UN VOLTO MEGALITICO IN STILE ELLENICO ALLA GRAND ROCHÈRE? di Fabio Bertoletti

UN VOLTO MEGALITICO IN STILE ELLENICO?

I PROFILI MEGALITICI DELLA GRAND ROCHÈRE

(VALLE D’AOSTA)

 di Fabio Bertoletti

 

La Grand Rochère, per chi non la conoscesse, nelle Alpi Pennine è un’imponente e maestosa montagna della Valle d’Aosta situata nel territorio del comune di La Salle che si erge per 3326 metri sul livello del mare ed è la vetta più alta della catena montuosa situata a sud del massiccio del Monte Bianco.

Tale montagna offre una vista panoramica mozzafiato consentendo allo sguardo di spaziare liberamente a 360 gradi su diverse vette della Valle d’Aosta, tra cui il Cervino, il Monte Rosa e il Gran Paradiso e naturalmente si gode un panorama eccezionale e in primissimo piano sulla catena del Monte Bianco.

Insomma è una delle migliori cime panoramiche per ammirare il Monte Bianco da sud.  

Nella foto sotto la montagna sullo sfondo è la Grand Rochère come la si vede nel fondovalle della Valdigne, nei pressi della località della Ruine (frazione di Morgex)

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Una montagna dall’altezza vertiginosa con queste caratteristiche e che costituisce un punto di osservazione privilegiato su tutto il territorio alpino circostante non poteva, presumibilmente, non colpire a fondo l’immaginario dei Celti o dei liguri, per i quali i monti e le loro vette erano considerati luoghi sacri, spesso visti come dimore di divinità o spiriti e punti di connessione spirituale tra il cielo e la terra, tra il mondo terreno e quello divino.

Nelle Alpi il culto del dio Penn era indissolubilmente legato alle vette montuose.

Le montagne non erano percepite solo come ostacoli e barriere fisiche, ma anche come luoghi sacri naturali dove gli antichi sacerdoti celti, i druidi, lontano dagli insediamenti umani, potevano celebrare i loro misteriosi rituali, anelando a una congiunzione diretta con il divino che passava anche attraverso lo studio e l’osservazione diretta del cielo, della volta celeste e del moto delle stelle. 

L’esasperata ricerca, da parte di questi antichi veneratori delle vette, di una connessione e unione spirituale con i loro dèi si sarebbe manifestata esplicitamente e visivamente anche attraverso la realizzazione di manufatti megalitici, di sconcertanti sculture dalle sembianze sia zoomorfe che antropomorfe e di volti e profili megalitici scolpiti e ricavati direttamente dalla viva roccia delle montagne?

Basti pensare al presunto gigantesco volto MOAI casualmente notato, battezzato con questo nome e scalato da alcuni rocciatori nel 2018 che domina dall’alto la piana di Bard nella bassa Valle d’Aosta e la cui presenza potrebbe essere relazionata direttamente al Geosito di Bard (riconosciuto dall’archeologia ufficiale come antico luogo sacro) o al volto megalitico di Derby attorniato da una wunderkammer di bizzarre e sorprendenti sculture zoomorfe o allo sconcertante idolo della Grand Rochère dalla grottesca testa munita di una fila di grossi dentoni allineati che dalla sommità di una parete rocciosa su cui è collocato sembra osservare e vigilare sul fondovalle della Valdigne come un enigmatico guardiano delle vette e basti osservare i quattro presunti profili megalitici presenti anch’essi sulla Grand Rochère dei quali parleremo ora.

Il culto della testa (sede dell’anima e dell’essenza stessa della persona per i Celti) pare quindi ossessivamente presente e ripetuto in alcuni particolari contesti alpini tra cui la stessa Grand Rochère che doveva essere un’importantissima montagna sacra.

