Terracina: il Tempio di Giove Anxur e il mistero del Flamen Iovis di Roberto Volterri & Giulio Carlini

 

“…A pochi passi dal Tempio sono i resti di un edificio più piccolo, a pianta quadrata (la Casa del Flamen), entro le cui mura è una piccola roccia a forma di cono che ha alla sua sommità un foro naturale comunicante con una profonda cavità. Talora si forma una corrente d’aria che esce dall’interno e forse per questo gli antichi pensarono alla manifestazione di una forza occulta e la rupe fu considerata un antro delle sorti…”.

 

Così viene descritto in un’antica guida degli inizi del secolo scorso, dedicata al Santuario di Monte S. Angelo ciò che rimane di un curioso e piccolo edificio posto in prossimità del Tempio Maggiore: il Tempio di Giove Anxur.

Prendendo spunto da un vecchio articolo dell’indimenticato professor Mario Pincherle, che già ne aveva accennato molti anni fa – con la collaborazione dell’amico Giulio Carlini che di Terracina conosce ogni “mistero”. E anche di più… – più volte sono andato a verificare, nel sito archeologico sovrastante Terracina (Latina), la reale struttura di questo particolare Santuario del I secolo a.C. e, soprattutto, ciò che rimane dell’area Oracolare.

Giulio Carlini, terracinese DOC, della bella cittadina del litorale laziale e dintorni  conosce “segreti” che hanno contribuito alla stesura di questo articolo sul Santuario di Monte Sant’Angelo e sul Tempio di Giove Anxur.

Cercheremo infatti di ripercorrere lo stesso sentiero d’indagine e di avventurarci nell’analisi del rapporto tra probabili fenomeni tellurici, manifestazioni oracolari e ‘stranissimi’ rituali religiosi caratteristici, in particolare, dei sacerdoti consacrati al culto di Iuppiter Anxurus – di ‘Giove Fanciullo’ – al quale il Santuario di Monte S. Angelo sembrerebbe dedicato.

Cercheremo poi di correlare i rituali ‘oracolari’ di questo Santuario di età sillana con alcuni curiosissimi bassorilievi dell’Ara Pacis, a Roma.

Analizzando i cosiddetti centri Oracolari dell’antichità, in particolare quello della Sibilla Cumana, abbiamo correlato tra loro alcuni elementi caratteristici dell’area cultuale di Delfi: qui, infatti, Artenia – Sibilla… figlia d’arte (il padre era il più noto Tiresia) – proferiva i responsi seduta su una roccia in cui si era creato il ‘chasma’ – una piccola voragine – e da cui usciva il ‘pneuma’, il ‘soffio’ che esalava dalle viscere della terra e che “… i terremoti possono estinguere del tutto…”, come scriveva Plutarco nella sua opera “Sull’abbandono degli Oracoli”.

Gli autori di questo articolo ritengono non sia del tutto da escludere che molti ‘strani’, genuini, fenomeni dell’antichità, che quasi quotidianamente accadevano nei vari ‘Centri Oracolari’ della Grecia e di alcune colonie greche dell’Italia meridionale, possano essere spiegati sia con l’azione di ‘effluvi’ (gas Radon o Etilene, come sembra emergere da più recenti studi) scaturiti dalle profondità della terra in alcune aree, forse di interesse sismico, che secondo la tradizione erano necessari per innescare le latenti ‘facoltà paranormali’, sia con l’azione ‘acustica’ – quasi ‘ipnotica’ – del ‘soffio’ stesso sull’officiante, sul ‘medium’, sulla Sibilla, la quale poteva così entrare in uno ‘stato alterato di coscienza’, una leggera ‘trance’, e quindi ‘vaticinare’. Nei casi ‘meno genuini’ ci si affidava… al ‘Caso’!

 

                          

 

                             Il Centro Oracolare di Giove Anxur

 

Ma torniamo al Santuario romano di Monte S. Angelo, a Terracina, per analizzare le analogie esistenti tra questa area cultuale, posta in una splendida posizione sul mare, e quella di Delfi, ma soprattutto per esaminare lo strano abbigliamento e gli ancor più strani rituali dei Flamines, cioè dei sacerdoti preposti anche al culto di ‘Giove Fanciullo’. È necessaria, però, qualche premessa di carattere storico…

L’antica città di Anxur, ora Terracina, sorgeva su quel lato dei Monti Ausoni che degradano verso il mare, tra il promontorio del Circeo e quello di Gaeta, dominando il golfo denominato Sinus Amyclanus, al centro di una importante rete viaria costituita principalmente dalla via Appia e dalla via Severiana.

