Le “spade” del “Provveditor Venetiano” Antonio Canale, ciò che resta di un magnifico scudo…e altri trofei della Vittoria del 7 ottobre 1571 a Lepanto; di R. Volterri e G. Pavat.

 

7 OTTOBRE 1571 – 7 OTTOBRE 2019

LA BATTAGLIA DI LEPANTO

Le spade del “Provveditor Venetiano” Antonio Canale, ciò che resta di un magnifico scudo…e altri trofei della Vittoria del 7 ottobre 1571

Le navi della Flotta Cristiana, chiamata “Lega Santa” erano munite anche di armi da fuoco che contribuirono ad aver ragione delle galee ottomane.

Il 7 ottobre ricorre la festività religiosa cattolica della Madonna del  Rosario. Ciò che pochi sanno e’ che questa festività fu istituita da papa Pio V (poi santificato) per ringraziare la Vergine per la vittoria della Flotta Cristiana contro i Turchi nella battaglia di Lepanto, svoltasi proprio il 7 ottobre del 1571. Ma in realtà si chiamava “Madonna della Vittoria”. Successivamente il nome è stato cambiato in quello attuale.

 

più e meglio una che le cinque spade…

                                                           (Dante, Paradiso, XVI, v. 72)

 

“… più e meglio una che le cinque spade” se quella sola spada è nelle mani di Antonio Canale (15211577), valorosissimo ammiraglio ed eroe nella sanguinosissima battaglia delle Isole Curzolari – gruppo di sette piccole isole della Grecia, all’ingresso del Golfo di Patrasso – ma ben più nota come “Battaglia di Lepanto”!

 

“..Potrà ancor giovar nelle occasioni haver delli spadoni da due mani, essendo arma, che, trovandosi, chi sappia bene adoperarla sopra i vascelli, potrà esser di molto giovamento nelle battaglie, per la strage, che può far degli inimici, come fece nella battaglia de i Curzolari il Provveditor Venetiano Antonio Canale, il qual, benché grave d’anni, calzatosi un paio di scarpe di corda, per potersi tener bene in piedi, e messosi indosso una giubba, ò vesticola corta, e tutta trapuntata di cotone con un cappello simile in testa per difendersi dalle frecce, montò animosamente su l’armata Turchesca, e saltando da una galea nell’altra con un spadone in mano, fece della persona sua meravigliose prove con notabil danno degli inimici, e ricuperò una galea di fanale, che era già nelle loro mani..”

 

Nell’Anno del Signore 1570 scoppia la guerra di Cipro e Antonio Canale viene inviato a capitanare quindici galere per difendere la città di Candia. Naturalmente il nostro Provveditor”, alto magistrato della Repubblica di Venezia, se la cava talmente bene che nel 1571 viene messo al comando di ben sessantadue galee dirette a Messina dove sta prendendo corpo quella che poi sarò la terza Lega Santa, coalizione militare promossa dal pontefice in seguito al sanguinoso saccheggio della città di Nicosia da parte delle truppe ottomane.

  

In alto: Antonio Ghislieri (15041572), papa Pio V promotore della Terza Lega Santa per liberare difendere dall’offensiva degli Ottomani molte località dell’area egea. In basso: così potremmo immaginare come poteva apparire agli avversari Ottomani il valorosissimo e gigantesco ammiraglio della Repubblica di Venezia le cui quasi incredibili, quasi leggendarie, gesta colpirono indelebilmente i nemici ma anche i suoi soldati…

 La celebre battaglia combattuta il 7 ottobre 1571 nelle acque della località greca, si concluse con la strepitosa vittoria della Flotta Cristiana della “Lega Santa” su quella Ottomana, e costituì un vero e proprio punto di svolta nella secolare lotta tra Occidente e Oriente.

I contemporanei ne ebbero viva percezione e tirarono un sospiro di sollievo dopo aver temuto, non senza ragione, che le Armate Turche riuscissero davvero a conquistare tutto il Continente.

A cominciare dall’Italia e dalla Capitale della Cristianità. Non era certo un segreto che il Sultano voleva cogliere la “Mela Rossa”, come era definita Roma, e far abbeverare i propri cavalli in piazza San Pietro. Cosa che, secoli dopo, si disse, avesse intenzione di fare, con i propri cosacchi, pure il dittatore sovietico Stalin.