Due profili megalitici sono situati sull’estremità destra della Grande Roccia e posizionati a due differenti livelli di quota. (vedi nella foto sotto cerchiata la loro esatta posizione sulla parte destra della Grande Roccia)

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Uno di questi profili è collocato immediatamente alla sinistra dell’idolo dalla testa munita di grossi dentoni allineati (vedi foto sotto)

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Mentre l’altro si trova a una quota più alta su una sommità crestale della Grande Roccia a un’altitudine intorno ai 3000 metri!

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La cosa curiosa è anche la presenza di una roccia di forma circolare situata anteriormente alla base del presunto profilo megalitico.

Certo potrebbe trattarsi di una formazione rocciosa naturale, ma il suo contorno insolitamente sferico e la sua posizione proprio dirimpetto a questa presunta testa la rende a mio parere un elemento sospetto che dovrebbe essere attenzionato nell’eventualità (come io spero vivamente) di future indagini archeologiche o archeoastromiche in questi siti.

Teoricamente questa formazione rocciosa, apparentemente sferica, potrebbe essere un elemento di origine antropica che ben si sposerebbe con la concezione celtica del tempo.

Il cerchio per i Celti era un simbolo che rappresentava l’eternità e il ciclo infinito della vita; privo di inizio e di fine esso rappresentava la continuità del tempo.

Nella concezione celtica la vita non era una linea retta, ma un percorso ciclico di nascita, morte e rinascita.

Inoltre il cerchio era un motivo solare che rappresentava l’energia vitale del sole, il cielo e l’universo.

Spesso veniva utilizzato per delimitare spazi sacri connettendo il mondo terreno con le divinità.

Quella roccia dal contorno sferico potrebbe anche essere una sorta di calendario o osservatorio astronomico; certamente la posizione apicale di questo profilo megalitico situato su un punto elevatissimo della Grande Roccia teoricamente ben si sarebbe prestata a una funzione di questo genere.

Naturalmente rimaniamo nell’ambito delle pure ipotesi almeno finchè non sarà appurata, con ricerche sul posto e auspicabilissime indagini archeoastronomiche la reale natura di quei luoghi.

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Entrambi questi volti di profilo appaiono rivolti a Ovest in direzione del sole che tramonta, in direzione della maestosa Catena del Bianco (che certamente doveva suscitare soggezione, incredibile meraviglia e stupore in questi antichi veneratori delle vette!), ma aggiungo ora, volevano costituire forse un’indicazione, un diretto rimando visivo agli altri due profili megalitici posti all’estremità sinistra della Grande Roccia e che si stagliano maestosamente e nitidamente contro l’azzurro del cielo?

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È un dato di fatto che questi due profili sul versante destro della Grande Roccia sono orientati in direzione dei due profili posti sull’estremità sinistra della stessa montagna e anch’essi posizionati a due differenti quote di altezza.

Quindi potremmo dire che il profilo megalitico posto accanto all’idolo con i dentoni guarda e rimanda visivamente alla direzione in cui si trova il gigantesco profilo megalitico con naso gobbo collocato alla base di una parete rocciosa sulla parte opposta della Grande Roccia, mentre il profilo sulla sommità crestale guarda in direzione del piccolo volto megalitico di stile ellenico posizionato appena sotto la sommità di una vetta della Grande Roccia (e sopra il grande profilo megalitico con naso gobbo.) (vedi foto sotto che evidenzia l’esatta posizione dei 4 profili megalitici sulla Grand Rochère vista dal paese della Salle)

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Ora passiamo agli altri 2 incredibili profili megalitici sovrapposti che si trovano sull’estremità sinistra della Grand Rochère.                                                             

Poco sopra la base di una vertiginosa parete rocciosa verticale si staglia, inquietante e maestoso, contro l’azzurro del cielo un gigantesco profilo megalitico con naso gobbo (cerchiato in rosso nella foto sotto).

Sopra di esso, a una quota più elevata, appare un altro profilo più piccolo (cerchiato in blu). 

