Da Ceccano (FR) straordinaria notizia: MISTERIOSI GRAFFITI RINVENUTI NEL CASTELLO DEI CONTI!!!!

 

ENIGMATICI SIMBOLI SCOPERTI NEL CASTELLO DEI CONTI DI CECCANO.

Il Castello dei Conti di Ceccano - foto G. Pavat

Il Castello dei Conti di Ceccano – foto G. Pavat

 

Giancarlo Pavat ci propone una sua prima analisi dei simboli graffiti nel Castello.

Misteriosi simboli graffiti all’interno del Castello di Ceccano (FR) sono recentemente tornati alla luce. A scoprirli è stato Andrea Selvini, giovane presidente dell’associazione “Cultores artium”, che si occupa dell’apertura al pubblico dell’antico maniero.

I simboli si trovano sull’intonaco di diversi ambienti tra cui le stanze un tempo occupate dal “Comites” nel maschio del castello, una delle sezioni più antiche della struttura.

Al momento abbiamo identificato le seguenti simbologie, tutte utilizzate nel Medio Evo;

  • numerosi esemplari di “Croce potenziata” detta anche “ramponata”; ovvero una croce alle cui estremità è presente un segmento perpendicolare che la trasforma in una croce a otto punte.
5 Varie Croci potenziate visibili a Ceccano

Nel collage di immagini, varie “Croci Potenziate” visibili a Ceccano -foto Pavat

 

La “Croce ad otto punte”, come quella “a coda di rondine“ (o “amalfitana” o “Giovannita” perché utilizzata dai “Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme” oggi “Cavalieri di Malta”) detta anche delle “Beatitudini”, rifacendosi alla celebre “Discorso della Montagna” di Gesù, ha un enorme valore simbolico, spirituale ed esoterico. Rimanda ai significati del “Principio ottonario”. L’Otto è un numero sacro in diverse culture e religioni. A questo “Principio” si rifà, nella geometria euclidea, la figura dell’ottagono, che ha otto lati, e otto angoli tutti uguali.

Tutte le figure ed i simboli che (come l’Ottagono e la “Croce ad otto punte”) fanno riferimento al “Principio ottonario”, rappresentano ciò che sta a livello intermedio, tra la Terra (generalmente indicata con un quadrato o figure ad esso riconducibili) ed il Cielo (rappresentato da figure circolari o sferiche). Riassume, quindi, il concetto di equilibrio perfetto tra le energie telluriche e quelle cosmiche ma anche quello di rigenerazione, di rinascita. Infatti rappresenta anche Cristo stesso, Dio fattosi Uomo. Risultato quindi del Divino (la sfera, il cerchio) e l’Umano (il cubo, il quadrato). Non per nulla il “Principio ottonario” venne usato come principio base di costruzioni sacre. Come la Moschea di Al-Aqsa, costruita dagli Arabi sui resti del Tempio di Salomone dopo al conquista di Gerusalemme nell’ottavo secolo d.C.. La quale divenne la “Casa Madre” dei Templari, dalla loro fondazione nel 1118 sino alla caduta della Città Santa in mano a Saladino nel 1187. Moltissimi Battisteri Cristiani si basano sulla figura geometrica dell’Ottagono. Come quello di Pistoia, del XIV secolo, progettato da Andrea Pisano, al cui interno si ammira la “Fonte battesimale” capolavoro di Lanfranco da Como. Con il Battesimo, scriveva Sant’Ambrogio, l’Uomo rinasce a nuova vita mondato dal Peccato Originale. Stesso discorso vale per le tantissime chiese a base ottagonale. Come quella, probabilmente appartenuta ai Templari, del Santo Sepolcro a Pisa, oppure la Cappella Palatina (VIII-IX secolo) della carolingia Cattedrale di Aquisgrana, dove si conservano il sarcofago ed il trono di Carlo Magno. Per Gregorio di Nissa, teologo greco del IV secolo d.C., che chiamava l’Ottagono “un cerchio con otto angoli”, la fondazione di una nuova chiesa, ovviamente a pianta ottagonale, corrispondeva alla nascita, alla creazione, di un “nuovo Cosmo”.

