L’OMBRA DI CELESTINO V SULLE DIMISSIONI DI PAPA BENEDETTO XVI?

+++ PAPA LASCIA PONTIFICATO DAL 28/2 +++

L’annuncio choc delle dimissioni del Sommo Pontefice hanno, come era immaginabile, seminato sconcerto, stupore e anche preoccupazione, e non soltanto tra i fedeli. Com’è ormai noto, Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, durante un Concistoro, con voce serena e solenne, in latino, ha annunciato (in totale libertà) la volontà di dimettersi dalla carica di “Successore di Pietro”.
Una decisione obiettivamente storica ma che ammanta di umanità un pontefice considerato (in maniera frettolosa) troppo “sapiente”, troppo teologo e lontano dalle masse dei fedeli (soprattutto se posto a confronto del suo predecessore).
Personalmente ritengo che il gesto del Papa sia di grande coraggio e umiltà. E che certamente lascerà un segno positivo e forse di rinnovamento nella storia della Chiesa.

new_Jacopone da Todi - affresco di Paolo Uccello 1435-36 Cappella dell'Assunta Duomo di Prato

(nell’immagine: Frà Jacopone da Todi. Affresco di Paolo Uccello 1435-36 nella Cappella dell’Assunta nel Duomo di Prato)

Non mi schiero certamente con coloro che sin da subito hanno paventato scenari di dietrologia e complottismo. Solo il Tempo (forse) farà chiarezza in questa vicenda, che (ripeto) ci sta facendo vivere davvero un momento storico.

Anche perchè, a parte qualche precedente dei primi secoli della Chiesa, in cui molti Vescovi di Roma vennero perseguitati, incarcerati e messi a morte dai Romani, se si pensa all’unico caso di “rinuncia” al Soglio di Pietro, il pensiero vola alla vicenda medievale di Pietro dal Morrone, ovvero Celestino V.

Mi sono spesso occupato della singolare figura di Celestino V, sia nei miei libri (“Valcento. Gli Ordini monastico-cavallereschi nel Lazio meridionale”, Edizioni Belvedere 2007 e “Nel segno di Valcento”, Edizioni Belvedere 2010) che in diversi articoli. Anche in questo sito ne potete leggere uno, intitolato “Celestino V e i Templari. Che cosa c’è di vero sull’ipotizzato rapporto tra il Papa del “gran rifiuto” e l’ordine più potente e misterioso della storia?”.

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(Nella foto di G Pavat: il cenotafio di Celestino V nell’eremo di Sant’Antonio Abate a Colle del Fico- Ferentino – FR)

Pietro dal Morrone, nato ad Isernia (Molise) nel 1209 (per altri 1215) come Pietro Angelerio, sin da giovanissimo sentì una forte attrazione per la vita eremitale e contemplativa.
Ritiratosi sul Monte Morrone in Abruzzo (da cui l’appellativo di “Pietro del Morrone”), visse in odore di Santità, finchè, incredibilmente venne eletto, il 27 luglio 1294, alla più alta carica della Cristianità. La sua elezione fu la clamorosa conclusione del lungo “Conclave di Perugia”, seguito alla morte di Papa Nicolo IV (Girolamo Masci di Lisciano nelle Marche 1288-1292).

new_1 Chiesa di S Antonio Abate a Colle Fico  sec XIII

(Nella foto: L’eremo di Sant’Antonio Abate a Colle del Fico a Ferentino – FR)

Pietro dal Morrone assunse il nome di Celestino V e venne consacrato il 29 agosto nella Basilica di Collemaggio a L’Aquila, da lui stesso fatta costruire anni prima.
Si è spesso scritto che a fornire i mezzi finanziari per realizzarla siano stati i Cavalieri templari. Se non altro perchè risulta difficile spiegare come un povero eremita (sebbene noto in tutta la Cristianità) possa aver trovato tutti i fondi per una simile costruzione.
Sebbene fosse un uomo di profonda Fede e Spiritualità, e nonostante la sua elezione fosse stata vista come il Segno del rinnovamento della Chiesa ed il realizzarsi delle profezie di Gioacchino da Fiore (1130-1202) sull’avvento del “Pastore Angelico”, Celestino V non seppe destreggiarsi tra i meandri ed i maneggi politici della Curia Pontificia. Che, come tutti i centri di Potere Politico (ed economico) non brillava certamente per comportamenti Evangelici.

