Quando le donne nuotavano… in “armature di stoffa” Tessuti, tagli e libertà: quasi 100 anni del costume da bagno. di Roberto Volterri

 

Quando le donne nuotavano… in “armature di stoffa”

Tessuti, tagli e libertà: quasi 100 anni del costume da bagno.

di Roberto Volterri

Lunga è la strada che dall’antichità giunge all’estate del non lontanissimo 1946 quando venne alla luce il ‘bikini’ vero e proprio, il costume da bagno che fa felice ogni donna reduce da qualche mese di dolorose rinunce alimentari e da ore e ore passate sul tapirulan della palestra sotto casa.

Ma fra poco ci arriveremo…

Niente di nuovo sotto il sole, è proprio il caso di dirlo!

Questi ‘bikini’ d’altri tempi sono infatti indossati da leggiadre fanciulle Villa romana del Casale a Piazza Armerina (Enna)

Il tradizionale costume da bagno, in realtà, nasce intorno alla metà dell’Ottocento, poiché prima di quel periodo fare il bagno in mare, nei laghi o nei fiumi non costituiva un diffuso passatempo e se proprio qualcuno voleva dedicarsi ad acquatiche e dilettevoli attività preferiva indossare la propria biancheria intima o… nulla.

Poi qualche medico di larghe vedute iniziò a sostenere che i bagni ricreativi costituivano un ‘tonico per i nervi’, sagge ed imperscrutabili parole con cui si spaziava disinvoltamente dal ‘mal d’amore’ alla ‘meningite tubercolare’. Non rimaneva che l’imbarazzo della scelta!

La cosiddetta ‘cura delle acque’ spinse quindi decine di migliaia di uomini e donne europee a sguazzare nei laghi, nei ruscelli e tra le onde del mare, ben dimentichi che fino a poco prima ritenevano che fare il bagno, immersi completamente nell’acqua, a lungo andare potesse condurre a ‘morte sicura’. O quasi…

Si sa, ogni invenzione richiede un certo tempo per venire accettata dalle masse: così i primissimi costumi da bagno si ispiravano pedissequamente ai modelli degli abiti usati olgni giorno.

Le gentili dame indossavano, ad esempio, un costume di flanella, di alpaca o di serge, curiosa stoffa prodotta fin dal Medioevo nella cittadina francese di Nîmes, forse adottata dal genovese Cristoforo Colombo per le vele delle sue caravelle e poi dai cercatori d’oro di “quando c’era una volta il West”.

Oggi la indossiamo un po’ tutti, solo che la chiamiamo… jeans!

Mezzo secolo di evoluzione dei costumi da bagno femminili. A parte gli aspetti cromatici sui quali non possiamo dare garanzie, in oltre cinquant’anni non sembra ci fosse stata una vera e propria rivoluzione…

Passa qualche anno ancora e ci si avvicina un po’ al fatidico, rivoluzionario, evento del 1946…

Il costume da bagno era munito di un corpino stretto, di un collo che impediva quasi di respirare, di maniche talmente lunghe e goffe che si faticava ad indovinare dove stesse il gomito e di una gonna che copriva interamente anche il ginocchio.

Naturalmente l’acquatica vestizione era completata da pantaloni stretti alla caviglia, calze nere e… scarpe basse, di tela. Una volta immerse nelle onde del mare, le novelle ‘sirene’ quando ne emergevano (se riuscivano a farlo, naturalmente!) più che Venere, la dea che sorge dalle onde dell’Oceano – perciò appellata anche Anadiomene, oppure Pelagia – sembravano… un informe guardaroba appena estratto da una vasca da bagno!

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Anni ’20. Leggiadre “sirene” in costumi da bagno che non richiedevano l’uso della “protezione solare”…

Nei mari e nei laghi della Perfida Albione, dell’Inghilterra insomma, e in America si registrarono non poche vittime per annegamento, poiché le aspiranti ‘Novella Calligaris’ dell’epoca a volte non riuscivano a raggiungere la riva, appesantite com’erano da tutto quell’armamentario di gonne e sottogonne. La necessità aguzza l’ingegno e così per salvaguardare da maschili sguardi indiscreti le grazie muliebri si pensò di inventare la ‘Macchina da bagno’, costituita da una cabina in cui la damigella poteva spogliarsi e poi rivestirsi da aspirante ‘sirenetta’. Tramite due ruote, questa curiosa ‘cabina mobile’ veniva trasportata in acqua, a pochi metri dalla riva, dove la gentile signora poteva scendere tra i flutti tramite un’apposita rampa.

Ovviamente una compiacente tenda – poeticamente chiamata ‘cappuccio del pudore’ – nascondeva l’improvvisata ‘Venere’ dai lussuriosi sguardi di qualche gentiluomo… capitato lì per caso.

