LA SANTA BARBUTA, LE SUE “CONSORELLE” E IL “VOLTO SANTO” DI LUCCA; di Alessandra Filiaci.

 

 
Immagine di apertura: Santa Wilgeforte, la Santa barbuta. Église Saint-Nicolas a Wissant (Pas-de-Calais, Francia). (fonte: https://almaleonor.wordpress.com/tag/ida-rubinstein/)

LA SANTA BARBUTA, LE SUE “CONSORELLE” E IL “VOLTO SANTO” DI LUCCA.
di Alessandra Filiaci

 

La storia, maestra di vita, spesso trova nel trascorrere del tempo un alleato. Molte verità taciute dopo centinaia, talvolta migliaia, di anni vengono alla luce talora grazie a scoperte inaspettate, talaltra per la curiosità di imperterriti ricercatori che hanno dedicato la loro vita allo studio di polverosi testi occultati in antiche biblioteche.

Altre volte però il tempo si rivela insidioso e la memoria di personaggi realmente esistiti e di eventi realmente accaduti si perde o si offusca a tal punto da diluirsi nella leggenda o da far ritenere che siano un mero parto della fantasia. Talvolta sono i detti popolari a risolvere misteri in un semplice accenno, o ad indurre a riflettere meglio su originali possibilità di approccio. Ricordiamo il detto: “donna baffuta (variante: donna barbuta) sempre piaciuta”. Chi mai, quando e perché avrà messo in rima quella che per le donne dei nostri giorni è un’assurdità? Forse un marito innamorato? Oppure un’appartenente al gentil sesso che volle lasciare ai posteri la testimonianza positiva della peculiarità che la contraddistingueva?
D’altra parte, non è certo un segreto che fino a pochi decenni fa nella nostra bella Italia non erano poche le donne che sceglievano di non radersi le gambe (a loro ben si adattava l’altro detto: “donna pelosa, donna virtuosa”), figurarsi perciò se poteva essere un problema avere un accenno di baffi o qualche pelo sul mento.

Se rivolgiamo lo sguardo verso altri Paesi troviamo esempi rimarchevoli di donne che non si fecero mai un cruccio, per quanto è noto, di essere state dotate in sovrappiù da Madre Natura della caratteristica peluria che cresce di norma in abbondanza sui volti maschili. Pensiamo ad Anis-al-Dawla, sposa favorita di Nasser al-din Shah Qajar, scià di Persia dal 1848 al 1896, della quale la maggior parte dei contemporanei elogiò benevolenza, tatto ed intelligenza, e alla pittrice messicana Frida Kahlo, la cui immagine ci viene restituita da numerose fotografie e da autoritratti che rivelano visivamente la sua concezione della pittura e della vita, che ella sintetizzò in un’occasione con le incisive parole: “Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”.

2. Immagine sopra. Anis-al-Dawla, sposa favorita dello scià di Persia Nasser al-din Shah Qajar. (fonte: https://conoscerelastoria.it/quando-la-donna-baffuta-piaceva-davvero/)

3. immagine sopra: La pittrice messicana Frida Kahlo in una fotografia del 1932. (fonte: Wikipedia)

Non parrebbe troppo strano, dunque, se fosse esistita anche una Santa baffuta. Ma se avesse avuto anche la barba? Chi potrebbe mai credere che sia mai esistita una Santa con la barba?

Di fatto, una Santa barbuta è oggetto della devozione popolare nella diocesi di Avila, in Spagna, dove il 20 febbraio si celebra la festa in onore di Santa Paola soprannominata “Barbata”.

