IL DRAGO DEL MONTE CHAMBAVE in Valle d’Aosta di Fabio Bertoletti

IL DRAGO DEL MONTE CHAMBAVE in Valle d’Aosta

di Fabio Bertoletti

 

Tersilla Gatto Chanu (1933 -2026) nota scrittrice, saggista e storica valdostana dedita allo studio della mitologia e tradizione narrativa popolare, nel suo libro Leggende e Racconti della Valle d’Aosta ha scritto: “Se il dominio dei lupi è la foresta, quello dei draghi è la cima dei monti. Li si vede passare, di notte, come meteore luminose, da una vetta all’altra dell’orizzonte alpino”.

Nelle leggende si sa, esiste sempre un fondo di verità.

Potete ben immaginare il mio stupore e la mia incredulità, allorchè nell’assolato e caldo pomeriggio dell’8 agosto del 2026, mentre ero intento a osservare con il telescopio i profili megalitici della Grand Rochère, quasi casualmente spostando l’obiettivo del medesimo verso il profilo crestale dell’adiacente Chambave mi trovai a inquadrare la sorprendente immagine di un gigantesco rettile letteralmente addossato e acquattato su una cima del suddetto monte!

Un rettile di notevoli dimensioni visto di profilo le cui parti anatomiche essenziali risultavano ben distinguibili ( testa munita di 2 narici circolari, bocca socchiusa e occhio nero, corpo allungato munito di 2 grosse zampe laterali piegate sul fianco e una lunga coda ) e la cui sagoma risaltava in modo quasi magico sullo sfondo di un magnifico cielo azzurro.

Mi ci volle qualche minuto per riprendermi dallo stupore in me suscitato da quella visione inaspettata e surreale che trovai subito incredibilmente suggestiva e anche meravigliosa.

La particolare conformazione di questa cima rocciosa, circondata da pendii erbosi più regolari, crea un incredibile effetto ottico e l’illusione di una grossa lucertola o rettile preistorico intento a riposare e a scaldarsi ai raggi del sole con il muso addossato su un verde pendio e orientato verso il fondovalle.

Cosa era realmente quello che stavo vedendo?

Un’ennesima (incredibile) pareidolia di un sauro dalle dimensioni grandi quanto quelle di un mastodontico dinosauro che ricopriva interamente una vetta dello Chambave?

Più osservavo quella creatura immersa nella sua assolata vetta alpina, più ne ero affascinato; I’azzurro intenso del cielo delineava nettamente il profilo della sua spina dorsale e due venature rocciose verticali e parallele tra loro formavano le 2 zampe laterali piegate dell’animale; inoltre giochi di ombre creati dai raggi radenti del sole del tardo pomeriggio, oltre ad accentuare l’evidenziazione, tramite l’ombreggiatura, delle zampe mettevano in risalto la presenza della lunga coda scura del rettile, spiovente verso il basso sul versante opposto dello Chambave.

L’alternanza delle rocce e delle zone erbose del pendio e il pietrisco creavano un effetto di texture rugosa che richiamava la pelle a scaglie o le placche ossee tipiche dei grandi rettili.

(nella foto sopra la testa del rettile del monte Chambave)

Stupefatto istintivamente mi chiesi come avessi fatto a non averlo mai notato!

Il profilo del monte Chambave come lo si vede dal fondovalle della località la Ruine (frazione di Morgex) che frequento da quando ero bambino, mi è sempre stato assai familiare; quella montagna nella mia fantasia di fanciullo la paragonavo al dorso di un cammello per via delle sue due vistose gobbe (una alta e una più bassa) che mi ricordavano appunto quelle di questo animale.

Ma mai avrei sospettato o sarei arrivato ad immaginare che sopra la sua gobba più piccola ci fosse appostato un gigantesco lucertolone!

Semplice pareidolia naturale?

Teoricamente è ben possibile, ma devo confessare che è un pezzo che non credo più nelle coincidenze, divenute ormai troppo frequenti in quella zona montana.

