L’amico archeologo Guglielmo Viti, anagnino e profondo conoscitore della Storia della sua città, con questo articolo (che è, di fatto, l’ampliamento di uno da lui precedentemente scritto e pubblicato su IlPuntosulMistero) ritorna sulla “vexata quaestio” dello “Schiaffo di Anagni” e su dove si sarebbe svolto l’assalto a Bonifacio VIII. Ben vengano ulteriori ipotesi e precisazioni storiche. Il dibattito, se basato su dati ed elementi oggettivi, è sempre bene accetto.
Come è noto, infatti, la vicenda è controversa ed esistono altre ipotesi di studio e di ricerca. Ma, in ogni caso, pubblichiamo questo articolo nell’ottica della politica di libertà di espressione che sin dalla fondazione di questo sito, si è portata avanti.
Buona lettura.

Anagni, 7 settembre 1303. L’assalto al “vero” Palazzo di Bonifacio VIII (Elaborazione grafica con IA di G. Pavat)
Lo “Schiaffo di Anagni”.
L’ultima parola.
di Guglielmo Viti
Premetto che sulla “questio” se quello a Bonifacio VIII fu un vero schiaffo sul viso, se fu dato con un guanto ferrato, da chi, o fu un oltraggio morale a seguito della cattura, non sarà mai detta l’ultima parola, o, forse sì, ci provo.
In questo mio breve scritto mi voglio soffermare su due punti principali: sullo “schiaffo” e dove fu dato.
Mi voglio soffermare su questi due punti perché sul resto del racconto sono tutti d’accordo, fonti letterarie, storici del passato e del presente.
A tal proposito raccomando la lettura del bel libro di Marco Ciocchetti “Racconti di un evento: l’<<aggressione>> a Bonifacio VIII Anagni, 7-9 settembre 1303”, che riporta tutte le fonti in modo completo e formula varie ipotesi su alcune delle quali non sono d’accordo ma, comunque, interessanti.
Fine del XIII secolo, da anni esiste un contrasto tra il Papa Bonifacio VIII e il re di Francia Filippo IV il Bello.

Arnolfo di Cambio, Effigie sepolcrale di Bonifacio VIII, conservata presso il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

Ritratto di Filippo IV il Bello (1268 – 1314), re di Francia. Dipinto di Jean-Louis Bezard (1799-1881).
Un contrasto formalmente basato sulla titolarità della riscossione delle “decime”, una tassa istituita da Papa Innocenzo III per finanziare le crociate ma anche la Chiesa stessa.
In realtà il contrasto è molto profondo e risale a tempi lontani e riguarda essenzialmente il potere temporale del Papa alternativo a quello del re, contrasto che, a proposito dei papi anagnini, ritroviamo anche fra il grande Innocenzo III e Giovanni d’Inghilterra detto “senza terra”.
Papa Bonifacio VIII, autoproclamatosi discendente morale di Giulio Cesare, non accetta intromissioni nella gestione del suo potere, anche temporale, mentre Filippo IV il Bello ha necessità di soldi per le sue campagne militari contro l’Inghilterra. Il 18 novembre del 1302, in questo clima politico, il Papa emise la Bolla Unam et Sanctam nella quale dichiarava che fuori dalla chiesa non vi era salvezza e che Filippo IV il Bello si sarebbe dovuto sottomettere al giudizio spirituale del Papa ed alla sua autorità anche temporale.
Sta in questo panorama che matura l’evento che cambierà per sempre il rapporto fra Stato e Chiesa (ricordo che dopo la morte di Bonifacio VIII fu proprio Giacomo “Sciarra” Colonna, capitano del popolo, il presunto autore dello schiaffo e. comunque, coprotagonista dell’oltraggio, ad eleggere a Roma imperatore Ludovico il Bavaro, che non aveva riconosciuto l’autorità papale).

Guglielmo di Nogaret (Saint-Félix-Lauragais, 1260 – 11 aprile 1313)
Nella “giornata particolare” dell’7 settembre 1303 l’inviato del Re di Francia, suo consigliere e futuro cancelliere Guglielmo di Nogaret insieme a Giacomo Colonna detto, appunto, ‘Sciarra’, rappresentante di quella famiglia Colonna, acerrima nemica dei Caetani (famiglia di Bonifacio VIII), stanno nei pressi della città di Anagni su incarico del Re, ufficialmente per trattare con il Papa e trovare una soluzione all’antico contrasto, in realtà non si va per trattare con centinaia di uomini armati e, sembra, 600 cavalieri “un vasto numero di milites e feudales e, soprattutto, avvalendosi del contributo determinante di chi, come Sciarra Colonna, odia il Papa in modo viscerale e non ne vuole che la morte.