Niente “Protezione solare 90”! Un completo di pura lana proteggeva da qualsiasi radiazione solare UVA e dintorni!

dopo l'immagine Non era ancora nata l’epoca delle “cabine” che possiede ogni stabilimento balneare degno di questo nome. Molti decenni fa le “cabine” erano a rotelle per un più “agevole” spostamento sulla sabbia…

In un’incisione di William Heath, le “sirene” inglesi di Brighton nuotano protette dalle loro ingombranti “Macchine da bagno”.

Nei primissimi anni del Novecento, l’evoluzione che accompagna da sempre la moda, rese popolare un costume da bagno meno impegnativo, costituito da un unico pezzo, aderente al corpo, munito di lunghe maniche ‘salvapudore’ e anche da un’inutile gonnellino. Poi venne il danese Carl Jantzen…

Jantzen, nato ad Aarhus, in Danimarca, nel 1883 era emigrato in America e nel 1913 era divenuto socio di un’industria di maglieria operante nell’Oregon, la Portland Knitting Mills, azienda che produceva maglioni, calzerotti, berretti e guanti di lana.

Portato alla sperimentazione, Jantzen si era dedicato a lungo a ‘giocare’ con una macchina della ditta al fine di produrre un maglione stretto e leggero, particolarmente elastico. Finché ci riuscì sul serio, tramite un ‘punto’ che generava un interessante tessuto elasticizzato a coste.

Si era a due passi dal costume da bagno vero e proprio, ma Jantzen ancora non lo sapeva…

Un’industria di maglieria operante nell’Oregon, la Portland Knitting Mills diversificò la produzione da vestitini a maglia per bambini nel “Costume che trasforma il bagno in nuoto!”. Ma non ci eravamo anocora…

Il Fato intervenne facendogli conoscere un membro della Squadra di Canottaggio di Portland alla ricerca di una tenuta atletica con maggiori ‘prestazioni’. Il tessuto inventato da Jantzen era proprio quel che ci voleva e in un attimo la Portland Knitting Mills diversificò la produzione adottando anche lo slogan Il costume che trasforma il bagno in nuoto!”. Ma fare il bagno per diporto era ancora un po’ scomodo…

Togli un po’ di stoffa qua, togli un po’ di stoffa là, il costume da bagno divenne sempre più leggero e di ridotte dimensioni: dai modelli con un’ampia scollatura sulla schiena e con spalline particolarmente strette, le dame degli anni Trenta passarono disinvoltamente al ‘due pezzi’ costituito da un corpetto ‘prendisole’ e da castigati calzoncini.

Poi venne – purtroppo! – l’Era nucleare…

I disastrosi effetti su ignari pescatori che si trovavano a poco più di cento chilometri dall’esplosione nucleare sull’atollo di Bikini.

Il primo giorno di luglio del 1946 gli Usa iniziarono una serie di esperimenti nucleari – diciamo così… – ‘pacifici’ facendo esplodere una bomba atomica sulle isole Marshall, nell’Oceano Pacifico (quando ci si mette pure l’ironia!).

Era l’atollo di ‘Bikini’ che dopo tale esperimento… scomparve quasi del tutto!

Ecco la tremenda (per l’epoca…) esplosione nucleare che distrusse del tutto l’atollo di Bikini e, contemporaneamente, decretò il successo del nuovo costume da bagno ideato dallo stilista Louis Réard.

Intanto a Parigi lo stilista Louis Réard era intenzionato a presentare dei costumi da bagno ‘audaci’, ridottissimi e sempre a ‘due pezzi’.

Ma ancora non era riuscito a trovare un nome per questa sua innovativa invenzione…

Sui giornali, in quei giorni, non si parlava d’altro che dello scoppio della ‘pacifica’ bomba atomica a Bikini: era nato il tanto agognato nome con cui battezzare l’esplosivo modello ideato da Réard! Quattro giorni dopo lo scoppio di quella bomba atomica, la top model Micheline Bernardini sfilò su una passerella della Ville Lumière indossando il primo ‘bikini’ della storia, provocando più commenti, discussioni e critiche della bomba stessa!

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Nel 1932, il couturier parigino Jacques Heim (1899 – 1967) lanciava Atome”, il primo costume in due pezzi che qualche coraggiosa accettò di indossare. Ma ebbe maggior fortuna il “Bikini”.

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Et voilà, ecco il primo ‘Bikini’ della storia, elegantemente indossato dalla modella parigina Micheline Bernardini il 5 luglio 1946 nella piscina Molitor di Parigi. In molti decenni poco è cambiato. Salvo utilizzarne solo il “50%”…

Ma che hanno da guardare e da ridere?

Non hanno mai visto qualcuno abbronzato dal Sole del Secondo pianeta che quegli strani individui, senza Tuta di Protezione Interdimensionale, chiamano Venere?

(Roberto  Volterri)

 

 

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