A partire dal VI secolo a.C. la città subì l’influenza di Roma, che la conquistò definitivamente nel 406 a.C., trasformandola in un importante porto commerciale, secondo solo a quello di Ostia.

Dopo la realizzazione della via Appia, nel 312 a.C. durante l’impero di Traiano, la sua importanza commerciale e strategica si ampliò ancora di più. Durante la dittatura di Silla, tra l’82 e il 79 a.C., su un nucleo più antico – probabilmente del IV secolo a.C. – fu ricostruito il complesso di Monte S.Angelo che si inseriva a pieno titolo tra gli altri Santuari del Lazio, quali il Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, quello di Giunone a Gabi e quello della Fortuna Primigenia a Palestrina.

Utilizzato come sede di un culto cristiano in epoca altomedievale, solo nel XVI secolo esso suscitò l’interesse di alcuni studiosi come Baldassarre Peruzzi e Antonio da San Gallo il Giovane, ma dobbiamo attendere il 1894 per assistere all’avvio di serie indagini da parte di archeologi come Giacomo Boni, di Luigi Borsari e dello studioso locale Pio Capponi, fondatore del Museo Archeologico di Terracina.        

                      Veduta aerea del Tempio di Giove Anxur, a Terracina (Latina)

 

Ma, a quali divinità era dedicato il Santuario? Opinione comune, ancor prima degli scavi ottocenteschi, era quella di identificare nelle strutture del sito il tempio della divinità poliade (protettrice della città) di Terracina: Iuppiter Anxurus.Ci si avvalse delle letterarie testimonianze di storici come Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) e soprattutto del massimo poeta della romanità: Publio Virgilio Marone (70 a.C. – 19 d.C.). Ma informazioni interessanti possiamo desumerle anche dagli scritti di Virgilio, leggiamo infatti che…

“…Lo segue una nube di fanti […] e quelli che le tue alture, Tevere, e ancora la riva del Numìco coltivano e muovon i ruruli colli col vomere, e il monte Circeo e i campi di cui Giove Anxuro è protettore…” (“Eneide”, Libro VII, 793-800).

 

 

Infatti, il fiume Numìco – anche se ora ridotto ad un semplice fosso – in età augustea era un rispettabile fiume che scorreva nella zona di Ardea ed era ben visibile dal Tempio di Iuppiter Anxurus, posto quindi su un’altura.

Non mancano naturalmente le opinioni discordi: lo studioso Pietro Longo, ad esempio, propende per una particolare interpretazione di alcuni oggetti, provenienti da una stipe votiva del sito che farebbero identificare in Venere – anziché in Giove – la divinità poliade di Terracina. Ciò, secondo lo studioso, verrebbe avallato anche dal fatto che Lucius Cornelius Silla fece battere – nel Marzo dell’86 a.C., durante la guerra con Mitridate – moneta recante sul diritto proprio l’immagine di Venere e sul rovescio la scritta “imperator iterum” ovvero “due volte imperatore” e nell’82 – quando verosimilmente si avviò la costruzione del Santuario – aveva fatto già emettere moneta con Venere diademata al recto e una Cornucopia al verso.

Ma, almeno in questa circostanza, per quel che riguarda la principale divinità cui era dedicato il Santuario di Monte S.Angelo, ci atterremo alla tesi più accreditata: Iuppiter Anxurus.

Innanzitutto, perché Anxurus ? Cosa significa questo nome?

Anche qui le ipotesi sono molteplici.“Puer Iuppiter, qui Anxyrus dicebatur quasi aneu xyrou, id est sine novacula…” che tradotto vale “…Giove fanciullo, denominato Anxurus, quasi senza xyrou, senza rasoio…”, cioè “imberbe”, sosteneva Servio un grammatico, commentatore dell’Eneide vissuto tra il IV e il V secolo d.C.