Secondo una leggenda risalente al 1300, Paola era nata a Cardeñosa, oggi piccolo comune nella provincia di Avila nella comunità autonoma di Castiglia e León, e sin da bambina si era consacrata a Dio. Un giorno un giovane osò importunarla e la ragazza andò a rifugiarsi in una cappella e lì, abbracciando il crocifisso, pregò il Signore di salvarla dalle avances sin troppo ardite dell’uomo. In risposta alla sua invocazione, Dio le fece spuntare barba e baffi. Il suo inesorabile persecutore, a quella vista, rimase inorridito e fuggì via.
La “Raccolta delle vite de’ santi distribuita per ciascun giorno dell’anno sul metodo di quella del Massini. Opera d’un Padre dell’Oratorio di Venezia”, pubblicata a Brescia nel 1828 (Vol. III), offre un racconto piuttosto dettagliato della vita di Paola e la storia narrata ha un finale diverso.
I suoi genitori, poveri agricoltori, vengono presentati come “illustri per la pietà cristiana”, e la loro unica figlia come una fanciulla che lavorava nei campi e nella solitudine, nel silenzio rivolgeva il suo spirito a Dio e s’innalzò tanto nella “cognizion delle bellezze del Creatore” che volle consacrare all’Altissimo la sua verginità. Le era oltremodo grato nelle pause dal lavoro il recarsi a pregare in una chiesa di Avila dove erano conservate le reliquie di San Secondo, vescovo della città. Un giorno la sua avvenenza attrasse un giovane il quale cercò di conquistarne la fiducia, e poiché a nulla erano valse lusinghe e promesse e neanche le minacce si risolse di usarle violenza. Travestitosi da cacciatore ed uscito di buon mattino, un giorno egli vide da lontano la “sospirata colomba” che si recava alla chiesa di San Secondo. La ragazza, accortasi dell’appressarsi del suo persecutore, accelerò il passo e si diresse verso la chiesetta di San Lorenzo, situata fuori le mura della città di Avila, e qui si gettò ai piedi del Crocifisso. Con le lacrime agli occhi la ragazza scongiurò il Salvatore di difenderla dall’imminente pericolo e di mutarle subito l’aspetto “con qualche rimarchevole difformità”, affinché quell’uomo finalmente desistesse dal suo ignobile proposito. In un istante la preghiera della pia vergine fu esaudita. “Una lunga irsuta barba le discende dal mento, la fronte si aggrinza e si torce, le guancie divengono pallide, tetre e luride, sicché metteva orrore il solo darle un’occhiata”. E intanto “si aumenta il candore dell’anima sua”. Il giovane, entrato nella chiesa, cercò Paola ovunque e alla stessa Paola domandò dove si fosse nascosta la fanciulla che aveva visto entrare in quel sacro luogo. Ma la “vergine barbata” rispose di non avere veduto anima viva in quella chiesa. L’uomo per giorni, come un cane da caccia, cercò ovunque la sua preda, finché vedendo deluse le sue speranze desistette. Paola, invece, decise di vivere in un piccolo tugurio accanto alla chiesa di San Secondo, acquistando fama di grande santità, testimoniata da miracoli in vita e anche “dopo la sua preziosa morte, avvenuta la quale fu sepolta vicina alla tomba di S. Secondo”.

Il racconto prosegue rilevandosi che del suo decesso non si conosce la data e perciò “talvolta confondesi con un’altra vergine per nome Vilgeforte oriunda di Portogallo, cui crebbe la barba per distornare le nozze ad essa proposte. Ma il nome, il luogo della nascita, della sepoltura, e una pittura antica esprimente il fatto occorso, le diversifica abbastanza per non incorrere in abbaglio”.

Questa vergine “Vilgeforte” oriunda del Portogallo è la Santa barbuta conosciuta anche come Wilgeforte, Vilgefortis e Wilgefortis e sotto molti altri nomi, tra i quali Starosta, Dignefortis, Eutropia, Reginfledis, Comera, Kümmernis, Uncumber, Ontcommer. Il nome tedesco, l’inglese e gli equivalenti in altre lingue derivano dalla credenza popolare che chiunque preghi la Santa nell’ora della morte perirà “senza dolore” (ohne kummer in tedesco). E’ interessante notare che la vergine barbuta non è stata confusa soltanto con la Santa Paola di cui riferisce la suddetta “Raccolta delle vite de’ santi”, ma anche con una Santa Liberata, la quale tuttavia non conobbe il martirio della croce, in conseguenza di una contaminazione fra i due culti.

