SCOPERTA A TRIESTE LA “ROSA CAMUNA” PIU’ ANTICA DEL MONDO?

 

Rosa camuna

DALLE GROTTE DEL CARSO TRIESTINO RIEMERGE UNO DEI SIMBOLI PIU’ ANTICHI DELLA STORIA DELL’UOMO.

LA ROSA CAMUNA DI TRIESTE.

 

La divinità primordiale dei nostri antenati paleolitici e neolitici era femminile, riflettendo il primato della madre. Infatti non abbiamo trovato immagini di un Dio padre in nessun documento preistorico. I simboli e le immagini paleolitiche e neolitiche si raggruppano intorno a una Dea che genera se stessa e alle sue funzioni basilari di Datrice-di-vita, Datrice-di-morte e Rigeneratrice. Questo sistema simbolico rappresenta un tempo ciclico, mitico e non lineare.

(da Marija Gimbutas, “La civiltà della Dea. Il mondo dell’Antica Europa”, vol. 2 – Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo).

1 Dea incisa su avorio di mammuth

(Immagine 1: figura di dea dai grandi seni scolpita su avorio di mammut con un curioso stile geometrico. Paleolitico Superiore. Gravettiano orientale. Pr˘edmosti, Moravia, Cecoslovacchia; 20.000 a.C. ca; da M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Le Civette di Venexia)

Secondo la studiosa lituana (Marija Gimbutas NDR), numerosissimi reperti europei dimostrano che nel nostro continente si è sviluppata una civiltà pacifica ed evoluta che ha resistito fino all’avvento della dominazione dei Kurgan. Durante quest’era di pace, che comprende l’espandersi della cultura neolitica dalla Mesopotamia fino ai margini occidentali del continente, la divinità era femminile: la Grande Madre, o come la si voglia chiamare, che rappresentava la Terra e i suoi cicli. In suo onore dovevano essere stati realizzati innumerevoli manufatti, con simbolismi peculiari che esprimevano il ciclico andamento della vita e della natura.

La Dea ovviamente doveva avere forme, nomi e culti diversi a seconda dei diversi territori in cui veniva venerata e la Gimbutas ha avuto il merito di cogliere la diversificazione dei culti nelle diverse realtà europee.

L’ispirazione che ha messo in moto le ricerche che hanno portato a questo studio viene da una realtà europea molto vicina, quella triestina: da molti anni possiedo una copia del libro “Caput Adriae1) e spesso mi sono ritrovata a osservare e ammirare in particolare la foto di due coppe rituali 2) ritrovate nella Grotta dei Ciclami situata nel Carso triestino.

11 La Coppa rinvenuta nella Grotta dei Ciclami

(Immagine 2: la coppa rinvenuta nella Grotta dei Ciclami sul carso triestino)

12 Il piede della Coppa della Grotta dei Ciclamini con la Rosa Camuna.

(Immagine 3: il “piede” della coppa rinvenuta nella Grotta dei Ciclami sul carso triestino. Non vi è alcun dubbio che abbia la forma di una “Rosa Camuna”)

Ispirata inoltre da alcuni viaggi in Sardegna e da certe recenti scoperte di archeo-astronomia, guardando i semplici ma al tempo stesso elaborati disegni incisi sulle due coppe in questione, mi sono incuriosita riguardo le possibili intenzioni degli antichi a loro riguardo: poteva esserci un significato simbolico non immediato? Quale poteva essere?

Il più delle volte le note di scavo descrivono accuratamente i reperti ma non danno spiegazioni sul loro eventuale significato.

Osservando le coppe non ho potuto fare a meno di ricordare i corpi celesti che i nostri antenati conoscevano bene  e pensare al senso di sacro e profondo misticismo che a mio sentire quelle forme esprimevano. Ma, non disponendo di strumenti culturali idonei a decifrarne un eventuale linguaggio, mi limitavo a giocare con le mie intuizioni.

Il piede di una delle coppe è modellato creando un curioso disegno quadrilobato: ed è stato proprio questo a portarmi a successivi quesiti e riflessioni. Successivamente, navigando di sito in sito, ho trovato proprio quel disegno riportato in un articolo: e di quel disegno il dott. Brunod, scrittore di saggi sulla cultura grafica della Valle Camonica, diceva che si trattava del più antico esempio di Rosa Camuna.