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Le foto sotto evidenziano il profilo megalitico con naso gobbo in diversi orari di una giornata serena

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C:\Users\StagistiB\Desktop\VOLTO MEGALITICO DELLA GRANDE ROCCIA DI PROFILO.jpg C:\Users\StagistiB\Desktop\volto con naso g.jpg

 

 

C:\Users\StagistiB\Desktop\profilo naso.jpg C:\Users\StagistiB\Desktop\PROFILO MEGALITICO SULLA GRANDE ROCCIA VISTO AL TRAMONTO - Copia.jpg

I due profili megalitici sono intervallati da una terrazza o piattaforma rocciosa che poi declina in modo spiovente verso il basso e che si trova esattamente in mezzo ad essi.

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Si può ipotizzare che tale terrazza rocciosa, che è collocata alla base del piccolo volto megalitico, possa essere stata utilizzata dai misteriosi artefici di quel sito come base operativa di appoggio per scolpire e realizzare il medesimo volto?

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C:\Users\StagistiB\Desktop\terrazzo - Copia.jpg

Oppure che tale piattaforma costituisse una sorta di area sacra rituale dove i druidi o quegli antichi adoratori celebravano, in particolari ricorrenze (esempio solstizi o equinozi), i loro misteriosi culti rituali o sacrificali dedicati a quelle ignote divinità o le loro osservazioni astronomiche?

Certamente l’enorme suggestione ed emozione a me dettata dalla visione contemporanea di questi due sconcertanti profili megalitici sovrapposti sembra rendere plausibili anche le più azzardate ipotesi! Dove lo troviamo un altro sito con due profili megalitici sovrapposti sulla stessa parete rocciosa?

Non ritengo affatto casuale la posizione di questi 2 profili, nel senso che essi sono ben visibili proprio perchè, come avevo già detto, si stagliano nitidamente contro il fondo del cielo; se così non fosse probabilmente non li avrei mai notati.

Se fossero stati scolpiti sullo sfondo di altre pareti rocciose tali profili sarebbero risultati al mio occhio indistinguibili o difficilmente percebibili, perchè si sarebbero confusi con il colore e le ombre di altre rocce o montagne dello sfondo.

Insomma la mia sensazione personale è che gli antichi veneratori delle vette questi due volti li abbiano volutamente realizzati affinchè risultassero ben evidenti e distinguibili all’occhio umano contro il cielo se visti ad alta quota da certe angolazioni.

Il contrasto del cielo, sede del divino, con quei profili rocciosi forse concettualmente e simbolicamente potrebbe essere inteso come un confine tra il mondo terreno e quello spirituale? 

Ma osserviamo ora meglio quello che appare il più sorprendente e incredibile dei 4 profili megalitici.

Anche se in realtà è difficile dire quale sia il più strano dato che ciascuno di essi è di per sè sconcertante a modo suo.

Parliamo del piccolo profilo posizionato sopra quello con il naso gobbo.

Osservato al telescopio, nel pieno sole del primo pomeriggio, questo volto appare realizzato addirittura in uno stile classico direi quasi ellenico! 

Osservando bene le mie foto si vede una testa incassata nella roccia che potrebbe benissimo essere quella di una scultura greca o romana! (Nella foto sotto evidenziato entro un cerchio blu)

C:\Users\StagistiB\Desktop\volto ellenico evidenziato.jpg C:\Users\StagistiB\Desktop\volto ellenico 2 - Copia.jpg

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Com’è possibile?

C:\Users\StagistiB\Desktop\VOLTO DI PROFILO SU GRANDE ROCCIA.jpg C:\Users\StagistiB\Desktop\VOLTO MEGALITICO DI PROFILO SULLA GRANDE ROCCIA POSIZIONATO SOPRA IL GROSSO PROFILO MEGALITICO CON NASO GOBBO.jpg

C:\Users\StagistiB\Desktop\profilo classico - Copia.jpg

Quello che mi colpisce enormemente è il netto contrasto tra il gigantesco profilo ieratico con naso gobbo alla base della parete rocciosa che appare di fattura decisamente rozza e primordiale e quello soprastante che invece sembra proprio realizzato in uno stile classico e dal volto che pare addirittura quasi sorridente con la bocca aperta! I due profili, stilisticamente parlando, sembrano derivare da due contesti culturali differenti.