Papa Pio V (1566-1572), certamente fanatico e persecutore di eretici, ma integerrimo ed onesto, tanto da ripulire la Curia Romana da tutti quei personaggi e comportamenti indegni per la Chiesa, e da combattere senza compromessi il “nepotismo”, fu il vero ed infaticabile promotore della “Lega Santa”. La coalizione che salvò l’Occidente, unendo per una volta le due più grandi potenze navali della Cristianità, altrimenti acerrime avversarie, come la Spagna e Venezia, oltre ad altri Stati e staterelli.

Nella Flotta Cristiana, forte di 6 galeazze, 206 galee, 30 navi da carico, circa 13.000 marinai, 44.000 rematori e 28.000 soldati (di cui 11.000 italiani, 8.000 spagnoli e 3.000 tedeschi), la parte del leone la fece Venezia, con ben 105 imbarcazioni, al comando del quasi ottuagenario ma esperto comandante e lupo di mare, Sebastiano Venier (che l’anno dopo verrà eletto Doge) e di Agostino Barbarigo (che morirà in battaglia).

A sinistra: Il doge Sebastiano Venier nel ritratto di Jacopo Tintoretto.

Imbarcati sulle navi con il Leone di San Marco, oltre che veneziani e veneti della terraferma, c’erano gli istriani e i dalmati che ben conoscevano la ferocia e spietatezza del Turco, viste le scorrerie che da secoli subivano sia la penisola istriana e le isole e la costa della Dalmazia.

 

Le otto galee genovesi erano governate da Gianandrea Doria (1539-1606) sulla sua “Perla”, che per il suo comportamento poco chiaro verrà investito da critiche, maldicenze e sospetti mai fugati.

Su un’altra nave ligure, la “Grifona” era imbarcato l’ammiraglio Ettore Spinola assieme ad Alessandro Farnese (1545-1592), uno dei più grandi condottieri del XVI secolo.

C’erano navi armate dai Savoia al comando di Andrea Provana di Leyni (1511-1592), che sull’albero di maestra issava un vessillo con una riproduzione della Sacra Sindone.

Altre imbarcazioni appartenevano al Granducato di Toscana, come la “Fiorenza” del capitano Puccini. I Cavalieri di Malta, benché reduci dallo spaventoso assedio del 1565, inviarono comunque 3 galee, compresa l’ammiraglia “Vittoria” del Priore Piero Giustiniani. Infine c’erano pure truppe dei Ducati di Urbino e di Parma, di Ferrara, di Mantova e della Repubblica di Lucca.

Gli Spagnoli schierarono 80 galee, tra cui alcune siciliane e napoletane, agli ordini di Juan de Cardona. Nella flotta iberica era imbarcato un certo Miguel Cervantes, che in battaglia perderà l’uso del braccio sinistro e che diventerà famosissimo come autore del “Don Chisciotte“.

La Flotta Turca era guidata dal famigerato ammiraglio Alì Pascià, che cadrà nello scontro. Da registrare le squadre navali di due celebri corsari, il rinnegato calabrese “Occhialì” ed il “Carascosa”, che verrà ucciso da una archibugiata del ligure Giovanbattista Contusio durante l’abbordaggio della “Grifona”.

Al tramonto, dopo cinque ore di scontri inenarrabili, la vittoria aveva arriso alle forze cristiane.

Ancora oggi si discute della reale portata della vittoria. Secondo il medievalista Alessandro Barbero, autore del libro “Lepanto. La battaglia dei tre imperi”, ritiene che quella delle Isole Curzolari possa essere considerata quasi una inutile vittoria dell’Occidente cattolico che arrestò l’espansione Ottomana in Europa…

 

A sinistra l’ammiraglio turco Alì Pascià, poi catturato e decapitato per suscitare il panico nelle truppe ottomane. In basso a destra: don Giovanni d’Austria (1545- 1578) , figlio naturale dell’imperatore Carlo V d’Asburgo e quindi fratellastro del re di Spagna Filippo II, ebbe il comando nominale della Flotta cristiana durante la Battaglia di Lepanto.

