I misteri di Acquaviva, un villaggio medievale dimenticato sui monti Ausoni; di Giancarlo Pavat

Spesso per andare a cercare o visitare antichi insediamenti umani, città, villaggi dimenticati non è necessario salire su un aereo e sorbirsi ore ed ore di volo e stress da jetlag. Per pi essere costretti ad immergersi in afose giungle o ansimare su sterminati altipiani in qualche lontano continente. In realtà basta dotarsi di un paio di scarponcini da trekking, abiti comodi, zaino con una borraccia d’acqua, kit “succhiaveleno” (non si sa mai) acquistabile senza alcuna prescrizione in qualsiasi farmacia, ed una buona cartina topografica; il tutto senza dover uscire dal nostro Paese.
L’Italia è letteralmente zeppa di centri abitati, grandi e piccoli, abbandonati nel corso dei secoli, che conservano ancora intatto il loro fascino, ove sembra che il Tempo si sia cristallizzato e raramente studiati o scavati dagli archeologi.

Qui, a “Il punto sul mistero” ne proporremo alcuni. Invitando a visitarli, a rispettarli e perché no, a farsi portavoce di un loro recupero, conservazione e valorizzazione.
Iniziamo con un piccolo borgo fortificato medievale, chiamato Acquaviva, che si trova arroccato sopra un cucuzzolo del crinale dei Monti Ausoni, nel tratto che separa la rigogliosa Piana di Fondi (LT) dal solco vallivo dove sorge il paese di Vallecorsa (FR).
La catena degli Ausoni, come quelle gemelle e contigue degli Aurunci (a sud) e Lepini (a nord) è caratterizzata da evidenti fenomeni carsici epigei ed ipogei (a poca distanza da Acquaviva, si eleva il Monte Calvo con le sue grotte dove sono stati ritrovati, tra l’altro, nel 2003 i crani fossili di stambecchi preistorici). Tra la macchia mediterranea si notano misteriosi ruderi. Si tratta di ciò che rimane di Acquaviva.
Il sito nel 2004, è stato nominato dalla Regione Lazio, “Monumento naturale” e, per raggiungerlo, è stato predisposto un comodo sentiero che, salendo dalla Forcella Pica e seguendo più o meno l’antico confine tra il Regno delle Due Sicilie e Stato Pontificio, dopo qualche decina di minuti di tranquilla camminata immersi nella macchia mediterranea, sbuca sul crinale coperto da asfodeli e spazzato dal vento proveniente dal Tirreno, a pochi passi dalle rovine.
Proprio sul crinale, presso alcune aree attrezzate per pic-nic si possono vedere i vecchi cippi confinari in pietra, posti nel 1847, con, da un lato, il “Giglio” dei Borboni e dall’altro le “Chiavi di San Pietro”.

Dall’area attrezzata si sale ancora lungo un ampio sentiero di breccia e si accede finalmente al borgo fortificato medievale di Acquaviva. Il colpo d’occhio sulle montagne circostanti, sulla Piana di Fondi e sul mar Tirreno è eccezionale. Nelle giornate limpide di vedono perfettamente le isole Pontine. Sui comprende al volo il motivo per cui il centro abitato fu costruito proprio in quel punto. La posizione strategica è assolutamente invidiabile.

Acquaviva viene pure chiamata “Vallecorsavecchia”. In quanto molti ritengono che l’attuale paese di Vallecorsa sia stato fondato dagli abitanti del borgo di Acquaviva dopo che l’avevano abbandonato.
In realtà, l’odierna Vallecorsa esisteva già da secoli quando, verso la fine del XV secolo, Acquaviva venne definitivamente evacuata.
E’ infatti certo che nel 1469, quando i Caietani d’Aragona, Signori di Fondi, cedettero ai Colonna l’abitato di Acquaviva, quest’ultimo fosse già disabitato.
La definitiva trasformazione nell’ammasso di rovine coperte da vegetazione, che ancora oggi possiamo vedere, è da ricondursi, con tutta probabilità, alle vicende relative allo storico tentativo di rapimento nel 1543, della celebre e bellissima Giulia Gonzaga (1513-1566), vedova di Vespasiano Colonna (morto nel 1528), conte di Fondi e duca di Traetto (l’attuale Minturno),
La nobildonna era famosa in tutta Europa non solo per la sua avvenenza ma pure per la sua intelligenza e cultura e per il suo mecenatismo. Nella sua corte presso il castello di Fondi, ospitò ad esempio anche Torquato Tasso.

L’episodio del tentato “ratto” si inserisce nella secolare e drammatica lotta tra Cristianità ed Islam, ma pure negli scontri tra le grandi Potenze Europee del XVI secolo, che ebbero tragiche conseguenze per il nostro Paese.
La Francia era impegnata nella titanica lotta per la supremazia in Europa contro gli Asburgo, all’epoca detentori di un bel po’ di corone, tra cui quella del Sacro Romano Impero, di Spagna (con annesse colonie Americane e Italiane), dei Paesi Bassi e della Borgogna. Il suo sovrano, Francesco I° di Valois (1494-1547), abilissimo nel giocare in maniera ambigua e spregiudicata sullo “scacchiere mediterraneo”, pur dichiarandosi “Cristianissimo”, dopo la sconfitta di Pavia (24 febbraio 1525), in odio all’Imperatore Carlo V d’Asburgo (quello sul cui Impero “non tramonta mai il Sole”), strinse una alleanza addirittura con il sultano turco Solimano il Magnifico. Francesco I° arrivò persino a concedere il porto francese di Tolone come base per le flotte “barbaresche” islamiche.

