Il Mistero dei Mammut d’Egitto; di Giancarlo Pavat.

(Immagine di apertura: mammut siberiano – elaborazione grafica Giancarlo Pavat)

Su questo sito ci siamo spesso occupati di opere d’arte come affreschi,  miniature, bassorilievi ecc che raffigurano piante,  frutti, ortaggi, persino animali che non sarebbero dovuti esistere o essere conosciuti nei luoghi e all’epoca di realizzazione di quei manufatti.

Si è  parlato, ad esempio,  delle ananas presenti in sculture e mosaici Romani, come quelli visibili al Museo Archeologico Nazionale di Palazzo Massimo a Roma.  In alcuni casi io stesso ho svolto ricerche “sul campo”. Come nel caso del pappagallo amazzonico visibile nella basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma e realizzato (probabilmente) da Melozzo da Forlì ben prima della scoperta dell’America. Oppure dei Kakatoa miniati sul DE ARTE  VENANDI CUM AVIBUS, capolavoro di Federico II di Svevia. Per non parlare poi del misterioso quadrupede presente in un mosaico pavimentale del V secolo d.C. della basilica di Aquileia in Friuli – Venezia Giulia.

Nel mio libro  “Nel Segno di Valcento” (edizioni Belvedere 2010) ho pure parlato delle famose (famigerate) pannocchie di mais scolpite sul portale della chiesa medievale di Santa Maria della Libera ad Aquino (FR). E nella lunetta dell’ingresso della medesima chiesa, Tommaso Pellegrini ha segnalato due raffigurazioni di piante che sembrano due cactus centramericani.

 

(Mammut d’Egitto – elaborazione grafica di G Pavat 2019)

Questa volta ci occuperemo di quanto segnalatoci da un nostro lettore; Mariano C. da Genova; il quale ci ha segnalato un sito in lingua inglese in cui è riportata la notizia della scoperta in una tomba egizia di un affresco raffigurante addirittura un piccolo mammut!

Si tratta della tomba di un alto funzionario egizio di nome Rekhmire, vissuto tra il 1479 e il 1401 a.C..

Il primo dare la notizia del dipinto con uno strano animale peloso dotato di proboscide e di zanne da elefante, è stato nel 1994, l’archeologo israeliano Baruch Rosen, che ne parlò in un breve articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista “Nature”.

Mentre, per quanto ne sappiamo, il primo a parlarne in un sito in lingua italiana è stato Lorenzo Rossi nell’articolo “Storie di mammut tra finzione e realtà” pubblicato sul sito www.criptozoo.com; il 5 settembre 2017.

(L’affresco della Tomba di Rekhmire con il piccolo animale peloso e proboscidato)

 

Baruch Rosen descrive l’affresco soffermandosi sulle dimensioni dell’animale peloso raffigurato dall’ignoto artefice egizio che ricorda appunto un elefante. La creatura appare però di dimensioni ridotte, tanto che arriva appena all’altezza della vita degli uomini (forse commercianti siriaci) che lo stanno conducendo e che portano diversi oggetti e doni come zanne di elefante e altri animali al guinzaglio, come una giraffa e forse un orso. Esclusa la possibilità che si tratti di un cucciolo di elefante, visto che ha le zanne, Rosen avanza l’ipotesi che il piccolo l’elefante peloso sia proprio un mammut ma un mammut nano!

 

Come è noto i giganteschi elefanti pelosi dominavano durante l’ultima glaciazione nell’epoca pleistocenica le regioni poste alle latitudini più settentrionali del nostro pianeta. Il loro habitat erano le steppe e la tundra del continente eurasiatico. Poi, quando i ghiacciai cominciarono a ritirarsi, i mammut entrarono in crisi fino ad estinguersi con la fine della glaciazione. Ma quale sia stata la causa principale della loro estinzione rimane ancora oggi un mistero. La loro scomparsa fu causata dalla radicale trasformazione del loro habitat, in particolare della flora? Oppure furono i cacciatori che con il miglioramento delle condizioni climatiche presero a spingersi sempre più a settentrione, intensificandone la caccia sino a sterminarli? Oppure le cause furono di altro genere?