4. Immagine sopra: J. Bosch (1450 ca. – 1516), Trittico di Santa Liberata. Gallerie dell’Accademia di Venezia (Italia). (fonte: http://www.gallerieaccademia.it/trittico-di-santa-liberata)

5. Immagine sopra. Un’altra raffigurazione della Santa barbuta rappresentata crocifissa. Scultura conservata nella Église Saint-Étienne a Beauvais (Francia).(fonte: https://almaleonor.wordpress.com/tag/ida-rubinstein/)

Secondo il racconto tradizionale, Santa Vilgeforte/Vilgefortis visse nell’VIII secolo ed era figlia di un re pagano del Portogallo (oppure, secondo una variante, re di Sicilia), il quale volle destinarla in moglie ad un principe, anch’egli pagano (forse re di Sicilia), ignorando che la bella fanciulla aveva abbracciato la fede cristiana e donato a Dio la propria verginità. Decisa a volere mantenere fede al proprio voto di castità, la giovane pregò il Salvatore di mutarne le leggiadre sembianze rendendola ripugnante, così che il promesso sposo, provando ribrezzo nel vederla, rinunciasse al matrimonio. La sua preghiera fu ascoltata: la notte precedente il giorno delle nozze le crebbero barba e baffi e il matrimonio, com’ella aveva sperato, non venne celebrato. Il padre, furioso, ordinò che sua figlia fosse prima imprigionata e poi crocifissa come il Cristo che ella adorava. A questo punto alla narrazione si intreccia un altro racconto, secondo il quale un pastorello, vedendo la ragazza appesa alla croce, volle alleviarne la sofferenza suonando il suo violino (secondo una variante, un liuto); per gratitudine la giovane gli lanciò in dono una sua pantofola ricamata in oro.

6. Immagine sopra: Xilografia di Hans Burgkmair il Vecchio, 1507 ca. (Augusta, Germania). (fonte: https://pl.m.wikipedia.org/wiki/%C5%9Awi%C4%99ta_Wilgefortis)

7. Immagine sopra: Scultura che rappresenta la Santa barbuta a Wambierzyce (Polonia). (fonte: Wikipedia)

Della vergine martire con la barba esistono molte rappresentazioni che la ritraggono in croce, come Santa Giulia, e incoronata. Una di queste è visibile in una cappella a Wambierzyce in Polonia: si tratta di una scultura che ritrae la Santa nel modo usuale, e se non fosse per il crocifisso ligneo si potrebbe pensare di trovarsi di fronte ad una variante delle tradizionali immagini mariane, per via dei colori – il bianco e l’azzurro – del suo abbigliamento.

Un’altra rappresentazione della Santa barbuta, conosciuta come Starosta (russo: “l’anziano”, presso gli Slavi orientali e occidentali era in origine il più anziano del villaggio, che godeva di una riconosciuta autorità, in seguito il nome ha designato il capo dell’amministrazione locale o anche di alcune istituzioni civili), è conservata nella Loreta, santuario fondato nel 1626 a Praga, sul modello di quello italiano di Loreto. Consiste in una statua lignea che la ritrae vestita con un lungo abito di colore violetto arricchito da una fascia rossa sul davanti e con un velo che dalla testa le ricade sulle spalle; i lineamenti sono femminili, ma a differenza dell’altra scultura è vistosamente baffuta ed ha una folta barba.

8. immagine sopra: Santa Starosta nel Santuario della Loreta a Praga (Repubblica Ceca). (fonte: https://www.expartibus.it/santa-starosta-di-praga/)

Alcuni studiosi hanno tentato una ricostruzione storica prendendo in esame innanzi tutto il nome Vilgefortis, che per lo più si è fatto derivare dal latino “virgo fortis”, trattandosi evidentemente, come mostra la narrazione delle sue vicende terrene, di una vergine dalla forte fede, dalla forte volontà e dalla forte capacità di sopportazione. Prima della seconda guerra mondiale sussisteva una fiorente devozione per Wilgefortis o Ontcommer nelle Fiandre e nel nord della Francia, ma soprattutto degno di nota è il fatto che esistono prove certe che collocano un importante centro di culto nella città di Steenbergen, nel Brabante settentrionale, già nel XV secolo; tali testimonianze hanno fatto ritenere ad alcuni studiosi che la leggenda della Santa sia nata nei Paesi Bassi, diffondendosi da quella città nel resto d’Europa.