La testa del profilo ellenico (chiamiamolo così) è ben armonizzata in tutte le sue proporzioni, il naso leggermente aquilino è lineare ed ha una superficie levigata, la narice laterale arcuata è morbida e l’occhio sembra avere la pupilla scura spostata a destra.

Inoltre accanto alla testa si notano delle scanalature parallele tra loro, arcuate, regolari e rastremate verso l’alto che paiono scolpite nella roccia, forse la rappresentazione di un’acconciatura o di un particolare copricapo associato a quella divinità. (nella foto sotto le scanalature sono state evidenziate con linee rosse)

C:\Users\StagistiB\Desktop\evidenziazione scanalature di una presunta acconciatura o copricapo.jpg

(Nella foto sotto il profilo ellenico come appare in una giornata nuvolosa)

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Pura fantasia o fantascienza? Solo Suggestioni? Pareidolie?

Personalmente mi riesce sempre più difficile crederlo. Ormai sono decisamente troppe!

E poi tutta questa concentrazione di pareidolie e insolite corrispondenze di teste in un’area geografica circoscritta come il territorio della Valdigne mi sembra, statisticamente parlando, veramente anomala e assai improbabile! 

Viene spontaneo e legittimo pensare alle pareidolie, la nostra razionalità di uomini moderni talvolta ci impedisce di credere o anche solo di prendere in considerazione certe cose perchè le riteniamo impossibili, nel senso che non dovrebbero esistere, perlomeno in base alle nostre conoscenze attuali e pregiudizi, ma la storia antica dell’uomo ci riserva spesso incredibili e insospettabili legami e sorprese!

Dunque come si potrebbe spiegare la presenza di un antico volto megalitico in stile classico sulla cima aspra e inospitale di una montagna valdostana alta più di 3000 metri? 

Eppure la storia stessa ci fornisce, almeno in piccola parte, una possibile spiegazione. Quello che sembra un’assurdità, un volto greco raffigurato nella roccia può avere un fondamento storico.

Recentissimamente ho letto questo articolo che parla del ritrovamento (ad opera di due archeologi volontari , Wolfgang Niederberger e Daniel Mona) avvenuto nel 2025 in Svizzera vicino ad Arisdorf, nel Canton Basilea Campagna nei pressi di una torbiera, di 2 monete d’oro (uno statere e un quarto di statere) di apparente fattura greco macedone, ma in realtà gli archeologi e numismatici hanno appurato che sono monete celtiche risalenti al III secolo a.C. che imitavano nella loro fattura il conio delle monete greche. Vedi qui:

https://www.stilearte.it/monete-oro-celtiche-svizzera-apollo/ 

Le 2 monete rinvenute sono quindi un’imitazione degli stateri d’oro di Filippo II di Macedonia (359 – 336 a.C.) padre di Alessandro Magno. Entrambe raffigurano la testa del dio greco Apollo sul dritto e una biga (carro a due cavalli) sul rovescio con simboli ibridi celtici e greci (Apollo, carri, triskele).

Gli esperti ritengono che queste monete fossero troppo preziose per essere utilizzate nelle normali transazioni commerciali quotidiane ed è assai più verosimile che venissero invece impiegate per scopi simbolici o religiosi come doni di rappresentanza o offerte votive agli dèi, come suggerirebbe il loro rinvenimento in una palude. 

il deposito intenzionale di oggetti preziosi nei luoghi umidi come paludi o fiumi era una pratica rituale comune tra i Celti.

 

Nelle sue Elleniche (Libro VII) lo storico Senofonte riporta che nel 369-368 a.C. il tiranno di Siracusa Dionisio I (430 a. C. – 367 a. C.) inviò un contingente di mercenari celtici e iberici per sostenere gli Spartani nelle loro guerre contro i Tebani.