Presso la base scientifica russa denominata “Krenkel” sull’isola di Heissa facente parte dell’arcipelago artico (situato nel Mare di Barents, al confine con il mar Glaciale Artico e il mare di Kara, a nord della Novaja Zemlja e ad est delle norvegesi isole Svalbard) noto come “Terra di Francesco Giuseppe” (in russo si chiama: Zemlja Franca Iosifa, “Земля Франца Иосифа”) si trova un laghetto di acqua dolce che rifornisce il personale della base stessa. Recentemente si scoperto che è stato formato da un meteorite che ha colpito l’isola in epoca preistorica. Non si sa nulla di preciso su questo catastrofico avvenimento. Quali furono le conseguenze sulla fauna e sulla morfologia dell’arcipelago? Scatenò onde d’urto o tsunami che raggiunsero le coste settentrionali della Siberia? Fu quel meteorite a provocare la fine del mammut?

(Immagine sopra: ritratto di Karl Weyprecht. La “Terra di Francesco Giuseppe” venne scoperta soltanto nel 1873 dalla spedizione artica (1872-1874) della nave austroungarica “Teghetoff”, al comando degli esploratori polari Julius Johannes Ludovicus von Payer (1841–1915) e Karl Weyprecht (1838–1881, nato in Germania ma triestino di adozione), e composta prevalentemente da marinai triestini, istriani e dalmati (più alcuni alpinisti tirolesi e un fiociniere scandinavo). Il nome, infatti ricorda l’imperatore asburgico Francesco Giuseppe I d’Austria-Ungheria (1830-1916). L’arcipelago, dopo essere stato utilizzato come base da diverse spedizioni verso il Polo nord (compresa quella italiana del Duca degli Abruzzi e Umberto Cagni, con la nave “Stella Polare” nel 1900, che raggiunse la latitudine di 86° 33′ 49″ Nord, la più avanzata dell’epoca), nel 1926 venne annesso all’Unione Sovietica e da quel momento diventò off-limits per qualsiasi spedizione geografica o scientifica non sovietica e vi vennero installate alcune basi militari. Solo dopo la fine del Comunismo e la dissoluzione dell’Urss (e lo smantellamento di alcune installazioni) è stato permesso di raggiungere alcune isole della Terra di Francesco Giuseppe. La prima spedizione occidentale a ritornare lassù è stata quella italiana del 1994, organizzata dall’Associazione “Grande Nord” di Torino. Sebbene, nei decenni successivi altre spedizioni abbiano raggiunto l’arcipelago, questo rimane (soprattutto a causa della latitudine estrema, tra gli 80,0° e gli 81,9° Nord, si tratta dell’ultima terra emersa prima del Polo), nella sua interezza, ancora sostanzialmente sconosciuto).

 

Ma sebbene la Paleontologia affermi che i mammut scomparvero circa 12.000 – 10.000 anni fa, appunto al termine dell’ultima grande glaciazione, molti ricercatori ritengono che la specie sia sopravvissuta in pochissimi individui, sino a tempi relativamente vicini a noi, su alcune isole dell’artico russo. In particolare sulla remota l’isola di Wrangel.