E’ interessante notare che la leggenda – come tale viene considerata dai più – relativa alle vicende terrene della Santa barbuta si arricchisce a partire dall’inizio del XVI secolo di un particolare che riconduce alla stessa città, narrandosi che il funerale di Santa Ontcommer aveva avuto luogo proprio a Steenbergen.
Alcuni autori ritengono che le caratteristiche sia femminili sia maschili della Santa barbuta possano spiegarsi con una rielaborazione cristiana di antichi miti concernenti figure androgine ed ermafrodite, e qualcuno ha anche proposto di riconoscere in Vilgefortis un transessuale: i fedeli avrebbero potuto, a seconda delle proprie inclinazioni sessuali, riconoscervi una figura femminile oppure una figura maschile, e pregando la Santa, androgina o ermafrodita (peraltro, in ambito scientifico androgino ed ermafrodito non sono sinonimi), avrebbero cercato e in alcuni casi potuto raggiungere l’unione mistica con la divinità che, in quanto tale, non conosce la differenza di genere, essendo questa un prodotto culturale umano (ma è appena il caso di notare che quando i cristiani invocano Dio lo chiamano Padre).

A parere di chi scrive appare più verosimile ipotizzare che nella venerazione della Santa barbuta (vari siti web riportano l’informazione che il culto di Vilgefortis è stato soppresso nel 1969) trovassero qualche sollievo in larga misura le donne sofferenti a causa di soverchierie derivanti dal disvalore sociale delle caratteristiche considerate precipuamente femminili, tanto è vero che essa era considerata protettrice delle donne che volevano essere liberate da uomini crudeli, vessatori, dispotici che le facevano tribolare.

Da un lato ella, “virgo fortis”, era dunque un modello di virtù da seguire, dall’altro la si pregava per trovare sollievo al dolore di un’esistenza resa penosa dall’incomprensione e dagli abusi dei mariti, o di altre figure maschili oppressive, e affinché ispirasse costoro a seguire l’insegnamento del Cristo, di cui le rappresentazioni della Santa hanno in parte le fattezze, di amare senza discriminazioni.
Se sulla base di diverse testimonianze scritte alcuni studiosi ritengono che la leggenda della Santa sia nata nei Paesi Bassi, diffondendosi da Steenbergen nel resto d’Europa, secondo altri la strada da percorrere è un’altra: il culto reso alla Santa con la barba – ed è questa l’ipotesi oggi più accreditata – sarebbe nato in seguito ad una errata interpretazione dell’iconografia del “Volto Santo”, o di simili immagini.

9. Immagine sopra. Il “Volto Santo” di Lucca. (fonte: https://www.toscanamedianews.it/lucca-il-volto-santo-non-e-la-replica-ma-loriginale.htm)

 

10. Immagine in basso. Lucca, Duomo di San Martino, Tempietto del “Volto Santo”, immagine tratta dal libro “La Patria – Geografia dell’Italia – Massa e Carrara, Lucca, Pisa e Livorno” di Stroffarello Gustavo (1890). (fonte: https://territoridel900.wordpress.com/2017/02/01/strafforello-gustavo-lucca-1890-duomo-di-san-martino-il-tempietto-del-volto-santo/)

Conservato nel Duomo di Lucca o Cattedrale di San Martino, all’interno del tempietto marmoreo progettato da Matteo Civitali ed edificato nel 1482-1484, il “Volto Santo” rappresenta il Cristo crocifisso, scolpito in legno di noce, in stile bizantino; il grandioso crocifisso è alto oltre due metri.

11. Immagine sopra: La Cattedrale di San Martino a Lucca, fotografia degli anni ’80 del XIX secolo. (fonte: Wikipedia)

La leggenda vuole che sia un’immagine acheropita, ossia non realizzata da mano umana, mentre secondo la tradizione riferita dal diacono Leobino e contenuta in diversi codici del XII secolo il prezioso simulacro fu realizzato da Nicodemo, aiutato dalla grazia divina, per tramandare le sembianze del Salvatore. Nascosto fino all’VIII secolo, esso fu ritrovato dal vescovo Gualfredo, pellegrino in Terra Santa, in virtù di un sogno rivelatore, e trasportato su un battello, privo di equipaggio, dalla città di Joppe (Jaffa) in Terrasanta al porto di Luni, sfuggendo anche all’assalto dei pirati. I lunensi cercarono invano di accostarsi alla barca, che prendeva il largo ad ogni tentativo di essere avvicinata. Una notte il vescovo di Lucca Giovanni I ebbe in visione un angelo che gli annunciò che si sarebbe dovuto recare a Luni perché soltanto a lui sarebbe stato dato il battello con il suo prezioso tesoro. In cambio del simulacro ai lunensi fu consegnata una delle due ampolle contenenti il sangue del Cristo che erano state caricate anch’esse sulla barca. Al momento della partenza per Lucca, i lunensi ebbero un ripensamento ed il vescovo decise allora di far porre la reliquia su un carro trainato da due buoi: se i buoi si fossero mossi verso Lucca, essa sarebbe stata dei lucchesi, altrimenti sarebbe stata lasciata a Luni. I buoi espressero la volontà divina muovendosi in direzione di Lucca dove, era l’anno del Signore 782, il “Volto Santo” trovò la sua definitiva collocazione. Inizialmente esso fu posto nella Basilica di S. Frediano, da cui misteriosamente disparve per essere ritrovato vicino alla Cattedrale di San Martino: tale avvenimento fu interpretato come un miracolo, talché fu deciso che esso dovesse essere ivi conservato.

