Strani, antichi, “misteri e segreti” dell’altra metà del cielo; di Roberto Volterri.

 

Immagini di apertura: Claudia de’ Medici (1604 – 1648), Arciduchessa d’Austria e e Contessa del Tirolo, moglie dell’Arciduca Leopoldo V d’Austria. A destra, la Regina Vittoria (1819 – 1901) era solita farsi ritrarre con abbondanza di pizzi e merletti. In questo ritratto del 1897 tiene graziosamente in mano anche un fazzoletto e un ventaglio. Ne parleremo approfonditamente nell’articolo.

 

Strani, antichi, “misteri e segreti” dell’altra metà del cielo

di Roberto Volterri

 

 

“Le donne sorreggono metà del cielo”.

Era il lontano 1968 quando Mao Tse-tung, politico, rivoluzionariofilosofo e anche dittatore cinese si espresse proprio con questa frase, ormai grandemente diffusa, per affermare che le donne sono un’importante risorsa volta a completare e migliorare l’umanità intera. Risorsa che – nonostante l’apparente fragilità – possiede intelligenza e capacità tali da metterla in grado di fare gran parte di ciò che fanno solitamente gli uomini. In qualche caso, forse di più…

Ma ben si sa che le donne, fin dalla più giovane età, appaiono molto spesso anche “giudiziosamente vanitose,” amano i bei vestiti, desiderano avere fluenti capigliature con un taglio alla moda e conoscono tutti i segreti della più avanzata cosmesi per apparire piacevoli agli occhi altrui e a se stesse. E tutto ciò, nel corso dei secoli, ha radicalmente cambiato usi e costumi, la società intera, favorendo anche la ricerca di nuovi materiali – tessuti in particolare – per dar vita a diverse, più gradevoli, più resistenti abiti.

Però “l’altra metà del cielo” ha spesso creato strane situazioni – in qualche caso dovute a contingenti vicende storiche – che hanno originato alcuni curiosi detti popolari e, forse, anche diverse, più gradevoli, nuances cromatiche.

È il caso, ad esempio, del color “bianco Isabella” con cui iniziamo questo breve viaggio tra alcuni “misteri e segreti” dell’universo femminile nel corso dei secoli…

 

L’olezzante color “bianco Isabella”…

Olanda. Anno del Signore 1598.

L’Arciduca Alberto, figlio di Massimiliano II, intraprende l’ennesima campagna di guerra e al suo seguito c’è anche la gentil consorte Isabella Clara Eugenia d’Asburgo, Infanta di Spagna e figlia di Filippo II, la quale desidera condividere onori ed oneri della bellica impresa.

Sotto le mura di Ostenda, Isabella fa voto di non cambiarsi nessuno degli indumenti, che al momento indossa, fino al giorno in cui gli abitanti della città non si siano arresi. Passano i mesi, passano gli anni – quasi tre e mezzo circa! – e l’Arciduchessa, ben fedele all’impegno preso, vede la sua bianca camicetta e ogni suo indumento, cambiar colore ‘virando’ verso un inquietante tonalità compresa tra un evanescente giallo e un indefinibile marrone chiaro.

Ma “vira” anche l’afrore proveniente dai suoi abiti…

  1. Immagine sopra: Isabella Clara Eugenia d’Asburgo (1566 – 1633), con un meraviglioso, forse olezzante, abito color “bianco Isabella”. E un altro vezzoso accessorio che incontreremo più avanti…

 

Finalmente le truppe capitanate dall’Arciduca Alberto entrano in Ostenda facendo felici i cortigiani i quali, per celebrare l’evento, pensano di rendere omaggio alla sovrana battezzando ‘bianco Isabella’ quella particolare tonalità di bianco molto sporco – ed olezzante! – assunto dai vestiti della tenace consorte dell’Arciduca stesso.

Fu veramente Isabella Clara Eugenia d’Asburgo a dare il nome ad un colore “bianco che meno bianco non si può” – per parafrasare un noto spot pubblicitario di qualche tempo fa – oppure fu un’altra gentile dama, Isabella di Castiglia, detta la Cattolica (1451 – 1504) la quale si era ripromessa di non cambiare la biancheria per ben otto mesi, durante l’assedio della città di Granada da parte di Ferdinando II d’Aragona?