 

(L’isola di Wrangel vista da un satellite)

La scoperta venne effettuata nel 1989 dall’archeologo russo Sergej Vartanyan dell’Accademia delle scienze di Mosca. Vartanyan analizzò mediante il metodo del Radiocarbonio alcune zanne e ossa di mammut recuperate sull’isola siberiana e ne ricavò dei risultati a dir poco sconvolgenti. Quattro zanne ed una tibia risultarono essere appartenute ad esemplari vissuti tra i 4.740 e i 7.380 anni fa. Vartanyan, rendendosi contro dell’importanza della scoperta, volle muoversi con estrema prudenza e procurarsi altri riscontri su quanto emerso. Per questo motivo ritornò sull’isola di Wrangel recuperando ulteriori chilogrammi di ossa di mammut. I risultati delle nuove datazioni con il C14 furono ancora più incredibili. Alcuni reperti erano ancora più recenti, avendo “solo” 3.730 anni.

Ma non solo. Vartanyan dimostrò pure e senza alcuna ombra di dubbio, che i resti si riferivano ad esemplari di taglia decisamente ridotta. In pratica, quando l’isola di Wrangel si separò dalla terraferma siberiana, circa 13.000 anni fa, a causa dell’innalzamento del livello del mare per lo scioglimento delle calotte artiche, i mammut rimasero isolati. Si verificò quindi il fenomeno del cosiddetto “nanismo insulare”.

Vale la pena ricordare che è probabile che anche la leggenda ed il mito dei Ciclopi, i giganti monocoli, il cui rappresentante più famoso, Polifemo, fu sconfitto da Ulisse, sia nata dal rinvenimento nell’antichità di crani di “elefanti nani” che vissero in Sicilia (e su altre isole del Mediterraneo, come Malta, Cipro e Creta) circa 500.000 anni fa.

 

(Sonia Palombo nella “Grotta di Tiberio” a Sperlonga in cui venne trovato il celeberrimo gruppo marmoreo ellenistico di Ulisse che acceca Polifemo, oggi esposto all’annesso Museo Archeologico vista dall’interno. Sullo sfondo si vede il promontorio con la cittadina di Sperlonga (LT) – Pavat 2011.

Il “Museo Archeologico Nazionale” di Sperlonga, annesso all’area della Villa imperiale, è sorto agli inizi degli anni ‘60 per ospitare i pregevoli reperti scultorei rinvenuti negli scavi condotti nel sito a partire dal 1957. La raccolta, unica al mondo, comprende i celebri gruppi marmorei in cui sono stati finora identificati quattro episodi dell’epos omerico: l’assalto del mostro marino Scilla alla nave di Ulisse; il ratto del Palladio (la statua della dea Pallade Athena) da parte di Ulisse e Diomede; Ulisse che solleva il corpo esamine di Achille; e, appunto, l’accecamento del ciclope Polifemo che viveva alle pendici dell’Etna in Sicilia. La collezione è una vera e propria “Odissea di marmo”, che costituisce una delle testimonianze più affascinanti per la conoscenza del mito di Ulisse nell’arte antica. Le sculture rinvenute in migliaia di frammenti, sono frutto di un lungo lavoro di restauro non ancora del tutto terminato. È probabile che tutti i gruppi siano opera di tre famosi scultori rodii, Atenodoro, Agesandro, e Polidero, autori anche del celebre “Laooconte” oggi esposto ai Musei Vaticani, ai quali l’imperatore Tiberio commissionò la decorazione della grotta che faceva parte della sua sontuosa villa).

 

È noto che sulle isole spesso mancano i grandi predatori, ovvero un fattore importante della selezione naturale. Inoltre negli ambienti insulari sono ridotti gli spazi e le risorse alimentari disponibili.

Per queste ragioni l’enorme taglia dell’”Elefante Antico” (Elephas Antiquus o Palaeoloxodon antiquus), che poteva arrivare sino ai cinque metri di altezza, con zanne lunghe quattro metri, non essendo più vantaggiosa, cominciò a ridursi.

(Zanna di “Elephas Antiquus”, lunga circa 2 metri, rinvenuta nelle campagne di Pofi (FR) ed esposta al Museo Preistorico del paesino ciociaro – foto Pavat 2001).