Roma. Stemma di Casa Colonna in un affresco sul soffitto della Sala della Fontana del loro Palazzo avito nell’Urbe.

Giacomo “Sciarra” Colonna, ritratto postumo di Dosso Dossi conservato a Palazzo Colonna.
Molti erano i partecipanti alla congiura di parte francese: Rainaldo da Supino (di cui abbiamo la ricevuta di aver avuto dal re di Francia 10.000 fiorini piccoli per i suoi servigi) con il figlio Roberto e Tommaso da Morolo, Giovanni di Landolfo de Ceccano, Adenolfo de Mattia, Massimo, Balduino, Stefano di Raynaldo Rubeo di Trevi, Goffredo Bussa, Nicola e Giacomo, Pietro de Luparia col figlio Orlando, Giovanni Saraceno, Gerardo, Stefano, Raynaldo Paccalotti, Giordano, Gualcano, Pietro da Sgurgola, Angelo Martini, Simone Boccapecus, Giacomo Ruffellus, Pietro Danza, Pietro Niger de Balle, Andrea Ottonis de Anticullo, Metello de Urbe, Pietro da Genazzano, Pietro de Olevano col figlio Stefano, Giovanni di Capua, Francesco Graziani di Subiaco.
Riporto questo lungo elenco per dimostrare quanti fossero gli alleati “ciociari” nemici del Papa con il loro stuolo di servi e guardie.
Tralasciamo gli antefatti relativi al luogo di raccolta ecc… su cui ci sarebbe anche da trattare ma andiamo all’alba di quel giorno.

Ricostruzione dello stemma dei Conti de’ Ceccano (Archivio del IlPuntosulMistero)
Certo sembra quasi impossibile che ad Anagni nessuno si fosse accorto che un esercito stava alle porte della città in attesa di entrare ma, sembra probabile che il Papa confidasse molto sull’effetto scomunica che avrebbe emesso il giorno dopo contro Filippo IV, scomunica che era certamente la ragione prima della missione di Guglielmo di Nogaret.
Scomunicare il Re dei Francesi significava togliergli ogni autorità e invitare i nobili a detronizzarlo, sciogliendo loro il vincolo di fedeltà, ed eleggerne un altro.
Probabilmente i congiurati provenivano da Ferentino e, diversamente da quanto riporta il Ciocchetti, si presentarono davanti alla Porta degli Idoli, oggi Porta Santa Maria e non Porta Cerere ”seguendo il tragitto più breve”.
“Qui ad portas Anagnie venientes, ipsas portas apertas invenerunt, et villam ingressi, statim dederunt INSULTUM PALACIO PAPE ET ETIAM PALACIO MARCHIONIS NEPOTIS PAPE, (G.Hndleby), “INVASIT ET INTRAVIT PALATIUM PAPE ET MARCHIONIS NEPOTIS EIUS AC THESAURUM EXSAUSIT, SPOLIAVERUNTQUE THESAURUM PAPE ET QUORUNDAM MERCATORUM AC CARDINALIUM PAPE” (Tolomeo da Lucca).
Questo primo accenno al luogo dove avvenne l’”insultum” ed il furto del tesoro, ovvero la dimora del Papa nonchè palazzo del Marchese Pietro II Caetani ci sarà utile nel prosieguo del racconto, metto in evidenza questa identificazione perché in quasi tutti i racconti si dice che l’aggressione avvenne nello stesso Palazzo del Papa e del nipote marchese Pietro II e che là fu rubato il tesoro di Bonifacio.
