Il “mistero” del “Ponte dei cani suicidi” e dei “Ponti del Diavolo”; di Marco Mele , con Roberto Volterri.

Immagine di apertura: l’inquietante “Ponte dei cani suicidi”, nel Dunbartonshire Occidentale in Scozia.

 

Il “mistero” del “Ponte dei cani suicidi” e

dei “Ponti del Diavolo

di Marco Mele
con Roberto Volterri

Durante qualche vostra esplorazione dei “misteri” nel mondo, nel caso siate così fortunati di trovarvi nella bella e a volte inquietante Scozia, più esattamente nel Dunbartonshire Occidentale e, per essere più ‘pignoli’, proprio sulla strada che conduce a Overtoun House, recatevi a dare un’occhiata al cosiddetto “Ponte dei cani suicidi”.
Non potrete sbagliarvi, perché un apposito e poco rassicurante cartello avverte i visitatori di tenere al guinzaglio il “migliore amico dell’uomo” che potreste aver avuta la pessima idea di portare in gita con voi sull’Overtoun Bridge!

2. Immagine sopra: “Ponte pericoloso. Per cortesia tenete il vostro cane al guinzaglio!”. Non si sa mai…

 

L’Overtoun Bridge è stato realizzato verso la fine del XIX secolo per volontà dell’avvocato James White (1812 – 1884) in modo che i suoi amici potessero raggiungerlo nel bellissimo castello che si era fatto costruire nel 1862 in aperta campagna, lontano dagli olezzanti vapori che potevano uscire dalle sue fabbriche di prodotti chimici con cui aveva potuto realizzare un’ingente fortuna.

3. Immagine sopra: Statua dedicata all’avvocato e ricco imprenditore James White (1812 – 1884). in piazza Duomo a Glasgow, Scozia.

4. Immagine sopra: lo splendido castello di James White.

A parte le solite leggende sulla presenza di fantasmi nei castelli scozzesi – nel nostro caso, quello di Lady White, inconsolabile “Dama Bianca”, consorte del figlio del nostro ricchissimo avvocato – alcuni anni fa uno studioso esperto di Psicologia animale, il dottor David Sands fece accurate indagini su eventuale presenza di “segnali” acustici, olfattivi o altro percepibili solo dai cani che transitavano sul ponte. Alla fine delle ricerche – effettuate anche con l’accademico sostegno del dottor Peter Neville della Ohio University e del dottor David Sexton – sentenziò che essi erano attratti dall’odore delle secrezioni urinarie emesse dai maschi dei visoni.
Gettandosi al loro inseguimento, volendo abbreviare il percorso per raggiungerli sulle rive del sottostante corso d’acqua, si gettavano dal ponte con le inevitabili conseguenze.
Ma un cacciatore del posto, tale John Joyce, nel 2014, avendo letto di questa “definitiva” spiegazione del “mistero” si affrettò a smentirla affermando categoricamente che da quelle parti… non c’è alcun visone. Né maschio, né femmina!

5. Immagine sopra: “ Ma io che c’entro?” sembra dire questo simpatico visone poiché una delle ipotesi avanzate per dare una razionale spiegazione ai suicidi di moltissimi cani gettatisi nel vuoto dall’Overtoun Bridge si basa sugli ‘afrori’ delle urine di visoni. Che però non sembra esistano in quella zona…

Sarebbe rimasta in piedi una ipotesi che farebbe ricorso a non meglio identificati “segnali acustici” nel campo degli infrasuoni o degli ultrasuoni. Segnali dovuti alla particolare struttura del ponte che verrebbero percepiti solo dai cani e li spingerebbe ad allontanarsi… per la via più breve. Superando la spalletta del ponte e precipitando sul fondo.

6 Immagine sopra: Il dottor David Sands sul “Ponte maledetto”…..

 

7. Immagine sopra: un’immagine che ritrarrebbe un cane proprio nell’istante in cui supera la spalletta del ponte e si getta nel vuoto.

Questi strani eventi iniziarono negli anni 1950-1960 e fino ad oggi sembra che qualche centinaio di cani siano morti per essersi gettati nel vuoto dal ponte di Overtoun House,
Proseguiamo…

Il ‘Ponte dei suicidi’ di Ariccia (Roma)

Chi vive all’ombra del Colosseo, a Roma insomma, sa che nella bella cittadina di Ariccia a pochi chilometri dall’Urbs aeterna, c’è un ponte che purtroppo gode di una sinistra fama.
Il grande ponte monumentale sulla Via Appia fu voluto dal Papa nel 1847 e dell’opera fu incaricato l’architetto Giuseppe Bertolini con la collaborazione di Ireneo Aleandri, ingegnere della Delegazione Apostolica di Spoleto. Giovanni Mastai Ferretti, papa Pio IX, volle però seguire personalmente i lavori che si conclusero il 12 ottobre 1854.

