Profumi da brivido!
La vera storia dei profumi antichi: rose e gelsomini, ma anche castori, cervi e balene!
di Roberto Volterri
con pomi a odorar soavi e buoni…
Dante, Purgatorio, XXII, v. 132
Nella ‘terra tra i due fiumi’ – insomma a Babilonia o a Ninive – dove si adora Baal, oppure a Tiro e Sidone, dove va per la maggiore la dea Astarte, non si bada a spese per avvolgere in nuvole d’incenso le statue delle divinità più importanti.

Astarte antica divinità femminile dell’area semitica nord-occidentale, venerata in particolare dai Fenici e dai Cananei come dea della fertilità, dell’amore e anche della guerra.
Per rendere onore all’esigente dio Baal, non ci si pensa due volte a bruciare profumi per almeno mille talenti, ovvero qualche milione di attuali Euro!.

Il dio Baal è una delle principali divinità della religione siro-cananea e fenicia.
Se ora ci spostiamo nell’antica Grecia, il culto della bellezza trova nel profumo la sua massima espressione anche come via d’integrazione con il mito che collega l’uomo alla divinità. Nell’Età Aurea dell’antica Grecia, nell’era di Pericle gli euodia – ovvero i buoni profumi – raggiungono il loro massimo splendore.
Fa tendenza il susinon, citato anche da Dioscoride e molto in voga durante la XXVI Dinastia, profumo… for men, a base di estratti di giglio, ma non è da meno il kypros o Cyprinum, a base di olio di oliva verde, cardamomo, hennè, calamo aromatico, bergamotto, maggiorana, menta, laudano legno di aloe e varie resine.
Più un sesto componente non bene identificato. Quasi il ‘mistero della Coca Cola’ dell’epoca!
Di colore verde si conserva molto a lungo ed è la base, insieme alla cannella, al mirto, alla salvia e alla rosa, di profumi ‘personalizzati’.
Si diffonde anche il Trattato degli odori, opera di Teofrasto – ‘nome d’arte’ del filosofo Tirtamo, vissuto nel IV secolo a.C. –, testo considerato la ‘bibbia’ dell’antica profumeria.

Teofrasto‘, nome d’arte’ del filosofo Tirtamo, pubblicò testi su molteplici argomenti.
Ben si sa, i ‘cattivi maestri’ – ma nel nostro caso lodevolissimi! – portano alla perdizione le genti e così i nostri antenati dell’antica Roma – dopo un’iniziale diffidenza per le ‘mollezze’ provenienti dall’Oriente – si convincono che ‘profumato è bello e Petronio Arbitro nel suo celeberrimo Satyricon ci racconta che di banchetti si tramutano spesso in vere e proprie orge olfattive. Basti pensare che quel ‘ragazzaccio’ di Nerone, durante i suoi luculliani convivi nella sfarzosa Domus Aurea fa cadere dal soffitto di avorio traforato petali di rose a loro volta impregnati di essenze ancor più raffinate!

Petronio Arbitro e il suo celeberrimo “Satyricon”.
A Roma, ogni anno, si importano dalle terre d’Oriente – soprattutto dall’Arabia e dalle Indie – sostanze odorose e preziosissime, per un valore di milioni di sesterzi, come ci racconta Plinio Seniore nella sua Naturalis Historia. Sarà certamente un caso, ma profumi molto più a buon mercato provengono dalla Campania, quali imitazioni di squisite e rinomate ricette…