Considerati i miei precedenti e numerosi avvistamenti megalitici sulla Grand Rochère (documentati in diversi articoli sul presente sito www.ilpuntosulmistero.it), dubito fortemente di trovarmi di fronte a un semplice capriccio della natura; ripetutamente mi chiedo come sia possibile che una così elevata concentrazione di pareidolie (oltretutto clamorose e incredibilmente suggestive!) si verifichino sempre in quell’area alpina circoscritta che rientra nel territorio della Valdigne?

Territorio che, ricordiamo, comprende anche la zona di Derby dove si trova il pinnacolo roccioso/menhir con la figura scolpita in posizione fetale la cui presenza è stata fotograficamente provata dal sorvolo ravvicinato con drone avvenuto il 25 agosto del 2025.

Statisticamente parlando, l’elevata concentrazione in questa area di presunti volti/profili megalitici antropomorfi e creature zoomorfe scolpite o incise nella roccia (si pensi alla ipotetica giraffa di Derby) è a dir poco anomala e dovrebbe perlomeno insinuare un ragionevole dubbio riguardo il fatto che ci troviamo sempre di fronte a occasionali pareidolie.

Resta inteso che solo delle future indagini archeologiche, scientifiche e verifiche sul campo (se mai avverranno) nei vari siti da me segnalati, potranno appurare la verità qualunque essa sia, per cercare eventuali conferme, prove, riscontri o meno circa la possibile origine antropica di queste sconcertanti formazioni litiche.

Insomma a mio parere, le coincidenze, i segnali e gli indizi visivi (e perfino alcune prove concrete riguardo la disposizione fetale dei corpi dei defunti nelle tombe di Villaret che trova un incredibile riscontro nella figura stilizzata sotto la cima del pinnacolo di Derby) circa un’antica frequentazione umana di quelle vette alpine, ormai sono diventati veramente troppi perchè tutti questi avvistamenti possano continuare ad essere ignorati o frettolosamente liquidati come casuali pareidolie.

Da quello che ho visto la mia ipotesi personale è che il rettile dello Chambave possa essere una figura, almeno in parte, creata intenzionalmente da antichi scalpellini che sono intervenuti su questa cima (che richiamava già naturalmente la sagoma di un grosso sauro) aggiungendo ad arte, ad hoc, alcuni dettagli o particolari per completare visivamente quella raffigurazione di drago che probabilmente vedevano già insita nella roccia.

In sostanza la pareidolia naturale del rettile forse era solo parziale e l’uomo antico sarebbe intervenuto per completarla /perfezionarla.

Secondo me il corpo e la coda appaiono naturali, ma la testa e in modo particolare il muso (che appare simmetrico a forma di foglia con corno geometrico a rombo nella parte superiore e narici laterali) e forse anche la cavità dell’occhio potrebbero essere il risultato di un intervento umano.

In un primo momento pensai di trovarmi di fronte alla sconcertante rappresentazione di una (grossa) lucertola o di un ramarro che sono animali autoctoni della Valle d’Aosta.

Entrambi infatti sono animali nativi e comunemente diffusi sul territorio valdostano, quindi anche all’epoca di certo dovevano risultare ben noti e familiari agli occhi degli antichi liguri e dei Celti che frequentavano le aree alpine .

La lucertola muraiola (podarcis muralis) è la classica piccola lucertola che tutti conosciamo, comunemente si incontra sui muretti a secco e sulle rocce esposte al sole.

(sopra un ramarro verde. Foto tratta da Parco Adda Nord)

Il Ramarro occidentale (Lacerta bilineata) spesso chiamato semplicemente ramarro verde per via della sua splendida livrea verde smeraldo brillante è il rettile più grande della Regione e dell’intera Italia dato che può raggiungere i 45 cm di lunghezza compresa la coda ed è rapidissimo nei movimenti.

Livrea e dimensioni a parte, la sua fisionomia è sostanzialmente identica a quella della piccola lucertola, poichè entrambi i rettili appartengono alla stessa famiglia biologica dei Lacertidae.

