LE VIRTU’ DELLE PIANTE E IL SEGRETO DEGLI DEI; di Alessandra Filiaci.

 

LE VIRTU’ DELLE PIANTE E IL SEGRETO DEGLI DEI

di Alessandra Filiaci 

 

Immagine di apertura. Antonio Guarnerino da Padova. Erbario figurato. Marrubium. 1441. Biblioteca Civica Angelo Mai. (Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Erbario)

 

Il desiderio di vincere la morte o per lo meno di assicurarsi una vita lunga ed in buone condizioni fisiche è stato sin dai tempi più remoti lo stimolo a trovare i mezzi adeguati per soddisfarlo. Le forme che nei secoli hanno assunto le ricerche finalizzate al conseguimento di quegli ambiziosi obiettivi sono state diverse. Ma vi è un elemento comune ed un comune punto di partenza: il riconoscimento della caducità umana. Ben poca cosa è l’esistenza della vita degli esseri umani se paragonata a quella di altre specie animali e di alcune specie vegetali, e possiamo condividere lo stupore dei nostri antenati di fronte all’apparente incorruttibilità delle montagne, ritenute degne sedi degli dèi immortali. I regni della Natura sono colmi di tesori e l’uomo ha ben presto cercato di carpirne i segreti ed elaborare tecniche per sconfiggere le malattie e mantenersi il più a lungo possibile giovane e forte, e persino per vivere in eterno. Sappiamo che le pratiche taoiste dette della Lunga Vita, il cui fondamento era il “Nutrimento del Principio Vitale”, ebbero origine dalla necessità di conservare il corpo come dimora comune di tutto ciò che costituisce la vita e la persona dell’uomo. Tra le sostanze utilizzate dagli alchimisti cinesi, oro, cinabro e giada erano considerate di somma importanza. Per esempio, in un’antica ricetta si legge che con la giada dispersa da un impasto di porro un vecchio si trasforma in ragazzo fino ad arrivare all’immortalità. Si può osservare che non era raro che le droghe ingerite dagli alchimisti provocassero avvelenamenti letali, ma il rischio di perire era evidentemente reputato accettabile considerato il fine che essi volevano raggiungere.

Immagine 2. L’alchimista Ko Hung (Ge Hong; pseud. Pao p’u tzu; circa 283-343 D.C. Illustrazione da un libro giapponese del 1923. (Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Ge_Hong)

 

Nonostante i possibili effetti collaterali derivanti dal suo utilizzo, anche le proprietà terapeutiche del Ganoderma lucidum, fungo conosciuto come Reishi in Giappone e Ling Zhi in Cina, sono state evidentente considerate di gran lunga superiori alle controindicazioni, e di tale valore da fargli attribuire l’appellativo di fungo dell’immortalità, fungo miracoloso, fungo dell’eterna giovinezza, erba della potenza spirituale, elisir di lunga vita.
Rispetto ai tesori nascosti del regno minerale e alle insidie connesse con il loro ritrovamento, quelli del regno vegetale, nel quale per secoli sono stati inseriti anche i funghi, appaiono essere più facilmente accessibili.
L’osservazione del ciclico rinnovamento del mondo vegetale dovette ben presto spronare gli uomini a scoprirne le occulte proprietà al fine di garantirsi l’immortalità o quanto meno una esistenza esente da malanni e di impedire il decadimento fisico. A svariati frutti e piante sono state riconosciute sin da tempi antichissimi virtù preziose per la conservazione ed il miglioramento della salute.

Tali virtù appaiono essere ancora più preziose quando alle qualità salutari si aggiungono speculazioni sulla forma, sul colore, sulla setosità o scabrosità della superficie e, per quanto concerne i frutti, anche sulla quantità di semi in essi contenuti.

Tra i vegetali che sono stati ritenuti garanzia di resurrezione e di immortalità ricordiamo gli alberi che rimangono sempre verdi, quelli che producono gomme o resine incorruttibili, le piante perenni la cui parte aerea si dissecca nella stagione fredda mentre le radici sono in grado di dare origine a nuove foglie e nuovi fiori in primavera.