L’Ottavo giorno, il “Dies Domini“, è quello in cui Cristo risorse sconfiggendo la Morte per sempre.

Lo stesso mirabolante e misterioso Castel del Monte, la “ReichKrone” degli Hohenstaufen, si basa sul “Principio ottonario”. E quell’edificio, che si eleva solitario sulle arse colline del Mezzogiorno d’Italia, non fu certamente costruito per scopi militari o come semplice residenza imperiale. Castel del Monte doveva rappresentare il Simbolo Sacro della Maestà Sveva. Dopotutto Federico II°, lo “Stupor Mundi“, mirava a compendiare nella propria persona il “Regnum” ed il “Sacerdotium“. Essere, quindi, il vero ed unico intermediario tra il Popolo, la “Cristianitas” e Dio.

Nell’Abbazia cistercense di Fossanova (LT) si trova un’acquasantiera in pietra risalente al XIII secolo che ricorda la forma di Castel del Monte. Un struttura centrale ottagonale con, ad ogni angolo, quelle che paiono delle torri a loro volta ottagone.

Anche a Ceccano esiste un manufatto riconducibile al “Principio Ottonario”. Si trova murato proprio nel Castello dei Conti e si tratta dell’oculus in pietra che decorava la facciata della cappella gentilizia del castello stesso, oggi scomparsa.

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L’Oculus ottagonale nel Castello di Ceccano

Sempre a Ceccano, altre “Croci potenziate”, quindi sempre “ad otto punte”, sono visibili anche sugli stipiti in pietra dell’ingresso della chiesa di San Nicola e sulle facce dell’acquasantiera lapidea conservata all’interno.

La “Croce potenziata” è stata utilizzata da diversi Ordini monastici, sia secolari che ospitalieri e/o cavallereschi, compresi i Templari. Giova però ricordare che questo famosissimo Ordine monastico-cavalleresco ha utilizzato diverse tipologie di croce; come quella “Patente” (spesso definita erroneamente “Croce Templare”) oppure il “Tau” (la cd. “Vera Croce”, usata anche dall’Ordine di Sant’Antonio, dal Cavalieri ospitalieri di Altopascio e da San Francesco d’Assisi).

  • diversi esemplari del cd. “Segno del Golgota”. Simbolo piuttosto diffuso, riproducente una montagna stilizzata di forma triangolare (altre volte può sembrare una specie di panettone) con sopra una croce. Raffigura, appunto, il Golgota, il monte su cui Gesù Cristo venne crocifisso. Citato in tutti e quattro i Vangeli canonici, il monte della Crocifissione deriva il suo nome dal termine ebraico “Gulgolet” che, come l’aramaico “Golgolta“, significa “teschio”, “cranio”. Quindi, come riportato dagli stessi Evangelisti, “luogo del cranio”, forse perché deputato alle esecuzioni capitali, oppure, a ragione della particolare conformazione della collina, che poteva ricordare un teschio. Il nome latino “Calvarius“, Calvario, ha lo stesso significato.
4 Segno del Golgota

Nell’immagine: a sx il “Segno del Golgota” nel Castello di Ceccano

Nel Basso Lazio ho rinvenuto personalmente alcuni esemplari del “Segno del Golgota”. Ad esempio murato su un edificio a Falvaterra (FR), sulla facciata della chiesa di San Francesco a Ferentino (FR), sulla parete di una casa privata in via Umberto I a Priverno (LT), oppure sopra un blocco di pietra del muro di un vecchio edificio di epoca medievale in piazza castello a Sezze (LT). Infine, sul muretto del Chiostro dell’Abbazia di Fossanova (LT). Altri “Segni del Golgota” sono visibili incisi da pellegrini medievali sopra l’affresco trecentesco della Madonna con il bambino conservato nella chiesa di San rocco a Piglio (FR).

Ma, come molti altri simboli, il “Segno del Golgota” è stato utilizzato anche ( e sottolineo l’”anche”) dai Cavalieri Templari.

