Terracina, il mistero dei “giganti” di Via San Rocco di Roberto Volterri & Giulio Carlini

 

(Sala dei Giganti. Palazzo Te a Mantova – Giulio Romano 1532-1535)

GIGANTI A TERRACINA.

Il mistero degli scheletri di via San Rocco

 

di Roberto Volterri e Giulio Carlini

 

Terracina. Anno 2019, un’ampia area una volta edificabile, tra via San Rocco, via Leopardi e via Due Pini.

Ai giorni nostri l’area compresa tra edifici realizzati qualche decennio fa è occupata da ciò che resta di antiche Terme datate al I- II secolo d.C.

All’eterno fluire del tempo sono sopravvissuti pochi malconce strutture, tra cui un vano rettangolare con due abisidi, edificio che forse due millenni fa era una piccola palestra. È inoltre sopravvissuta parte di un Laconicum – a pianta quadrata con l’interno a struttura circolare e alcune nicchie – ossia quell’area delle Terme in cui i cittadini di epoca romana si deliziavano in bagni di vapore.

È ancora visibile un ampio Ninfeo risalente alla metà dei II secolo d.C., con due grandi nicchie che all’epoca erano verosimilmente abbellite da fontane e giochi d’acqua. Ai fini della nostra ricerca è interessante anche la presenza di alcune strutture sotterranee ancora visibili intorno all’area oggi occupata dell’Ufficio Turistico…

 Roberto Volterri accanto ad una delle poche strutture sopravvissute ad oltre venti secoli: un muro in opera reticolata munito di due absidi, forse appartenuto ad una piccola palestra…

(Foto R.Volterri)

 

                  sappi che non son torri, ma giganti…

                                                                       (Dante, Inferno, XXXI, v. 31)

 

Terracina. Anno 1969, la stessa area ma cinquant’anni prima.

Gli operai che eseguivano uno scavo destinato alla costruzione di edifici ad uso abitativo, a pochi metri di distanza dall’attuale Piazza Mazzini, sembra abbiano fatta un’incredibile scoperta poiché i loro picconi cozzano contro strane tombe di terracotta non riportanti alcuna iscrizion

Continuando lo scavo, di tombe ne sarebbero venute alla luce molti altre, qualcuno dice cinquanta!

Tombe di terracotta – narrano le cronache dell’epoca – poiché è probabile che si trattasse di normali “tombe alla cappuccina” realizzate con tegole, come quelle diffuse in area etrusca e anche romana.

                                  

             Tipica “tomba alla cappuccina” vista in sezione, molto diffusa in area etrusca e romana.

Com’è “Terme della Marina” ovviamente non sarebbero state vuote perché avrebbero contenute le ossa di uomini di notevole statura, una statura inconsueta per essere appartenuta a individui vissuti forse all’ombra del Colosseo. In ogni tomba sarebbero state rinvenute ossa di individui alti quasi un metro e novanta centimetri, per arrivare anche a due metri e tredici centimentri.

Molto oltre quella che era l’altezza media dei romani del I e II secolo d.C. , altezza che difficilmente arrivava a un metro e sessantacinque centimetri.

Comparazione tra un femore di un uomo moderno e – in alto – il femore di un “gigante” alto due metri e due centimetri, visuto a Roma nel III secolo d.C.,rinvenuto nel 1991 in una necropoli di Fidene, borgata situata alla periferia dell’Urbs aeterna.

 

Un non particolarmente approfondito esame antropometrico eseguito, vari anni dopo la scoperta, da un archeologo del luogo – tal dottor Luigi Cavallini –  su fotografie dei resti e non sulle ossa, avrebbe stabilto che i corpi sarebbero appartenuti ad individui di età compresa tra i 35 e i 40 anni. Tutti in buona salute in base ad un esame dell’apparato dentale.

Soldati facenti parte di uno speciale reggimento composto da individui non appartenenti alla popolazione dell’antica Roma?

L’amico Giulio Carlini – che avete già incontrato in queste pagine – all’epoca come adesso abitava a Terracina, aveva circa venti anni e ai nostri giorni ha indagato un po’ per capire cosa a quel tempo emerse dal terreno dell’attuale Parco della Marina

 Giulio Carlini  con un collo di anfora vinaria Dressel 1 rinvenuto nei fondali del Circeo. All’epoca delle misteriosa scoperta aveva circa vent’anni. (Foto R.Volterri)

 

               quando i giganti fer paura a’ dèi

                                                                                      (Dante, Inferno, XXXI, v. 95)

 

                                           Sei dì navigavamo, e notti sei;
                                          E col settimo Sol della sublime
                                          Città di Lamo dalle larghe porte,
                                        Di Lestrigonia, pervenimmo a vista.

                                                       (Omero, Odissea, Libro X, 106-109)

 

Alcuni tipi di “gigantismo” ipotizzati dal gesuita Athanasius Kircher nel suo “Mundus Subterraneus”.

È verosimile che per quanto riguarda l’area di Terracina su cui stiamo facendo queste ricerche a distanza di mezzo secolo, una volta scoperte le “tombe alla cappuccina” in terracotta, esse venissero divelte, le ossa e le tegole disperse chissà dove per liberare la zona in parte adibile alla costruzione delle case che ancor oggi circondano il Parco delle Terme o Parco della Marina.

Sul fatto che non affidabilissimi esami antropologici eseguiti all’epoca avessero accertata un’altezza degli individui quasi “gigantesca” all’epoca della scoperta, ma anche dopo, ha fatto compiere pindarici voli per interpretare le anomale dimensioni dei corpi sepolti.