Tuttavia scrutando con il telescopio il rettile dello Chambave un più attento esame visivo della sua testa mi lasciò alquanto perplesso.

Osservando attentamente le foto scattate, nonostante la grande distanza constatai che la parte anteriore del muso del lucertolone appariva assai complessa ed elaborata. 

Il rettile presenta un muso simmetrico a forma di foglia appuntita (vedi evidenziazione in giallo) sormontata centralmente da una struttura a rombo che forma una sorta di corno centrale e lateralmente si vedono le cavità delle due narici circolari scure.

Quella protuberanza romboidale e simmetrica sulla punta del muso ricorda da vicino i dettagli anatomici di alcuni rettili reali (come la vipera del corno) o richiama in modo impressionante l’iconografia classica dei… draghi letterari!

Una cosa è certa non si tratta, come inizialmente pensavo, della rappresentazione di una lucertola o di un ramarro verde (entrambi hanno una testa e un muso schiacciati o piatti se visti di profilo) che non presentano assolutamente sul loro capo queste caratteristiche anatomiche così particolari e complesse!

Per quanto assurdo e fantastico possa apparire il muso di questa creatura ha tutto l’aspetto di un drago!

Un antico gigantesco drago celtico privo di ali che da tempo immemorabile vigila su quella vetta alpina?

Nella tradizione celtica originaria infatti il drago era una creatura prevalentemente priva di ali e il suo aspetto ricordava molto più quello di un grande serpente d’acqua o di terra rispetto al classico drago alato della tradizione medievale europea.

Il drago celtico può non avere le zampe (serpente gigante) o averne 4, ma corte adatte a strisciare e presenta un corpo allungato e simile a un rettile d’acqua; caratteristica questa del grande rettile dello Chambave.

Nella mitologia celtica e nel folklore dell’Europa nord-occidentale , la figura del drago nasce principalmente come evoluzione di un grande serpente d’acqua o sotterraneo, strettamente legato alle forze della terra, delle caverne e delle acque profonde e non aveva bisogno di volare, perchè il suo dominio non era il cielo, ma il suolo o il fondo dei laghi.

Poichè legati alla terra e all’acqua i draghi celtici senza ali erano considerati i custodi delle sorgenti sacre e delle porte di accesso all’Oltretomba celtico che spesso si pensava si trovasse sul fondo di laghi profondi o nel cuore delle montagne.

L’enorme sauro dello Chambave ha il capo direttamente appoggiato sul terreno e rivolto verso il basso, verso il fondo del vallone alpino dove, (guarda a caso?), si trova incastonato il lago Licony e questo potrebbe far pensare che tale specchio d’acqua fosse il suo habitat o elemento naturale di riferimento.

(nella foto, sotto tratta dal sito Gulliver il bellissimo lago Licony situato a 2555 metri di quota)

Per i Celti il drago (o il grande serpente d’acqua) era il guardiano dei segreti sotterranei e rappresentava le forze indomite della natura, i cicli delle stagioni e la fertilità del suolo. Inoltre il drago era una creatura associata alla protezione feroce del territorio e al potere regale, incarnava il massimo potere e la leadership militare.

Il termine celtico Pendragon (reso celebre da Uther Pendragon padre di Re Artù) significa letteralmente “Testa di drago” o “capo dei condottieri” e indicava un capo supremo dei guerrieri o il titolo dei re supremi.

Veniva attribuito a quel leader che, in tempo di grave crisi o invasione, riceveva il comando supremo sopra tutti gli altri capitribù e sovrani locali.

Nelle cronache letterarie medioevali (come la famosa Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth del XII secolo) si narra che Uther mentre marciava verso una battaglia contro gli invasori Sassoni (e i loro alleati) vide apparire nel cielo notturno una straordinaria cometa a forma di drago.

Mago Merlino interpretò questo segno come un presagio della morte del re allora in carica (Ambrosio Aureliano, fratello di Uther) e del radioso futuro regale di Uther e della sua discendenza.