Non si sa con certezza ma – storicità degli eventi a parte – poco importa ai fini del nostro breve viaggio tra alcuni “segreti” dell’altra metà del cielo

  1. Immagine sopra: Isabella di Castiglia, detta la Cattolica (1451 – 1504), È auspicabile che il colore del suo abito fosse così… fin dall’inizio.

 

Ma è ovvio! Quelli appena descritti sono due casi isolati, dovuti a particolari circostanze.

E invece no, perché nei tempi andati anche le donne non facevano troppo caso all’igiene personale, forse ispirate dall’affermazione di San Francesco di Sales per il quale “… la bellezza, perché piaccia, deve essere negletta…”.

Santa opinione a cui però fa da contraltare quella di William Shakespeare

La bellezza, senza bisogno di difensori, persuade da sé gli occhi degli uomini”.

Scuole di pensiero a parte, almeno nel XV secolo la pulizia, l’igiene personale non sono molto di moda se un bagno completo, in acqua calda, viene effettuato solo una volta l’anno e preferibilmente in autunno!

Più tardi, però, l’uso del bagno diviene quasi una moda poiché le belle – ma anche le aspiranti tali! – passano ore e ore nella tinozza piena d’acqua e, chi può, si fa servire anche cibo e bevande. Una cura particolare viene poi riservata ai capelli, lavandoli sempre più spesso e seguendo riti alquanto complicati.

Dopo aver letto un libro di Messer Giovanni Marinello pubblicato a Venezia nel 1562 e intitolato “Gli ornamenti delle donne tratti dalle scritture di una Regina greca”, le patrizie venete dotate di una capigliatura bruna, decidono ad esempio di diventare rapidamente bionde dopo aver appreso che le statue di Apollo e di Venere dell’età classica avevano i capelli ricoperti da una sottilissima lamina d’oro.

  1. Immagine sopra: “Gli ornamenti delle donne tratti dalle scritture di una Regina greca”, testo di riferimento per ogni gentil dama della Venezia del XVI secolo

 La splendida Venezia vede così il fiorire di avvenenti pulzelle, in accappatoio sui terrazzini dei loro magnifici palazzi, munite di un cappello di paglia dalla tesa molto larga ma… privo della ‘cupola’.

Dal foro, infatti, le vanitose dame fanno uscire la folta chioma a cui il sole – dopo sei ore, però! – dona il famoso splendore dorato e rossiccio, particolarmente caldo, ricco, vicino anche al biondo, colore che forse ricordava i capelli di Lesbia, amante di Catullo, simbolo di raffinata eleganza, colore immortalato da Tiziano Vecellio (1490 – 1576) e che da lui prende il nome.

  1. Immagine sopra: Un bel dipinto del 1515, opera del Vecellio, in cui la dea Flora mostra una fluente chioma color… “rosso Tiziano”.

Non contente di tale trattamento? Niente paura!

Il solito Marinello consiglia allora di far “… bollire dell’acqua con un pugno d’allume per un tempo pari a quello impiegato per recitare un Pater Noster. Aggiungere due once di piombo bruciato, lasciare raffreddare, travasare e aggiungere due once di Sapone di Damasco, lasciando il tutto al sole…”.

Dopo di che, precisa l’esperto coiffeur d’altri tempi, non rimane che “… inzuppare la spugna e spremerla sopra la testa mentre vi pettinate… Quando i capelli saranno asciutti e arrotolati…miracolo! Essi incominciano a diventare di un biondo ‘ardito’ e cioè rosso…”.

Salvo complicazioni, naturalmente!

 

Aria fresca a portata di mano…

… fresca si fa per dire!

Il quasi scomparso accessorio con cui le settecentesche e civettuole damine usano nascondere il volto o lanciare maliziosi ‘messaggi’, ‘soffia’… l’aria che è disponibile nell’ambiente! Nulla di più, anche se è caldissima. Però – bisogna ammetterlo – il ventaglio aggiunge un gradevole tocco di femminilità a qualsiasi gentil signora dei nostri giorni che ‘osi’ ancora usarlo…

Fatto con pregiate piume di pavone, con fronde di palma o con il papiro egizio, l’economicissimo ‘ventilatore’ d’altri tempi nasce ben cinquemila anni fa e si sviluppa indipendentemente in diverse aree geografiche e in diverse culture. D’altra parte, il know-how necessario a mettere a punto la geniale invenzione è oltremodo scarso: basta ‘muovere’ l’aria con qualsiasi oggetto, et voilà, il gioco è fatto!