In seguito, forse a causa della sua notevole altezza che… non perdona, nel corso degli anni è stato meta preferita di chi voleva abbandonare prematuramente questa “valle di lacrime, la vita.
Nel 2000, proprio per evitare questa tentazione sono state apposte delle barriere in tensostruttura che dovrebbero impedire insani gesti.

8. Immagine sopra: Il monumentale ‘Ponte dei suicidi’ di Ariccia, con in evidenza la lunga rete posta per rendere molto difficile gettarsi nel vuoto.

Nonostante le precauzioni prese, in tempi recenti una donna di 57 anni e il figlio di 31, superata in qualche modo la rete, si sono gettati nel vuoto e dopo un tragico volo di circa 50 metri si sono sfracellati sul sottostante terreno.

Due-parole-due sui Ponti e sull’origine del termine Pontefice…

Questo articolo nasce poiché gli amici Roberto Volterri e Giancarlo Pavat – dopo una mia recentissima ricognizione nella zona di Terracina dove esiste ancora un tratto di un antico acquedotto romano ora denominato “Ponte del Diavolo” – mi hanno suggerito di aggiungere a questo articolo “due-righe-due” su alcuni cosiddetti Ponti ritenuti quantomeno “strani”, presenti qua e là nel mondo.
Ho subito accettato l’invito partendo un po’ da lontano…
La costruzione di ponti, ha origini che affondano le radici nella storia almeno fin dal periodo neolitico. Anzi, la storia stessa dell’umanità, potrebbe essere studiata e raccontata diacronicamente attraverso l’evoluzione della struttura dei ponti nel corso del tempo.

I linguisti fanno risalire il termine ponte al sanscrito e ad una serie di altre lingue con un’origine comune nel cosiddetto protoindoeuropeo. Il termine avrebbe di fatto due significati: il primo è “via, sentiero, cammino”; il secondo è invece, inaspettatamente, “mare”. Anche nella lingua greca, “pontos” acquista il significato di “sentiero nel mare”. Procedendo a ritroso verso l’alba dei tempi, il termine nasce nel mondo delle palafitte, dove esso indica la passerella che unisce la terra con un ambiente abitato, sull’acqua. Invece, Diavolo significa “colui che divide” e curiosamente l’accostamento “Ponte del Diavolo” dovrebbe significare “la via, il sentiero, il cammino di colui che divide”……

Forse, questo strano, quasi sulfureo, accostamento è legato anche a particolari immagini “esoteriche” o con valenza apotropaica a volte presenti su tali costruzioni, alla difficoltà nella realizzazione dell’opera o magari alla cattiva fama dei costruttori.
È più probabile, però, che dietro a questo folklore popolare, ci sia il ricordo di antichi, cruenti, rituali pagani mai dimenticati.
In epoche remote, ed in diverse civiltà, quando bisognava realizzare una nuova costruzione oppure fondare una città erano previsti precisi “riti di fondazione”, bisognava infatti effettuare un’offerta ad una divinità, ad una ninfa oppure al “genius loci” per assicurarsi una sorta di ancestrale protezione della nuova realizzazione: era il cosiddetto “sacrificio edilizio”.
La creazione di percorsi e più in generale l’unione di ciò che è diviso, assume un’alto valore religioso, il sacro ed il profano sembrano porsi in potenziale dialogo, pro (davanti) e fanum (tempio/luogo sacro) significherebbero ciò che sta fuori dal sacro recinto ed ha bisogno di essere collegato con esso, in definitiva l’umano che ha bisogno di entrare in contatto con il divino.
Costruire un manufatto che unisce ciò che Madre Natura ha diviso è un atto che ha le caratteristiche di un sacrilegio ed a cui dovrebbe seguire un rito riparatore. L’idea è che la Natura è divina ed ogni violazione alla sua forma ed alla sua integrità appare come un attentato alla sacralità di cui è pervasa.
Tra i popoli dell’antichità, i romani sono stati magnifici costruttori di ponti sperimentando anche forse per primi il concetto di arco per lo scarico del peso, delle forze, verso il terreno.

9. Immagine sopra. Un altro “Ponte del Diavolo”… si tratta del famosissimo ponte dell’Acquedotto romano de Les Ferreres presso il fiume Francolí, a circa 4 km da Tarragona in Spagna. La superba opera di ingegneria civile, datata al I secolo, consentiva di rifornire la città, captando l’acqua nella località di Puigdelfi, Il “Ponte del Diavolo2 è alto 27 metri e lungo complessivamente 217 metri. Dotato di due ordini di arcate (11 nella parte inferiore e 25 in quella superiore) in opera quadrata, perfettamente conservate, che hanno una luce di 6,30 metri e altezza di 5,70 metri.