Alcuni degli esempi più noti del “Segno del Golgota”, attribuiti con certezza ai Templari, si trovano nella bastide di Domme, regione di Perigord, dipartimento della Dordogna, in Francia. Costruita nel XIII secolo, la fortezza di Domme venne utilizzata, nel 1307, come carcere per alcuni membri del Tempio, dopo gli arresti voluti da Filippo IV il Bello con la complicità del pontefice Clemente V. I Templari, circa una settantina, vennero rinchiusi nelle due torri di guardia della Porta des Tours e vi rimasero per undici lunghi, spaventosi anni, dal 1307 al 1318, ed alla fine, il destino fu per tutti il medesimo. Vennero giustiziati per mano del boia del Re di Francia. Durante la prigionia, i Templari, probabilmente consci di quello che li attendeva, vollero forse lasciare una sorta di messaggio alla posterità, incidendo sui blocchi di pietra delle mura delle torri una serie impressionante di graffiti. Si trovano “Croci potenziate”, “croci semplici”, “combinazioni di croci”, numerose figure umane dall’incerto significato, ed altri simboli misteriosi. Tra questi, l’ “asterisco” o “stella ad otto punte”, riconducibile al simbolo del “Centro Sacro”. E, ovviamente, il “Segno del Golgota”, forse prefigurante il martirio a cui stavano andando incontro. La certezza dell’attribuzione dei graffiti ai Templari si basa incontrovertibilmente sul fatto che risalgono tutti allo stesso lasso di tempo che vide detenuti i membri dell’Ordine e che è certo che nessuno vi è mai stato tenuto prigioniero né prima, né dopo.

Diversi studiosi chiamano questo simbolo anche “Segno della Commanderia”, ritenendo che indicava la presenza, appunto, di una “Commanderia” (o “Commenda”) dell’Ordine dei Templari.

2 Segno del Golgota con Centro Sacro

Nell’immagine: a sx il “Centro Sacro” nel Castello di Ceccano

  • almeno un “Centro Sacro”. Si tratta di un quadrato regolare, con iscritti otto raggi, che formano due “croci greche”. Ennesimo evidente richiamo al simbolismo del numero otto. Una variante del “Centro Sacro” è costituita da due o da quattro quadrati semplici, con gli otto radiali all’interno, affiancati in modo da formare un quadrato più grande. La figura è simile allo schema in cui gli astrologi dell’antichità inserivano lo Zodiaco, ma pure allo schema per il gioco dell’”Arquerque”. Proprio come nel caso degli “scacchi” e della “scacchiera” o in quello dell’altro importantissimo simbolo della “Triplice Cinta”, quello ludico è stato l’utilizzo ultimo del “Centro Sacro”. A quest’ultimo sono riconducibili dal punto di vista dei significati allegorici ed esoterici anche i simboli come l’asterisco o la “Stella Polare” che è una “Stella ad otto punte”. Tutti i simboli, possono essere letti ed interpretati, e quindi essere validi, su più livelli. Possono svelarci significati soltanto apparentemente in contrasto tra loro. Questo perché pur traendo origine da archetipi comuni a più culture, sono stati successivamente mediati attraverso stilemi propri di ognuna di queste. Il “Centro Sacro” è presente tra i graffiti attribuiti ai Templari prigionieri nel Castello di Chinon in Francia. Per rimanere nel territorio afferente o limitrofo all’antica Contea di Ceccano, esemplari del “Centro Sacro” sono visibili, solo per fare qualche esempio, sull’arco del castello di Amaseno (FR) o nel Chiostro dell’abbazia di Fossanova (LT).
  • probabili “Asce Bipenni” o “a doppio taglio”; antichissimo simbolo di Potere e di Forza sin dalla remota Età del Bronzo. Celebri le “asce” o “Scuri bipenni” rinvenute a Creta e risalenti alla Civiltà Minoica. Per molto tempo si è ritenuto che dal termine greco λάβρυς, lábrys, per indicare appunto l’ascia, fosse nata la parola Labirinto. Anche alla luce del fatto che quello più celebre di tutti i tempi è quello del Mito di Minosse, Teseo, Arianna, dedalo e il mostruoso Minotauro. Quindi il Labirinto sarebbe stato il “Palazzo dell’Ascia bipenne”, ovvero il Palazzo reale di Cnosso. Nel libro “The palace of Minos at Cnossos” del 1935, A.J. Evans (1851-1941), il celebre archeologo inglese a cui dobbiamo la scoperta di Cnosso e della Civiltà Minoica-Cretese, spiegò come dal disegno di una “Ascia Bipenne” stilizzata si possa ricavare la pianta di un Labirinto. Quindi il Labirinto sarebbe stato il “Palazzo dell’Ascia Bipenne”. Oggi tale spiegazione etimologica non è più accettata dagli studiosi in quanto in greco antico “ascia” si diceva πέλεκυς, pélekys e non λάβρυς, lábrys.
3 Scure Bipenne