Questa gentile fanciulla romana, del I secolo d.C., riempie con cura una boccetta di profumo. Pittura parietale oggi al Museo nazionale Romano.
Va per la maggiore il Balsamo di Giudea che costa fino a due denari al grammo, ovvero quanto un qualsiasi operaio guadagna in due giorni di duro lavoro, ma ci sono anche quelli a ‘prezzo stracciato’ che costano dai cinque ai diciassette Denari per una libra da 327 grammi. Nell’anno 301 l’imperatore Diocleziano dà origine ad una sorta di calmiere correlato al peso di una libra romana, in base al quale lo zafferano arabo deve costare 2000 Denari, la mirra e il nardo 200 Denari, l’olio di rosa 80 Denari, l’olio di hennè 50 Denari, l’iris ne deve costare 25, e così via.
Prezzi troppo cari per qualche ‘Chanel N° 5’ dell’epoca?
Forse sì, se pensiamo che un qualunque bracciante agricolo dell’epoca guadagna al massimo 20 Denari al giorno…
Ma quali fragranze sono predilette dal popolo che si aggira all’ombra del Colosseo?
Sempre secondo l’informatissimo Plinio il Vecchio, un profumo deve far sì che “… il suo sentore, quando la donna incede, attragga proprio coloro che sono in tutt’altro affaccendati…”.
In testa alla ‘top ten’ delle fragranze, ci sono senza dubbio profumi un po’ ‘pesanti’, molto speziati e relativamente ‘dolci’. Però un profumo troppo intenso può suscitare anche qualche dubbio sulla scarsa igiene personale della matrona di turno, come nel caso delle addette al ‘mestiere più antico del mondo’ che si orientano sempre su profumi intensi, a buon mercato e… ‘da richiamo’!
Poi cade l’Impero, siamo quasi alla fine del V secolo, dilaga la nuova morale dettata dal Cristianesimo sempre più presente anche nella vita privata dei cittadini e il profumo diviene sinonimo di decadenza, di inenarrabili dissolutezze e subito insorgono i soliti ‘benpensanti’ che condannano, tra chi ha abbracciato la nuova fede, l’uso personale delle nuovissime, esecrande essenze odorose.
Passano i secoli, molti secoli, e, verso l’undicesimo secolo, i Crociati che tornano dal Medio Oriente importano l’essenza di rose, l’olio essenziale ricavato dai petali della bella rosa di Damasco.

I Crociati che tornavano dal Medio Oriente importarono essenze di rose, l’olio essenziale ricavato dai petali della rosa di Damasco.
Una bella impresa per i profumieri ‘costretti’ – ma cosa non avrebbero fatto per il vil danaro! – a lavorare circa 90 chili di leggerissimi, quasi evanescenti petali di rose per produrre soli 30 grammi di essenze!
Da quelle parti giunge pure l’uso dell’Alambicco e tutto ciò crea un nuovo interesse, un nuovo fermento per la distillazione dei fiori e di tutte le varietà vegetali da cui poter ricavare pregiati profumi.
Un poco ordinato Alchimista con tutti i suoi alambicchi utili anche per la distillazione dei fiori e di tutte le varietà vegetali da cui poter ricavare pregiati profumi
Anche se ci sfugge il nome di chi abbia gridato “Eureka!” una volta inalata la soave fragranza scaturente da qualche ‘intruglio’ di erbe, fiori e chissà cos’altro, per rintracciare le origini dei profumi dobbiamo risalire il fiume del tempo di molti millenni e recarci in Oriente, in qualche strano tempio, davanti a qualche ancor più strano altare dove in onore degli dei di turno si stanno bruciando sostanze odorose che mettono in contatto il sacerdote, l’officiante con il cielo…
E proprio da questi ieratici gesti deriva la parola profumo, ovvero per fumum, perché attraverso il fumo la sfera Immanente comunica con quella del Trascendente…
Lì sull’altare di pietra stanno bruciando piccoli granelli giallastri, forse incenso, forse mirra e il loro pregnante profumo mitiga un po’ l’acre odore del sangue, degli animali che un attimo prima sono stati immolati per ingraziarsi le divinità.
Non sfugge allora sia alla classe sacerdotale che alle ancelle, ai dignitari di corte – di una corte qualunque, verosimilmente lungo le rive del Nilo – che le profumate esalazioni possono scongiurare le epidemie, le malattie in genere oltre a rendere ben più piacevole la vicinanza degli altri esseri umani.
Nella storia dell’umanità i primi documenti sulla profumeria risalgono infatti agli antichi Egizi. D’altra parte se pensiamo al complesso rituale dell’imbalsamazione del Faraone, il cui corpo viene privato delle viscere, pulito con olio di pino, riempito di essenze come mirra, cassia e cedro ed infine avvolto in bende impregnate di oli aromatici, non ci sfugge di certo l’importanza che alcune sostanze odorose rivestono in questa terra all’ombra delle piramidi.
Però, man mano che raffinatezza e lusso iniziano a far parte dell’esistenza quotidiana del popolo egizio, le sostanze odorose entrano di prepotenza anche nell’igiene quotidiana. Nasce allora una vera e propria industria dei profumi, senza dubbio favorita anche dalla spedizione navale della regina Hatsepsuth nel mitico Paese di Punt dove abbondano mirra e incenso.
Qualche millennio prima della nostra Era, in terra egizia, accanto ad ogni tempio c’è un piccolo giardino in cui vengono coltivati fiori e piante aromatiche e, poco più in là, c’è anche una sorta di laboratorio in cui si distillano le essenze odorose e si cercano le più pregiate mescolanze di rare e preziose resine.