 

Il termine Pontefice, utilizzato successivamente anche dalla religione cattolica, fa riferimento infatti al Pontifex, al costruttore di ponti (pontem facere) ed indica una prerogativa dei sacerdoti che presiedevano al controllo del culto, dei responsi, l’accoglimento di nuove divinità e tutti i riti connessi alla vita ed alla morte dei popoli dell’antica Roma.
Il valore magico dei ponti non terminò con l’epoca romana anche se nel medioevo l’interesse per i ponti diminuì notevolmente dato il frazionamento del territorio in piccole città-stato autonome. Di sicuro, però, la pratica del rito riparatore, del “sacrificio” originariamente forse “umano”, viene gradualmente sostituito da quello animale prima e poi dal semplice seppellire monete.
È forse da queste usanze che nascono le leggende, il folklore, e le paure legate a certe antiche strutture ridotte ormai a muta testimonianza di un lontano, glorioso, passato.

 

L’antico acquedotto di Terracina e il suo “Ponte del Diavolo” (che ‘ponte’ non è…)

In epoca medievale ciò che ancora esisteva dell’antico acquedotto (II secolo d.C.), che portava l’acqua proveniente dalle risorse idriche della bella valle del fiume Amaseno, ha dato origine ad alcune leggende che ancor oggi identificano una parte delle arcate come “Ponte del Diavolo”, Che ovviamente… tale non è.

Ma a Roccasecca dei Volsci (LT) e dintorni, con una simpatica voce gergale, il tratto che percorre il territorio viene chiamato ugualmente “gli Connutto de’ gli Diavolo“, più o meno il cunicolo, o ‘condotto del Diavolo’, poiché a “colui che divide”, al “calunniatore”, all’Angelo caduto, insomma al Diavolo e ai suoi sulfurei confratelli, vengono facilmente associati i resti di “inquietanti” strutture che fanno pensare a chissà quali misteri si celino tra quelle antiche pietre.

Come ad esempio accade a Roma con la famosa “Sedia del Diavolo”, un cenotafio risalente alla prima metà del II secolo d.C., di un liberto dell’imperatore Adriano, tale Elio Callistio.
Cenotafio che da sempre ha la sventura di assomigliare (molto poco, direi) ad una sorta di “cattedra vescovile” attorno a cui sono fiorite leggende su antichi tesori, su un vecchio alchimista, sulla parola Kabala e via di questo passo…

10. Immagine sopra: La famosa “Sedia del Diavolo” che a Roma, nel quartiere Trieste, fa “tenebrosa” mostra di sé da quasi diciotto secoli…

11. Immagine in basso: A destra, “San Volfango e il Diavolo” opera di Michael Pacher (1435- 1498).

Ai nostri giorni dell’antico Acquedotto di San Lorenzo (da castrum Sancti laurenti, l’antico nome di Amaseno) realizzato nel II secolo d.C. per decisione dell’imperatore Adriano ma fatto terminare da Antonino Pio, rimane ben poco anche nella zona di Terracina, il Castellum aquae, in località La Fiora.

12. Immagine sopra: il Ponte romano detto di Sant’Aneglio poco lontano dall’attuale centro abitato di Amaseno (FR) – foto G. Pavat 2020

Però è sempre un’esperienza altamente suggestiva ripercorrere quei luoghi anche con la mente, esplorando l’area dove circa due millenni or sono questa testimonianza archeologica portava l’acqua non solo a Terracina, ma a molti paesi che la separano dalla Valle del fiume Amaseno, tra i quali Roccasecca dei Volsci dove il tratto sopravvissuto all’usura del tempo – come già accennato – viene ancora chiamato “gli Connutto de’ gli Diavolo“.

13 -14 Immagini sopra e sotto: un tratto dell’antico acquedotto del II secolo d.C. che oggi è esplorabile nei dintorni di Terracina, in località La Fiora. Una sezione del tratto interratosi nel corso dei secoli.

 

Non è vero… ma ci credo!

Dal greco apotrepein deriva il termine apotropaico, ossia qualcosa, un oggetto, un’immagine, che “tiene a distanza” le forze del Male, o più semplicemente la “sfortuna”. Così appare abbastanza frequente rinvenire raffigurazioni di simboli di “fertilità”, di “lunga vita” – un phallus, ad esempio – anche su strutture architettoniche risalenti ad un lontano passato. Come è possibile constatare su una delle pietre dell’acquedotto che arriva fino a Terracina.