I soliti Cinesi del ventaglio fanno una vera e propria arte mentre i raffinati riccastri all’ombra delle piramidi ne fanno subito una sorta di ‘status symbol’, un oggetto che fa distinguere a colpo d’occhio l’alto dignitario dal rude addetto alle cave di pietra. Ma forse basta molto meno per fare i dovuti distinguo…

6-7. Immagini sopra e sotto: Nell’antico Giappone e in Cina il ventaglio divenne appannaggio esclusivo delle signore dell’alta società del tempo…

In terra d’Egitto nascono così delle vere e proprie nuove professioni, quali il “Servitore del ventaglio”, di solito alle dipendenze del ‘potentastro di turno’, oppure il ben più qualificato “Regale portatore del ventaglio”, esclusivo appannaggio del quasi divinizzato Faraone.

In qualsiasi film ‘peplum’ dei non lontanissimi anni Sessanta si vedono schiavi bianchi o neri che fanno oscillare in continuazione immensi ventagli di papiro intrecciato davanti ad uno sfaccendato padrone, mollemente sdraiato su un triclinio… un po’ ‘inventato’ da qualche immaginifico sceneggiatore. ‘Climatizzatori’ altamente… non tecnologici, insomma!

 

8-9 Immagine sopra, i flabelli, ventagli usati all’ombra delle piramidi egizie, insieme ad altri oggetti ornamentali. In basso, quello appartenuto a Tutankhamon, in legno dorato, paste vitree e lungo 125 centimetri, ormai privo di piume.

Se si pensa che l’ombra proiettata sul pavimento da quei ‘climatizzatori’ era ‘terra proibita’ ai poveri, normali cittadini si intuisce inoltre quale sia stata l’importanza riservata a questo ‘esclusivo’ accessorio domestico.

All’ombra della Grande Muraglia, in Cina, si usano ventagli molto più democratici ma con una sterminata varietà di forme e di colori.

Nasce così il ‘ventaglio schermo’ costituito da una leggera stoffa di seta tesa su un telaio di bambù e munito di un’impugnatura artisticamente laccata. Nel VI secolo d.C. qualche giapponese scopre l’invenzione cinese e la modifica – i soliti geniali plagiari! – realizzando i ventagli pieghevoli, prodotti con una robusta stoffa di vari colori, destinati agli usi più diversi.

Nasce così il ‘ventaglio per la danza’, il “ventaglio per il corteggiamento” e quello “per il tè”. I soliti ‘maschietti’ non rimangono di certo indietro e qualche ‘Mandarino’ attento alla moda corrente si munisce dell’apposito “ventaglio per andare a cavallo” oppure del ben meno utile “ventaglio da battaglia”.

In Giappone, importato dalla Cina nel VI secolo d.C., era in uso il ventaglio Uchiwa, utilizzato anche come status symbol dai nobili, proprio per differenziarsi dal popolo.  Nella versione più griffata ra realizzato con canne di bambù legate a raggiera, ricoperte da leggera carta washi, fatta a mano, di buona consistenza, resistente e traslucida. Sul manico e sulla carta erano dipinti abbellimenti di notevole fattura.

Il ventaglio Sensu era pieghevole, importato inizialmente dall’Egitto e poi dalla Cina tra la fine dell’VIII secolo d.C. e la fine dell’XII secolo d.C..

 

10-11. Immagine sopra  Ventaglio Uchiwa conservato in museo. In basso: la versione “Sensu”, pieghevole.

 

Copia e ricopia, il ventaglio ‘tecnologico’  ritorna in Cina sotto forma di sottili ‘lame’ di bambù unite tra loro ad un’estremità mediante un leggiadro nastro colorato: è finalmente nato il ‘ventaglio pieghevole’, il ‘brise’ realizzato anche con lamine d’avorio inciso, caratterizzato da complicatissimi ghirigori.

Copia e ricopia, il ventaglio ‘tecnologico’  ritorna in Cina sotto forma di sottili ‘lame’ di bambù unite tra loro ad un’estremità mediante un leggiadro nastro colorato: è finalmente nato il ‘ventaglio pieghevole’, il ‘brise’ realizzato anche con lamine d’avorio inciso, caratterizzato da complicatissimi ghirigori.