 C’è forse qualche collegamento con l’imberbe etrusco Tacete, il leggendario personaggio al quale si fa risalire l’etrusca disciplina. Tagete il ‘fanciullo sapiente’ la cui origine lo vedrebbe nipote di Giove e autore – secondo il monaco bizantino Giovanni Laurenzio Lido, vissuto a Costantinopoli nella prima metà del VI secolo – proprio di un’opera sul valore divinatorio dei terremoti, cioè la “tà seismotropicà”, tradotta dal romano Vicellio. Particolare questo che, più avanti, apparirà estremamente importante.

Per alcuni autori, tra i quali lo studioso locale Emilo Selvaggi, l’ipotesi ‘Giove fanciullo’ non appare invece convincente poiché il termine Anxur, anziché di origine greca, sembrerebbe derivare dalla lingua dei Volsci che, dopo i romani ‘etruschizzati’, avrebbero colonizzato l’area prima della definitiva dominazione romana. Il termine Anxur avrebbe quindi valenza ‘locativa’ identificando la città e dunque Iuppiter anxurus significherebbe ‘Giove della città di Terracina’ e non ‘Giove imberbe’.

E allora? Secondo il Selvaggi, dovremmo proprio ricorrere al popolo etrusco e all’influenza da esso subita nel VII-VI secolo a.C. da parte della cultura greca e identificare il greco-volsco ‘Giove di Anxur’ nell’etrusco anch’egli, a volte, nominato come imberbe Tinia, il sommo dio celeste degli Etruschi. Ipotesi, questa, che sembrerebbe avvalorata anche dal fatto che il Triumvirus monetalis Caius Vibius Pansa – dell’antica famiglia dei Vibii, proprietari terrieri di gran parte dell’area terracinese, e legata al ceppo etruscoVibenna’ – fece emettere monete raffiguranti ‘Iuppiter anxur’ imberbe.

     

                             La roccia, lo ‘Pneuma’e l’Oracolo

 

Torniamo ora alla nostra personale indagine in situ.

Siamo saliti sulla piccola formazione rocciosa, in parte ancora ricoperta delimitata da un muro edificato in antico, identificata come sede dell’Oracolo e abbiamo potuto verificare l’effettiva presenza di una cavità, con un diametro di circa venti centimetri, che però, appare occlusa alla profondità di circa un metro.

Ai nostri giorni ogni ‘turista’ si sente in diritto di trasformare antiche vestigia in… cestini per i rifiuti!

                            

Terracina, Tempio di Giove Anxur.

Roberto Volterri  — durante le sue prime ricerche effettuate alcuni anni fa  –sulla roccia munita di un foro comunicante, in tempi andati, con la ‘Grotta Oracolare’ del sottostante criptoportico.

 

Particolare della  roccia sovrastante il tempio vero e proprio. Indicato dalla freccia è ben visibile il foro che in tempi remoti era in comunicazione con la ‘Grotta Oracolare’ posta nel criptoportico.

 

Nel criptoportico del tempio di Giove Anxur, c’è la Grotta Oracolare che è – diciamo era… – in comunicazione con la roccia forata sovrastante,

Forse tale sistema ‘aiutava’ chi, in questo Tempio, si occupava di fornire… oracoli.

La roccia con il foro era forse il cosiddetto chasma?

Ci troviamo forse di fronte al foro da cui, in antico, usciva lo Pneuma che “…terremoti possono estinguere del tutto…”, come sosteneva Plutarco?

Alla ‘Grotta Oracolare’ pervenivano i responsi del Flamen Iovis?

Inoltre, a due terzi della parete di fondo del criptoportico, verso Est, c’è un altro interessante elemento che, probabilmente, testimonia l’attiva funzione ‘oracolare’ avuta dalla formazione rocciosa e soprattutto dalla cavità prima descritta: un anfratto naturale, abbastanza profondo, valorizzato da un arco a tutto sesto, elemento questo che, nelle intenzioni dei costruttori, sottolineò la posizione e l’importanza rivestita dalla grotta. Riterrei del tutto plausibile che, almeno in antico, questa grotta e la cavità situata sulla sommità della roccia sede dell’Oracolo fossero in diretto collegamento e che tra essi si innescasse una corrente d’aria che avrebbe potuto favorire la trance della Sibilla o del Sacerdote preposto alla funzione oracolare, durante le visite votive dei fedeli.