In realtà, vedendo l’episodio in prospettiva, si può affermare che da quel giorno cominciò davvero il lento ma inesorabile processo di decadenza e dissoluzione dell’Impero con la Mezzaluna. Anche se è vero che i Turchi tentarono ancora diverse volte di conquistare l’odiato Occidente.

 

L’eco della vittoria di Lepanto fu vastissima in tutta Europa, soprattutto nelle terre affacciate ai mari Tirreno, Ionio e Adriatico, soggette sin dall’Alto Medio Evo alle scorrerie delle navi saracene o “barbaresche”.

Si ammantò subito di un alone leggendario e miracolistico. Vuole una tradizione religiosa che nella Battaglia di Lepanto la vera vincitrice sia stata la Madonna, la quale avrebbe sostenuto il coraggio, l’audacia, lo spirito di sacrificio dei combattenti cristiani in una violentissima battaglia durata fino alla sera.

 

Così scrive padre Arsenio d’Ascoli nel suo libro “I Papi e la Santa Casa”;

Verso mezzogiorno del 7 ottobre 1571 cominciò la furibonda mischia. Alle cinque di sera la battaglia era finita. San Pio V stava esaminando con diversi prelati il movimento del tesoro pontificio. Tutto d’un tratto, quasi mosso da un impulso irresistibile, si alzò, si accostò a una finestra fissando lo sguardo verso l’Oriente come estatico; poi ritornando verso i prelati, con gli occhi brillanti d’una gioia divina: “Non occupiamoci più d’affari – esclamò – ma andiamo a ringraziare Dio. La flotta cristiana ha ottenuto la vittoria”. Congedò i prelati e andò subito in cappella, ove un Cardinale accorso al lieto annunzio lo trovò immerso nel pianto della gioia”.

 

A quei tempi non c’era di certo né radio, né Internet e le notizie arrivavano dopo giorni o settimane!

La notizia ufficiale giunge a Roma dopo circa quindici giorni e con un solenne Te Deum viene celebrata ufficialmente la vittoria: il Papa, in ricordo di quanto era avvenuto, dispone che le campane delle chiese cristiane, da allora, avrebbero dovuto suonare a festa all’ora di mezzogiorno.

E così pare che in molti casi ancora si faccia…

A sinistra: Papa Pio V avrebbe avuta una mistica visione proprio la sera in cui terminarono i combattimenti tra le flotte dell’Occidente e quelle Ottomane.

 

Ma è giunto il momento di affrontare l’incredibile episodio relativo all’impavido “Provveditor Venetiano” che ci ha spinti a citare il dantesco verso “più e meglio una che le cinque spade…”!

 

 

 una spada nuda avea in mano…

                                                                  (Dante, Purgatorio, IX, v. 82)

 

La “spada nuda” di cui tratteremo ora è la cosiddetta “Zweihander”, per il lettore non sempre avvezzo al germanico idioma è la “Spada a due Mani”, diffusa in ambito rinascimentale sia nei duelli che nella guerra navale, successivamente usata come arma cerimoniale.

Chi possedeva la forza fisica, la corporatura e il coraggio di usare la “Zweihander veniva pagato il doppio di qualunque altro soldato poiché l’uso di una così pesante spada imponeva lo studio e l’esercizio di ben precisi movimenti, il saper eseguire difficili parate e colpi e il coinvolgimento dell’intero corpo.

Vedere l’avversario, solitamente alto di corporatura più che massiccia, armato di una lunga spada impugnata a due mani non poteva non incutere terrore in chi già si vedeva oggetto di violentissimi colpi di taglio capaci di distruggere scudi, di sfondare qualsiasi cotta di maglia o elmo!

 

A destra: Così veniva impugnata la pesante “Spada a due Mani” capace di sfondare cotte di maglia o robusti elmi!

 

Ed ora compare finalmente un personaggio speciale che nella Battaglia di Lepanto compie una folle impresa individuale, quasi metafora di quanto collettivamente hanno fatto tutti i suoi commilitoni…

In mezzo ad una baraonda caratterizzata da odore di polvere da sparo proveniente da alcune navi della Lega Santa mescolato all’aria di salsedine e al concitato vociare di ufficiali e marinai, si nota una nave della flotta veneziana che punta diritta verso un’altra galea che pare trovarsi in seria difficoltà perché è stata assalita dai Turchi che ora la controllano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A sinistra: Ciò che resta di un archibugio rinvenuto sul galeone svedese Vasa . Armi simili erano a bordo della flotta cristiana a Lepanto. Le truppe ottomane, invece, non possedevano armi da fuoco.