Senofonte sottolineò come questi guerrieri, sebbene pochi (circa 2000) fossero in grado di scompaginare le linee nemiche grazie a rapidi attacchi e ritirate strategiche, sottolineando la loro audacia e il loro coraggio nel caricare formazioni molto più numerose dimostrando una feroce determinazione che impressionò i Greci dell’epoca. Dionisio I fu il primo leader del mondo greco a reclutare sistematicamente mercenari celtici su larga scala integrandoli nel suo vasto esercito multietnico. 

Grazie a questa politica di reclutamento Siracusa divenne una potenza militare d’avanguardia capace di proiettare la propria influenza fino all’Adriatico e al Peloponneso.

I mercenari celtici (spesso chiamati Galati in Oriente) ebbero un ruolo diffuso nell’ellenismo.

Dopo la morte di Alessandro Magno (323 a. C.) essi divennero molto richiesti negli eserciti dei Diadochi (i successori di Alessandro) che combattevano per il controllo del suo vasto impero.

Antigono II Gonata re di Macedonia (319 a. C.- 239 a. C.) e Pirro re dell’Epiro (318 a. C. – 272 a. C.), acerrimi rivali ellenistici che si scontrarono più volte per il controllo della Grecia e della Macedonia, fecero ampio uso di truppe celtiche considerandole indispensabili per le loro aspirazioni e ambizioni di potere.

I guerrieri celtici che combatterono al soldo delle città -stato greche o dei regni ellenistici (soprattutto dopo la fallita invasione della Grecia nel 279 a. C. che portò alla loro presenza continuativa nei balcani e in Anatolia come Galati) entrarono in contatto diretto con la cultura greca e la assimilarono in parte.

Questo fenomeno di scambio culturale lasciò vistose tracce nell’arte, nella monetazione e forse anche in alcuni aspetti sociali dei Celti.

Come conseguenza degli influssi culturali ellenici (dovuti anche a scambi e relazioni commerciali assai più complessi e ramificati di quello che si pensi ) i Celti rimpatriati  iniziarono a coniare monete imitando i modelli greci con cui erano entrati in contatto durante il loro servizio militare, in particolare nel IV e III secolo a.C. ; si trattava di imitazioni di valute greche e macedoni ricevute come pagamento per le loro prestazioni belliche.  . 

Quindi alla luce di questo fenomeno di ritorno culturale si potrebbe supporre che questo abbia portato o spinto un gruppo di Celti a realizzare un profilo o volto megalitico in stile ellenico?

Potrebbe essere questo volto una raffigurazione della stessa divinità (il dio greco Apollo) coniata di profilo sugli stateri d’oro celtici come quelli rinvenuti in Svizzera?

Apollo qui inteso come divinità solare?

Una considerazione: la Grand Rochère essendo di fatto una montagna sempre esposta alla luce diretta del sole, dalla mattina alla sera, teoricamente potrebbe benissimo, in un passato remoto, essere stata la sede di ipotetici culti o riti solari.

Certamente un conto è coniare delle monete, ben altro conto è scolpire un volto megalitico oltretutto a circa 3000 metri di quota sulla cima di una vertiginosa parete rocciosa verticale.

La cosa avrebbe indubbiamente dell’incredibile!

Come abbiano potuto o come siano riusciti questi antichi adoratori delle vette a scolpire dei volti megalitici a quelle quote elevatissime sinceramente non ne ho idea e faccio un enorme fatica solo a immaginarlo…

Quando osservo quelle vette, che devono essere per buona parte dell’anno sferzate da venti gelidi, da maltempo o bufere la mia parte razionale di uomo moderno entra in conflitto con quello che vedo e rilevo nelle mie osservazioni e foto.

 

Il tassello che manca al nostro quadro storico è quello dell’accertamento e riconoscimento di una incredibile realtà megalitica che potrebbe essere stata peculiare di alcuni gruppi celtici e anche liguri che popolavano l’area della Valdigne e più in generale alcune aree alpine degli attuali territori valdostani; realtà finora non ancora rilevata, scoperta o riconosciuta dalla storiografia e dall’archeologia ufficiale. 

Oltretutto a rendere ancora più sconcertante il quadro generale è che tali (presunti) manufatti megalitici sembrano, in gran parte, strettamente associati a figure o simboli di ombre rituali, di giochi di ombre assai singolari che si formano e delineano accanto ad essi in momenti precisi della giornata con il variare dell’inclinazione dei raggi del sole su quelle pareti rocciose.

Di questo avevo parlato nel mio precedente articolo vedi qui:  https://www.ilpuntosulmistero.it/osservazioni-sui-giochi-di-ombre-nei-presunti-siti-megalitici-della-grande-roccia-di-fabio-bertoletti/  al quale rimando per chi non l’avesse letto dato che tale articolo è strettamente complementare al presente.

Accanto al profilo ellenistico che ho mostrato infatti nel tardo pomeriggio, verso il tramonto, si viene a creare la gigantesca e nitida sagoma di ombra di quella che ha tutto l’aspetto di una dea dell’abbondanza e della fertilità, una Dea Madre in posizione eretta con generosi glutei, con un prominente seno arrotondato da cui fuoriesce un lungo capezzolo eretto.

(La foto sotto è stata scattata il 4 agosto 2025 alle ore 18.18)

C:\Users\StagistiB\Desktop\panoramica con 2 profili megalitici e ombra dea della fetilità - Copia.jpg

Nella foto sotto con cerchio rosso è evidenziato il grosso profilo con naso gobbo, con cerchio blu il piccolo profilo megalitico in stile ellenico e infine con cerchio giallo è evidenziata la sagoma di ombra raffigurante una presunta divinità della fertilità.

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Tale figura di ombra posso confermare che era ancora ben visibile più di un’ora dopo alle ore 19.20 sostanzialmente inalterata.

Figure e statuette votive di questo tipo, di una dea madre della fertilità costituiscono un archetipo culturale assai diffuso e comune a  moltissime culture antiche a partire dalla preistoria fino al Paleolitico e al Neolitico raffigurano, sia pure con variazioni a seconda del contesto culturale, figure femminili con accentuazione di ventre, fianchi e seni (come la Venere di Willendorf ), ma questo potenzialmente costituirebbe un caso unico, finora noto, in cui una presunta dea della fertilità viene rappresentata come gigantesca immagine d’ombra !|

(nelle foto sotto l’ombra come appariva intorno alle 18. 20)

 

C:\Users\StagistiB\Desktop\OMBRA DI UNA DEA MATRONA CELTICA DI PROFILO SU GRAND ROCHERE OMBRA VISIBILE SOLO AL TRAMONTO.jpg C:\Users\StagistiB\Desktop\dea fertilità.jpg

Ma una figura di ombra viva, un’ombra che con il movimento del sole si rinnova e si ripropone ciclicamente (ogni giorno? O solo nei giorni di alcune stagioni?

Ciò andrebbe verificato con osservazioni dirette e continuative del sito) verso il tramonto sotto una delle vette più alte della Grand Rochère. 

Questa figura d’ombra concettualmente costituirebbe un messaggio visivo che non è rigido, limitato e statico come la scrittura (tale era considerata dai druidi in ambito sacro), ma è sempre vivo e attuale, perchè si ripropone da solo, si rinnova potenzialmente all’infinito, verso coloro che sapevano coglierlo e vederlo, quindi presumibilmente verso i depositari della conoscenza del tempo.

Gli antichi druidi consideravano la scrittura uno strumento inadatto e limitante per la sfera del sacro, preferendo una rigorosa tradizione orale. 

Sebbene conoscessero e utilizzassero la scrittura (come l’alfabeto greco o l’Ogham ) per scopi pratici, personali, amministrativi o pubblici, ne proibivano l’uso per registrare i propri insegnamenti religiosi e filosofici.

Questa scelta derivava, come scrisse Giulio Cesare nel De Bello Gallico (nel libro VI) da due ragioni: “in primo luogo perché non desiderano che la dottrina si diffonda tra la popolazione, e poi per evitare che coloro che apprendono, confidando nella scrittura, si applichino meno alla memorizzazione; infatti, per la maggior parte delle persone, l’uso della scrittura fa diminuire la diligenza nello studio e la memoria”

Mi ritorna insistente la domanda: è possibile che i celti o i liguri, tramandassero e esprimessero i loro concetti religiosi e spirituali non solo oralmente, ma anche tramite giochi di ombre?

Di certo non esiste nessuna documentazione o fonte storica al riguardo che possa suffragarlo.

Eppure, teoricamente parlando, degli ipotetici messaggi iniziatici costituiti da precise figure e simboli di ombre si presterebbero magnificamente a una comunicazione occulta.

Non c’è niente di più evidente e nello stesso tempo di più elusivo delle ombre.

Le ombre sono sotto gli occhi di tutti, ma nessuno fa caso ad esse.

Ai tempi i druidi o gli iniziati che avevano la consapevolezza di trovarsi in un’area sacra sapevano di certo dove e cosa guardare.

Figure di ombre e anche rocce nere che avevano la particolarità di essere immediatamente adiacenti alle rappresentazioni dei loro dèi?

Figure o simboli di ombra legati o derivati dalle stesse divinità?

Chi, al giorno d’oggi, facendo escursioni sulle montagne fa caso alle forme delle rocce? A parte eventuali studiosi, appassionati o ricercatori di megalitismo, a parte gli scalatori che per le loro attività di arrampicata tendono e devono, logicamente, studiare e valutare attentamente le caratteristiche morfologiche e geologiche delle pareti rocciose per verificare il grado di difficoltà o la fattibilità di un percorso di scalata, ma essi studiano e osservano le rocce da un punto di vista che non è certamente spirituale o quello archeologico.

I rocciatori cercano stimolanti vie di arrampicata, cercano la conquista.

E se ben pochi fanno caso alle forme delle rocce figuriamoci chi è che farebbe caso alle loro ombre?

Quello che è più in evidenza agli occhi paradossalmente è quello che rimane più occulto. 

I Celti ritenevano che anche le rocce, come tutti gli elementi della natura, fossero vive o abitate da spiriti del resto la loro visione del mondo era prevalentemente animistica, quindi ogni elemento naturale, alberi, fiumi, montagne e rocce possiede un’anima o spirito vitale.

Le pietre, per la loro immutabilità e solidità rappresentavano la stabilità, l’eternità e la memoria della terra e del popolo.

Le rocce potevano essere segni identificativi di un luogo sacro.

Lo stesso suggestivo nome di questa montagna, Grand Rochère, curiosamente e inconsapevolmente non sembra evocare il ricordo di un’epoca remota in cui essa era (molto probabilmente) un riferimento importantissimo nella spiritualità celtica?

Certamente ora il suo nome mi appare più che appropriato alla luce della presenza di queste presunte incredibili formazioni megalitiche!

Per quanto apparentemente assurdi tutti gli indizi visivi da me raccolti (e posso assicurarvi che sono assai parecchi e ben più di quelli che ho documentato) convergono verso un’unica direzione: la delineazione dell’esistenza di una realtà megalitica impressionante e insospettabile.

Queste misteriose e possenti divinità pagane spodestate dall’avvento del Cristianesimo e scivolate completamente nell’oblio del tempo con la scomparsa dei loro antichi adoratori sono però ancora maestosamente presenti e insediate nelle loro dimore alpine; mute testimoni di un’epoca remota in cui l’incredibile ingegno, la vivacissima spiritualità, la tenacia e la laboriosità dei Celti e dei liguri hanno dato origine a una realtà megalitica a dir poco sbalorditiva, inquietante e sorprendente che noi uomini contemporanei siamo ancora ben lontani dal rilevare, percepire e comprendere.

(Fabio Bertoletti)

Tutte le immagini sono state fornite dall’autore. 

(Nella foto sotto un primo piano frontale del volto e del busto dell’idolo della Grande Roccia)

C:\Users\StagistiB\Desktop\primo piano idolo grande roccia.jpg C:\Users\StagistiB\Desktop\idolo 1.jpg

 

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