Contenitori destinati a contenere il profumo. La civiltà egizia apprezzò moltissimo le essenze che rendevano più piacevole il contatto con gli altri esseri umani…
Ovviamente, il know-how era di competenza dei soliti sacerdoti ai quali era riservato l’uso di questi segreti laboratori e altrettanto ben custodite sono le formule degli unguenti e dei profumi. Ben custodite ma incise sulle pareti dei laboratori affinché non vadano perdute nel tempo, visto che sono state rivelate niente meno che dal dio Toth in persona!
Dapprima riservati ai regnanti e alla classe sacerdotale – i soliti ‘raccomandati’! – profumi e unguenti, nonostante qualche divieto iniziale, piano piano essi escono di soppiatto dai templi e vanno di corsa a profumare stanze e corpo di chi può permettersi di pagarli, appunto… ‘profumatamente’!
Fatta la legge, trovato l’inganno – ricorda il solito ‘detto popolare’ – il commercio dei profumi lungo il Nilo, tra una piramide e l’altra si intensifica quasi a dismisura e nelle stanze di ogni dama in carriera compaiono come d’incanto vasi di alabastro e d’onice ben ripieni di olii profumatissimi, con intorno innumerevoli scatoline di avorio e di agata, piene di preziosissimi e costosissimi unguenti che – avrebbe recitato un’etichetta… che ancora non c’era – fanno ringiovanire la pelle, cancellano i segni del tempo, insomma trasformano qualsiasi attempata signora in una affascinante Cleopatra!
Più o meno quel che avviene ancor oggi…
L’esterofilia non è di certo una moda dei nostri convulsi giorni, poiché anche tra gli obelischi e le sabbie d’Egitto sono richiestissimi ‘miracolosi’ prodotti cosmetici provenienti dall’Arabia e dall’Oriente in genere.
Qualunque aspirante dama di compagnia della Regina o del Faraone – magari, in questo caso, con ‘incarichi’ ancor più ‘stretti’… – riempie la sua stanza di Sudj, di Khet, di Asch, di Hetem, insomma i vari Repair Rescue o Collistar & Co. che campeggiano su ogni toilette delle nostre attuali ‘altre metà del cielo’!
Nessuna dama egizia rinuncia, ad esempio, al Mestem che – assicurano i ‘produttori’ – allunga e stira le palpebre, e neppure si sognano di fare a meno del nero Kohol che ben disegna ed ingrandisce l’occhio. Viso e corpo – neanche a dirlo! – sono sempre ben unti con il Metopium o con l’Elmendesianum.
Il primo ‘miracoloso’ prodotto – profumo di Gàlbano, dall’aroma intenso e amatissimo anche dai Fenici – è ricavato dalla pianta conosciuta come Rhus metopium o dal Metopium brownei, e vi abbondano olio di mandorle amare, vino aromatico, miele, resine varie e calamo, mentre nel secondo ritrovato – ancor più ‘miracoloso’! – diffuso profumo originario di Mendes, città sul delta del Nilo, ritroviamo olio di balano (ghianda), mirra, cassia, resinae varie, con una punta di cannella.
Come rinunciare, inoltre, all’Olio di serpente, portentoso prodotto che rende lucenti le già lucenti chiome? E, dulcis in fundo, qua e là, le aspiranti avvenenti Cleopatre si stropicciano le mani, per profumarle e dare ‘più colore, con l’Hennè che ancor oggi troviamo in vari prodotti cosmetici.
Come al giorno d’oggi il ‘potentastro di turno’ regala all’amato bene Case cinematografiche o redditizie imprese commerciali, temporibus illis, Marco Antonio fa gentile omaggio, all’amata Cleopatra, di un’intera fabbrica di profumi – le cui vestigia sono ancora visibili all’estremo sud del mar Morto, a circa 30 chilometri da Ein Gedi –per la sua indiscutibile esperienza sull’argomento, essendo ella anche autrice di un ponderoso trattato di ricette per profumi intitolato ‘Cleopatrae gynaeciarum libri’!