La quercia è uno di quei dei miracoli vegetali la cui vita è di gran lunga visibilmente superiore a quella dell’essere umano, e per tale motivo segni visibili della rigenerazione che sconfigge la morte e della giovinezza che si può riconquistare, attingendo da essi il segreto del loro perpetuo rinnovamento. Vi è, poi, la categoria delle piante e dei frutti che sono irraggiungibili dai comuni mortali, che possono essere donati da un Nume, che possono essere conquistati con fatica e non senza pericoli, andare perduti per sempre a causa di comportamenti scorretti, per negligenza o per non avere tenuto debitamente conto del volere della divinità.

 

IL MISTERIOSO MOLY.

Quando gli antichi narratori danno rilievo unicamente alle proprietà considerate prodigiose, al valore simbolico, all’allegoria, ci si trova di fronte al dilemma se le piante e i frutti dei miti e delle leggende siano da considerarsi puramente favolosi, o se invece sia possibile trovare riscontri nel mondo fisico, conciliando i simboli e le allegorie con la realtà.

Al ricercatore possono essere di aiuto certi particolari, l’ambiente e il contesto del racconto, studi ed ipotesi di altri ricercatori, riferimenti in opere di autori del passato. Pensiamo, per esempio, al misterioso “Moly” dell’Odissea.

Immagine 2. “La Maga Circe” olio su tela  (176×174 cm) di Dosso Dossi (1522-1524) conservato alla Galleria Borghese di Roma. (Fonte Wikipedia)

Dopo che Circe ha trasformato alcuni compagni di Odisseo in maiali, Hermes appare all’eroe omerico e gli dice che gli svelerà tutte le di lei astuzie funeste e, dopo avergli spiegato come avrebbe dovuto comportarsi, gli dona il benefico farmaco che impedirà a Circe di stregarlo; dopo averlo strappato dalla terra glielo porge ed esso viene descritto in questo modo: esso è nero alla radice e il fiore è simile al latte, gli dèi lo chiamano moly e per gli uomini mortali è duro strapparlo, mentre per gli dèi tutto è possibile.

Secondo Teofrasto, il moly crescerebbe realmente sul monte greco Cillene e presso il fiume Peneo, luoghi tradizionalmente consacrati al culto di Hermes.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che possa trattarsi di una pianta alliacea. Le piante alliacee sono usate sin dai tempi più remoti per le loro proprietà medicamentose.

Secondo altri autori il moly è la ruta, sulla base di quanto scriveva Dioscoride Pedanio, botanico e farmacologo del I sec. d.C., autore del “De materia medica”:

<<Quella pianta viene chiamata ruta montana e anche, in Cappadocia e Galazia, moly. Altri la chiamano harmala, i Siri besasa, i Cappadoci moly>>.

A proposito della ruta, ricordiamo brevemente che Aristotele ne raccomandava l’uso contro gli spiriti e gli incantesimi; nel Medioevo si ponevano sulle tombe corone di ruta per allontanare gli spiriti maligni; nel Rinascimento essa era chiamata Herba de fuga demonis. Gia nell’antichità se ne consigliava l’utilizzo contro i veleni, per curare morsi di serpenti e cani rabbiosi, punture di scorpioni, api, ragni, calabroni, vespe, febbri, convulsioni.

Altri autori, invece, ritengono che moly sia soltanto il nome di una pianta favolosa e che si debba tenere conto della testimonianza di Apollonio il Sofista, vissuto nel I sec. d.C., autore di un lessico omerico:

<<Cleante, il filosofo, diceva che il moly indica allegoricamente il Logos dal quale vengono mitigati i bassi istinti e le passioni>>.

Immagine 3. Giovanni Stradano (Jan Van der Straet). Ulisse, Mercurio e Circe. 1570. Museo di Palazzo Vecchio, Firenze. (Fonte: http://catalogo.fondazionezeri.unibo.it/scheda/opera/37618/Stradano%20Giovanni%2C%20Ulisse%2C%20Mercurio%20e%20Circe)

GILGAMESH E LA PIANTA DELL’IRREQUIETEZZA.