2 Rosa Camuna Val Camonica

(Immagine 4; La classica “Rosa Camuna” che si incontra sulle rocce della Valle Camonica e delle Alpi lombarde).

La Rosa Camuna quadrilobata è stata riscontrata per novantadue volte tra le trecentomila incisioni rupestri della Valle Camonica: con stupore mi sono trovata così a constatare che tra il piede della coppa e la rosa camuna potessero esserci delle corrispondenze.

La teoria di cui avevo letto era vera? Anche se la risposta fosse stata negativa, quanto meno la corrispondenza era molto curiosa.

Le due coppe su piede rinvenute nella Grotta dei Ciclami sono paragonabili a forme tipiche della “Cultura di Lubiana” dell’Eneolitico (3.500. 1.800 a. C.) – Bronzo Antico (1.800- 1.600 a.C.): ma cosa potevano avere in comune con una Rosa Camuna?

A questi sono seguiti altri quesiti: quali culti professavano le genti che hanno posto le coppe rituali in quella grotta? Perché ci sono poche coppe in questo stile detto di Lubiana? Si ipotizza che gli artigiani che le hanno realizzate provenissero dai Balcani o da regioni dell’Asia: ma qual era la loro terra natia, esattamente? E le avranno realizzate sul posto o le avranno, per così dire, importate? Abitavano lì, o quantomeno nei paraggi, oppure andavano e venivano seguendo le vie della transumanza?

3 framm coppa su piede Grotta del pettirosso

(Immagine 5: frammento di coppa su piede, rinvenuto il 2 giugno 1895 nella Grotta del Pettirosso dall’archeologo austriaco L.K. Moser, pag 149 del libro Ludwig Karl Moser (1845-1918) med Dunajem inTrstom /  tra Vienna e Trieste/”)

 

Sono così iniziate le ricerche, a partire da quelle nella Biblioteca del Civico Museo di Storia Naturale e nella Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste e sono entrata in contatto con la Società di Storia e Protostoria.

Ho contattato il sig. Stanko Flego e la sig.ra Lidija Rupel, coautori di un libro sulla vita e le scoperte dello studioso austriaco Ludwig Karl Moser, ed infine la prof.ssa Manuela Montagnari, docente universitaria di Archeologia a Trieste.

Successivamente mi sono recata al Museo di Postumia, dove speravo di trovare un frammento di una coppa (rinvenuta dal Moser nel 1907) che poteva essere simile alle due coppe dei Ciclami, ma non ho trovato niente. Sono perciò andata in Valle Camonica seguendo la traccia del dott. Brunod.

Lì ho visto rose camune e altre incisioni rupestri, veramente stupefacenti, da lasciare senza fiato per la bellezza e lo stato di conservazione dovuto alla dedizione degli archeologi.

Tornando ai vasi rituali della Grotta dei Ciclami, molto dobbiamo a coloro che li hanno ritrovati, in tempi piuttosto recenti, e che li hanno già molto studiati , grazie ai quali ci è permesso, a distanza di moltissimo tempo, di poter far conoscere queste meraviglie

4 Grotta dei Ciclamini

(Immagine 6 e 7: La Grotta dei Ciclami. In basso il cunicolo in cui sono stati trovati i vasi).

5 Grotta dei Ciclamini -cunicolo dove sono stati trovati

Le mie prime ipotesi sono basate sull’osservazione del territorio, ovvero il Carso triestino e le grotte, dato che è proprio in una grotta che sono stati recuperati i nostri reperti.

La scarsità dei manufatti ritrovati potrebbe indicare che la frequentazione di queste grotte fosse piuttosto saltuaria e limitata a brevi permanenze e che coloro che le usavano fossero piccoli gruppi di pastori appartenenti a culture che avevano la loro sede in un villaggio presso Zagabria e in una palafitta sorta nella piana di Lubiana (da cui lo “stile di Lubiana”).

Oltre che nella Grotta dei Ciclami, coppe simili, sempre nello stile di Lubiana, sono state ritrovate nella Grotta del Pettirosso, nella Grotta degli Zingari, in quella del Pettine, di Cotariova, nella Teresiana e in quella del Mitreo.