Analogamente è avvenuto in antico su una delle pietre delle mura di Alatri (Frosinone).

15. Immagine sopra: su una delle pietre che costituiscono l’Acquedotto di San Lorenzo (o dell’Amaseno), quasi due millenni fa, qualcuno ha scolpito un phallus con valenza apotropaica forse contro chi avrebbe voluto che la struttura non durasse nel tempo.

16. Immagine sopra: la Porta minore o “dei falli” all’Acropoli (o Civita) di Alatri (FR) – foto G Pavat 2020

17. Immagine in basso: Un ennesimo fallo apotropaico scolpito sulle mura ciclopiche dell’antica Cesi (TR) – da “Mura poligonali Alatri da Megalitismo in Italia Centrale. L’antica Cesi (Terni) come Alatri?”.http://www.ilpuntosulmistero.it/megalitismo-in-italia-centrale-lantica-cesi-tr-come-alatri-fr/ )

 

E, per concludere, sorridendo, riguardo alle variegate azioni apotropaiche, anti-jettatura”, di tempi a noi più vicini…

 

18. Immagine sopra: Niente di nuovo sotto il sole!
Negli anni Cinquanta del secolo scorso – non potendo ricorrere in pubblico ad espliciti gesti o “oscene” immagini apotropaiche – questo simpatico personaggio, munito di un corno rigorosamente rosso e di un barattolo in cui aveva acceso dell’incenso (meglio non inimicarsi i Santi…), passeggiava per le strade di Napoli scacciando il “malocchio” dai negozi in cambio di qualche spicciolo!

(Marco Mele, con Roberto Volterri)

– Se non altrimenti specificato, le foto sono state fornite di Marco Mele e Roberto Volterri.

19-20. Immagine sopra e in basso: ancora dei “Ponti del Diavolo”. Quello ritratto in alto è il Ponte romano presso la località di Comunacque non lontano da Trevi nel Lazio – foto G Pavat 2011.

Quello in basso è il Ponte del Diavolo che scavalca il Natisone a Cividale del Friuli – foto G Pavat 1989.

 

Il Ponte del Diavolo (Puìnt dal Diàul in friulano) è il simbolo della città di Cividale del Friuli (UD), fondata (secondo la tradizione) da Giulio Cesare nel 50 a.C., con il nome di Forum Iulii, da cui deriva il termine “Friuli”.

“Forum Iulii ita dictum, quod Iulius Caesar negotiationis forum ibi statuerat” così scrive il longobardo cividalese Paolo Diacono (VIII secolo d.C.) nella sua celebre Historia langobardorum.

In realtà è probabile che, in quell’area, i Romani avessero realizzato un castrum già nel II secolo a.C.., sopra un Castelliere carnico.

L’ardito ponte che scavalca la suggestiva e vertiginosa forra del fiume Natisone, venne costruito in pietra al posto di uno in legno esistente sin dal XII secolo. I lavori durarono dal 1438 al 1558. Artefici furono il lombardo Jacopo da Bissone (la localita alll’epoca faceva parte del Ducato di Milano,  oggi è compresa nel Canton Ticino), il carinziano Eraldo da Villaco (Villach) e l’istriano Bartolomeo delle Cisterne da Capodistria (che nel 1458 darà il via ai lavori del Duomo di Cividale), 

Il Ponte è dotato di due arcate; il pilastro centrale poggia su un grande masso masso (chiamato “fuiazze“) che si trova nel letto del fiume.

Secondo la versione più diffusa della leggenda sul Ponte del Diavolo, sarebbe stato il Demonio in persona a posizionare il macigno per permettere di innalzare il pilastro. In cambio aveva chiesto l’anima del primo essere vivente che avesse attraversato il ponte. La mattina dopo la fine della costruzione, i furbi cividalesi fecero passare un cane (o un maiale) beffando in questo modo il Diavolo.

Il fatto che il pilone centrale (ce ne sono tre in tutto) poggi su questo ha fatto sì che il Ponte (alto poco più di 22 e lungo 48 metri) si presenti con le due arcate asimmetriche, ovvero di 22 e 19 metri.

Fatto saltare in aria dalle truppe italiane il 27 ottobre del 1917 durante la ritirata di Caporetto, gli Austriaci lo ricostruirono per motivi di propaganda e inaugurarono nel maggio del 1918. Nel 1945 fu nuovamente danneggiato dai Tedeschi in ritirata. (G. Pavat. Ipplis 1989)

21. Immagine sopra: la statua di Giulio Cesare a Cividale del Friuli (UD) – fonte IlPuntosulMistero.

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