SPECIALE INAUGURAZIONE SENTIERO DI DANTE SUL MONTE CACUME. Dante e il Cacume nella Divina Commedia; di Giancarlo Pavat


Immagine di apertura: la grandiosa stele all’inizio del SENTIERO DI DANTE SUL MONTE CACUME – foto Giancarlo Pavat. In basso: veduta di Patrica (FR) dal Monte Cacume – foto Paolo Autunno.

 

PRESENTATO SABATO 26 MARZO, PRESSO IL PALAZZO DELLA PROVINCIA DI FROSINONE, IL PROGETTO DEL SENTIERO DI DANTE

DOMENICA 27 MARZO, INAUGURATO IL SENTIERO DI DANTE SUL MONTE CACUME (PATRICA)

 

Dante e il Cacume nella Divina Commedia

di Giancarlo Pavat

 

Vassi in San Leo e discendesi in Noli

montasi su Bismantova e in Cacume

con esso i piè: ma qui convien ch’uom voli

(Purgatorio, IV, 25-27)

 

Immagine sopra:  il taglio del nastro del SENTIERO DI DANTE SUL MONTE CACUME – foto Cesare Pigliacelli.

Nell’Antipurgatorio, nel descrivere la difficoltà di ascesa dell’immensa “Montagna Ultraterrena” del Purgatorio, Dante cita alcune località italiane dalle caratteristiche morfologiche e orografiche decisamente aspre. Molto note al suo tempo e, ovviamente , d a lui stesso viste o visitate.

San Leo è il gigantesco sperone calcareo, originatosi nel Miocene, situato nelle attuali Marche, nel territorio dell’antico Ducato di Urbino. Non lontano dalla Repubblica di San Marino che a sua volta sorge su un altro picco molto simile, il Monte Titano. A 693 m.slm., proprio sulla cima, sorge la famigerata Rocca di San Leo. Naturalmente inespugnabile a causa dei dirupi mozzafiato che la circondano. Qui venne rinchiuso su ordine dell’Inquisizione Cattolica, Giuseppe Balsamo, meglio noto come Conte di Cagliostro. Il celebre avventuriero, sedicente mago e taumaturgo, alchimista, fondatore della “Massoneria di Rito Egiziano”, dotato di vastissima erudizione ed assertore del “Libero Pensiero”, vi morì il 29 agosto del 1795, dopo quattro anni e quattro mesi di spaventosa prigionia. Oggi il luogo del martirio di Cagliostro è aperto al pubblico, e ne consiglio una doverosa visita. In quanto, aldilà di quello che realmente sia stato in vita, con la sua inumana detenzione e tremenda morte, è diventato un simbolo della libertà di pensiero ed espressione e della lotta contro qualsiasi regime o ideologia assolutista ed intollerante.

Immagine sopra:  i celebri versi danteschi all’inizio del  SENTIERO DI DANTE SUL MONTE CACUME. Da sx si riconoscono Umberto Battisti con la moglie, l’archeologa e scrittrice Teresa Ceccacci e i piccoli Jaco e Sophia, Giancarlo Pavat e Dino Coppola. 

Immagine in basso: Paolo Autunno e Cesare Pigliacelli – foto Paolo Autunno.

Immagine sopra: l’artista Cesare Pigliacelli con la statua di Belacqua sul Monte Cacume.

Sotto: lungo il SENTIERO DI DANTE SUL MONTE CACUME, si riconoscono, tra l’altro,  il vicesindaco di Patrica Roberto Pigliacelli, il sindaco Fiordalisio, l’architetto Piera Palermo, Giancarlo Pavat e Cesare Pigliacelli – foto Paolo Autunno.

 

 

Immagini sopra: l’archeologa e scrittrice Teresa Ceccacci, l’artista Cesare Pigliacelli  e Giancarlo Pavat, illustrano la statua di re Manfredi sul Monte Cacume – foto Dino Coppola.

 

 

Immagini sopra e sotto: l’archeologa e scrittrice Teresa Ceccacci illustra la statua di re Manfredi sul Monte Cacume – foto Paolo Autunno.