Uther affrontò i nemici, ottenne una schiacciante vittoria e una volta incoronato re adottò ufficialmente l’epiteto di “Pendragon ” facendo forgiare 2 draghi d’oro finemente lavorati. Ne donò uno alla cattedrale di Winchester (la sua capitale) affinché fosse custodito come reliquia, l’altro drago d’oro invece divenne la sua insegna di guerra e lo portò con sè in tutte le sue battaglie.

Artù ereditò questo simbolo e a sua volta lo portò in battaglia sui suoi stendardi.

(Uther Pendragon. Immagine sotto tratta da Wikipedia )

Sebbene Re Artù sia una figura leggendaria l’uso del drago come insegna militare in Britannia (e anche nei territori europei) ha solide radici storiche reali.

Durante il tardo impero romano la cavalleria adottò dalle popolazioni barbariche dei Daci e dai Sarmati lo stendardo del drago (noto storicamente come draco).

Era un insegna costituita da una testa di drago metallica cava (solitamente in bronzo o argento) fissata su una lancia con un corpo in tessuto colorato che si gonfiava al vento producendo un fischio sibilante per terrorizzare i nemici o per dare segnali acustici ai reparti.

Il soldato incaricato di portarlo era chiamato Draconarius.

(sopra foto tratta da wikipedia di Draconarius a cavallo dell’esercito romano).

Sebbene fosse nato come vessillo esclusivo dei reparti di cavalleria romana, tra il III e IV secolo d.C. la sua popolarità crebbe a tal punto da essere adottato stabilmente anche dai reparti di fanteria e dalle singole coorti come simbolo dell’esercito regolare romano.

Quando i romani lasciarono l’isola i britanni romanizzati continuarono a usare queste tattiche e simboli.

Questa tradizione si è tramandata nei secoli fino a oggi al punto che il drago è diventato il simbolo nazionale sulla bandiera del Galles e testimonia con orgoglio un legame culturale mai spezzato con il proprio passato celtico.

(sopra la foto tratta da Wikipedia della bandiera del Galles con l’immagine del drago rosso)

Il vessillo adottato ufficialmente nella sua forma moderna il 23 febbraio 1959 affonda le sue radici in miti millenari che definiscono l’identità profonda di questa nazione.

Ricordiamo che il drago arturiano era d’oro non rosso.

Il drago rosso però appartiene allo stesso ciclo narrativo mitologico.

Prima che Uther avvistasse la famosa cometa nel cielo, esso comparve nella famosissima profezia di Merlino a re Vortigern, dove appunto un drago rosso (che simboleggia i britanni nativi Celti antenati dei Gallesi) sconfigge in una vasca sotterranea un drago bianco (che simboleggia gli invasori Sassoni).

Quindi mentre il drago d’oro era l’insegna militare e reale specifica di Uther Pendragon e di suo figlio Artù, il drago rosso rappresenta l’intero popolo dei Britanni (e il Galles) nella lotta di resistenza contro i Sassoni.

Le 2 bande orizzontali bianca e verde invece riprendono sia la livrea dei Tudor (nel 1485, Enrico VII capostipite della dinastia Tudor, di origini gallesi unì il drago rosso ai colori della sua casata, il bianco e il verde, durante la storica battaglia di Bosworth) sia i colori del porro, un altro antichissimo simbolo nazionale legato alle battaglie celtiche dei secoli passati.

Nella monetazione celtica antica la figura del drago appariva originariamente come un serpente, spesso rappresentato in forme ibride, astratte o arrotolate su se stesse.

Per i Celti la linea ondulata e spiraleggiante del serpente era un modo perfetto per trasmettere graficamente il concetto di una potente energia vitale, misteriosa e divina. Spesso il rettile era inciso in forma circolare, a volte mordendosi la coda a rappresentare la ciclicità del tempo e delle stagioni, l’infinito e la continua rigenerazione del cosmo.

(Immagine sopra; moneta celtica con drago-serpente arrotolato. Osov, Repubblica Ceca I sec. a.C. (foto da Balkan Celts).