Quantomeno di queste siamo venuti a conoscenza ma non si può escludere che ce ne possano essere altre. Infatti il Carso triestino e quello sloveno è un territorio ricco di grotte ed è caratterizzato dalla presenza del Timavo, un fiume dal corso straordinario, parzialmente sotterraneo, che nasce in Croazia, a poca distanza dal confine, e attraversa la Slovenia e l’Italia.

Il culto di questo fiume è stato narrato da Virgilio, Posidonio, Marziale, dagli storici Plinio e Strabone, in età romana era venerato come una divinità: e, prima ancora, di certo avrà generato negli uomini preistorici grandi suggestioni di tipo spirituale.

Sappiamo di culti delle acque, soprattutto nelle aree delle sue risorgive e delle sue entrate sotterranee, culti che hanno impegnato assiduamente molti archeologi del passato e del presente. Precisamente a San Canziano, in Slovenia, dove il fiume si inabissa, sono stati ritrovati molti oggetti caratteristici, appartenenti a guerrieri, che furono gettati nel fiume ritualmente.

6 Le Bocche del Timavo presso S Giovanni in Tuba

(Immagine 8 e 9: Le Bocche del Timavo presso San Giovanni in Tuba, non lontano da Trieste).

7 Il Timavo prima sfociare nell'Adriatico presso S Giovanni in Tuba

 

Il Timavo mantiene a tutt’oggi il suo mistero e archeologi subacquei e speleologi di grande fama lo esplorano e si interrogano sul suo corso singolare, che a molti ricorda l’Acheronte.

Sullo straordinario fiume carsico si potrebbe scrivere all’infinito ma non è questo l’argomento del nostro intervento. Torniamo invece alle grotte: sul Carso ce ne sono numerose, tra cui tre di dimensioni importanti, censite nell’accurato catalogo del C.R.I.G.A. (Catasto Ragionato Informatico delle Grotte Archeologiche), indispensabile guida per chi vuole conoscere bene il territorio.

Secondo quanto mi ha detto un nativo americano di origine Navaho, per la sua cultura le grotte sono i luoghi privilegiati dalla Madre Terra, perché nelle grotte essa partorisce le idee. L’immagine è molto suggestiva: la grotta è l’utero della Madre Terra, l’utero antico e ancestrale da cui tutto ha origine, dove esiste il buio ed esiste la luce e dove le tenebre possono essere rischiarate e portare alla luce nuovi mondi.

Ma le grotte, oltre ad essere i luoghi cultuali per eccellenza, hanno rappresentato in tutte le culture anche il rifugio dalle intemperie e dagli animali predatori e in definitiva erano molti i motivi per onorarle o per immaginare in loro una Divinità operante e protettiva, sicuramente di tipo femminile, almeno nelle epoche di cui tratteremo.

La grotta è però anche il luogo dell’oscurità e della notte, perciò il suo astro ideale è la Luna.

Le quattro fasi lunari e tutti i fenomeni celesti, come, d’altra parte, quelli di carattere ctonio,  dovevano avere particolare importanza per gli uomini di quel tempo: la loro sopravvivenza dipendeva drammaticamente dai fenomeni naturali che assumevano perciò ruoli divini.

L’alternarsi di alba e tramonto, delle fasi lunari, le eclissi, il passaggio delle comete, le stelle cadenti e tutti i fenomeni naturali a cui si assiste sulla Terra, avranno fatto emergere diversi culti associati al mantenimento costante dell’equilibrio naturale. Anche gli stessi elementi quali l’aria, la terra, il fuoco e l’acqua, sono stati divinizzati e ad essi sono stati dedicati molti culti di tipo sciamanico-animista.

Se è vero che l’uomo prima dell’avvento dell’agricoltura neolitica viveva solo di caccia, e possiamo immaginare i rischi che questa poteva rappresentare, la prossimità con gli animali feroci deve aver comportato un approccio animista alla divinità che veniva interpretata anche in maniera zoomorfa (basti pensare al dio Cernunno con le corna di cervo): questo aspetto è del resto evidente negli affreschi presenti in certe grotte, come quella di Lascaux.