Nell’immagine: a sx la “Scure Bipenne” nel Castello di Ceccano

L’”Ascia Bipenne” raffigurerebbe invece l’utero femminile. Quindi simbolo della “Grande Madre”, venerata in età arcaica in tutto il bacino del Mediterraneo.

Nella Grecia classica la “Bipenne” era associata al simbolismo del fulmine, attributo di Zeus. Ma non solo. Pure altre divinità pagane, ad esempio Thor, uno degli “Asi” scandinavi, dio del Tuono e della Tempesta impugnava un’”Ascia a doppio taglio”. Quindi un “Arma Sacra”, “Oggetto di Potere”, “di Forza”. Nonostante l’avvento del Cristianesimo nelle regioni più settentrionali d’Europa attorno all’Anno Mille, simili simbologie non scomparvero ma vennero mutuate anche dalla nuova Religione e si diffusero per tutto il Medio Evo, soprattutto nei paesi di lingua e cultura germanica.

L’Ascia Bipenne è un’arma che si può associare al Vajra” spiega Giancarlo Marovelli “La sua dualità si sviluppa nel medesimo senso dell’asse, una chiara allusione alle due correnti rappresentate dai due serpenti che si arrotolano intorno al bastone o al caduceo. Troviamo riferimenti dell’ascia bipenne nel Salmo 73,6:”L’han frantumata con ascia e bipenne”, dove essa rappresenta il duplice tormento. L’immagine dell’ascia ci ricollega  alla sacrale esperienza primordiale di meteoriti, la materia celeste che ha solcato la Terra, ma non dimentichiamo che esse sono armi potenti, simbolo delle divinità celesti e dei loro fulmini. La sua duplicità  si collega come mente umana e strumento della tempesta divina ad aver determinato un lato oscuro nella sua valenza simbolica“.

  • moltissime “Lance di Longino”. Questo simbolo raffigura la celebre “Lancia Sacra” ((in latino Lancea Longini e in tedesco “Heilige Lance, letteralmente “Sacra Lancia”), detta anche “Lancia del Destino”, conservata nella Weltliche Schatzkammer dell’Hofburg di Vienna. Si tratta di uno dei simboli e delle reliquie più importanti del Sacro Romano Impero, e fa parte del tesoro imperiale asburgico.

Si tratta della parte superiore di una “lancia alata” lunga 50,7 centimetri risalente al VII–VIII secolo d.C.. L’asta in legno è andata perduta già in epoca medievale. Sulla lama è applicata una sezione a forma ovale, lunga 24 cm e larga nel punto massimo 1,5 centimetri, in cui è inserito un sottile pezzo di ferro (chiamato “spina”) che secondo la tradizione è uno dei chiodi della Crocifissione. La “Heilige Lance” viene chiamata “di Longino” in quanto nel Medio Evo venne ritenuta essere l’arma con cui il centurione Longino avrebbe colpito il costato di Cristo sulla Croce. Il nome del soldato romano non compare nei Vangeli Canonici bensì in quelli Apocrifi e in racconti agiografici più tardi. In particolare il cosiddetto “Vangelo di Nicodemo” e negli “Atti di Pilato” entrambi del tardo III secolo d.C..