È anche possibile che dal chasma fluissero non solo aria ma anche gas naturali, quali il Radon e che questo gas di origine radioattiva, potesse indurre il Sacerdote in quello che potremmo definire ‘stato alterato di coscienza’, favorevole al manifestarsi di latenti facoltà paranormali e precognitive dell’officiante. È, però, possibile che la corrente d’aria contribuisse soltanto alla… coreografia dell’intera cerimonia, creando un suggestivo sottofondo acustico, interpretabile, a seconda delle necessità, come ‘volere degli Dèi’!

Non lo sappiamo con certezza, ma quel che sappiamo con sicurezza è che stranissime erano le prescrizioni cui erano sottoposti i ‘Flamines’, appunto i ‘Sacerdoti di Giove’. Vediamone alcune e cerchiamo, se possibile di correlarle alle attività oracolari che si svolgevano nell’area del Santuario terracinese di Monte S.Angelo.

A Terracina, a due passi dall’abitazione di Giulio Carlini – ottimo conoscitore di ciò che ancora si può rinvenire nei locali fondali marini …– sono visitabili anche altri interessanti luoghi di vasto interesse storico, come l’area del Capitolium, illustrata nella foto.                    

 

 

Oppure si può visitare la Chiesa del Purgatorio – accanto all’abitazione di Giulio Carlini, coautore di queste note – con le sue macabre ma affascinanti sculture…

 

 

                         Chi erano i “Flamines Iovis”?

 

Innanzitutto, appare più che significativo il fatto che nella lingua latina, il temine Flamen abbia il duplice significato di soffio e di sacerdote: ciò implicherebbe una stretta correlazione tra alcune attività tipiche della casta sacerdotale, compresa la funzione ‘oracolare’ e quindi il manifestarsi di ‘soffi’ dovuti, ad esempio, crearsi di correnti d’aria in particolari aree cultuali. Poi inizia sicuramente la parte più ‘strana’ del nostro breve viaggio nel suggestivo Tempio dedicato a Giove ‘bambino’ e ai suoi misteriosi Sacerdoti: i Flamines.

Fabio Pittore, scrittore dell’antica Roma – ci riferisce, ma altrettanto fecero Tito Livio, Tacito e Plutarco – che il Flamen non poteva portare al dito anelli di metallo pieno: l’anello doveva essere cavo, realizzato con un tubetto le cui estremità “…non dovevano toccarsi”. Perche?

Inoltre, non doveva abbigliarsi con vesti che prevedessero nodi. Gli era proibito toccare e alimentarsi con le…fave. Neppure nominarle! Perché?

Forse perché i ‘sensitivi’ erano scelti tra alcuni individui affetti da ‘favismo’?

 Non poteva assentarsi dalla città sede dell’Oracolo. Doveva sempre essere a contatto con il suolo e per tale motivo non poteva salire a cavallo. Doveva dormire su uno speciale giaciglio i cui punti di appoggio sul terreno dovevano essere sempre…cosparsi di fango. Perché?

Non poteva allontanarsi per più di tre notti consecutive da questo giaciglio, accanto al quale doveva sempre esserci uno scrigno contenente alcune ostie di farro consacrato. La notte doveva indossare una speciale tunica che nessuno doveva vedere. Perché?

 E potremmo andare ancora avanti elencando molte altre ‘stranezze’ e formulando innumerevoli domande… senza però poter dare una definitiva risposta ai vari interrogativi che ci siamo posti!

Ma forse per una domanda – già postaci – potrei fornire ai lettori uno spunto per arrivare ad una razionale spiegazione: quella relativa allo strano divieto di usare… le fave. “…Astieniti dalle fave” è quanto riportato in un brano di Pitagora di Samo (580-500 a.C.) nei suoi “Versi Aurei”, e gli fece eco Porfirio che commentando questo divieto ne diede una personale spiegazione…

Tale divieto per l’autore:“…Si riferisce che egli vietasse questo cibo, perché [] se si mastica la fava e dopo averla trita coi denti, si espone per poco tempo all’ardore de’ raggi del sole e poi si lascia e dopo breve intervallo si torna a vederla, si sentirà emanare da essa odore di seme umano…”.

Ovviamente questa interpretazione – che Paracelso non sarebbe stato in grado di elaborare più degnamente – non è…una spiegazione dell’arcano divieto: è solo un indizio sul quale riflettere!