12. Immagine sopra: Affresco di Amico Aspertini (1475 – 1552) nella Basilica di San Frediano (Lucca) raffigurante il trasferimento del “Volto Santo” verso Lucca. (fonte: Wikipedia)

Il “Volto Santo” fu oggetto di profonda venerazione nel tardo Medioevo (è ricordato anche da Dante in Inferno, XXI, 48 e nel secolo XI Guglielmo II il Rosso giurava sul “volt de Lucha”) attirando a Lucca, città che occupava una posizione chiave lungo la via Francigena, pellegrini e mercanti provenienti da tutta Europa, tanto che sorse l’esigenza di produrne delle copie in diversi materiali ad uso di quanti non potevano o non volevano recarsi in Italia ad ammirare e venerare l’originale.
Esso divenne l’emblema della città, tanto che l’immagine fu riprodotta sui sigilli dei cambiavalute e sulle monete lucchesi.
Come si legge in una pagina nel sito “Fondazione Antica Zecca di Lucca”, dall’epoca dei Longobardi (VII secolo) fino a quella di Carlo Lodovico di Borbone (XIX secolo) la Zecca di Lucca conia “oltre duemila tipi di monete, accettate e apprezzate in tutto il continente, veicolo di quella ricchezza che, suggellata dall’effigie del Volto Santo sull’oro e sull’argento, rende i mercanti e i banchieri lucchesi protagonisti della finanza e del commercio in Italia, nelle Fiandre, in Inghilterra, nelle penisole iberiche e nelle lontane terre del levante. (…) Tredicesimo secolo: debutta il grosso lucchese recante l’effigie del Volto Santo, il misterioso crocifisso ligneo che, a Lucca, si venera come protettore della città. (…) fino alla metà del XVIII, il Volto Santo rappresenterà un vero e proprio marchio di qualità della moneta lucchese, facendola riconoscere e apprezzare ovunque”.

13. Immagine sopra. “Grosso” lucchese del 1209 ca. con il “Volto Santo”. (fonte:https://www.lagazzettadilucca.it/cultura-e-spettacolo/2019/05/lucca-e-le-sue-monete-sin-dallantichita-una-citta-da-record/)

Il Cristo è rappresentato in croce come sommo sacerdote, vestito di una lunga tunica con maniche, stretta da una cintura annodata, con le braccia tese orizzontalmente, la testa reclinata a destra e gli occhi aperti a metà.

La rappresentazione di Cristo crocifisso come sommo sacerdote, come hanno fatto notare alcuni studiosi, non è isolata, e già verso la fine dell’VIII secolo, parallelamente a tale tipologia iconografica, sono attestate raffigurazioni di Cristo crocifisso con un panno intorno ai fianchi.

È interessante notare che a partire dal XII secolo il piede destro, che si presenta abraso nelle dita e nella pianta, fu calzato da una pianella d’argento al fine di preservarlo da un ulteriore danneggiamento, causato dallo sfregamento continuo da parte dei fedeli.
Tra i miracoli attribuiti al “Volto Santo” di Lucca vi è quello della ciabatta d’oro, che sarebbe stata ‘donata’ ad un povero giullare, il quale si recava spesso a pregare ai piedi del crocifisso offrendo in segno di devozione l’unica cosa che possedeva: la sua arte, che tuttavia non era gradita ai prelati e agli altri fedeli. Un giorno il giovane fu ‘ricambiato’ dal “Volto Santo”, riccamente abbigliato, con la ciabatta d’oro (la destra), e a nulla valse il racconto dell’uomo che affermava che era caduta dal crocifisso e non era stata da lui rubata.
Qualsiasi tentativo di ricollocare la ciabatta al suo posto fu inutile, essa veniva continuamente ‘rifiutata’, come se davvero il “Volto Santo” ne avesse fatto dono al giullare, il quale, finalmente creduto, in cambio del prezioso calzare ricevette un corrispettivo in denaro. La ciabatta però non fu rimessa al piede del crocifisso, ma soltanto appoggiata, sorretta da un calice d’oro.