1 Lancia Longino

Nell’immagine: a sx una delle “Lance di Longino” presenti nel Castello di Ceccano

Secondo varie leggende, questa Lancia sarebbe stata rinvenuta da Maurizio, il soldato romano, poi elevato agli onori degli altari (si festeggia il 22 settembre ed è il Patrono degli Alpini), fattosi massacrare assieme a Sant’Alessandro ed agli altri commilitoni della “Legione Tebana” per essersi rifiutati di sacrificare agli dei pagani. Successivamente la “Sacra Lancia” sarebbe finita nelle mani dell’Imperatore Diocleziano e poi di Costanzo Cloro, padre di Costantino. Quest’ultimo l’avrebbe impugnata durante la battaglia di Ponte Milvio del 28 ottobre 312 d.C. contro l’usurpatore Massenzio. La stesso scontro in cui i Legionari Romani agli ordini di Costantino, fregiarono i propri scudi con il Monogramma di Cristo. Da quel momento la Lancia divenne un attributo della “Potestas” e “Divinitas” degli Imperatori Romani Cristiani. Secondo una tradizione non supportata da riscontri storici, sarebbe stata impugnata anche dal generale romano Ezio, il 20 giugno del 451 d.C., durante la battaglia dei Campi Catalaunici, nei pressi dell’odierna Châlons-en-Champagne in Francia, contro gli Unni di Attila, in quella che fu l’ultima vittoria delle Legioni romane. Con il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, la Reliquia sarebbe passata alla stirpe Carolingia. Ovviamente venne brandita sia da Carlo Martello, durante la battaglia di Poitiers nell’ottobre del 732, grazie alla qaule venne fermata l’avanzata dell’Islam in Occidente, che dal nipote Carlo; primo Sacro Romano Imperatore, passato alla storia come “Magno”. Da Carlo Magno, l’”Heilige Lance” passò a Ottone I° ed agli altri Imperatori della “Casa di Sassonia” e poi agli Svevi, diventando, come già accennato, la più importante reliquia dell’Impero.

Una “Sacra Lancia”, stillante il sangue di Cristo, compare pure in letteratura, nel cosiddetto “Ciclo Arturiano”, ove, nel castello del Re Pescatore, davanti a Parzifal, viene portata in processione assieme al Santo Graal.

Tralasciando la leggenda e le tradizioni agiografiche e letterarie, dal punto di vista storico la prima notizia della conservazione di una Lancia detta “di Longino”, la troviamo nel racconto di un pellegrino italiano, Antonino da Piacenza, recatosi in Terrasanta nel VI secolo, che la vide nella Basilica del Monte Sion a Gerusalemme. Ma già Cassiodoro (485-585), almeno mezzo secolo prima, nel suo “Expositio in Psalterium” ne attestava l’esistenza. Quella vista da Antonino da Piacenza è con tutta probabilità la “Lancia” che nel 615 d.C., dopo la conquista di Gerusalemme da parte del re persiano Cosroe II, venne portata in salvo a Costantinopoli. Dopo la conquista della capitale dell’Impero Romano d’Oriente da parte dei “Crociati” occidentali nel 1204, la “Lancia” entrò nelle disponibilità dei cosiddetti “Imperatori Latini d’Oriente” che si erano insediati a Costantinopoli. Uno di loro, Baldovino II (1217-1273), la donò nel 1244 al re di Francia Luigi IX, poi santificato dalla Chiesa. Con Luigi IX la “Sacra Lancia” arrivò in Francia e venne custodita nella Sainte-Chapelle a Parigi, da dove scomparve per sempre durante la Rivoluzione Francese.

Ma quella di Vienna e quella perduta di Parigi non sono le uniche “Lance di Longino” presenti in una chiesa o cattedrale europea. Ad esempio se ne trovano in Armenia, a Bari, a Cracovia e a Roma.

La “Sacra Lancia” conservata nella Cattedrale di Echmiadzin, la città più sacra dell’Armenia in quanto sede del “Catholikos”, ovvero il capo della Chiesa apostolica armena, situata a circa 20 chilometri a ovest della capitale Yerevan, secondo la tradizione locale sarebbe quella scoperta ad Antiochia durante la Prima Crociata (1095-1099).

Dell’esemplare del capoluogo pugliese non si sa molto ma si ritiene che sia la classica falsa reliquia realizzata nel Medio Evo. Quella di Cracovia è una copia dell’Heilige Lance di Vienna fatta fare attorno all’Anno Mille dal Sacro Romano Imperatore Ottone III.

