenza, all’Auricola, di un Cristianesimo ancora più eterodosso di quello rappresentato dalla “Maria Lactans”.

L’affresco raffigura la Vergine con Gesù Bambino che tiene stretto nel pugno un piccolo pellicano, intento a beccargli il petto.

L’immagine del pellicano che si squarcia il corpo per nutrire la propria covata, è un simbolo Cristico. Infatti è una rappresentazione allegorica di Gesù Cristo che si sacrifica sulla Croce per la salvezza di tutti gli uomini.

Questa simbologia si ispira anche al “Adoro te devote”, un canto eucaristico, attribuito a San Tommaso d’Aquino, che intona:

Pie pellicane, Jesu Domine, me immundum munda tuo sanguine; cuius una stilla salvum facere totum mundum quit ab omni scelere”.

Immagine ripresa anche dall’Alighieri nel Canto XXV, vv. 112-114, della Cantica del Paradiso. Dove, descrivendo l’incontro con San Giovanni Evangelista, rievoca la scena dell’Ultima Cena, quando l’Apostolo chinò il capo sul petto di Gesù.

Questi è colui che giacque sopra il petto/ del nostro pellicano, e questi fue/ di su la croce al grande officio eletto”.

(Affresco con la Madonna e Gesù Bambino con il pellicano sulla parete di fondo della cappella di destra dell’Auricola – foto G Pavat 2010)

(Particolare dell’affresco con la Madonna e Gesù Bambino con il pellicano – foto G Pavat 2010)

 

Se il “Pellicano” è Cristo, come è possibile che ce ne sia un altro in braccio alla Madre, le cui carni vengono lacerate? Ci sono forse due Gesù? Effettivamente è esistita una corrente eretica “dualistica”, impregnata di gnosticismo, secondo la quale i “Messia” erano effettivamente due.

Uno, dalla natura soltanto umana, morì sul Golgota, l’altro, interamente Divino, fatto di “pura luce”, sarebbe il “vero” Salvatore e non avrebbe mai “patito sulla croce”, ma avrebbe contemplato lo strazio del Crocifisso. Sofferenze tra l’altro inutili per la “Salvezza”. Infatti, per lo Gnosticismo non è data a tutti la possibilità di “salvarsi”, ma soltanto a coloro che possiedono una “scintilla di divinità”. Il “vero Dio”, quindi, secondo gli Gnostici, sarebbe estraneo, lontano da questo Mondo, creato invece da una sorta di divinità minore, il “Demiurgo”. Per costoro tutto ciò che è afferente la materia è intrinsecamente malvagio. Per i “Vangeli Canonici”, invece, la “Creazione” è di per se buona. E’ stato l’Uomo con la sua “caduta” a scegliere il Male. E Cristo, incarnandosi; “E il Verbo di fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14), si è immolato per tutti gli Uomini.

Questo il dialogo tra Simon Pietro e lo stesso Gesù, narrato in prima persona dall’Apostolo, contenuto ne “L’Apocalisse di Pietro”, facente parte dei testi gnostici, risalenti alla fine del II secolo d.C., rinvenuti nel 1945 a Nag Hammadi nel deserto egiziano.

Io lo vidi come ghermito da essi, e dissi: Che cosa vedo, Signore? Sei proprio tu quello che afferrano, sebbene tu ti intrattenga con me? O ancora, chi è quello che sereno e sorridente è sull’albero? E’ un altro quello al quale colpiscono le mani ed i piedi? Il Salvatore mi rispose: Colui che tu hai visto sull’albero sereno e sorridente, costui è il Gesù vivente. Ma colui al quale sono trafitti mani e piedi con chiodi, costui è la parte corporea, cioè il suo sostituto esposto a vergogna. E’ colui che venne a sua somiglianza. Guarda a lui e a me! Ma io, dopo aver guardato dissi: Signore, nessuno ti vede! Fuggiamo da qui! Egli però mi disse: Io ti ho detto che essi sono ciechi. Lasciali soli! Tu vedi quanto poco comprendano quello che dicono. Essi hanno esposto a vergogna il figlio della loro Gloria, invece del mio servo. E io vidi avvicinarsi a noi uno che rassomigliava a lui, proprio a Colui che era sorridente sull’albero. Egli era (pieno) con uno Spirito Santo, egli è il Salvatore” (“Apocalisse di Pietro” da “Le Apocalissi gnostiche” a cura di Luigi Moraldi – Adelphi, 1987).

 

(“Pietà” di Lorenzo Monaco 1370-1425)

Una delle accuse rivolte all’Ordine Templare dopo gli arresti del famigerato Venerdì 13 ottobre 1307, fu quella di negare “per tre volte” la divinità di Cristo e di sputare sul Crocifisso. Orbene, aldilà del fatto che gran parte di simili confessioni furono estorte mediante supplizi da parte degli aguzzini di Filippo il Bello, del “Grande Inquisitore di Francia” Guglielmo di Parigi e dell’arcivescovo di Sens, Filippo di Marigny; pare che questa sorta di “rito” sia stato davvero eseguito al momento dell’ammissione all’Ordine.