Un utile, recente, libro su Cleopatra e i suoi interessi per i profumi.
Ricavare i profumi soltanto da varietà vegetali?
No, non solo dal regno verde di Madre Natura giungono ‘suggerimenti’, ma anche dal regno animale il solito ignoto ‘Archimede’ trae spunto per produrre nuovi, costosissimi profumi.

A scuola la maestra ci aveva spiegato che i profumi si ricavano solo dai fiori, ma quel brutto signore con lo strano apparecchio fumante e un poco rassicurante sorriso… cosa vuole fare?
I nostrani farmacisti apprendono infatti che piccolissime quantità di secrezioni provenienti da quattro animali diversi producevano inebrianti, afrodisiaci effetti sugli esseri umani. Nasce così la produzione del mosco, dello zibetto, dell’ambra grigia, e dell’olio di castoro. Ancor oggi elementi base per i profumi più costosi.
Il Mosco trae origine da un particolare, sfortunatissimo cervo, il Moschus moschiferus, innocuo, timidissimo quadrupede che si aggira tra i boschi di betulle e rododendri della Cina. Il ‘maschietto’ del gruppo ha come arma di seduzione una piccola sacca posta nella parte anteriore dell’addome, sacca che secerne un segnale sessuale per la femmina. Un bel po’ di secoli fa, i cacciatori che si aggirano da quelle parti intuiscono che la dolciastra e intensa fragranza che pervade i boschi in cui si aggirano proviene dalla povera bestiola. Unire l’utile al dilettevole diventa per loro l’imperativo categorico e da quei lontani tempi l’olezzante cervo non sa più dove nascondersi perché le sue carni vengono mangiate e la sacca viene venduta ai profumieri. Mala tempora currunt in Cina…

In queste sacche dello sventurato Moschus moschiferus sono contenute le sostanze usate in profumeria.
Lo Zibetto – che uno zoologo chiamerebbe Civettictis civetta – è invece un simpatico, nottambulo felino, carnivoro, abitante le foreste africane e dell’Estremo Oriente, dotato di una pelliccia maculata e giallastra. Per sua disgrazia, anche lui si dedica alle conquiste amorose grazie ad una secrezione ghiandolare con cui zibetti e… ‘zibette’ ammaliano il loro fidanzato del momento.
Tale sostanza si forma nei pressi della zona perianale e viene raccolta due volte alla settimana negli esemplari in cattività. A dire il vero, annusata così com’è farebbe fuggire qualsiasi partner in vena di effusioni amorose poiché olezza di… feci, ma quando viene miscelata con altre essenze profumate si trasforma e diviene estremamente gradevole e in grado di predisporre i partners a ‘conoscersi meglio’!
A questo punto giunge spontanea la domanda a cui non so rispondere: come ha fatto il solito ignoto ‘Archimede’ ad intuire tutto ciò?
Come gli è venuto in mente di mescolare una nauseabonda secrezione animale con altre rivoltanti sostanze per dare origine ad un profumo intenso, gradevolissimo all’olfatto e dagli effetti ‘secondari’ ancor più gradevoli? Misteri della mente umana…

Questo simpatico Zibetto produce, per sua somma sventura, una sostanza apprezzatissima da quegli ‘insensibili’ dei profumieri…
L’ambra grigia, invece è una sostanza odorosa che ha reso la vita difficile al povero Physeter catodon –il Capodoglio – poiché letteralmente vale tanto oro quanto pesa!

La preziosissima ambra grigia protegge il Capodoglio dalle abrasioni degli ossi di seppia, ma non dalla caccia sfrenata dei fabbricanti di profumi!
Il pacifico Capodoglio, ha inusuali abitudini alimentari perché si nutre di comunissime seppie. Inusuali, dunque, ma perché?.