Uno dei miti che hanno superato il tempo e lo spazio è quello che vede protagonista il semi-dio Gilgamesh, re di Uruk, il quale, riconoscendo la propria mortalità attraverso la morte dell’amato amico Enkidu, si mette in viaggio per raggiungere gli estremi confini del mondo e chiedere aiuto all’unico uomo immortale: l’eroe del Diluvio Utnapishtim (nome babilonese: “Giorno di vita”).

In seguito al fallimento della prova alla quale Gilgamesh si è sottoposto – non dormire per sei giorni e sei notti -, Utnapisthtim rivela al re che esiste una pianta che è il segreto degli dèi: è la pianta dell’irrequietezza, che ha la virtù di ridare agli uomini la gioventù perduta,

<< le cui radici sono simili ad un rovo, le cui spine, come quelle di una rosa, pungeranno le tue mani>>. (Le spine indicano che la pianta è di difficile accesso.)

La pianta vive nell’Apsu. Deciso ad entrarne in possesso, Gilgamesh si fa accompagnare dal battelliere Urshanabi.

Tuffatosi, Gilgamesh vede la pianta, la afferra e, nonostante le spine gli feriscano le mani, riesce a strapparla. Risalito in superficie, dice ad Urshanabi che porterà la pianta ad Uruk, la darà da mangiare ai vecchi, che potranno tornare giovani e forti, e poi ne mangerà lui stesso, in tal modo riavrà la perduta giovinezza.

I suoi propositi però vengono vanificati, proprio da quella negligenza cui si è sopra accennato: dopo un lungo viaggio, di notte, fermatisi i due uomini presso un pozzo, mentre Gilgamesh si lava nelle sue fresche acque, un serpente, annusata la fragranza della pianta, si avvicina silenziosamente ad essa e la mangia, perdendo immediatamente la sua vecchia pelle e tornando giovane.

 

I MISTERIOSI ALBERI DELL’EDEN

Un altro serpente, di gran lunga più famoso, è quello biblico, il tentatore di Eva nell’Eden.

Essa, male ispirata dallo strisciante ed infido animale, che le ha detto che se lei ed Adamo avessero mangiato i frutti dell’albero che sta in mezzo al giardino sarebbero diventati come Dio, <<conoscendo il bene e il male>>, trasgredisce il divieto del Signore – che li ha ammoniti:

<<Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete>> – mangiando per prima del frutto dell’albero e poi dandone ad Adamo, <<e anch’egli ne mangiò>>. (Gen. 3,1 e ss.)

Questo albero è distinto dall’Albero della Vita, riguardo al quale, a differenza dell’altro, non viene fatta menzione di divieti.

Alcuni autori ritengono che i due alberi debbano essere considerati un unico albero simbolico, rimandando essi a prerogative divine, risolvendo in tal modo l’incongruenza di Gen. 2,9:

<<Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male>>.

Immagine 4. Tiziano Vecellio. Adamo ed Eva. Circa 1550. Museo del Prado, Madrid. (Fonte: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Adamo_ed_Eva_(Tiziano))

 

Mircea Eliade ha osservato che la coesistenza dei due alberi miracolosi non è tanto paradossale quanto parrebbe a prima vista; la ritroviamo in altre tradizioni arcaiche: sull’ingresso orientale del Cielo, i Babilonesi ponevano due alberi, quello della Verità e quello della Vita.

L’Albero della Vita nell’Eden, secondo alcuni studiosi, sarebbe stato nascosto e sarebbe diventato identificabile, e quindi accessibile, soltanto nel momento in cui Adamo avesse conseguito la conoscenza del Bene e del Male, cioè la sapienza.

Eloquente è quanto si legge in Gen. 3,22:

<<Il Signore Dio disse allora: “Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!”>>

 

VEGETALI FAVOLOSI O REALI?

Se nella pianta dell’irrequietezza si potrebbe facilmente riconoscere – e così è stato – un’alga marina, meno facile è riuscire a stabilire con certezza a quale specie appartenesse l’Albero della Conoscenza, come dimostrano le diverse ipotesi formulate al riguardo.

Qualcuno ritiene fosse un melo, altri un fico (con riferimento a Genesi: 3,7), oppure un cedro, il primo agrume ad essere coltivato in Israele, un cedro del Libano, un melograno, un albicocco, un arancio.