I Celti che avevano prestato servizio di mercenariato nei vari regni ellenistici, una volta ritornati nei loro territori d’origine riprendevano come modello le monete greche o ellenistiche (come le dracme o gli stateri) e ne reinterpretavano i motivi realistici.

Animali come i leoni, i cavalli o i mostri mitologici orientali vennero con il tempo progressivamente “celtizzati”, scomposti in linee e globetti fino a trasformarsi in serpenti fantastici o creature ibride dotate di creste, assumendo un profondo significato politico e sacro.

La figura del drago classico sputafuoco con le ali da pipistrello come lo immaginiamo noi è un’evoluzione successiva, nata dalla fusione dei miti nonordici con la cultura romana e, soprattutto con l’iconografia cristiana medievale che ha trasformato il drago nel simbolo del demonio volante.

Nella mitologia celtica il drago non era visto come un mostro malvagio da uccidere, ma era una creatura sacra e benevola guardiano dei segreti dell’universo e simboleggiava le forze primordiali della terra, l’immortalità, la sovranità reale e la saggezza nascosta.

Dunque prima della cristianizzazione delle Alpi occidentali le tribù celtiche (come i Salassi in Valle d’Aosta) avevano un rapporto positivo con questa creatura.

Successivamente con l’avvento e la diffusione del cristianesimo si verifica un vero e proprio rovesciamento e riscrittura del mito.

Per sradicare i culti pagani legati alla natura, peraltro assai duri a morire soprattutto nelle zone alpine più remote e difficilmente accessibili, la Chiesa trasformò gli antichi guardiani dei luoghi e delle vette in demoni.

La figura del drago perse totalmente la sua originaria valenza positiva celtica per trasformarsi in un simbolo del male assoluto.

La visione cristiana e medioevale ha progressivamente assorbito e demonizzato i miti più antichi.

Questo lo si vede chiaramente nel volume “Leggende e racconti della Valle d’Aosta” della scrittrice Tersilla Gatto Chanu.

Nelle locali leggende valdostane, raccolte studiate e analizzate dall’autrice il drago non è più visto come una forza della natura da rispettare, ma come un essere mostruoso, velenoso, distruttivo e diabolico che viene associato al peccato, alla devastazione delle risorse naturali (spesso blocca o avvelena le fonti d’acqua) e terrorizza le comunità rurali.

Il dominio del drago sulla cima viene spesso spezzato dal provvidenziale intervento di un santo o di un locale eroe di turno che lo uccide o lo ricaccia nei recessi della terra bonificando spiritualmente il territorio per i pastori e i contadini e liberando le comunità alpine oppresse dalla sua terrificante presenza

La soluzione narrativa quindi è sempre la sua eliminazione fisica o la sua cacciata che avviene per mano di un eroe locale o tramite l’intervento divino e l’esorcismo compiuto da santi o religiosi sancendo la vittoria definitiva della fede sulle forze oscure.

Tra i vari racconti sui draghi riportati da Tersilla Gatto Chanu citiamo la leggenda del drago di Perloz, strettamente legata a un luogo fisico reale e suggestivo: il Pont Moretta, un antico ponte in pietra sospeso sopra un profondo orrido.

Questa storia si inserisce perfettamente nel contesto del filone religioso cristiano-medioevale: il drago appare come un mostro predatore insaziabile, vorace e nocivo la cui eliminazione richiese il sacrificio di un ardito eroe locale di nome Vignal.

La tradizione narra che nelle immediate vicinanze del ponte una roccia tondeggiante nascondesse una serie di cunicoli e grotte oscure dove aveva la sua dimora un terribile e spaventoso drago che terrorizzava la comunità e i viandanti: aggrediva il bestiame, tendeva agguati a chi cercava di attraversare il ponte e assaltava persino i carri dei commercianti per cibarsi.

 

Nessuno dei valligiani aveva il coraggio di affrontarlo, finchè un uomo del posto di nome Vignal, particolarmente audace e coraggioso decise di prendere l’iniziativa per liberare la valle.