A lungo vi è stata incertezza sulla data di realizzazione del manufatto, spaziando dal V al XIII secolo, e si è anche ipotizzato che si tratti di una copia del XII secolo forse opera della cerchia di Benedetto Antelami, di un crocifisso più antico, siriaco, risalente al secolo VIII, come indicherebbero la caratteristica tunica, la barba bipartita e gli occhi sporgenti.

Nel 2020 gli esami con il carbonio-14 hanno permesso di stabilire una datazione compresa tra l’VIII e il IX secolo, si tratterebbe perciò, come hanno messo in rilievo diversi autori, della più antica scultura lignea conosciuta in Occidente.
La leggenda della Santa barbuta invocata per liberare dal dolore sarebbe nata più tardi, secondo alcuni forse nel XIV secolo, secondo altri non prima del XV secolo, quando i cristiani del nord Europa, dove le copie del simulacro lucchese erano ampiamente diffuse, non seppero più riconoscere in esse il Cristo crocifisso per via della lunga tunica, abbigliamento considerato appropriato ad una figura femminile. A rinforzare l’equivoco avrebbero contribuito i generici appellativi con cui era più di frequente invocato il Figlio di Dio (è appena il caso di ricordare che: “Ma liberaci dal male” è l’ultima invocazione contenuta nel “Padre Nostro”), il Quale dalla croce ha donato a tutti il perdono e la pace; e la presenza della corona avrebbe fatto nascere la credenza che la Santa barbuta era figlia di un re.

Tutto sarebbe nato da un’errata interpretazione, dunque. Ma è davvero impossibile che la leggenda contenga qualche elemento di verità? È davvero impossibile che sia esistita una Santa con baffi e barba?

Se ripensiamo ai ritratti di Anis-al-Dawla e di Frida Kahlo, non parrebbe poi così strano. Forse la sovrapposizione delle figure della vergine barbuta e del Cristo fu resa possibile anche dal ricordo di una pia donna virtuosa, realmente esistita, che fu afflitta da irsutismo o da ipertricosi?

Con il termine irsutismo si definisce, nella donna, una condizione caratterizzata da un eccessivo accrescimento pilifero in zone normalmente glabre, in genere causato da una eccessiva produzione di androgeni da parte delle ovaie o delle ghiandole surrenali, mentre altre volte si manifesta anche in presenza di livelli normali di androgeni a causa di una eccessiva sensibilità della cute alla loro azione. L’ipertricosi consiste invece in un aumento localizzato o generalizzato di peli corporei, e può essere congenita, oppure acquisita nel corso della vita e in questo caso può essere dovuto a farmaci, sindromi paraneoplastiche, sindrome dell’ovaio policistico, malattie metaboliche, stati carenziali come iponutrizione e anoressia. È possibile che la Santa barbuta fosse affetta da una di queste patologie? Non si tratterebbe in ogni caso di un esempio unico nel suo genere.

14. Immagine sopra. Anonimo, Ritratto di Pedro Gonzalez, 1580 ca. Castello di Ambras (Innsbruck, Austria). (fonte: Wikipedia)

Rammentiamo che fu affetto da ipertricosi il nobile spagnolo Pedro Gonzalez (1537 – 1618) e alcuni suoi figli ereditarono da lui tale patologia (motivo di ispirazione per la famosa favola “La bella e la bestia”), tra cui Antonietta (celebre il suo ritratto opera della pittrice Lavinia Fontana, databile intorno al 1595, conservato presso il Musée du Château royal de Blois) ed Arrigo (che appare nel dipinto di Agostino Carracci, conservato nel Museo di Capodimonte di Napoli, dal titolo: “Arrigo peloso, Pietro matto e Amon nano”, eseguito fra il 1598 e il 1600).