È stato anche ipotizzato che potesse trattarsi di grano, una delle piante maggiormente citate nella Bibbia, oppure della vite – i paleoorientali la identificavano con l’erba della vita e il segno sumerico per vita era in origine un pampino -, consacrata, si noti, alla Grande Dea.

Come ha rilevato Mircea Eliade, la Dea Madre era chiamata in principio Madre vite o Dea vite. La vite era espressione vegetale dell’immortalità, come il vino nelle tradizioni arcaiche era il simbolo della gioventù e della vita eterna.

 

SOMA E HAOMA.

Trasferendoci virtualmente in India, prendiamo in esame il soma, cui sono dedicati centoventi inni del Rigveda.

Il termine indica una pianta, il succo che se ne estrae e con il quale si prepara la bevanda sacrificale e la personificazione divina dell’elisir ritenuto possedere poteri sovrannaturali.

Soma è il re delle piante e delle erbe, guida e fonte universale delle acque, talora re degli dèi e dei mortali. Le virtù della bevanda vengono magnificate, per esempio, in questi versi:

<<Noi abbiamo bevuto il Soma e siamo divenuti immortali. Noi abbiamo raggiunto la luce, abbiamo incontrato gli Dei. Che cosa può fare a noi la malvagità dell’uomo mortale o la sua malevolenza, o Immortale?>>

(Rigveda: VIII-48,3).

Per quanto riguarda la pianta, alcuni studiosi hanno ipotizzato trattarsi della canna da zucchero oppure della cannabis indica, altri si sono orientati verso Asclepiadaceae ed Efedra, altri invece verso l’Amanita muscaria.

Di questo fungo, che assunto provoca allucinazioni di tipo uditivo e visivo, è documentato l’uso tradizionale in ambito religioso ed anche per migliorare le prestazioni psicofisiche; esso è stato utilizzato per curare malattie, interpretare i sogni, vedere nel passato, prevedere il futuro, comunicare con gli spiriti; presso alcune popolazioni è stato considerato alla stregua di un essere soprannaturale.

Immagine 5. Amanita muscaria. (Fonte: https://www.coltivazionebiologica.it/amanita-muscaria/)

In ambito iranico troviamo l’haoma; nei testi religiosi si fa riferimento a diversi colori e varietà di haoma – riferibili secondo alcuni studiosi a varietà locali di Efedra – e alle sue proprietà portentose: per esempio, si rileva che esso migliora la forza, la resistenza, promuove la guarigione, dona la salute e persino l’immortalità.

Inoltre se ne indica l’utilizzo per il viaggio dell’anima. Zarathustra è indicato come colui il quale insegnò il corretto uso dell’haoma, sostituendolo al sacrifico del toro e della vacca e mescolandolo con il latte.

Come ha osservato R. C. Zaehner, lo Yasna, il sacrificio zoroastriano, si accentra attorno alla pianta sacra di Haoma o Hōm, una pianta che in origine cresceva sulle montagne iraniane e che, a quanto sembra, possedeva qualità inebrianti.

<<Il Haoma, tuttavia, è ben più di una semplice pianta, è anche un dio, il figlio dello stesso Ohrmazd. Nel sacrificio il Haoma, come pianta, è la vittima, ma come dio è esso stesso il sacerdote.

Egli è in pari tempo l’oblazione e colui che esegue il sacrificio, e dalla sua morte viene l’immortalità. Sicché quando il fedele partecipa dello Haoma consacrato, egli partecipa alla sua immortalità, ottiene un anticipo della vita eterna che sarà sua in Cielo>>.

Immagine 6. Raffaello Sanzio. Zarathustra; dettaglio da La Scuola di Atene. 1509-1511. Musei Vaticani. (Fonte: http://www.summagallicana.it/lessico/z/Zarathustra.htm)

 

DAGLI INSEGNAMENTI SPIRITUALI ALLA SUPERSTIZIONE.

LA DOTTRINA DELLE SEGNATURE.

Come ebbe a rimarcare Mircea Eliade, la pianta dell’immortalità e della giovinezza era concepita in modo del tutto diverso in India e nel mondo semitico. I Semiti erano assetati d’immortalità, di vita immortale; gli Indiani cercavano la pianta che rigenera e ringiovanisce.