La seconda località; Noli, viene menzionata da Dante a cagione della vertiginosa rupe che si può ammirare, appunto presso il centro balneare della Riviera Ligure, vicino a Savona. Bismantova, invece, è una vera e propria “meraviglia della Natura” che si innalza vicino a Castelnuovo de’ Monti, in provincia di Reggio Emilia. Detta anche “Pietra di Bismantova” si tratta di una formazione di arenaria del Miocene, con pareti verticali e la sommità piatta. Tanto da sembrare da lontano un enorme ceppo di albero, attorno al quale, sono sorte, nel corso dei secoli, numerose leggende. Negli ultimi anni, sono state svolte diverse ricerche scientifiche volte alla comprensione di alcuni fenomeni luminosi che spesso si manifestano sull’acrocoro come le “Earthlight” oppure i F.E.L. (Fenomeni Luminosi Elettromagnetici)

La quarta e ultima località è il nostro Monte Cacume. Purtroppo ancora oggi ci sono dei “soloni” (purtroppo soprattutto ciociari) che affermano che in Dante non abbia affatto citato la montagna patricana e che il termine “cacume” vada letto con l’iniziale minuscola e tradotto dal latino come “vetta”.

Immagini sopra: Giancarlo Pavat illustra la statua dell’imperatore Traiano sul Monte Cacume. In basso il gruppo statuario con l’Arcangelo Michele che precipita sulla terra Lucifero – foto Dino Coppola.

In realtà elementi oggettivi e filologici dimostrano che il Cacume ha tutto il diritto di far parte del novero dei luoghi geografici italiani presenti nell’immortale capolavoro del Sommo Poeta.

Vediamo di smontare i punti controversi della citazione dantesca.

Rifacendosi alla affermazione che “cacume” non è un toponimo e significa semplicemente “vetta” con riferimento alla montagna precedentemente citta; il verso andrebbe interpretato come: “Montasi sulla vetta di Bismantova”.

Ma c’è un problema. La “Pietra di Bismantova” NON HA UNA CIMA. È un acrocoro, un altipiano, con la sommità piatta. Non vi è ombra di una punta che possa spiccare e giustificare la pretesa dei “negazionisti” del Cacume.

Inoltre è ormai dimostrato, senza alcuna ombra di dubbio, che su circa 159 manoscritti antichi della “Divina Commedia” (è noto che l’originale dell’Alighieri non ci è pervenuto), in ben 125 il Cacume presenta la “C” maiuscola. Ma non solo. Tra i nomi delle due località, Bismantova e Cacume, c’è la particella “e”. Ovvero una congiunzione. Tutto ciò indica che si tratta di due luoghi ben distinti e separati.

Ma i “negazionisti”, non demordendo, avanzano l’asserzione che se Dante ha citato località indubbiamente “viste”, ciò si può affermare per San Leo, Noli e Bismantova, ma non per il Monte ciociaro.

In realtà Dante può aver benissimo aver visto il Cacume, rimanendo colpito dalla particolare forma piramidale, in quanto è storicamente certo che si stato almeno due volte in Ciociaria!

Immagine sopra: l’artista Cesare Pigliacelli con la statua di Belacqua sul Monte Cacume – foto Dino Coppola.

La prima si data all’ottobre del 1294 quando l’Alighieri faceva parte di una delegazione del Comune di Firenze, recatasi a Napoli per rendere omaggio al nuovo pontefice Celestino V che, aveva, appunto, portato la sede papale nel capoluogo partenopeo. All’epoca, per recarsi dall’Italia centrale a Napoli si doveva per forza percorrere la via Latina (valle del Sacco) in quanto l’Appia non era praticabile a causa delle paludi. E, all’altezza di Frosinone o Ceccano, il Cacume si staglia con la sua perfetta forma geometrica contro il cielo occidentale.

La seconda visita di Dante alla Ciociaria risale all’ottobre del 1301, in occasione dell’ambasceria dei fiorentini ad Anagni, presso papa Bonifacio VIII.

Qualche ricercatore storico ha ipotizzato anche una terza visita in Ciociaria, durante il Primo Giubileo della Storia, quello del 1300. Dante dopo aver visitato la capitale della Cristianità si sarebbe recato presso le celeberrime abbazie cistercensi e benedettine del Lazio meridionale, come Casamari e Montecassino.

Non per nulla nella “Divina Commedia” sono citate diverse località dell’attuale provincia di Frosinone; come: Anagni (in riferimento al famoso “schiaffo” a Bonifacio VIII), le sponde del Liri e Ceprano (relativamente alla vicenda della sepoltura di re Manfredi di Svevia) e Montecassino.