new_12 Celestino V che depone la tiara papale - affresco all'interno della chiesa di S Antonio a Colle del Fico a Ferentino (FR)

(Nella foto di G Pavat: Celestino V depone la tiara papale. Affresco nell’eremo di Sant’Antonio Abate a Colle del Fico a Ferentino – FR)

Inoltre, Celestino V, accettando volentieri la protezione del Re di Napoli Carlo d’Angiò (dopotutto Pietro Angelerio era un suo suddito e anche L’Aquila, luogo dell’incoronazione, si trovava nel Regno angioino) ) si fece convincere a portare la sede Papale a Napoli, più sicura della turbolenta Roma in preda ai soliti disordini fomentati dalle varie famiglie nobili capitoline e laziali.
Ma la protezione di Carlo II d’Angiò, non favorì certamente l’indipendenza di giudizio e decisionale dell’operato di Celestino V.

Dante Alighieri

All’epoca, in mezzo agli entusiasmi e auspici e speranze di un nuovo corso della Chiesa, si levò soltanto uan voce perplessa e dubbiosa. Quella di Iacopone da Todi (che pure faceva parte degli ambienti degli “Spirituali”, molto vicini a Celestino V) che compose una dura e famosa invettiva, con cui spiegava i propri dubbi, timori e disincanto, che inizia con il celebre:
“Che farai Pier da Morrone?/ Sei venuto al paragone”.

Gli spirituali erano stati sottoposti a vessazioni e persecuzioni nell’ordine francescano a causa del loro atteggiamento intransigente e restio ad ogni compromesso nei confronti dei cosiddetti “conventuali”.
Celestino V, invece, li riconobbe ufficialmente come ordine a se stante con il nome di “Pauperes heremitae domini Celestini”.

Dopo soli quattro mesi, Celestino V, probabilmente convinto anche dal Cardinale (ed insigne giurista) Benedetto Caietani di Anagni (futuro pontefice Bonifacio VIII), rinunciò, sino ad oggi unico pontefice nella storia, alla tiara.

La decisione suscitò enorme scalpore in tutta la Cristianità, proprio come sta succedendo adesso, anche perché diede il via libera all’elezione dello stesso Benedetto Caietani, che prese appunto il nome di Bonifacio VIII. Questo spiegherebbe il livore di Dante Alighieri (1265-1321), che accuserà Celestino V di aver, “per viltade”, fatto il “Gran rifiuto”

Tutti i primi commentatori di Dante riconobbero Celestino V nel personaggio tratteggiato nei vv. 59-60 del III° Canto dell’Inferno;
“vidi e conobbi l’ombra di colui/ che fece per viltade il gran rifiuto”.
Anche perché è ovvio che Dante stesse parlando di un proprio contemporaneo.
Ma è doveroso sottolineare che diversi studiosi hanno proposto nel corso del tempo altre possibilità, come il biblico Esaù oppure gli Imperatori Romani Diocleziano o Giuliano l’Apostata.
Giovanni Pascoli lo identificò, invece, con Ponzio Pilato.
La condanna Dantesca non venne invece recepita da Francesco Petrarca (1304-1374), che, al contrario, nel “De vita solitaria”, difese Celestino V, escludendone la viltà d’animo e sottolineando come la sua abdicazione sia stata “utile a se stesso e al mondo”, proprio alla luce della sua palese inesperienza.

Francesco Petrarca

Pietro del Morrone, o Pier Celestino, come cominciarono a chiamarlo immediatamente dopo l’abdicazione, cercò disperatamente di tornare al suo eremo sui monti dell’Abruzzo.
Sperava che il Mondo si dimenticasse di lui. Ma, purtroppo, non fu così.