Anche i Greci non aspiravano all’immortalità, ma alla gioventù e a una lunga vita. Inoltre, il livello spirituale del mito, da una parte, e il livello della leggenda, della superstizione, dell’usanza, dall’altra, sono del tutto diversi.

<<Un gruppo popolare e un’élite colta conoscono e interpretano il mito dell’erba di rigenerazione o d’immortalità in modo del tutto diverso. Tuttavia, nelle differenti varianti di questo medesimo tema centrale – per grandi che siano le differenze dovute al genio etnico o al gruppo sociale, oppure alle vicende della diffusione – l’unità di struttura è facilmente verificabile. Nel caso attuale, dietro ogni versione dell’erba miracolosa scopriamo l’originario prototipo: l’Albero della Vita; la realtà, la sacralità e la vita concentrate in un albero meraviglioso, sito in un centro o in un mondo inaccessibile, i cui frutti solo gli eletti possono gustare>>. <<Il valore magico e farmaceutico di certe erbe è parimenti dovuto a un prototipo celeste della pianta, o al fatto che fu còlta la prima volta da un dio. Nessuna pianta è preziosa di per sé, ma soltanto grazie alla sua partecipazione a un archetipo o in seguito alla ripetizione di gesti e parole che, isolando la pianta dallo spazio profano, la consacrano>>.

Nella tradizione popolare cristiana, in particolare, <<l’erba doveva le sue virtù medicinali anche al fatto che Dio l’ha dotata di proprietà del tutto eccezionali>>.

Le reali e presunte virtù delle piante hanno dato origine a speculazioni dotte e popolari. Tali virtù sono state ritenute identificabili grazie a peculiari caratteristiche.

La cosiddetta “dottrina delle Segnature” è basata sulla convinzione che le piante, come pure i minerali e gli animali, portino in sé segni delle loro qualità terapeutiche. In un manoscritto tardomedievale si legge che la Natura ha voluto indicare all’uomo, attraverso la forma di una parta o delle varie parti della pianta, l’utilità medica della pianta stessa.

Non si tiene conto, peraltro, solamente dell’insieme della pianta, delle foglie e delle radici, ma anche del colore dei fiori: a quelli rossi è attribuita la proprietà di curare le malattie della circolazione sanguigna, ai gialli quella di curare le malattie del fegato e della vescica, ai bianchi quella di curare le malattie delle ossa.

Anche il colore del legno ha la sua importanza. Nel Medioevo i viaggiatori occidentali, soprattutto pellegrini e mercanti, che non avevano facilmente a disposizione né le piante né la possibilità di rimanere a contatto diretto con esse per il tempo considerato necessario, potevano avvalersi delle loro qualità terapeutiche grazie alle tavolette medicamentose che recavano con sé.

Esse consistevano per lo più in pezzetti di legno stagionato di forma quadrata, di vario colore (la scelta del colore dipendeva dalla malattia dalla quale si era afflitti). In alternativa, si poteva fare ricorso a pezzetti di radice, ritenuta avere maggiore virtù terapeutica del resto della pianta, la cui forma ricordava l’uno o l’altro degli organi del corpo umano.

Oggi l’eterna giovinezza e l’immortalità del corpo fisico sembrano più facilmente raggiungibili. Secondo alcuni ricercatori esistono ottime probabilità che quello che per millenni è stato soltanto un sogno potrà concretizzarsi a breve, grazie soprattutto al progresso tecnologico nel campo della genetica, della nanotecnologia e dell’intelligenza artificiale. In un mondo desacralizzato, l’uomo, deificando se stesso, non ha più bisogno degli dèi.

(Alessandra Filiaci)

 

Riferimenti bibliografici.

Baschera, R. 1989. “Magia verde. Antichi insegnamenti di pranoterapia vegetale”. Oscar Arcana Mondadori.

Cattabiani, A. 1998. “Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante”. Oscar Saggi Mondadori.

Eliade, M. 1976.” Trattato di storia delle religioni”. Universale scientifica Boringhieri.

Zaehner, R.C. 1976. “Il Libro del Consiglio di Zarathustra e altri testi. Compendio delle teorie zoroastriane”. Ubaldini Editore.

Le immagini sono state fornite dall’autrice.

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