Inoltre, si deve tener presente che il Cacume non è una montagna sperduta in qualche remoto continente. Il monte era abitato sin dall’Alto Medio Evo. È documentato che nel X secolo d.C., il “Rettore di Campagna” Amato, donò al futuro santo, Domenico da Sora, terreni e mezzi per poter erigere un romitorio (poi diventato monastero benedettino vero e proprio) sulla montagna.

Successivamente vi sorse una rocca o castello, menzionato nel 1088 in un documento di papa Urbano II, fra quelli compresi nella giurisdizione del Vescovo di Anagni. Il Castrum Cacuminis, vero “nido d’aquila”, quasi inespugnabile, è espressamente citato nel Testamento del conte Giovanni I° di Ceccano, redatto il 5 aprile 1224. Il Conte lascia il Castrum al figlio Landolfo assieme ad altre località come Ceccano, Arnara, Patrica, Monte Acuto, Giuliano, (Villa) Santo Stefano, Pistertium (Pisterzo), Carpineto a dimostrazione dell’importanza dell’insediamento montano.

Immagine sopra: Giancarlo Pavat con la statua di del Templare Jacques de Molay sul Monte Cacume. Per quanto se ne sa, probabilmente è l’unica statua dedicata all’ultimi Gran Maestro dei Templari presente in Italia – foto Dino Coppola.

Immagine in basso: discesa dalla vetta del Cacume – foto G. Pavat

Ancora oggi, sul Cacume, in prossimità del cono sommitale, si notano notevoli resti di muraglie o sostruzioni in pietra. Si tratta dei resti del cenobio o del castello? La cui esatta posizione rimane comunque sconosciuta.

Da quel poco che è attualmente visibile sulla montagna e dai rari (e non esaurienti) studi fatti in proposito, è possibile stabilire che il Castrum Cacuminis sorgeva sui fianchi sud-orientali della “piramide” ed era difeso da un perimetro di forma trapezoidale. Forse il mastio si trovava proprio sulla vetta ma non si hanno evidenze inconfutabili. Sembra certa la presenza all’interno della cerchia muraria di ben due chiese (forse semplici cappelle); dedicate alla Madonna e all’Arcangelo Michele. Non è certo se la popolazione abitasse stabilmente dentro il Castrum o vi trovasse rifugio solo in caso di necessità e fosse, in realtà, insediata sui pianori sulle pendici del Monte. La presenza di sorgenti e di cisterne permetteva sia lo sviluppo dell’agricoltura che, soprattutto, dell’allevamento del bestiame. Il fatto che venga nominato nel testamento di Giovanni I° e in altri documenti dei de’ Ceccano, dimostra come il Castrum Cacuminis rivestisse una notevole valenza nell’economia generale della Contea. Per non parlare della posizione assolutamente strategica. Tanto che, diversi studiosi, hanno avanzato l’ipotesi che il Castrum costituisse per i Conti di Ceccano, l’ultimo baluardo difensivo, l’ultima ridotta, in caso la compagine militare fosse crollata sotto i colpi dei molteplici nemici. Infatti, risulta difficile immaginare che, all’epoca, ci fosse qualcuno con capacità ossidionali tali da poter espugnare il Castrum Cacuminis.

Quindi non vi è alcun motivo storico, filologico o, più semplicemente, razionale, per continuare a sostenere che il Cacume non sia nominato nella “Divina Commedia”.

Ennesima dimostrazione, se mai ve ne fosse ancora bisogno, che Il territorio ciociaro non è secondo a nessuno, in fatto di ricchezze archeologiche, artistiche, storiche e culturali. Ben venga quindi un progetto come quello del SENTIERO DI DANTE SUL MONTE CACUME, che diventerà certamente un importante attrazione turistica e culturale di rilevanza nazionale.

(Giancarlo Pavat)

Immagine sopra: Paolo Autunno con la statua di Beatrice in cima al Monte Cacume – foto Paolo Autunno. Sotto: il gruppo guidato da Giancarlo Pavat in cima al Cacume  – foto Dino Coppola.

 

Immagine in basso: Giancarlo Pavat e Dino Coppola sulla cima del Monte Cacume – foto Dino Coppola.

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