“Volo” interessante, ma difficilmente percorribile su un piano prettamente scientifico, è quello che ci riporta all’epoca di Plinio il Vecchio il quale scriveva che…

Formiae, Hormiae prius dictae olim, sedes antiqua Lestrigonum”, ovvero “ Formia, prima detta, un tempo, Hormiae, fu antica sede dei Lestrigoni”.

 

È vero che Formia dista da Terracina solo 38 chilometri, è anche vero che alla base di ogni leggenda c’è un fondo di verità, ma posssiamo veramente ipotizzare che sia esistito il leggendario popolo dei Lestrigoni, giganti antropofagi, i quali, ubbidendo agli ordini del loro re Antifate avrebbero distrutta quasi tutta la flotta di Ulisse, uccidendo barbaramente tutti i suoi marinai?

 

                              Che femmina trovâr di sì gran mole,
                                 Che rassembrava una montagna;

                                        (Omero, Odissea, Libro X, 147-148)

 

Oppure dobbiamo seguire il pensiero dell’abate siciliano Pietro Malanga il quale, in un suo libro pubblicato nel 1853 intitolato “La città di Lamo stabilita in Terracina”, identificava l’omerica città di Lamo nell’antica Anxur, ovvero proprio Terracina?

La Lamo, Lestrigonia, oppure Lamia, dal nome del suo fondatore al tempo della guerra di Troia, nel XII secolo a.C.?

 

                                 Sei dì navigavamo, e notti sei;
                                 E col settimo Sol della sublime
                               Città di Lamo dalle larghe porte,
                            Di Lestrigonia, pervenimmo a vista.

                                        (Omero, Odissea, Libro X, 106-109)

 

   

Il libro pubblicato nel 1853, intitolato “La città di Lamo stabilita in Terracina” dell’Abate Pietro Matranga. 

Oltre alle informazioni raccolte da Giulio Carlini interpellando altri suoi anziani concittadini che all’epoca degli scavi accorsero a vedere le tombe dei “giganti”, utilissime informazioni sono giunte a chi scrive dall’amico Umberto Cordier, il quale a metà degli anni Ottanta ebbe la possibilità di recarsi direttamente a Terracina e indagare su ciò che era successo circa quindici anni prima.

     

 

L’amico Umberto Cordier (Alba, 1953), autore di alcuni libri dedicati ai “misteri” d’Italia dal punto di vista storico-archeologico, ebbe modo di recarsi a Terracina per interpellare alcuni studiosi che avevano avuto modo di occuparsi dello strano ritrovamento. A destra il libro in cui  egli riporta l’esito di sue personali indagini effettuate a Terracina nel 1984.

Da ciò che Cordier ha pubblicato in un suo libro risulta che nel 1969, immediatamente dopo la scoperta delle tombe, venne chiamato sul posto lo studioso locale Arturo Bianchini il quale avrebbe scattato alcune fotografie e ipotizzato che le sepolture si potessero forse datare ad un periodo tardo-medievale.

Cordier nel 1984 riusci a rintracciarne la figlia, la dottoressa Maria Antonietta Bianchini, la quale però non aveva più a disposizione le foto e gli appunti del padre ma fu solo in grado di confermare la scoperta e le ipotesi a suo tempo avanzate.

Scomparse le importanti fotografie, irrintracciabili le note scritte dal professor Bianchini, ai nostri giorni si può solo cercare di ricostruire la strana scoperta in base a poche ma utili pagine pubblicate da Umberto Cordier, alcuni ricordi di persone anziane che nel 1969 videro ciò che era stato scavato e una rapida ricognizione sul luogo effettuata da chi scrive.

  

Un’altra struttura sopravvissuta a due millenni, con il paramento delle mura eseguito in Opus reticolatum. A destra un libro del dottor Roberto Volterri sulle scomparse testimonianze della Storia e dell’Archeologia.

 

          Nell’area delle Terme dove sarebbero state rinvenute le numerose “tombe alla cappuccina” contenenti scheletri di eccezionali dimensioni ,esistono ancora zone poco esplorate, forse ipogei…(Foto R.Volterri)

Esaminando ciò che rimane di alcune strutture sopravvissute ai lavori eseguiti nel 1969 per fini prettamente legati all’edilizia locale, mi ha colpito la presenza di alcune zone dove le ricognizioni dal punto di vista archeologico appaiono incompiute o, quantemeno, abbandonate.

Forse le ossa e le tegole delle “tombe alla cappuccina” furono accantonate, disperse, in qualcuna delle aree non più indagate né a suo tempo nè in in epoche più recenti?

Lo scopo primario degli scavi che erano in corso nella primavera del 1969 nell’area cosiddetta “Ghezzi”, dal nome del proprietario del terreno, non erano finalizzati alla ricerca archeologica ma principalmente alla costruzione di palazzine ad uso abitativo.

Non appare quindi del tutto improbabile che – come a volte avviene ancor oggi… – un obiettivo “pratico” abbia prevalso su un altro di stampo culturale e ciò che avrebbe potuto ostacolare temporaneamente i lavori sia passato in secondo ordine, sia stato accantonato forse proprio lì, da qualche parte, in parti di edifici ancora interrati, in attesa di future indagini scientifiche.

Che poi mai ebbero luogo…

E per concludere questa nostra breve ma affascinante ricerca sui “giganti” di Terracina, un paio di immagini di veri individui affetti da imbarazzante gigantismo…

 

A sinistra lo scheletro di un gigantesco individuo conservato fin dal 1916 in un Museo del West Virginia (USA). A destra lo scheletro di Charles Byrne, alto poco meno di due metri e mezzo, esposto presso il Museo Hunterian del  Royal College of Surgeons, a Londra.

(Roberto Volterri & Giulio Carlini)

 

 

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