La Terra era la Dea, Madre di tutte le cose, e il Cielo era il Padre: in perfetto equilibrio, si alternavano come il giorno e la notte. Il proposito era quello di preservare la Madre e adorarla nella speranza che essa continuasse a elargire i suoi doni. La ciclicità e lo scorrere del tempo erano sentiti come un miracolo da onorare e contestualizzare, studiare, osservare: e infine riprodurre attraverso manufatti artistici.

Tutto questo complesso di culti, scalzati via dalle grandi religioni organizzate, sono stati difesi tenacemente nelle società agresti e montane e permangono nelle società cosiddette primitive o indigene.

Nel nostro caso, quello dello studio dell’origine dei due vasi rituali si può ipotizzare una sorta di culto inerente all’acqua.

Ma, se è probabile che l’acqua che scendeva dalle stalagmiti venisse raccolta in un qualche contenitore per essere poi usata in maniera rituale, le coppe in questione sono troppo ben conservate per essere state usate a questo scopo, il decoro si sarebbe deteriorato. Allora vien da  pensare che il disegno stesso potesse rappresentare l’offerta.

D’altra parte, il loro eccellente stato di conservazione può essere dovuto a un mero caso: forse sono state usate poco o mai. In tal caso, si potrebbe allora ipotizzare che servissero in effetti a contenere l’acqua, quella raccolta dallo stillicidio o altra, e che, grazie ai sacri disegni, la rendessero a sua volta sacra, benedetta, guaritrice. Ma mi sembra un po’ inverosimile.

Della credenza del potere di guarigione dell’acqua ci sono continuative testimonianza nel corso dei millenni: ancor oggi, in luoghi considerati sacri, spesso consacrati dalla Chiesa cattolica come Lourdes, l’acqua è il medium attraverso cui passa la guarigione.

Le nostre coppe sono state rinvenute in una grotta che attualmente non ospita pozze o laghetti ma sembra che in passato fosse collegata ad un’altra cavità che ne conteneva. In definitiva non sappiamo come fosse la situazione geologica nella preistoria ma, ad ogni modo, lo stillicidio avveniva di certo.

8 Grotta della Tartaruga

(Immagine 10: Stillicidio delle acque: la Grotta della Tartaruga sul Carso triestino – foto Gianna Skarlavaj).

9 Grotta Oniria - Val Rosandra

(Immagine 11: Stillicidio delle acque: la Grotta Oniria in Val Rosandra, non lontano da Trieste – foto Gianna Skarlavaj).

 

A Santa Croce, frazione di Trieste, per esempio, nella Caverna dei Vasi, sono stati rinvenuti parecchi vasi  nella chiara posizione di raccolta delle acque di stillicidio, che secondo gli autori Gherlizza e Halupca, lì avveniva.

Secondo i numerosi studi dedicati alle popolazioni che abitavano le grotte del Carso, si è giunti all’incerta conclusione che si trattasse di pastori nomadi, forse di provenienza balcanica. Sono stati ritrovati resti di animali da cui si deduce che la dieta di queste genti fosse basata su carne di capra e pecora: pertanto si può ritenere che fossero appunto pastori. Del resto il Carso, per sua peculiare struttura, non offre grandi alternative, non di certo quelle legate all’agricoltura.

La questione spinosa è che secondo alcuni studiosi non è possibile parlare di Neolitico sul Carso perché il tratto distintivo di quest’era è l’agricoltura, che qui invece non è facile. Altri studiosi però assecondano un’ipotesi di Neolitico carsico peculiare, proprio perché questo territorio è attraversato da sempre da diverse correnti culturali: allora si può immaginare che, a differenza di altri territori, qui si sarà sviluppata una realtà anomala rispetto al contesto neolitico generale. Materia in cui si sono dibattuti grandi studiosi, dal Marchesetti ai giorni nostri e  di cui posso solo riportare opinioni.

Come si è detto, i due vasi su piede, rinvenuti presso i Ciclami, sono stati classificati come appartenenti allo stile di Lubiana.

Sempre durante la fase neolitica, in altre grotte, sono stati trovati resti di vasi molto vicini all’acqua; nelle grotte troviamo spesso anche piccoli laghetti e vari fenomeni di tipo acquatico.