Fatto sta che si apre la porta di Anagni, quale? Chi fu l’anagnino traditore ad aprire? Ci sono varie teorie sul nome del varco, c’è chi lo individua in Porta San Nicola, non più esistente, chi in Porta Tufoli, di cui resta una piccola vestigia, chi, addirittura, Porta Cerere.
Io preferisco accettare la versione dello storico P. Zappasodi che la individua in Porta Santa Maria ex Porta degli Idoli.
Questa versione mi pare più compatibile con lo svolgersi dei fatti ed i luoghi teatro dell’evento.
Secondo la tradizione fu Adenolfo de Mattia il responsabile dell’apertura anche se al processo si autodenunciò Goffredo Bussa.
Forse sarebbe giusto anche pensare che le porte aperte furono diverse visto il numero dei soldati. Da questo momento seguirono gli assalti ai palazzi del “castello” ovvero quelle costruzioni sorte accanto alla Cattedrale che formavano una sorta di muro invalicabile a difesa della dimora del Papa, dopo una consistente campagna acquisti di immobili da parte della famiglia Caetani fin dal 1283.
I primi scontri tra gli assalitori guidati da “Sciarra” Colonna e le truppe a difesa guidate da Pietro II Caetani furono cruente ma, inizialmente, a favore del Papa e con l’arrivo di altri alleati a guida di Rainaldo da Supino gli equilibri cambiarono.
“Bonifacio all’udire tanta rovina e rumore e tante grida e minacce, domandò una tregua fino all’ ora nona” che gli fu accordata.
Il Papa chiese l’aiuto del popolo anagnino ma, come capitano del popolo, era stato nominato in quel frangente proprio il traditore Adenolfo de Mattia che, chiaramente non intervenne.
Le richieste di Sciarra Colonna al pontefice per evitare l’arresto furono assurde come, per esempio, il dichiarare la sua elezione nulla, naturalmente l’anziano e fiero Papa rifiutò.
La tregua ebbe fine e Sciarra Colonna alle 15 si mosse all’assalto.
Sciarra vuole uccidere il Papa, mentre Nogaret ha il compito di catturarlo e portarlo in Francia dove, essendo stato già condannato con varie, fantasiose accuse, sarebbe stato imprigionato.
Se immaginiamo che alcuni siano entrati da Porta Tufoli mentre altri guidati da Colonna fossero entrati da Porta Santa Maria, ci spiegheremo come da una parte si ha l’assalto ai palazzi dei Caetani, dei loro familiari e sostenitori mentre dall’altro si ha l’assalto alla Cattedrale per arrivare direttamente al palazzo del Papa.
Dopo aver dato alle fiamme la porta della chiesa, che rappresentava un ostacolo, “impedimentum” agli assalitori e, per chi conosce la planimetria anagnina lo capisce bene, entrarono e prima di attraversarla e uscire sulla scalinata esterna (non più esistente), si diedero a vari crimini , “a far man bassa sulle robe ed arredi sacri” e “parecchi altri che adoperavansi ad impedire il saccheggio, parte fu uccisa da quei forsennati e parte ferita sulla stessa porta della Cattedrale”, cadde vittima anche l’arcivescovo ungherese Gergely Biekei che si era opposto.
Ma dalla Cattedrale dove vanno i congiurati guidati da Sciarra Colonna e Nogaret?