Quella conservata a Roma è invece la “Lancia Sacra” che il sultano Bajazet inviò in dono a papa Innocenzo VIII (Giovan Battista Cybo, 1484-1492) nel marzo del 1492. Gli emissari del Sultano con la “Lancia” miracolosa vennero ricevuti ad Ancona dall’Arcivescovo di Arles Niccolò Cybo e dal Vescovo di Foligno Luca Borsiano e la preziosa reliquia giunse a Roma tra due ali di folla in tripudio. Innocenzo VIII, sebbene sofferente (sarebbe morto qualche mese dopo) le andò incontro alla “Porta del Popolo” e la volle depositare nei suoi appartamenti privati. Il Papa si è persino fatto eternare mentre impugna la “Sacra Lancia” con una statua del proprio mausoleo, realizzato da Antonio del Pollaiolo nella Basilica di San Pietro.

Ma è soprattutto la “Heilige Lance” viennese, quella che più di tutti gli altri esemplari di “lance sacre”, ha mantenuto intatto l’alone di misticismo ed esoterismo. Diversi ricercatori sono convinti che sia quella la “Vera Lancia” della Passione  e che di fatto sia (come tante altre “Armi sacre” non solo Cristiane) un “oggetto di Potere”. Ovvero un manufatto capace di donare invincibilità o altre doti sovrumane al possessore. Non per nulla, a conoscenza dell’aura magica e dei poteri ad essa attribuiti, vi pose sopra gli occhi Adolf Hitler. Nel 1938, dopo l’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, se ne impadronì facendola portare a Norimberga, la “città santa” del misticismo nazista. La “Heilige Lance” venne posta prima nella chiesa di Santa Caterina, poi, per proteggerla dai bombardamenti, venne nascosta in un bunker segreto appositamente costruito sotto la Ober Schmied Gasse, il “Vicolo superiore dei fabbri”. Hitler era convinto che il Reich non avrebbe mai potuto essere sconfitto finché la “Lancia” fosse rimasta in mano sua. Il 30 aprile del 1945, poco prima che Hitler si suicidasse nel bunker sotto la Cancelleria a Berlino, i soldati Americani del generale Patton entravano a Norimberga e recuperavano la “Heilige Lance”, che venne restituita all’Austria nel 1946. Secondo alcuni ricercatori, però, si tratterebbe di una copia. Quella vera sarebbe nascosta in un luogo segretissimo degli Stati Uniti.

Tornando ai graffiti del castello dei Conti di Ceccano, la presenza della raffigurazione della “Heilige Lance”, e per di più in un numero così elevato di esemplari, ha suscitato un immediato grande interesse, proprio per le valenze ed i significati che adombra ed i nuovi orizzonti di ricerca storica che sembra palesare.

L’architetto Giancarlo Marovelli di Lucca, studioso di Simboli, ha commentato in questo modo  la presenza della “Sacra Lancia” nel Castello dei Conti di Ceccano;

La “Sacra Lancia” fa parte degli strumenti della passione, si tratta dell’arma usata da Longino per trafiggere il costato di Cristo morto. La lancia liberando dalla ferita sangue e acqua, occupa un posto di privilegio nell’insieme dei segni legati alla Passione, essa testimonia la realtà del sacrificio e della manifestazione dello Spirito, è l’origine dei due simboli sacramentali, poiché l’acqua prefigura il Battesimo e il sangue, l’Eucarestia. Questo simbolo complementare alla coppa è una delle raffigurazioni dell’asse del mondo, infatti la lancia ha un doppio taglio e questa richiama la dualità che si sviluppa nel medesimo senso dell’asse, una relazione con i due poli e i due emisferi, una duplice forza, unica nell’essere in essenza e sostanza. La lancia richiama con la sua forma terminante a punta, al simbolo del chiodo, presso i romani il simbolo assiale era legato al simbolismo di Janus con la sua valenza magico-esoterica.

Rievoca altresì l’immagine del fallo eretto e del divino raggio solare, la lancia incarna, nei miti della creazione dell’universo, l’energia che penetra l’originaria totalità in modo che possa assumere forme differenziate, può essere uno strumento di guarigione, attraverso il quale ciò che è isolato può tornare a stringere legami. Nelle tradizioni religiose è stata associata alle ferite spirituali, attraverso le quali lo spirito divino si congiunge all’anima umana“.