Confidando nell’ingordigia del rettile ideò uno stratagemma semplicissimo ma ingegnoso: infilzò sulla punta della sua spada una pagnotta di pane appena sfornata e si avvicinò alla tana del mostro.

Attratto dal profumo della pagnotta il drago spalancò le fauci per inghiottirla, permettendo così all’eroe di conficcargli profondamente la lama della spada nella sua gola uccidendolo quasi all’istante.

Tuttavia esaltato e eccitato dal successo dell’impresa Vignal incautamente prese a conficcare ripetutamente la sua spada fino all’elsa nel corpo del mostro morto e non si avvide del pericolo costituito dal suo velenoso sangue nero che fuoriuscendo a fiotti dagli squarci delle ferite gli colò giù per il braccio causandogli in breve tempo la morte per avvelenamento.

Come in molti miti alpini, catalogati da esperti come Tersilla Gatto Chanu, la fantasia popolare ha cercato una conferma visiva nella geografia del territorio.

Ancora oggi le strane forme sinuose e i cunicoli levigati nella roccia vicino al Pont Moretta geologicamente creati dall’azione millenaria dei ghiacciai e della forza erosiva dell’acqua vengono indicati dagli anziani del paese come le impronte lasciate dal corpo e dalle zampe del drago che vi era rimasto accovacciato per secoli.

Inoltre le cime dei monti rappresentano il limite del mondo civilizzato; oltre quella soglia si entra nel caos e nel territorio sovrannaturale.

Il drago dimora quindi in luoghi inospitali per l’uomo, cioè in valloni rocciosi, laghi glaciali di alta quota e le creste dove l’essere umano non può sopravvivere a lungo.

Nell’opera di Tersilla Gatto Chanu il tema dei draghi legati all’acqua e ai ghiacciai occupa una posizione centrale e affascinante.

In ambito alpino la figura del drago acquatico non è solo una metafora del male spirituale ma rappresenta la trasposizione mitologica di forze della natura reali distruttive e imprevedibili.

Nelle valli alpine l’acqua è allo stesso tempo preziosa risorsa vitale, ma anche pericolo mortale.

Nel folklore raccolto nel testo, i draghi acquatici incarnano la paura ancestrale delle catastrofi idrogeologiche.

Ad esempio i ghiacciai che scivolavano lentamente verso i villaggi venivano assimilati a enormi rettili addormentati o a “lingue di drago” pronte a inghiottire i verdi pascoli.

Eventi franosi o il distacco di blocchi di ghiaccio creavano spesso dighe naturali nei torrenti, provocando alluvioni violente o improvvise quando la pressione dell’acqua le faceva cedere (come non pensare alla purtroppo recentissima e terribile catastrofe che ha colpito le zone montane di confine tra il Tibet e il Nepal nell’agosto del 2026?

Questo fenomeno alluvionale distruttivo oggi è noto scientificamente come GLOF acronimo di Glacial lake Outburst Flood traducibile in italiano come svuotamento improvviso di lago glaciale). Nella fantasia e nell’ immaginario popolare contadino valdostano il prosciugamento improvviso di un torrente seguito da un ondata di piena distruttiva che travolgeva tutto ciò che si trovava nel fondovalle era opera di un drago che “tratteneva le acque” per poi sputarle con violenza sul villaggio.

Un filone importantissimo trattato da Tersilla Gatto Chanu è quello legato alle creature ibride acquatiche prima fra tutte la Vouivre (o biscia)

La fata-serpente era una creatura celtica custode e protettrice dell’equilibrio idrico e della purezza dei ghiacciai, dei laghi alpini e delle sorgenti.

Nelle valli valdostane la Vouivre assumeva la doppia forma di una fanciulla bellissima schiva e di un serpente dalle squame d’oro.

Essa era vincolata a un corpo idrico specifico (un lago d’alta quota, una sorgente o persino un Ru, gli antichi canali di irrigazione artificiali.)

La presenza della fata garantiva l’abbondanza, la limpidezza, la freschezza e la purezza delle acque permettendo ai boschi e ai pascoli circostanti di rimanere verdi e rigogliosi.