Sic transit gloria… maris!
Così è finita la vita di questo splendido capodoglio che ha la sfortuna di secernere la ricercatissima ambra grigia.
Perché le seppie contengono quell’osso biancastro, da un lato molto friabile, che serve a canarini, pappagallini & Co. per affilarsi il becco. Non è di certo colpa delle altrettanto sventurate seppie se quest’osso mette in pericolo le pareti dell’intestino del grosso mammifero marino, ma la saggia Madre Natura ha provveduto a creare proprio l’ambra grigia per proteggere l’apparato digerente dalle possibili abrasioni degli ‘ungarettiani’ ossi di seppia.
Poiché l’ambra grigia tende a galleggiare sulla superficie del mare, qui, forse, sta la possibile spiegazione sull’”Eureka!” gridato da qualche pescatore nelle reti del quale grossi frammenti della preziosa sostanza, erano andati ad infilarsi per caso, stuzzicando gradevolmente le loro abbronzantissime narici.
L’effetto dell’ambra grigia è in sostanza quello di fissare le essenze odorose, ritardando di moltissimo il grado di volatilità delle altre essenze con cui essa viene mescolata.

Lui, il simpatico Castor fiber, non farebbe male ad una mosca, ma non sa che così non la pensano i produttori di profumi, alla continua ricerca dell’olio contenuto in due sacche addominali dell’animaletto.
L’olio di castoro ha invece reso la vita amara ai castori russi e canadesi della famiglia Castor fiber. Questi simpatici animali posseggono – e mal gliene incolse! – due sacche addominali in cui si raccoglie una particolare secrezione che ha le stesse funzioni dell’ambra grigia: come per le altre tre sostanze l’olio di castoro possiede un peso molecolare elevato che agisce come una sorta di ‘ancora’ per le sostanze odorose a peso molecolare inferiore. Ciò evita che esse emergano troppo rapidamente sulla superficie del liquido, del profumo e si disperdano troppo presto nell’aria. Insomma la perigliosa vita di queste quattro creature è legata a fredde, inflessibili formule chimiche!
Ma la vita, la struttura di un vero profumo è estremamente complessa e può essere rappresentata sotto forma di piramide, chiamata “la piramide olfattiva”, al vertice della quale ci sono le cosiddette note di testa, la parte mediana è invece composta dalle note di cuore e la base dalle note di fondo.

La cosiddetta “piramide olfattiva” descrive la vera architettura di un profumo di qualità.
Le “note base o di fondo” sono quelle che emergono dopo le “note di cuore”. Si tratta della parte più densa e più intensa della piramide olfattiva. Vengono anche chiamate “note firma”, poiché sono loro a conferire tutta l’anima al profumo.
Come vedete il discorso è molto ampio e, forse, lo riprenderemo in un prossimo articolo…

Cari amici, non preoccupatevi! Voi participerete attivamente soltanto alla ‘creazione’ della “nota di fondo”. Dura di più!
(Roberto Volterri)
E per saperne di più, infinitamente di più…

Leggendo il libro “A FIL DI SPADA. SEGRETI MISTERI E LEGGENDE DELLE ARMI BIANCHE” conoscerete la “SCIABOLA DEL “SABRAGE” per brindare degnamente (da veri “Zorro”!) a Capodanno e non solo.
Saprete tutto della mitica clava dell’altrettanto mitico GIGANTE DI ERICE in Sicilia….
Vi trasformerete in veri detective sulle tracce delle SPADE ROMANE, VICHINGHE e TEMPLARI rinvenute in America.
Brividi di terrore scorreranno lungo le vostre schiene alla ricerca della SPADA SANGUINANTE DI ATTILA, che potrebbe essere appartenuta anche al Conte Dracula, ben noto ai lettori di “Dal Tramonto all’Alba. Il Grande Libro dei Vampiri”
spada che, forse, è nascosta in qualche castello della Transilvania.
E, per rimanere in argomento, si parlerà pure dei Pugnali (di puro frassino!) usati per eliminare facilmente ogni creatura demoniaca che, si dice, aggredisca persone vive per succhiarne il sangue…
… e quindi …
…e oltre ” A FIL DI SPADA. SEGRETI MISTERI E LEGGENDE DELLE ARMI BIANCHE”
di GIANCARLO PAVAT E ROBERTO VOLTERRI,
SONO ORDINABILI
ON LINE SIA
IL 1° CHE IL 2° VOLUME DE
“DAL TRAMONTO ALL’ALBA.
IL GRANDE LIBRO DEI VAMPIRI”
DI
ROBERTO VOLTERRI, GIANCARLO PAVAT,
DINO COPPOLA, ALESSIO D’ANTONIO
E IN COLLABORAZIONE CON
ALESSANDRO MIDDEI