Questo, invece, il commento del professor Giuseppe Fort, docente universitario nonché archeologo medievista, che ha scavato siti templari e crociati in tutta Europa nel Mediterraneo orientale;

I simboli nelle foto sottopostemi sono quasi sicuramente Templari. Le “Lance di Longino” (ma pure il “Golgota” e le “asce bipenni”) potrebbero fare pensare ad una presenza o un passaggio di pellegrini provenienti dal Nord (Inghilterra, Germania, Paesi Scandinavi) per cui la cosa si fa molto interessante. Penso che siamo di fronte a presenze di pellegrinaggio nordico da mettere in relazione a roccaforti templari e a personaggi del Nord Europa, come forse la chiesa dei Franconi a Veroli”.

Allo stato attuale delle conoscenze, le “Lance di Longino” (così come le “Asce Bipenni”) scoperte nel castello dei Conti, sembrano costituire un vero e proprio unicum nel Lazio e nell’Italia centrale.

Pesce

Il “Pesce” nel Castello dei Conti di Ceccano – foto R. Adinolfi

  • un “pesce, forse l’antichissimo simbolo cristiano per indicare Cristo. È noto che i primi Cristiani, subendo ancora l’influsso della religione ebraica, che aborriva le immagini, non rappresentarono mai Cristo con le sue sembianze umane. Bensì mediante allegorie e simboli. Come la figura del “Buon Pastore” (ispirato all’”Hermes crioforo” della mitologia e dell’arte greco-romana), che reca sulle spalle una pecorella e simboleggia Gesù salvatore delle anime. Più tardi Cristo apparirà anche come un giovane imberbe (ad esempio nel mosaico del IV secolo d.C. nella Basilica di Santa Costanza a Roma, ma persino nel IX secolo, in alcuni “Evangeliari carolingi”, si trova un Cristo giovanissimo e dalle guance glabre), per indicare il suo essere “Senza Tempo”, la sua dimensione Eterna e quindi Divina. Ma vennero utilizzati anche moltissimi simboli. Come la “Colomba”, “l’Orante”, che tra l’altro con le braccia aperte ricorda la “Croce del Tau”, oppure “l’Ancora”, “l’Alfa e l’Omega” che sono rispettivamente la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco. Ed infine il disegno di un “pesce” in quanto in greco pesce si dice IXTHYS, “Ichtùs”, e queste lettere sono l’acrostico della frase “Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr”, ovvero “Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore”.

Questo il commento rilasciato da Giancarlo Marovelli dopo aver visto l’immagine del graffito del Pesce;

Il Pesce: rappresenta, nell’arte cristiana, sia il simbolo del Cristo, sia il cristiano, nel II secolo Tertulliano scriveva:” Noi, piccoli pesci rispetto il Grande Pesce Gesù Cristo, noi nasciamo nell’acqua e non potremmo essere salvi che rimanendo nell’acqua”, ovvero nella fede del battesimo. La semplice rappresentazione di un pesce, in origine, era un modo per affermare la propria fede in Cristo. Il termine “Ichtùs”, nella trascrizione latina è formata dalle iniziali Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr “.  A volte può indicare il Santo oppure i peccatori: nel Vangelo” Tirarono una rete piena di grossi pesci”(GV 21,11), oppure in senso negativo: “Buttarono via i pesci cattivo” (Mt.13,48). D’altra parte il pesce indica la Fede autentica: allo stesso modo come un pesce nasce, vive e cresce sotto la superficie dell’acqua, così la fede in Dio genera nel cuore, attraverso i pianti e i gemiti di questa vita, le gioie dell’altra vita, lo spirito si consacra alla grazia invisibile tramite l’acqua del battesimo“.

Sulle pareti del castello è stata individuata pure una scritta forse in caratteri medievali ma quasi illeggibile. Nonché alcune sinopie di colore rosso in cui si intravedono personaggi con cappucci, forse monaci ed altre figure astratte dalla difficile lettura, anche a causa del pessimo stato di conservazione.

Aldilà dell’interpretazione dei simboli e di chi, nel corso del Tempo, li ha utilizzati, l’attribuzione delle incisioni ceccanesi appare al momento decisamente non semplice.