Ovviamente, a pagarne le maggiori conseguenze furono, tanto per cambiare, le popolazioni rivierasche italiane del Tirreno.
E’ in questa drammatica fase della storia del XVI secolo, che si inserisce l’episodio svoltosi a Fondi, che ebbe come protagonisti da un lato Khair ed Din (il cui nome significa “Protettore della religione”; figlio di un rinnegato greco cristiano, che in breve tempo grazie alla sua astuzia, coraggio e spietatezza divenne “Bey” di Algeri. Nominalmente facente parte dell’Impero Ottomano. Famoso per il soprannome di “Barbarossa”, Khair ed Din divenne signore incontrastato di tutti i pirati e corsari “barbareschi” che infestavano, inalberando la Mezzaluna, le acque del Mar Mediterraneo, ormai in procinto di diventare un lago islamico) e Giulia Gonzaga.

Khair ed Din , raccogliendo l’invito di Francesco I°, decise di portare gran parte della sua formidabile flotta nel porto di Tolone, per trasformarlo in covo per le sue sanguinarie scorrerie. Purtroppo, come insegnano le tragiche vicende del 1944 nelle terre del Lazio meridionale, non sarà la prima volta che la Francia utilizzerà veri e propri barbari,d editi al saccheggio ed allo stupro, inquadrandoli nel proprio esercito.
Nel 1543, dunque, Khair ed Din levate le ancore da Algeri e prese a risalire la Penisola Italiana. Mentre veleggiava lungo la costa laziale direzione Tolone, il “Bey” venne a sapere che nel castello di Fondi si trovava appunto Giulia Gonzaga. Celeberrima pure in tutto il Mediterraneo. Un preda ben degna del “Signore dei mari” e del Sultano di Costantinopoli.
Khair ed Din non ci pensò due volte nel decidere di rapire la duchessa.
Sbarcato presso Sperlonga, la mise a ferro e fuoco e nella notte tra l’8 ed il 9 agosto 1534, assaltò in forze la città di Fondi.

Ma Giulia Gonzaga, prima che i “Barbareschi” riuscissero ad espugnare il castello, difeso da pochi e valorosi fedelissimi, riuscì, grazie al loro sacrificio a porsi in salvo. Sembra mediante una sfrenata e fortunosa cavalcata notturna attraverso Lenola, il Passo quercia del Monaco, verso Vallecorsa. Da dove raggiunse successivamente Roma, dove trovò rifugio.
Giulia Gonzaga, cantata anche dall’Ariosto (1474-1533), in seguito si ritirò a Napoli, dove prese a frequentare i circoli culturali dove ebbe modo di incontrare ed apprezzare personaggi molto vicini alla Riforma Protestante e per questo ricercati dall’Inquisizione. Come lo spagnolo Juan de Valdez (1500-1541) ed il senese Bernardino Ochino (1487-1564). Per queste sue frequentazioni, Giulia Gonzaga finirà nel mirino, come sospetta di eresia, della Chiesa Cattolica. Che se non oserà procedere contro di lei sarà soltanto per il lignaggio ed il nome che portava.

Del passato più remoto del borgo di Acquaviva non si sa praticamente nulla. Alcuni studiosi locali ritengono che sia stata fondata attorno all’Anno Mille.
Poche le citazioni in documenti coevi. Se ne trova menzione nel lascito che, nel 1073, Liuttfried, Duca di Fondi, fece all’Abbazia benedettina di Montecassino. Il nome è presente pure nell’ inventario (1491-1493) di Onorio II Caietani di Fondi.

Il sito diruto di Acquaviva, ancora oggi accoglie l’escursionista con la sua aura di mistero, immerso in un silenzio secolare. Disturbato soltanto dal soffio del vento, che si insinua tra le sue rovine e dagli animali al pascolo.
Si possono visitare ampi tratti di mura, compresi i bastioni rettangolari. Da segnalare le diverse cisterne per l’accumulo d’acqua. Sulla cima, infatti, non c’è alcuna sorgente.
All’interno di queste cisterne, si possono vedere numerose croci ed altri simboli incisi sull’intonaco che le coibentava.
Chi le abbia realizzate rimane un mistero. E’ probabile che siano stati i pastori che continuarono a frequentare il sito anche dopo il suo abbandono, ma potrebbero essere anche più antiche.
Qua e là, tra i cespugli, le macchie di asparagi, mentuccia, pungitopo e piante di acero, fanno capolino dal terreno frammenti di terracotta. Testimonianze del vivere quotidiano di tanto tempo fa.
Tra le rovine si incontrano anche grandi mole in pietra per la produzione del pregiato olio di oliva, che ancora oggi è un vanto per quelle terre.
GIANCARLO PAVAT

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