Più o meno – a parte lo scarso pregio dei materiali oggi usati – quelli che qualsiasi ‘vu’ cumprà’ ci offre con insistenza sulle bancarelle dei mercati!

 

Quel leggiadro quadratino di seta…

… di seta, di lino, di pizzo o di qualsiasi altro genere di stoffe, il fazzoletto ha una lunga storia che inizia addirittura nell’antica Roma del II secolo a.C.

All’epoca denominato ‘sudarium’ viene usato dai Romani più raffinati non per… soffiarsi il naso ma solo per tergersi proprio il sudore – magari, quasi alla fine del I secolo d.C., durante un estivo spettacolo di gladiatori nel Colosseo – oppure per coprirsi il viso e la bocca in caso di intemperie o davanti a qualche olezzante angolo dell’Urbs aeterna ove l’igiene non è proprio il primo pensiero del cittadino.

I ‘sudaria’, i leggiadri ‘quadratini’ di stoffa delle gentili matrone romane, all’epoca vengono tessuti nella città di Setabis, in Iberia, e perciò vengono comunemente chiamati ‘setabi’. Nei cruenti spettacoli all’interno del Colosseo servono anche per salutare gli amici… della ‘curva sud’ e – ma è solo una diceria… – anche per votare a favore o contro la sopravvivenza del gladiatore sconfitto.

Nel IV secolo d.C. finalmente qualcuno pensa che il ‘muscinium’ – ebbene sì, ora il fazzoletto ha cambiato nome – possa rendersi più utile in caso di inarrestabile raffreddore!

Lasciandoci alle spalle una decina di secoli, arriviamo nella Francia del XV secolo dove vediamo i marinai francesi, di ritorno dalle contrade del misterioso Oriente, introdurre nell’uso corrente dei leggeri ‘quadratini’ di lino con i quali le contadine cinesi si proteggono il capo dai cocenti raggi solari.

Le gentilissime dame dei nostri ‘cugini’ d’Oltralpe – sempre desiderose di essere le prime a lanciare nuove mode – adottano subito l’insolito accessorio e, naturalmente, lo chiamano ‘couvrechef’, copricapo. Gli Inglesi, per non essere da meno, copiano la moda, lo chiamano ‘kerchief’, lo tengono in mano in attesa del sole cocente e così, nei periodi di noia, si accorgono… che può servire anche in molte altre occasioni!

Nel XVI e XVII secolo i fazzoletti diventano ambitissimi e costosissimi accessori di moda poiché, decorati anche con fili d’oro e d’argento, vengono elencati nei testamenti e fanno parte della dote di promesse spose.

Impregnati di rare essenze vengono spesso offerti in dono ai regnanti di turno: sembra che la presenza del re Enrico III di Francia si sentisse a molte leghe di distanza proprio grazie ai suoi profumatissimi fazzoletti.

Ma sicuramente questo è gossip d’altri tempi…

 

12-13. Immagini sopra e sotto:   l’elegantissima Caterina de Alvarado, Marchesa di Montejaso in un ritratto del 1617 e la nobildonna Mariana de Neoburgo (1667 – 1740) seconda moglie del re Carlo II di Spagna con un elegante fazzoletto.

Nel 1530 il filosofo Erasmo da Rotterdam – autore del ben noto ‘Elogio della follia’ – consiglia, senza alcun ombra d’ironia’ “… Pulirsi il naso con la manica è segno di maleducazione.Vi assicuro che è corretto usare il fazzoletto da mano!”.

Nel XIX secolo le scoperte della medicina, l’individuazione dei numerosissimi germi diffusi nell’aria che respiriamo e la produzione in serie con stoffe di cotone a basso costo ne hanno definitivamente decretato il ben poco nobile uso con cui oggi conosciamo “ quei leggiadri quadratini”…

(Roberto Volterri)

 

  1. Immagine. Anche la “complementare altra metà del cielo”, l’uomo, ha utilizzato una sorta di fazzoletto, denominato “focale” o anche “sudario” perché destinato ad asciugare il sudore e a proteggere il collo dal continuo sfregamento della corazza durante i combattimenti. Qui vediamo il “focale” in una scena di battaglia scolpito sul diciottesimo rilievo della Colonna Traiana, a Roma.

 

Tutte le immagini sono state fornite dall’autore.

 

 

 

 

 

 

 

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