“Umiliazione”, quadro di Otello Peruzzi, attualmente esposto a Casa Barnekow ad Anagni (FR).
Esistono tre ipotesi sul luogo effettivo dove avvenne l’incontro e la cattura nonché ”lo schiaffo “ a Bonifacio VIII:
L’attuale Palazzo di Bonifacio dove la tradizione vuole che avvenne e dove, convintamente, ritengo accadde;
il Palazzo attualmente della famiglia Traietto ex Caetani e il Palazzo della curia vescovile, da cui cominceremo l’analisi.
Questa ipotesi si basa sul fatto che il luogo dove avvenne il famoso oltraggio del Papa fossero alcuni ambienti dell’Episcopio fatto costruire proprio da Bonifacio ed oggi scomparso ma di cui rimangono, forse, i sotterranei chiamati “Grottoni” probabilmente ambienti di sevizio.
Questa tesi si avvale sul fatto che Papa Caetani a Roma risiedesse in Laterano, ovvero in edifici non di sua proprietà e rappresentanti “l’autorità religiosa e politica del Pontefice”.
Ma andiamo con ordine: abbiamo lasciato Sciarra e i suoi a fare scempio della Cattedrale, dopo aver dato fuoco al portone di ingresso, rubare tutto quello che c’è da rubare, farsi vendetta con uccisioni e ferimenti.
Nel frattempo il resto dell’esercito trova una forte resistenza da parte dei nobili filobonifaciani, con lancio di pietre, frecce, ecc.. dalle case. “Ad un certo punto, a valanga, i manigoldi” come li definisce Pietro Fedele, irruppero nell’edificio e “giunsero alla presenza di Bonifazio”(Giammaria).
Per capire di quale edificio parliamo torniamo indietro e vediamo che i congiurati in Cattedrale incontrarono anche commercianti, “mercanti che erano venuti in città per vendere coltelli e altre mercanzie in occasione della festa del giorno seguente” (Proscio).
La presenza di questi mercanti, rifugiatisi per paura all’interno dell’edificio sacro, fa supporre che il mercato si dovesse svolgere lì vicino e quindi in quella che in parte oggi è piazza Innocenzo III, il che esclude palazzo Traietto che si apre sulla piazza oggi chiamata Piazza Bonifacio VIII e allora Piazza del Conte.
Ma, un’altra annotazione farebbe escludere Palazzo Traietto, infatti, premesso che credo di poter dare per scontato che i congiurati, soprattutto anagnini, sapessero esattamente dove trovare il pontefice, perché assaltare la Cattedrale?
Il Palazzo anagnino che attualmente viene mostrato ai turisti come il “Palazzo di Bonifacio VIII”. Affermazione su cui concorda l’autore di questo articolo, Guglielmo Viti. Si tratterebbe in realtà del palazzo del cardinale Pietro Caetani, nipote del pontefice (Foto Giancarlo Pavat).
Sarebbe bastato concentrare le forze su Porta Tufoli, accanto al Palazzo ed entrare direttamente.
Una fonte assolutamente attendibile Giovanni Viktring, abate del monastero cistercense di Viktring, oggi Finstingen, scrisse una cronaca dal 1340 al 1343, narrando fatti storici da Carlo Martello in poi che comprende anche i fatti anagnini.
In questa cronaca, quasi contemporanea ai fatti narrati, l’autore fa riferimento a testimonianze attendibili e, fra l’altro è lui a narrare che il Pontefice al momento dell’arresto indossava le vesti pontificali e la croce lignea ricavata da quella di Cristo. Ma quello che più interessa di questa testimonianza è la precisazione che il Palazzo del Papa dove avvenne l’aggressione venne, prima dell’irruzione, circondato, il che determina una sola possibilità del luogo, ovvero l’attuale Palazzo di Bonifacio, quello riportato dalla tradizione, quello che era insieme di proprietà di Pietro II Caetani e dimora ufficiale del Papa (come da clausola voluta da Gregorio IX al momento della donazione al pronipote Mattia de Papa.
Questa circostanza, per chi conosce bene i luoghi, non lascia dubbi.
Voglio, però, soffermarmi sull’ipotesi della Curia vescovile come teatro dell’oltraggio, per far notare due elementi, uno che non vi sono testimonianze in merito, due che il racconto di come sarebbe avvenuto l’assalto, riportato dal Ciocchetti: ”Poco dopo, questi ultimi (gli assalitori) salirono sul tetto della chiesa e passarono su quello del Palazzo in cui dimorava il Papa.
Gli aggressori erano ormai dentro: il Papa era in trappola” appare inverosimile. Francamente, un’acrobazia poco credibile ed inutile!
La scena all’interno del Palazzo papale viene descritta in questo modo:
“Il Papa si presenta agli assalitori vestito da Pontefice Massimo con la tiara e con una croce in mano” oppure ”il Papa con il mantello di San Pietro, la tiara, le chiavi, e la croce in mano.”
Celebre rimane la frase che Bonifacio pronunciò in presenza dei suoi carnefici, in dialetto :”Ec le col, e le cape” “ ecco il collo e la testa” un’orgogliosa sfida al nemico. Allora il Pontefice riceve gli assalitori nella sua veste di Pontefice Massimo, nel suo ruolo di capo della chiesa e rappresentante di Cristo in terra e non è ammissibile che lo avesse fatto in privato, nella sua residenza abituale, ma certamente lo fece in quella che era da decenni la sede ufficiale anagnina del Papa, quel palazzo fatto costruire da Gregorio IX in cui aveva ricevuto re ed imperatori come Federico II di Svevia, quello che da sempre la tradizione chiama il Palazzo di Bonifacio VIII.
L’imperatore svevo in una epistola a Gregorio IX così scrive:
“ut testatur Anagnia, mandasti domum fieri mirabilem, sicut regia solis erat”, (“come testimonia Anagni hai fatto costruire una casa magnifica, proprio come il palazzo del sole”) e detto da uno che di regie sontuose se ne intendeva ci lascia percepire quanto appariva prestigioso questo palazzo.
Abbazia di Casamari (FR). Testina coronata scolpita su un capitello del chiostro in cui si è voluto riconoscere il grande imperatore svevo Federico II (Foto G. Pavat).
Qualcuno sostiene che l’attuale palazzo di Bonifacio VIII non poteva essere stato il luogo della cattura perché di proprietà del nipote, Pietro.