Chi di noi potesse ora salire per un attimo su una ipotetica “macchina del tempo” e tornare indietro a quel lontano 7 Ottobre 1571 vedrebbe in azione il capitano della prima nave – l’Antonio Canale che aveva conquistata la nave comandata dall’ammiraglio turco Mehmet Shoraq – non più giovanissimo ma ancora molto robusto e atletico, con una corta veste trapuntata, munito di un cappello che ne caratterizza le funzioni di Ammiraglio, con scarpe di corda che lo aiutano a non scivolare sul ponte reso viscido dall’acqua e bagnato anche dal sangue di chi ha perso la vita per difendere la libertà dell’Occidente.

Ha tra le mani un’enorme spada…

Dati ai suoi marinai gli ordini di rimanere sulla sua nave e fornire soccorso alle altre unità della flotta, egli si lancia senza alcun timore sulla galea occupata dai turchi.

Da solo, animato da un incredibile coraggio, dalla sua forza fisica e dall’abilità acquisita nel maneggiare agevolmente la “Spada a due Mani” falcia uno ad uno i marinai turchi che disperatamente cercano di salvarsi anche riparandosi dietro grossi scudi di legno ricoperti di pelle.

Ma su uno scudo simile torneremo a breve…

Nulla da fare! Gli scudi vengono inesorabilmente squarciati e le spade dei turchi cadono sotto i terribili colpi inferti da Antonio Canale il quale – sempre da solo, senza altro aiuto che quello del suo coraggio e della sua gigantesca spada! – elimina tutti i nemici fino all’ultimo, terrorizzato da quella dantesca “furia infernal di sangue tinta”, che preferisce gettarsi “coraggiosamente” in mare!

Suggestiva immagine della Battaglia di Lepanto.

 L’eroico Ammiraglio Antonio Canale va a prua e si guarda indietro mentre dalle altre navi si levano urla di gioia e ammirazione per un uomo che, aiutato solo dalla sua “Zweihander, ha recuperato una nave ormai data per definitivamente conquistata dalle truppe degli Ottomani!

 

“… Antonio Canale fece cò un spadone gran danno à gl’inimici e ricuperò un già perduta galea di fanale…” possiamo infatti leggere in un libro del 1614 dal chilometrico titolo…

 

L’ARMATA NAVALE  del Capitan Pantero Pantera  gentil’ huomo comasco & cavalliero del habito di Cristo

Divisa in doi libri.  Nei quali si ragiona del modo, che si ha a tenere per formare, ordinare, & conseruare un’armata maritima.

In Roma appresso Egidio Spada M.DC.XIIII. LIBRO PRIMO, CAP.VIII

A sinistra. L’antico tomo da cui sono state tratti alcuni passi che illustrano l’eroica impresa dell’Ammiraglio Antonio Canale con la sua “Spada a due mani”

 In quella tragica Domenica del 7 Ottobre 1571, Antonio Canale si distinse per la vittoria sull’ammiraglio turco Mehmet Shoraq (1525 – 1571) che venne anche decapitato da Giovanni Contarini.

Altrettanto si verificò quando venne catturato l’ammiraglio ottomano Alì Pascià, la cui testa fu esposta sull’albero maestro della nave ammiraglia spagnola contribuendo enormemente a demolire il morale delle truppe turche che abbandonarono la battaglia tra relitti di navi in fiamme, galee quasi completamente ricoperte di sangue, migliaia di morti e di feriti agonizzanti.

 

 

 

Ma perché nel titolo di questo Capitolo abbiamo fatto cenno a “ciò che resta di uno scudo”?

Perché nella graziosa cittadina di Marino, a pochissimi chilometri da Roma, nella Basilica di San Barnaba, è conservata una parte di uno scudo che sembra sia appartenuto ai marinai delle truppe che combattevano l’armata Ottomana.

Perché a Marino?

Cosa aveva a che fare questo paese alle porte dell’Urbs aeterna con la Battaglia di Lepanto?