Non ci potevano essere due Papi in circolazione. Nonostante uno dei due fosse un “ex” e non nutrisse la benché minima intenzione di ritornare sulla propria decisione ed insidiare il Trono di Bonifacio VIII.
Ma i molti nemici del Caietani stavano già tramando per strumentalizzare l’Eremita Morronese in funzione antibonifaciana.
Già circolavano voci che proclamavano nulla, non valida, l’abdicazione. Aleggiava il fantasma di uno Scisma. Gli eterni nemici dei Caietani, i Colonna ed i loro alleati, erano in ebollizione. E Bonifacio fu implacabile. Perseguitato dal suo successore, Pier Celestino si recò in Puglia per tentare di fuggire in Grecia ma venne catturato sul Gargano.

Condotto nel Palazzo Caietani ad Anagni, fu poi rinchiuso nella tetra Rocca di Fumone.

Qui morì in circostanze mai chiarite, forse assassinato, il 19 maggio del 1296.
Il corpo dell’anziano “ex” pontefice venne poi sepolto nella Chiesa di Sant’Antonio Abate a Colle del Fico a Ferentino (FR), ove ancora oggi si può vedere, al centro della navata il suo cenotafio.
La tomba è vuota perché, dopo circa trent’anni, nel 1327, le sue spoglie vennero trafugate (secondo la tradizione) dagli Aquilani (secondo altri dai sopravvissuti dei Templari) e deposte nella Basilica di Collemaggio. Ove riposano tutt’ora, miracolosamente scampate alla furia del sisma del 6 aprile 2009. Celestino V sarà poi proclamato Santo ad Avignone nel 1313.

Ovviamente i parallellismi tra Celestino V e Benedetto XVI (aldilà della rinuncia al Papato) sono risibili. Altri tempi. Inoltre certamente il pontefice tedesco non avrà da subire le persecuzioni del suo lontano predecessore molisano. Per non parlare della sua tragica fine.
Anche perchè con la morte di Celestino V si aprì un epoca di grandi travagli per la Chiesa e per tutta l’Europa. Con Bonifacio VIII il secolare scontro tra “Trono” ed “Altare” giunse al calor bianco, con l’esiziale duello tra il papa anagnino ed il re di Francia Filippo il Bello, che si concluse con lo “Schiaffo di Anagni” e la successiva morte del papa.

Il successore, il domenicano Nicolò Boccassini di Treviso, che prese il nome di Benedetto XI, (1240–1304), eletto il 22 ottobre 1303, durò pochi mesi. Morì infatti il 7 luglio del 1304 (nel 1736 Papa Clemente XII proclamò “Beato” Benedetto XI), si disse avvelenato per volere di Filippo il Bello. Bendetto XI aveva scomunicato i protagonisti dell’oltraggio di Anagni (Guglielmo di Nogaret compreso) che erano suoi emissari o alleati ed il sovrano d’Oltralpe temeva di essere il prossimo della lista. Inoltre voleva facilitare l’elezione di un “Papa francese”, tale non solo per provenienza geografica.

Ed infatti scoccò l’ora del guascone “Pastor sanza legge”, come lo bollò Dante Alighieri, ovvero Clemente V, al secolo Bertrand de Got. Debole e pavido, fu un semplice burattino nelle mani di Filippo il Bello.
Fu suo complice nella persecuzione e distruzione dell’Ordine dei Cavalieri Templari (iniziata con gli arresti in quella tragica alba del Venerdì 13 ottobre del 1307) ed inoltre fu altrettanto colpevole dell’aver spostato nel 1313 la sede papale in Francia. E precisamente nella città di Carpentras. Dopo la sua morte (1314) ed il lungo Conclave di Lione, il suo successore Giovanni XXII continuò a mantenere la “Santa Sede” in Francia nella vicina città di Avignone. Cominciava così il lungo assoggettamento della Chiesa al potere politico dei sovrani francesi e materiale residenza in terra francese, che tra alterne vicende durerà sino al 1377 e passerà alla storia come “Cattività avignonese”.

Giancarlo Pavat
giancarlo.pavat@gmail.com

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