Il nucleo più profondo del mito celto valdostano risiede nel tabù di non fare mai del male alla creatura.

Diverse leggende locali (come quella del lago di Prez o del cacciatore di Fontainemore) raccontano lo stesso tragico epilogo: un essere umano, (spesso uno straniero o un cacciatore ignaro) si imbatte nella serpe d’oro e, spaventato o avido, la uccide.

Con la morte della Dea fata-serpente il lago o la sorgente legati a lei si prosciugavano per sempre, la vegetazione moriva e la terra diventava arida e sterile.

Questo ammonimento serviva a ricordare il rispetto sacro che l’uomo doveva alla natura e alle sue risorse (tema questo più che mai attuale nella fase di grave cambiamento climatico che stiamo vivendo).

Al pari del drago celtico anche la figura della fata- serpente o Vouivre nelle leggende successive legate alla cristianizzazione dei territori viene degradata a mostro strisciante o demoniaco da cui i santi devono liberare le valli.

Da spirito protettore essa diventa una creatura diabolica o una strega condannata che inganna e ammalia gli uomini per portarli alla perdizione o che custodisce tesori maledetti. La sua metamorfosi fisica da donna a rettile viene interpretata non più come simbolo di rinascita (la muta della pelle) ma come la rivelazione della sua natura mostruosa e satanica dato che il serpente è l’animale tentatore per eccellenza della Genesi.

Per contrastare questi “draghi dell’acqua” la struttura narrativa delle leggende valdostane fa intervenire figure sacre.

ll santo (come San Bernardo o San Giocondo) non combatte solo il drago inteso come demonio, ma compie un vero e proprio atto di bonifica territoriale.

Sconfiggendo o esorcizzando il mostro che abita nel lago o nella forra, il santo sblocca le acque corrotte e restituisce fiumi puliti e pascoli sicuri alla comunità.

La vittoria cristiana si traduce quindi nel passaggio dal caos primordiale della natura selvaggia (il drago) all’ordine civile e agricolo benedetto da Dio.

Sia pur brevemente, ho ritenuto importante fare riferimento al lavoro di Tersilla Gatto Chanu sullo studio delle leggende valdostane proprio perché l’autrice grattando via la patina moralizzante e cristiana applicata nel corso dei secoli dalla tradizione orale, permette in parte di risalire alle radici pre-cristiane e mitologiche di una comunità alpina fortemente legata ai cicli della natura.

La potenza suggestiva dell’immagine del grande rettile del monte Chambave è così forte che osservandola mi sembra di vivere una vera e propria scena fantasy: ho l’impressione che il drago abbia la lingua fuori e stia interagendo con una minuscola creatura (che ho cerchiato in giallo ) zoomorfa munita di un piccolo becco e due cornetti o antennine sul capo.

Quest’ultima appare come una statuetta in piedi ed è collocata esattamente di fronte al muso del drago che pare avvicinarsi ad essa (per divorarla? O per prenderla invece sotto la sua protezione?)

(nella foto sotto la testa del drago dello Chambave fotografata in una giornata con cielo grigio)

Molto stranamente la stessa piccola figura, in altre foto da me scattate nelle giornate successive all’8 agosto, presenta invece un aspetto completamente diverso! La figura appare decisamente serpentiforme con la fiancata a forma di S.

Impossibile capire di cosa si tratti data la notevole distanza (bisognerebbe osservarla più da vicino o disporre di un drone) ma la mia sensazione personale è che questa misteriosa creatura, qualunque cosa essa sia, abbia direttamente a che fare con il drago.

Con un pizzico di fantasia romantica mi piace pensare che possa essere la fata-serpente del lago Licony che interagisce in qualche modo con il drago a guardia della vetta.

Del resto nella mentalità celtica queste figure abbiamo visto non erano in conflitto, ma facevano parte dello stesso ecosistema spirituale.

Spesso la fata serpente e il drago sono due facce della stessa medaglia: una metamorfosi dell’altra.

Le dee e le fate celtiche avevano la capacità di mutare forma.