15. Immagine sopra. Lavinia Fontana, Ritratto di Antonietta Gonzalez, 1595 ca. Musée du Château royal de Blois (Francia). (fonte: https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2017/11/mostra-arcimboldo-roma/attachment/lavinia-fontana-ritratto-di-antonietta-gonzalez-1595-ca-musee-du-chateau-de-blois/)

16. Immagine sopra. Agostino Carracci, “Arrigo peloso, Pietro matto e Amon nano”, 1598-1600. Museo Nazionale di Capodimonte (Napoli, Italia). (fonte: Wikipedia)

E non si tratta di casi isolati. Una donna barbuta fu dipinta da Jusepe de Ribera detto lo Spagnoletto nel 1631: trattasi dell’italiana Maddalena Ventura, di Accumoli (Abruzzo), raffigurata all’età di 52 anni, la quale a 37, già madre, iniziò a ricoprirsi di peli.

17. Immagine sopra: Jusepe de Ribera, “Maddalena Ventura con marito e figlio” (o “Donna barbuta”), 1631. Museo Nacional del Prado (Madrid, Spagna). (fonte: Wikipedia)

Per secoli gli individui affetti da queste ed altre patologie, con aspetto insolito o anomalo e diversi difetti fisici, come i gemelli siamesi e le persone molto basse o molto alte, furono considerati scherzi di natura ed oggetto di viva curiosità e indagine scientifica, ed impiegati anche come “fenomeni da baraccone” in spettacoli a pagamento (in ambito anglosassone chiamati freak shows), come lo fu l’americana Annie Jones (1865 – 1902), “The Esau Woman”, la quale lavorò per il Circo Barnum ed ebbe due mariti, Richard Elliot e William Donovan, a riprova che il detto “donna baffuta (variante: donna barbuta) sempre piaciuta” ha un fondamento di verità.

 

 

18. immagine sopra: Annie Jones, “The Esau Woman”. (fonte: Wikipedia)

Andando indietro nel tempo troviamo diverse testimonianze di donne barbute o con evidente peluria sul viso.

Una fonte preziosa è Plinio il Vecchio (23 – 79 B.C.), il quale fa riferimento in particolare alla Grecia e all’Africa. Egli cita il generale e scrittore Gaio Licinio Muciano, autore di un’opera sulla storia e sulla geografia dell’Oriente, ricordando una donna di Argo chiamata Arescusa alla quale, dopo il matrimonio, spuntarono la barba ed altre peculiarità maschili e in conseguenza di ciò adottò il nome Arescon e si ammogliò. Lo stesso Plinio dichiarò di avere veduto una donna africana la quale mutò il proprio sesso il giorno del matrimonio.
Una breve sezione del Liber Monstrorum (VIII secolo) è intitolata “De barbosis mulieribus”. Vi si legge che presso un monte dell’Armenia nascono donne (così dicono) rivestite di pelli e con la barba lunga fino alle mammelle.

La letteratura medievale ci rimanda altri esempi di donne barbute, abitanti delle montagne della Norvegia e delle foreste dell’India.

L’umanista Hartmann Schedel (1440 – 1514) fa riferimento a Plinio, Agostino ed Isidoro per includere nel suo Liber Chronicarum una xilografia di una donna con una lunga barba che le giunge fino al petto.

Altri esempi sono nella Monstrorum historia del naturalista Ulisse Aldrovandi (1522 – 1605), il quale inserì nella sua opera anche xilografie riproducenti alcuni membri della famiglia Gonzalez sopra citata.

Un’altra donna barbuta fu la spagnola Brígida del Río, di Peñaranda, ritratta nel 1590 dal pittore Juan Sánchez Cotán (1561 – 1627). La barbuda di Peñaranda all’età di 50 anni presentava una folta barba, calvizie avanzata e presenza di peli in zone del corpo caratteristiche dei maschi adulti.

19. immagine sopra: Juan Sánchez Cotán, Brígida del Río, la barbuda de Peñaranda, 1590. Museo Nacional del Prado (Madrid, Spagna). (fonte:https://www.museodelprado.es/coleccion/obra-de-arte/brigida-del-rio-la-barbuda-de-pearanda/4a025c3f-1cd4-4a77-92f0-eb0890110675)

È interessante osservare che illustri dòtti personaggi formularono un giudizio estremamente negativo nei confronti delle donne barbute. Ne è un esempio Giovambattista della Porta (1535 -1615), il quale scrisse: “La donna barbuta è di pessimi costumi. Gli huomini volgari han fatto un loro proverbio, femina barbuta con pietre la saluta. Dice Michele Scoto, che la donna barbuta è di gagliarda vita, di molta lussuria, e di conditione maschile, per la calda sua complessione”.