Tra i più importanti Capitani della flotta italiana c’era anche Marcantonio Colonna (1535 – 1584) Duca di Tagliacozzo, Conte di Ceccano, signore di Genazzano e Signore di Marino. Ma soprattutto Comandante della flotta pontificia.

E tra le migliaia di marinai, rematori, soldati a bordo delle galee c’erano circa duecentosessanta cittadini di questa bella cittadina…

A destra. “Allegoria della battaglia di Lepanto” di Paolo Veronese – 1572-73.

 

sotto la protezion del grande scudo…

 (Dante, Paradiso, XII, v. 53)

 

Marcantonio Colonna, insieme ad altri valorosissimi capitani delle navi che fronteggiavano l’armata ottomana è uno dei maggiori protagonisti della Battaglia di Lepanto anche sul piano diplomatico poiché un anno prima dello scontro vero e proprio ha appianato le reciproche diffidenze tra le armate spagnole e veneziane.

Durante la battaglia del 7 Ottobre 1571 la nave ammiraglia capitanata da Marcantonio Colonna, insieme a quella di Giovanni d’Austria, riesce a catturare l’ammiraglia della flotta turca.

Alla fine del conflitto, tornato a Roma, papa Gregorio XIII, succeduto a Pio V, lo riconferma Capitano Generale della flotta pontificia.

Forte di tali successi, Marcantonio cerca di proseguire le ostilità alle truppe ottomane in Terra Santa ma tutto finisce nel 1573 con un quasi inaspettato accordo di non belligeranza tra Venezia e i Turchi, culminato con lo scioglimento della Lega Santa.

 

 A sinistra. Marcantonio Colonna (1535-1584), il valoroso Ammiraglio della flotta pontificia e comandante effettivo della Flotta Cristiana, nonché Signore della cittadina di Marino (Roma), dove è ancora conservato ciò che rimane di uno scudo ligneo appartenuto ad uno dei duecentosessanta marinai provenienti da questa bella cittadina laziale.

 A destra in basso, lo stemma della famiglia Colonna.

Per ricordare la presenza della partecipazione di molti cittadini di Marino agli ordini di Marcantonio Colonna, nella Basilica del paese laziale, su una colonna dell’abside è conservato ciò che è sopravvissuto di un grande scudo appartenuto a qualche combattente delle forze cristiane.

 

 

 

A sinistra. La bella Basilica di San Barnaba, a Marino (Roma) – foto G Pavat

 

 

 

 

 

A destra: Ecco cosa rimasto di un grande scudo usato da qualche marinaio – forse proprio di Marino – durante alla Battaglia di Lepanto.  È di legno ricoperto di pelle, ma il passar dei secoli ha conservato ben poco del suo originario splendore…

 

Marino non è l’unica località laziale a ricordare ancora oggi la vittoria del 7 ottobre 1571.

Dalle terre dello Stato della Chiesa, in migliaia avevano risposto all’appello del Pontefice ed erano accorsi ad imbarcarsi sulle sette navi Pontificie comandate da Marcantonio Colonna. Tra costoro, si distinse nella spaventosa battaglia il giovane Onorato IV Caietani. Ritornato nella sua Sermoneta (oggi in provincia di Latina), volle erigere la Chiesa di Santa Maria della Vittoria in cui si fece seppellire. Ritenuto vero e proprio mausoleo, nella chiesa vennero posti diversi trofei della Battaglia di Lepanto, scomparsi nel corso dei secoli. Oggi, purtroppo, della chiesa, posta a valle di Sermoneta, non rimangono che rovine. La statua della Madonna della Vittoria si trova nella Cattedrale di Sermoneta all’interno dell’omonima cappella.

Il ritorno di Onorato IV e dei Sermonetani vittoriosi viene ancora oggi ricordato con un fastoso Palio ed una Rievocazione storica che si tiene nei giorni attorno al 7 ottobre di ogni anno. Nella Cattedrale viene celebrato un “Triduo” solenne in onore della Madonna della Vittoria.

Anche a Paliano (oggi in provincia di Frosinone), di cui Marcantonio era principe, si festeggia la vittoria di Lepanto con un Corteo storico, che si svolge però ad agosto, il giorno dell’Assunta.