La selezione naturale premiò individui di dimensioni sempre più piccole. Il Palaeoloxodon falconeri, questo il nome scientifico dell’elefante nano in onore del geologo, botanico e paleontologo scozzese Hugh Falconer (1808-1865), in età adulta poteva raggiungere un’altezza massima di circa un metro alla spalla. I primi resti degli “elefanti nani” siciliani furono trovati alla fine degli anni ’50 durante delle ricognizioni geologiche nella Grotta di Spinagallo nei pressi di Siracusa. Successivi scavi paleontologici hanno permesso di recuperare resti di oltre 3000 esemplari. Altri fossili di “elefanti nani” in Sicilia sono stati trovati nei siti di Luparello (Palermo) e di Alcamo (Catania).

Fu un paleontologo austriaco, Othenio Abel (1875-1946), il primo, all’inizio del secolo scorso, a mettere in relazione il cranio degli “elefanti nani” con la leggenda di Polifemo e dei Ciclopi. Gli elefanti hanno infatti nella parte anteriore del loro cranio una cavità sub-ellittica che ospita la proboscide. Il cranio degli “elefanti nani”, di grandezza non molto superiore di quella degli esseri umani e con questa cavità nel cranio, probabilmente generò, appunto, la leggenda di queste creature umanoidi con un occhio solo.

(Cranio di un piccolo elefante preistorico proveniente da Isoletta (FR) e conservato al Museo di Pofi (FR) – foto G. Pavat 2001).

 

(Gigantesca zanna di Elephas Antiquus, lunga più di 3 metri proveniente dal “Fosso Meringo” (Pofi) ed esposto al Museo Preistorico – foto G Pavat 2001)

 

Qualcosa del genere è (il nanismo insulare)  probabilmente successo anche per i mammut dell’isola di Wrangel.

Ma c’è chi si è spinto oltre. L’esploratore, giornalista e scrittore svedese Bengt Sjögren (1925-2009) era convinto, grazie a numerosi indizi raccolti durante i suoi viaggi tra le popolazioni locali, che alcuni esemplari di mammut potessero esistere ancora oggi in alcune remote aree della sconfinata Taiga siberiana o su isole disabitate del “Grande Nord”.

Quindi, alla luce delle scoperte di Sergej Vartanyan, sarebbe teoricamente (ripeto, teoricamente) possibile che in una tomba di un alto funzionario egizio vissuto tra il 1479 e il 1401 a.C., possa essere stato raffigurato un mammut. Tra l’altro nano!

(Il paleontologo austriaco, Othenio Abel, 1875-1946)

Se ciò corrispondesse al vero, significherebbe che gli antichi Egizi avevano contatti commerciali con le remote regioni siberiane e che importavano mammut vivi, evidentemente catturati dalle popolazioni indigene.

Correttamente, l’archeologo israeliano propone anche altre spiegazioni al singolare affresco. Forse, l’animale in questione è più semplicemente una rappresentazione simbolica di un elefante e non il ritratto di un esemplare in carne e zanne. Forse l’artefice ha ritenuto opportuno dipingere un elefante per spiegare l’origine delle zanne, che si vedono nell’affresco. Potrebbe anche darsi che si sono voluti raffigurare gli animali più piccoli degli uomini semplicemente per risparmiare spazio.

Inoltre, Lorenzo rossi, in una nota del suo sopracitato articolo del 2017, spiega che “nell’arte egizia la scala era sinonimo di importanza. Ad esempio se viene rappresentato un gruppo familiare, il capofamiglia è sempre la figura di maggiori dimensioni”. Lo si nota soprattutto nella statuaria che raffigura i faraoni e le mogli o concubine. Gli egittologi la chiamano “Scala Ieratica“. “È concepibile che l’elefante sia stato rappresentato con proporzioni tanto ridotte” conclude Rossi “perché si trattava di un dono secondario (ad esempio proveniente da persone di basso rango) o meno apprezzato di altri, quali la giraffa”.