Una fata d’acqua poteva manifestarsi come una bellissima donna, come un serpente o ingigantirsi fino a diventare un drago acquatico per difendere il proprio territorio.

Un importante lago sacro celtico (come potrebbe presumibilmente essere stato il lago Licony dato che il drago appare orientato verso esso) teoricamente poteva essere protetto da entrambi con ruoli complementari o identici. Insieme rappresentavano il potere sacro dell’acqua: la linfa vitale che guarisce e che garantisce la vita (la fata) e la forza indomabile che distrugge e protegge (il drago).

Altra constatazione (coincidenza pazzesca?) il drago del Chambave appare perfettamente allineato con il doppio profilo megalitico della Grand Rochère che si trova a breve distanza esattamente alle sue spalle

(la foto in basso evidenzia l’esatta posizione del rettile dellk Chambave e quella del doppio profilo megalitico della Grand Rochère).

La sacralità del luogo dove sorge l’ipotetico doppio volto di profilo del Mercurio gallico /Lugh e dove accanto ad essi si materializza, nel tardo pomeriggio verso il tramonto, la possente ombra di una formosa dea dell’abbondanza con il suo voluminoso seno con capezzolo eretto (Rosmerta?) era dunque anche legata, oltre che a un culto solare, alla presenza del drago celtico sull’adiacente monte Chambave?

A questo punto la cosa non mi sorprenderebbe dato che la figura del drago/serpente ha un ruolo centrale nella mitologia celtica.

La sua presenza costituisce un’aggiunta notevole al complesso e ricco pantheon delle divinità celtiche menzionate nei miei precedenti articoli.

(nella foto sotto il doppio profilo megalitico della Grand Rochère)

La mia netta sensazione personale, scaturita dalle continue osservazioni visive nell’area della Valdigne, comunque è che questi presunti giganteschi e possenti manufatti e siti megalitici appaiano collegati tra loro sul territorio e ognuno di essi sembra rimandare visivamente all’altro.

Ad esempio l’idolo di pietra della Grand Rochère sembra guardare in direzione del menhir di Derby e i due luoghi ho constatato e verificato che sono in diretto collegamento visivo in linea d’aria.

La testa di profilo posta esattamente alla immediata sinistra dell’idolo della Grande roccia guarda a Ovest in direzione del profilo megalitico con naso gobbo, il quale a sua volta guarda anch’esso a Ovest in direzione del rettile posto a cavallo sulla cresta del monte Chambave.

Il muso del rettile a sua volta, come abbiamo detto è orientato verso il vallone alpino sottostante, dove si trova il lago Licony.

A differenza di altre valli alpine non emergono miti codificati di draghi a guardia del lago Licony nella tradizione di Morgex o La Salle.

Se mai nella tradizione orale celtica o druidica è esistito (e guardando il grande rettile del monte Chambave penso che sia assai probabile) un mito o un racconto che riguardava un drago sul monte e sul lago Licony, di questo si deve essere irrimediabilmente perso ogni ricordo e memoria storica.

Eppure la presenza stessa di questo grande drago (unitamente alle sconcertanti formazioni megalitiche sulla vicina Grand Rochère) appare come un’ulteriore testimonianza visiva dell’incredibile ingegno e vivacità spirituale di questi antichi adoratori delle vette che in qualche modo sono riusciti a plasmare parti consistenti di quelle altissime cime alpine a immagine e somiglianza dei loro Dèi.

(Nella foto sotto il rettile del monte Chambave visto di tre quarti dalla località La Salle; il suo muso è orientato verso il basso dove è situato il lago Licony)

Se dei miti specifici relativi alla Grand Rochère e all’adiacente monte Chambave si è perso ogni ricordo nella tradizione folkloristica locale tuttavia alcune (consistenti) tracce o prove della loro passata esistenza appaiono immortalate nella viva roccia delle montagne degli Dèi.

Le leggende si sa, non muoiono mai.

 

(Fabio Bertoletti)

–Se non altrimenti specificato, le foto sono di Fabio Bertoletti. 

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