Anche nella Grotta Scaloria, esaminata accuratamente anche da speleologi triestini, sono stati ritrovati molti vasi legati al culto delle acque e a culti di fertilità e devozione alla Dea Madre.

Come detto in precedenza, alcuni studiosi hanno ipotizzato anche nel Carso triestino culti legati allo stillicidio, del resto con tutte le grotte che si trovano nell’arco triestino e sloveno non c’è  affatto da stupirsi.

Ma non è detto che questi culti siano collegati direttamente alle coppe su piede: non possiamo esserne sicuri.

Al di là di tutte le ipotesi, più o meno circostanziate, ciò che affascina è la possibilità che il disegno sul piede di uno dei nostri vasi possa essere il più antico esempio di rosa camuna.

Interessante è ricordare inoltre che nella Grotta di San Servolo, vicino al confine con la Slovenia, è stata trovata un’incisione rupestre, che rappresenta una capanna, prodotta con il mezzo della percussione indiretta.

Secondo il dott. Ausilio Priuli, questa figura ha un unico confronto con le incisioni simili della Valle Camonica. E, oltre alla capanna che lui ipotizza essere di tipo hallstattiano, ci sono altre due incisioni uguali ad alcune presenti nella Valle Camonica.

Con questa conclusione, rimando agli esperti in materia lo studio su queste particolari simbologie. Sperando di aver contribuito alla ricerca, ringrazio tutte le persone che mi hanno aiutato.

(Daniela Fogar).

Note:

  1. Caput Adriae – La Preistoria, Quaderni didattici della Cassa di Risparmio di Trieste, a cura dei Civici Musei di Storia ed Arte II, Trieste, 1984;
  2. conservate nel Museo Scientifico Speleologico della Grotta Gigante (Borgo Grotta Gigante-Trieste);
  3. in appendice la bibliografia, gli autori, le date.

Referenze immagini (dove non altrimenti specificato): Daniela Fogar.

Bibliografia:

Stanko Flego e Lidija Rupel, “Ludwig Karl Moser (1845-1918) – med Dunajem inTrstom /  tra Vienna e Trieste/”

Caput Adriae – La Preistoria”, Quaderni didattici della Cassa di Risparmio di Trieste,  a cura dei Civici Musei di Storia ed Arte II, Trieste, 1984

La Grotta degli Zingari” e  “la Grotta di Cotariova”, Atti della Società per la Preistoria e Protostoria (1996)

Marija Gimbutas, “La civiltà della Dea. Il mondo dell’Antica Europa”, vol. 2 (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo)

Le incisioni rupestri nel Friuli Venezia Giulia”, testi di: Laura Ruaro Loseri, Ausilio Priuli.

Emanuela Gilli; Emanuela Montagnari Kokelj, “La Gotta dei Ciclami nel Carso Triestino: materiali degli scavi 1959-1961”.

Progetto C.R.I.G.A.  Catasto Ragionato  Informatico  delle Grotte Archeologiche

Emanuela Montagnari, “Why settling a Karstic Area? Considerations the Triest Karst( North-Eastern Italy) in the late Prehistory”, in HISTRIA ANTIQUA

Il Carso della Provincia di Trieste”, Dante Canarella, ed. Italo Svevo.

 

I miei più sentiti ringraziamenti vanno in particolare al

sig. Mauro Vigini, Presidente del C.A.I. “Società Alpina delle Giulie” e al “Museo Scientifico Speleologico della Grotta Gigante”- Sgonico (Trieste) per la gentile autorizzazione alla pubblicazione delle foto dei reperti esposti al  Museo della Grotta Gigante.

e, a seguire, a

Emanuela Montagnari dell’Università degli Studi di Trieste;

Severino Fragiacomo della Società di Storia e Protostoria di Trieste;

Stanko Flego e Lidija Rupel, autori del libro sulla vita dell’archeologo Ludwig Karl Moser;

Livio Fogar e  Luca Moro del Museo di Storia naturale di Trieste;

C.R.I.G.A. Catasto Ragionato  Informatico  delle Grotte Archeologiche;

Gruppo speleologico San Giusto;

Alessandra Nicolini;

Paolo Del Core amministratore di Misteri e meraviglie del Carso.

(L’autrice)

 

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