Nell’agosto del 1308, i cardinali preti Berengario del titolo dei Santi Nereo e Achilleo, Stefano del titolo di San Ciriaco in Termis ed il cardinale diacono Landolfo del titolo di Sant’Angelo, stretti collaboratori di papa Clemente V, si recarono, su ordine dello stesso Pontefice, presso il castello di Chinon, non lontano da Tours. Qui ascoltarono e raccolsero le dichiarazioni dei maggiori dignitari del Tempio; il Gran Maestro Jacques de Molay, il Precettore d’Outremer Raymbaud de Caron, il precettore di Francia Hugo de Pérraud, quello di Aquitania e Poitou Geoffrey de Gonneville, e quello di Normandia Geoffroy de Charnay, ivi reclusi da Filippo il Bello. Dopodiché li assolsero dalla scomunica e li riammisero nella Chiesa, alla comunione dei fedeli ed ai sacramenti ecclesiastici. “… absolutionis beneficium a sententia excomunicationis quam propter premissa incurrerat, impedimus in forma Ecclesie consueta, reincorporantes ipsum ad Ecclesie unitatem, ac ipsum restituentes comunioni fidelium et ecclesiasticis sacramentis” (da “Il Documento di Chinon, 18-21 agosto 1308“. ASV, A.A., Arm. D 217 rv. – “Documenta Vaticana” Archiv Verlag).

Dal “Documento di Chinon “(o “Pergamena di Chinon”) emerge che i dignitari Templari sopra menzionati, ammisero spontaneamente (fu uno dei pochi casi in cui non vennero sottoposti a torture) di fronte ai “legati” Papali, di aver rinnegato il Crocifisso e, in alcuni casi, di averci sputato sopra (o che li venne richiesto ma che si rifiutarono di farlo) al momento in cui vennero accolti nel Tempio.

(Affresco con Madonna con il Bambino che stringe in mano un uccellino che sembra volerlo beccare. Chiesa di Sant’Antonio abate a Priverno – LT – foto G Pavat 2018)

(Raffronto tra i due affreschi, quello della chiesa di Sant’Antonio a Priverno e quello del Santuario della Madonna dell’Auricola ad Amaseno)

Il “rinnegamento” e lo “sputo”, potrebbero anche rappresentare una specie di “battesimo del fuoco” e dimostrare totale abnegazione verso gli ordini dei Superiori Gerarchici.

La recluta veniva messa alla prova per vedere se, in caso di cattura da parte del nemico, sarebbe stato in grado di resistere a violenze e lusinghe e non abiurare. Inoltre, il triplice rinnegamento potrebbe ricordare quello fatto da Pietro al momento dell’arresto di Gesù. “E la giovane portinaia disse a Pietro: “Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?” Egli rispose: “Non lo sono”. Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano: anche Pietro stava con loro e si scaldava ” (Gv 17, 18). “Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: “Non sei anche tu uno dei discepoli?” Egli negò e disse: “Non lo sono”. Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: “Non ti ho forse visto con lui nel giardino?” Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò” (Gv 25, 27).

Tutto ciò per indicare come anche la Fede più salda può vacillare per paura e dolore. Inoltre, un altro elemento è stato sottolineato dagli storici. Dalle deposizioni emerge che non veniva rinnegata la Croce ma, appunto, il Crocifisso. Ed è stato proprio questo aspetto a scatenare un vero vortice di ipotesi, illazioni, clamorosi scoop poi rivelatisi bolle di sapone, che hanno riempito, e continuano a farlo, pagine e pagine di volumi e scaffali di librerie. Ovvero che i Templari avessero trovato in Palestina (magari proprio nei sotterranei del Tempio di Salomone, che dal 1118 al 1187 fu il loro “quartier generale”) la “prova” che a finire sulla croce non era stato il Salvatore, bensì un impostore. Un semplice uomo e non il Figlio di Dio. “Rivelazione” che sembra coincidere con il “pensiero” gnostico contenuto nei vari testi bollati come apocrifi dalla Chiesa. Nell’essere a conoscenza di un simile segreto, in grado di abbattere non solo il Papato ma l’intera Religione Cristiana, sussisterebbe la reale ragione della persecuzione e distruzione dell’Ordine.

E tutto questo sarebbe palesato nell’affresco dell’Auricola? Sebbene ritenga che l’affresco sia perlomeno “sui generis“, rimango, comunque, molto perplesso. Anche perché la tanto sbandierata, e data spesso per assodata, eresia dei Templari, in realtà non è stata mai storicamente provata. Jacques de Molay e Geoffroy de Charnay al momento della lettura della condanna al carcere a vita, proclamarono con forza e determinazione, l’innocenza propria e degli altri Cavalieri e l’ortodossia dell’Ordine. Ritrattarono le confessioni fatte sotto tortura pur sapendo che ciò li avrebbe posti nella condizione di “recidivi”, per i quali l’unica pena prevista era quella capitale. Ed infatti, la Senna venne illuminata da roghi che non si sono ancora spenti.

(Una giornata in visita all’Auricola, in primo piano da sx Enza Petrocchi, Sonia Palombo e Giancarlo Pavat)

 

(La facciata neogotica del Santuario della Madonna dell’Auricola – foto G Pavat 2018)

 

Fine II^ parte – continua.

(Giancarlo Pavat)

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