Quindi, prima di tentare di dare almeno qualche risposta agli altri quesiti, ci limiteremo a ricordare quella che, a nostro parere, appare la più ‘strana’ tra le ‘inconsuete’ prescrizioni che dovevano rispettare anche i Flamines e di quello che può essere considerato il primo sacro insediamento relativo al culto di Giove nella nostra penisola, quello di Iuppiter Anxurus a Terracina.

               

                  Lo strano ‘copricapo’ dei Sacerdoti

 

Ebbene, i Flamines dovevano portare un copricapo assai particolare, costituito da una sorta di ‘cuffia’ legata sotto il mento mediante una specie di nastro molto teso.

All’Ara Pacis di Augusto, a Roma, in un bassorilievo sono ben visibili tre Flamines muniti di questa curiosa ‘cuffia’ sormontata da un altrettanto curioso ‘accessorio’.

Sulla sommità del capo – verosimilmente fissato alla strana ‘cuffia’ – c’è infatti l’apex, ovvero un disco (di metallo?) dal centro del quale parte un corto tubetto, forse di legno, leggermente ricurvo, con l’estremità arrotondata e forata, a cui sono fissati due sottili nastri.

Il Flamen Iovis con il suo strano copricapo. Aveva funzione puramente ornamentale oppure assolveva a qualche funzione ‘pratica’, legata alle altre curiose attività e restrizioni che caratterizzavano la vita di questi inconsueti sacerdoti?

Anche a Pompei è stata trovata la raffigurazione di un curioso personaggio seduto su una sorta di baldacchino (isolato da terra?) e munito di un curioso cappello, del tutto simile a quello del Flamen Iovis di Terracina.

 

 

 

A cosa serviva questo complicato, curioso copricapo?

Aveva qualche relazione con le ‘strane’ e particolari prescrizioni o con gli inconsueti rituali ai quali doveva necessariamente assoggettarsi il Flamen, il Sacerdote di Giove Fanciullo?

Ha forse ragione l’amico Pincherle quando ipotizzava che il Flamen era destinato a rispettare perennemente il rito della ‘adsiduitas’, simile alla ‘idrusis’ greca e alla ebraica ‘sekinah’, consistente nello stare ‘sempre’ seduti sopra ‘qualcosa’?

Questo ‘qualcosa’ poteva essere l’apertura nella roccia, il ‘chasma’?

Forse la strana ‘tunica’ – dalla quale non doveva mai separarsi se non in un luogo buio e lontano da occhi indiscreti – faceva parte di un ‘equipaggiamento’ di cui anche lo strano ‘giaciglio’ – sempre ‘collegato’ alla terra mediante una poltiglia di fango – e il foro situato sulla sommità della piccola formazione rocciosa sede dell’Oracolo erano parte integrante?

Forse il ‘soffio’, lo Pneuma, scaturente dall’apertura nella roccia non doveva disperdersi, doveva essere totalmente ‘assimilato’ dall’officiante e per raggiungere lo scopo veniva creata una sorta di ‘condotto’ a chiusura ‘ermetica’ tra la ‘tunica’ del Sacerdote, il suo ‘giaciglio’ e l’apertura nel suolo, il chasma, ‘sigillando’ tra loro questi ultimi due elementi tramite l’impasto fangoso che poteva essere facilmente rimosso ad operazione ultimata?

Era forse questa la ‘circumlitio’ di cui parla lo scrittore latino Fabio Pittore?

Questa strana struttura, questo strano rituale era forse simile a quel che accadeva nel Centro Oracolare di Delfi ove il ‘soffio’, lo ‘pneuma’, veniva probabilmente convogliato verso la Sibilla, o meglio la Pitia ( la… Pitonessa!) mediante un condotto realizzato proprio con pelle di serpente?

E per concludere una domanda alla quale siamo certi di poter dare sicura risposta: erano tutti queste complicate prescrizioni, queste strane restrizioni, questi complessi e scomodissimi ‘rituali’ a rendere quasi invivibile la vita quotidiana del Flamen Iovis e a rendere difficilissima la sua investitura, tanto che essa era denominata ‘captio’, cioè… ‘rapimento’ ?

Crediamo proprio di sì!

 

 

Come arrivare al Tempio di Giove Anxur.

Arrivati al centro di Terracina, da via Roma ci sono indicazioni per avviarsi verso la parte alta della bella cittadina e raggiungere Piazzale Gaetano Loffredo, munito di ampio parcheggio, con l’interessante area archeologica.

 

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