Il Castello, che sorge sul sito dell’acropoli volsca di Fabrateria Vetus, è stato per secoli sede della famiglia comitale dei Da Ceccano. Illustre schiatta di origine germanica, discendente con tutta probabilità da quel Petronius Ceccanus (proprio da costui la cittadina avrebbe preso il nome nel VII secolo) da Capua, padre del papa Onorio I (pontefice dal 625 al 638e probabilmente nativo di Ceprano). I Conti di Ceccano riuscirono tra il XI ed il XV secolo (quando la stirpe si estinse) a creare un potente stato territoriale nel Basso Lazio (a cavallo tra le attuali province di Roma, Frosinone e Latina) all’interno del Patrimonium Sancti Petri, ovvero lo Stato della Chiesa. Visceralmente ghibellini, si allearono con gli Svevi contro i pontefici, combatterono a Tagliacozzo con lo sfortunato giovane Corradino di Svevia a Tagliacozzo contro gli angioini, furono i promotori della congiura contro papa Bonifacio VIII poi passata alla storia come “Lo Schiaffo di Anagni”. Ma i componenti di questa importante e misconosciuta (forse una sorta di damnatio memoriae da parte della Chiesa di Roma) stirpe non furono solo coraggiosi guerrieri. Generosi mecenati, concorsero a sviluppare le arti, finanziarono chiese e monasteri tra cui l’abbazia di San Galgano, quella della Spada nella Roccia in Maremma. Furono abati cistercensi di Fossanova e cardinali di Santa Romana Chiesa che si occuparono della politica europea.

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Nella foto: Roberto Adinolfi

 

Il cardinale Giordano de Ceccano, giusto per citarne uno, fu amico e consigliere di Riccardo Cuor di Leone re d’Inghilterra e venne incaricato dal Papa di studiare gli scritti del cistercense Armagh Malachia (quello della famigerata “Profezia” sugli ultimi pontefici) morto in odore di santità o di eresia.

Quindi appare chiaro che una simile potente e complessa famiglia fu in contatto certamente con ambienti e personaggi permeati di simbolismo esoterico. Ai quali si potrebbero ricondurre i graffiti scoperti da Selvini.

Il fatto che, come si è visto nell’analisi dei simboli rinvenuti, alcuni di questi siano stati utilizzati anche dai Cavalieri Templari (probabilmente presenti a Ceccano nella chiesa gotica di San Nicola) può far ipotizzare che siano loro gli artefici. Oppure vanno attribuiti a pellegrini (come ipotizzato dal professor Fort), ovviamente d’alto rango, provenienti dall’area germanica, ospiti dei Conti.

Il problema maggiore è che dopo la fine della stirpe dei De Ceccano, il maniero venne utilizzato come carcere sino al 1973. Pertanto alcuni graffiti, quelli su intonaci che in base alla sequenza di stratificazione, sembrano più recenti, potrebbero essere riconducibili ai detenuti o alle guardie. È vero che in altri ambienti del castello, i corpi di fabbrica successivi a quelli medievali sono stati scoperti graffiti e scritte indubbiamente opera dei carcerati. Ma al momento sembrerebbe altamente improbabile (ma non impossibile) che detenuti del XVII, XVIII, XIX e XX secolo abbiano inciso simboli medievali.

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Nella foto: Andrea Selvini

 

Ad aumentare l’incertezza e l’alone di mistero concorrono altri simboli rintracciati altrove nel castello. Ad esempio due croci potenziate, la prima incisa su un blocco di tufo di uno degli archi delle stanze medievali restaurate, l’altra scolpita sullo stipite sinistro in calcare del portale d’ingresso del maniero.

In ogni caso, aldilà di chi siano gli autori, gli enigmatici graffiti del Castello dei Conti di Ceccano, possono costituire un indubbio richiamo non solo per i ricercatori della tematica ma pure per appassionati e turisti di argomenti misteriosi. A mio modesto parere, si tratta di una occasione davvero imperdibile per il rilancio, non solo culturale, della città di Ceccano.

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Nella foto: Giancarlo Pavat a Ceccano, davanti alla chiesa di S. Nicola – foto R. Adinolfi

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