È al medico Galeno (129 – 200 circa) che si deve la credenza secondo la quale lo sviluppo delle caratteristiche maschili dipende in larga misura dal calore che è più fortemente presente nel corpo maschile. Questa idea venne ripresa dal medico e chirurgo francese Ambroise Paré (1510 – 1590), il quale affermò che il crescente calore prodotto nella fase della pubertà, o come risultato di una forte fatica fisica, può innescare le trasformazioni dal femminile al maschile.

Questa breve ma significativa panoramica forse può farci riprendere in considerazione ed esaminare da un altro punto di vista la leggenda della Santa barbuta. Se in un futuro remoto fossero debellate tutte le malattie che hanno afflitto e ancora affliggono il genere umano e non ne restasse che il ricordo sfumato in incerte biografie tramandate da frammentarii scritti e rare opere visuali, non sarebbe facile definirle leggendarie? Del resto, la leggenda è per definizione un racconto in cui la realtà storica si fonde con elementi fantastici. Questo è particolarmente vero per le vite dei Santi: nelle vite dei martiri i particolari fantasiosi servono a rinforzare determinate caratteristiche del Santo o della Santa, come la forza di volontà e l’eroica sopportazione del martirio.
(Alessandra Filiaci)

 

Riferimenti bibliografici
“Raccolta delle vite de’ santi distribuita per ciascun giorno dell’anno sul metodo di quella del Massini. Opera d’un Padre dell’Oratorio di Venezia”, pubblicata a Brescia nel Pio Istituto di S. Barnaba. Tip. Pasini MDCCCXXVIII (Vol. III).

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La leggenda del Volto Santo. http://www.viadelvoltosanto.it/index.php/La_leggenda.

La zecca di Lucca nella storia: una testimonianza di dodici secoli. Fondazione Antica Zecca di Lucca. http://www.zeccadilucca.it/ita/articoli.php?idcat=6&idsez=30&idart=3.

2020. Il Volto Santo è quello leggendario non la replica. https://www.toscanamedianews.it/lucca-il-volto-santo-non-e-la-replica-ma-loriginale.htm.

2019. Che sorpresa, c’è una donna barbuta che allatta. http://www.stilearte.it/che-sorpresa-ce-una-mamma-barbuta-che-allatta.

“I Tarocchi della Nuova Era. Percorso spirituale, divinazione, applicazioni ludichedi Alessandra Filiaci è dedicato a tutti i Ricercatori che sono aperti alle infinite possibilità che offre il presente, a chi pone l’espansione della consapevolezza e dell’evoluzione spirituale al centro della propria esistenza. Un libro ricco di informazioni e all’insegna della creatività, con suggerimenti per inusuali ed inediti utilizzi dei Tarocchi. Un’opera completa, da cui ogni lettore potrà trarre nuova ispirazione e nuovi spunti di riflessione per il proprio cammino interiore.

Alessandra Filiaci è scrittrice, poetessa, Reiki Master, collaboratrice di periodici e aperiodici a diffusione nazionale ed internazionale, cartacei e on line. É ideatrice della “Tarosofia”, sistema di studio e di utilizzo creativo dei Tarocchi, che promuove attraverso le iniziative da lei realizzate per l’Associazione Culturale “Anahata” con sede in Roma, fondata nel 2008, di cui è Presidente. Sui Tarocchi ha pubblicato articoli, poesie e due saggi: “I Tarocchi. Il Sentiero degli uomini e degli dei” (Bastogi Editrice Italiana, Foggia 1999) e “I Tarocchi della Nuova Era. Percorso spirituale, divinazione, applicazioni ludiche” (Terre Sommerse, Roma 2017) che è stato inserito più volte fra i Suggested Books di “Ancient Origins”. Poeta selezionato al 3° Premio Letterario Internazionale “Maria Cumani Quasimodo” 2019 indetto da Aletti Editore, Presidente di Giuria Alessandro Quasimodo, la lirica “Marea”, tratta dalla sua raccolta di poesie “Oltre il tempo e lo spazio” (Terre Sommerse, Roma 2018), è stata inserita nel volume contenente gli elaborati più rappresentativi del Pre

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