Ma potrebbe esistere ancora un’altra ipotesi. Ovvero che non si tratta né di un mammut nano, né di un elefante simbolico ma di un esemplare di un elefante pigmeo che, come si è già detto, esistette in alcune isole del Mediterraneo. Spiegazione che però si scontra con il fatto che, secondo la Paleontologia questi elefanti nani sarebbero vissuti nel Pleistocene. Quindi all’epoca della Civiltà egizia sarebbero dovuti essere estinti già da molto tempo.

Esiste però un caso archeologico di tracce e reperti di elefanti di piccole dimensioni su un’isola mediterranea decisamente controverso. Si tratta dei cosiddetti “elefanti di Tilos”, isoletta egea tra Rodi e Kos.

Sula bellissima isola greca e precisamente all’interno della Grotta Charkadio, nel 1971 i paleontologi Nikolaos Simeonidi e Gheorghios Theodorou hanno riportato alla luce i resti ossei di elefanti alti al garrese circa 1 metro e 30 cm.

Gran parte dei reperti sono oggi esposti al Museo Paleontologico dell’Università di Atene mentre a Tilos sono esposti gli scheletri fossilizzati di due elefanti, un’adulto e un neonato.

Secondo recenti datazioni il Palaeoloxodon tiliensis (questo il nome scientifico dell’Elefante di Tilos) sarebbe stato l’ultimo elefante nano del Mediterraneo ad estinguersi, addirittura attorno al 2.000 a.C. circa.

Periodo, quindi, teoricamente (sempre teoricamente) compatibile con la realizzazione degli affreschi della Tomba di Rekhmire.  

In pratica, cacciatori e commercianti egizi avrebbero potuto raggiungere l’isoletta e catturare  i proboscidati taglia small.

In ogni caso si tratta tutte di semplici supposizioni Finché non verrà scoperto qualche ulteriore elemento (ad esempio lo scheletro di un mammut sotto le sabbie d’Egitto!) l’enigma dell’animale affrescato nella Tomba di Rekhmire è destinato a rimanere tale.

Nel frattempo, in attesa che la moderna genetica riesca a riportare in vita i mammut mediante clonazione, chi volesse vederne una riproduzione può visitare qualcuno dei parchi a tema come, ad esempio, il Parco della Preistoria di Rivolta d’Adda (a questo proposito si veda il mio nuovo libro “Guida curiosa ai Labirinti d’Italia”, Newton Compton). Una ricostruzione in grandezza naturale di un mammut con il suo cucciolo è esposta pure al Museo Civico di Scienze Naturali “Enrico Caffi” di Bergamo (Il professor Enrico Caffi, 1886-1950, è colui che indentificò la costola del “Drago di Sombreno”, appesa al soffitto dell’omonimo Santuario della Bergamasca, come appartenente proprio ad un mammut)  

Mentre per ammirare interi scheletri del gigantesco proboscidato peloso, ci si può recare presso il Museo Paleontologico “Luigi Boldrini” di Pietrafitta (PG), o presso il Museo Paleontologico di Montevarchi (AR), o ancora presso il Museo Nazionale d’Abruzzo a L’Aquila.

Invece, presso il Museo Preistorico “Pietro Fedele” di Pofi (FR), oltre a diversi reperti fossili di mammut meridionalis è possibile ammirare, nell’affascinante collezione museale, diverse enormi zanne di Elephas Antiquus rinvenute in Ciociaria.

(Giancarlo Pavat)

 

(Immagine sopra: Tommaso Pellegrini, Giancarlo Pavat e Alessandro Middei del Mistery Team al Museo Preistorico di Pofi – foto S. Palombo 2011)

 

  • Le foto dei reperti del Museo Preistorico di Pofi (FR) sono state scattate nel 2001 dietro autorizzazione dell’allora direttore prof. Italo Biddittu, che si ringrazia.

 

 

 

Condividi il nostro articolo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *