LA TERRA CAVA E LE TERRE FANTASMA AL POLO NORD di Giancarlo Pavat

LA TERRA CAVA E LE TERRE FANTASMA AL POLO NORD

di Giancarlo Pavat

 

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare, la teoria della “Terra Cava” non è una invenzione moderna, magari ad opera di gruppi di complottisti. Tutt’altro. L’idea (che per alcuni è una certezza) che il sottosuolo del nostro Pianeta sia abitabile ed abitato è antica come il genere umano. Sebbene sia, ovviamente (e non poteva essere altrimenti) cassata dalla Scienza ufficiale per motivi oggettivi di natura fisica, matematica, chimica e geologica.

Ho lasciato al professor Roberto Volterri l’incombenza di regalarci, da par suo, un quadro sintetico ma esaustivo sulla tematica, che vede coinvolti personaggi come il gesuita “tuttologo” tedesco Athanasius Kircher (1602–1680) e addirittura l’astronomo. matematico, fisico inglese Edmund Halley (1656–1742).

Frontespizio dell’opera Mundus Subterraneus, quo universae denique naturae divitiae (1664–1678) del gesuita tedesco Athanasius Kircher (1602-1680).

L’astronomo. matematico, fisico inglese Edmund Halley (1656–1742), ritratto nel 1736 con in mano un diagramma dei gusci concentrici della sua teoria della Terra Cava (Fonte Wikipedia)

Coloro che ritengono reale l’esistenza della Terra Cava, affermano che sparsi sul nostro pianeta ci siano dei “varchi” attraverso i quali accedere al “Mundus Subterraneus” citato da Athanasius Kircher. Attraverso questi “buchi” non solo si entrerebbe nella “Terra Cava” ma si potrebbe anche uscirne, infatti, verrebbero attraversati diuturnamente individui “prescelti”, esseri sovrumani, addirittura extraterrestri e dischi volanti.

Uno di questi varchi si troverebbe addirittura a casa nostra e precisamente sul Monte Epomeo sull’isoletta che gli antichi greci chiamavano “Pithekoussai” (Πιθηκοῦσσαι), in latino Pithecusa, l’isola delle scimmie secondo l’interpretazione del poeta latino Ovidio e dello storico alessandrino Senagora, ovvero l’isola di Ischia al largo di Napoli nel Mar Tirreno. Ma i varchi più grandi e importanti si troverebbero presso i due poli geografici o comunque in prossimità delle regioni vicine o aldilà del Circolo Polare Artico.

Come, ad esempio, la Lapponia e più precisamente il Finnmark in Norvegia, la Penisola dei Pescatori e la Costa dei Murmanni in Russia.

In questa sede desidero, pertanto, soffermarmi su alcuni aspetti della storia delle esplorazioni polari, in particolare dell’Artico, ancora oggi enigmatici che, per alcuni ricercatori potrebbero essere considerati veri e propri indizi (se non addirittura prove) che quella della Terra Cava non è una teoria del tutto campata in aria.

Scorcio dei rilievi della “Terra di Francesco Giuseppe”.

La “Terra di Francesco Giuseppe”, arcipelago che di fatto è l’ultima terra emersa prima del Polo Nord, venne scoperta soltanto nel 1873 dalla spedizione artica scientifica (1872-1874) della nave austroungarica “Teghetoff”, al comando degli esploratori polari Julius Johannes Ludovicus von Payer (1841–1915) e Karl Weyprecht (1838–1881, nato in Germania ma triestino di adozione), e composta prevalentemente da marinai triestini, istriani e dalmati (più alcuni alpinisti tirolesi e un fiociniere scandinavo), svoltasi nell’ambito delle esplorazioni della regione artica e dei tentativi di raggiungere il Polo Nord.

Cartina dell’Artico con indicata la “Terra di Francesco Giuseppe”.

 

Karl Weyprecht (1838–1881)

Il nome, infatti ricorda l’imperatore asburgico Francesco Giuseppe I d’Austria-Ungheria (1830-1916).

L’arcipelago, dopo essere stato utilizzato come base da diverse spedizioni verso il Polo Nord (compresa quella italiana del Duca degli Abruzzi e Umberto Cagni, con la nave “Stella Polare” nel 1900, che raggiunse la latitudine di 86° 33′ 49″ Nord, la più avanzata dell’epoca), nel 1926 venne annesso all’Unione Sovietica e da quel momento diventò off-limits per qualsiasi spedizione geografica o scientifica non sovietica e vi vennero installate alcune basi militari.

Solo dopo la fine del Comunismo e la dissoluzione dell’Urss (e lo smantellamento di alcune installazioni) è stato permesso di raggiungere alcune isole della Terra di Francesco Giuseppe.

Julius Johannes Ludovicus von Payer e Karl Weyprecht sul Wiener Extrablatt (1874).

La prima spedizione occidentale a ritornare lassù è stata quella italiana del 1994, organizzata dall’Associazione “Grande Nord” di Torino. Sebbene, nei decenni successivi altre spedizioni abbiano raggiunto l’arcipelago, questo rimane, soprattutto a causa della latitudine estrema, tra gli 80,0° e gli 81,9° Nord, nella sua interezza, ancora sostanzialmente sconosciuto.

Sebbene la gloria della scoperta spetti giustamente alla spedizione austro-ungarica di Payer e Weiprecht del 1872-74 con la nave “Teghetoff”, è probabile che almeno le isole più occidentali della “Terra di Francesco Giuseppe”, fossero già state avvistate. Forse addirittura quasi due secoli prima. Infatti nel 1707 l’olandese Cornelius Giles, navigando dalle Svalbard verso est, avvistò tra le nebbie una terra emersa, ma non si avvicinò e pertanto non avvenne alcuno sbarco. Solo gli Inglesi registrarono la notizia della scoperta e sulle loro carte nautiche denominarono “Terra di Giles”, quella fantomatica isola. Oggi permangono ancora diversi dubbi su ciò che effettivamente vide il capitano olandese, ma in molti ritengono che si trattasse davvero di una delle isole dell’arcipelago della “Terra di Francesco Giuseppe”.

Ma un altro enigmatico avvistamento era avvenuto otto anni prima della “Spedizione Polare Austro-ungarica”. Nel 1865 lo skipper Nils Fredrik Rommbeck e il cacciatore di balene Aidijarvi, norvegesi di Hammerfest, salpati con la nave “Spitsbergen” e navigando anche loro ad oriente delle Svalbard, avvistarono una terra non segnata sulle carte. Non vi sbarcarono e si tennero sempre ad una notevole distanza, ma la battezzarono “Terra di Rommbeck”. Il desiderio di tenere nascosta la scoperta per avere in esclusiva la possibilità di sfruttamento del nuovo ricco territorio di caccia, e la perdita (qualche anno dopo, in un incendio) del diario di bordo, non permisero di fare luce sulla scoperta e di verificarne l’autenticità. Ancora oggi da molti messa in dubbio. Terre o isole fantasma?

Comunque anche Payer e Weiprecht, durante la spedizione che portò alla scoperta della “Terra di Francesco Giuseppe” dissero di aver avvistato ulteriori terre emerse a nord dell’isola Rodolfo, a oltre 82° latitudine Nord, che vennero battezzate isola di Petterman e di Gilles.

Ma queste terre in realtà non vennero mai più avvistate ed oggi, grazie ai satelliti sappiamo con certezza che non esistono.

Che cosa videro i due coraggiosi esploratori?

Giova sottolineare che la storia delle esplorazioni dell’Atlantico settentrionale e dell’Oceano Artico, è ricchissima di avvistamenti di fantomatiche terre. Mai più riviste dagli esploratori successivi. Abbiamo già visto che persino durante l’epica (ma sospetta) “gara” per il Polo Nord, svoltasi nel primo decennio del XX secolo, tra gli statunitensi Robert A. Peary (1856-1920) e Frederick Cook (1865-1940), in lontananza vennero avvistate (e addirittura fotografate) terre ma più rintracciate.

Iceberg, nuvole basse, miraggi prodotti dal pack, possono aver tratto in inganno impavidi navigatori e esploratori.

Mappa del XVI del grande geografo Gerardus Mercator (Gerardo Mercatore 1514-1594), secondo il quale, presso il Polo Nord geografico, c’era un grande continente emerso; Hiperborea.

Tutto ciò ha fatto sorgere o dato sostanza alle tante leggende relative a misteriose terre esistenti alle latitudini più settentrionali, come l’Ultima Thule o Iperborea dei Greci e dei Romani. O, appunto, alle teorie sull’esistenza della “Terra Cava”, alla quale credevano persino scienziati del calibro del matematico Leonard Euler (sì, quello del celebre quesito “impossibile ” dei “Sette ponti di Königsberg”), o il già citato l’astronomo inglese Edmund Halley (1656-1742), scopritore della famigerata cometa, o il presidente degli Stati Uniti d’America John Quincey Adams (1767-1848).

“Tile”, ovvero “Thule” nella “Carta Marina” dell’umanista, geografo e vescovo cattolico svedese Olao Magno (nato Olof Månsson, poi latinizzato in Olaus Magnus; Linköping, 23 ottobre 1490 – Roma, 1º agosto 1557).

Quelle terre avvistate e mai più ritrovate in realtà si troverebbero all’interno della “Terra Cava”, in cui gli esploratori sarebbero entrati (e poi usciti) senza rendersene conto.

Ovviamente ci sono spiegazioni più razionali relative all’avvistamento di queste “Terre emerse” mai più avvistate. Iceberg con sedimenti di terra che avrebbero dato l’aspetto di “terraferma” o di montagne, nuvole basse all’orizzonte, fenomeni di “Fata Morgana” (come nel nostro Stretto di Messina) o banali abbagli dovuti alle oggettive condizioni meteo e climatiche di quelle latitudini estreme.

Ma si sa, i miti sono duri a morire e c’è chi, anche in tempi molto più vicino a noi, ha cercato, lassù, all’estremo Settentrione, gli accessi alla “Terra Cava”, purtroppo con tragiche conseguenze e terribili sofferenze per chi ne venne coinvolto.

Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

(Giancarlo Pavat)

 

…E PER SCOPRIRE QUALCHE ULTERIORE MISTERO SULLA TERRA CAVA, NON MANCATE DI LEGGERE….

“NELLA TERRA DEI GIGANTI. 

LA SAGA DELLA PRIMA GENTE”

IL ROMANZO RIVELAZIONE (MA POI..È DAVVERO SOLO UN ROMANZO?)

DI GIANCARLO PAVAT E MASSIMO RUSPANDINI (Idrovolante edizioni).

 

 

 

 

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