 

 

 

 

 

 

 

La grande lapide in granito posta a Sermoneta (LT) in ricordo dei sermonetani che combatterono a Lepanto il 7 ottobre 1571. Sotto panorama di Sermoneta – foto G Pavat

Lo “Scudo di Marino” non è l’unica testimonianza della battaglia giunta sino a noi. Nel Museo Diocesano e della Religiosità del Parco dei Monti Aurunci di Gaeta (LT) è conservato ciò che rimane del vessillo originale che sventolò sull’ammiraglia della “Lega Santa”. Venne commissionato nel giugno del 1570 dal Cardinale Caietani al pittore sermonetano Girolamo Siciolante (1521-1580) che lo dipinse con la tecnica della pittura a tempera. Il vessillo, in pregiata seta, è a sfondo rosso, bordato d’oro con al centro il Crocifisso tra San Pietro e San Paolo, e sotto la celebre scritta costantiniana IN HOC SIGNO VINCES. Purtroppo è andata perduta la “coda” del vessillo che era lunga circa 8 metri. L’11 giugno 1570, a San Pietro, Pio V benedisse il vessillo e lo consegnò a Marcantonio Colonna. Dopo la vittoria, l’Ammiraglio si recò a Gaeta per sciogliere un voto e donò il vessillo al vescovo Pietro Lunello che lo pose nella cattedrale dei Santi Erasmo e Marciano.

Danneggiato da un ordigno durante il bombardamento aereo inglese dell’8 settembre 1943, venne custodito in Vaticano sino al termine della Seconda Guerra Mondiale. Sottoposto a restauri, venne successivamente collocato a Palazzo De Vio e dalla fine del XX secolo è esposto al pubblico.

A sinistra: Il vessillo di Lepanto conservato a Gaeta (LT) attribuito a Girolamo Siciolante. Sotto il glorioso vessillo di San  Marco.

Infine, anche a Trieste è possibile ammirare un trofeo della Vittoria della Flotta Cristiana a Lepanto. Si tratta di un fanale da galera intagliato in legno e dorato, esposto al castello di San Giusto. L’oggetto faceva parte della collezione dello storico triestino Giuseppe Caprin e secondo le fonti del XIX e dei primi decenni del XX secolo, si tratterebbe di un fanale da galera ottomana, portato a Capodistria (all’epoca facente parte della Serenissima Repubblica di Venezia) da Giovanni Domenico Del Tacco, che aveva partecipato allo scontro con il grado di “sopracomito giustinopolitano” (Giustinopoli era l’antico nome di Capodistria) a bordo di una galera armata dalla stessa città istriana. In realtà, visto lo stile del fanale, che rivela echi rinascimentali italiani, anzi veneziani e non certamente turchi, è più probabile che il fanale fosse issato sul cassero di poppa sulla stessa galera capodistriana denominata “Il Lion con la mazza”. Stando ai pannelli informativi del castello di San giusto, il fanale “ebbe un riutilizzo domestico e celebrativo nel fonteco (portico) del palazzo di famiglia. Venne acquistato nel 1888-1889 da Giuseppe Caprin e fu inserito nell’arredamento della sontuosa Sala Veneta del suo palazzo”. Nel 1933 entrò a far parte delle collezioni museali del Castello di San Giusto. Infine, tra il 2016 e il 2017 il fanale è stato sottoposto ad un restauro a cura della ditta GIEM sas di Trieste che ne ha permesso la restituzione alla pubblica fruizione.

(Roberto Volterri & Giancarlo Pavat)

Il fanale della galera capodistriana “Il Lion con la mazza” che combattè a Lepanto e che, oggi, è esposto al xastello di San giusto a Trieste – foto G Pavat 2018.

 

A Messina, in Piazza Catalani, sorge il monumento a don Giovanni D’Austria, opera di Andrea Calamech, scultore ed architetto carrarese, del 1573. Il monumento venne commissionato dal Senato messinese nel 1572, in ricordo della vittoria nella battaglia di Lepanto contro la flotta turca. La raffinata statua bronzea raffigura don Giovanni D’Austria, figlio naturale di Carlo V e quindi fratellastro del re Filippo II, nonché comandante nominale della flotta della Lega Santa , mentre calpesta la testa del turco Alì Pascià in segno di vittoria. (Fonte Wikipedia)

 

  • Se non altrimenti specificato, le immagini sono di Roberto Volterri.
Condividi il nostro articolo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *