Quei “mostri” dietro l’angolo di casa…
Gino Girolimoni, il “Mostro” è lui!
Terza e ultima parte.
di Roberto Volterri
Qui inizia davvero la tragica avventura di un uomo che molto verosimilmente nulla ha avuto a che fare con tutte le vicende fin qui descritte, ma ha avuto il solo torto di apparire, agli occhi degli altri, forse un po’ troppo vanesio, forse un po’ troppo spavaldo, forse un po’ troppo sensibile al fascino femminile.
Forse anche un po’ troppo… antipatico a chi dalla vita non aveva avuto la fortuna che fino a quel momento aveva letteralmente baciato in fronte Gino Girolimoni!
All’”Osteria del Frascatano”, in via Giovanni Giraud n° 2, una traversa di Corso Vittorio Emanuele II, a Roma, tra le 19 e le 19,30 – ricordiamoci che a quell’ora Armanda era sicuramente ancora in vita e giocava con il fratello! – accompagnato da una bambina, entra un uomo dall’accento tipicamente veneto…
“… trentacinquenne di statura media, con baffi a spazzola alla Charlot, occhi castani, quello sinistro difettoso, con un pedicello sanguinante alla regione labiale destra del viso…”
… lo descrive Giuseppe Dosi, eccezionale uomo di Polizia e strenuo difensore dello sfortunato “agnello sacrificale” necessario, forse, anche al Regime del tempo, Regime che non ammetteva ulteriormente la presenza di “elementi di disturbo” in un’epoca in cui… i treni arrivavano veramente in orario!
Ma di Giuseppe Dosi avremo modo di parlare in dettaglio un po’ più avanti…
2-3 Immagini sopra; A sinistra, l’Osteria del Frascatano proprio all’epoca dei fatti e a destra ai nostri giorni, trasformata in una sorta di Pub.
L’uomo si siede ad un tavolo e in dialetto inequivocabilmente veneto si rivolge all’oste, tale Giovanni Massacesi…
“Me dagga un gotto de vino, ed un caffè per la putela!”
Non è necessario essere provetti glottologi esperti del vernacolo veneto per capire che l’avventore chiede un po’ di vino e un caffè – forse un caffellatte? – per la bambina.
Ricorrendo sempre alle ricerche effettuate all’epoca da Giuseppe Dosi e riportate nel suo quasi introvabile libro “Il mostro e il detective”, sappiamo che il dialogo va avanti più o meno così…
“ Il vino, eccolo qua! Ma questo non è un caffè; è un’osteria e non l’abbiamo!”, risponde l’oste…
“Me dagga allora un quarto per me, e una gazzosa per la putela”,
concorda rassegnato il cliente, mentre parla a bassa voce con la “putela”, la bambina, e l’accarezza dolcemente sul capo…
È abbastanza tardi, la psicosi del “Mostro” imperversa in tutta Roma, ognuno vorrebbe contribuire a trovare chi ormai non fa più dormire sonni tranquilli ai cittadini e allora il Massacesi, approfittando di una momentanea assenza dell’uomo recatosi a comprare un sigaro, chiede alla piccola se quel signore è veramente suo padre e dove abiti.
Forse un po’ impaurita, la bambina esita appena e poi risponde che abita “a Giordano Bruno”, frase che il Massacesi corregge, con tono interrogativo, in “ a Campo de’ Fiori?” mentre la piccola, ancor più timorosa, annuisce…
4. Immagine sopra; A sinistra l’oste Giovanni Massacesi e a destra Gino, il figlio.
L’uomo che voleva “un gotto de vino” e “una gazzosa per la putela” rientra nell’osteria, paga, prende la bambina per mano ed esce dal locale.
Quando, il giorno dopo, viene scoperto il corpo della piccola Armanda, il Massacesi – improvvisandosi, in perfetta buona fede, detective – ricorda lo strano episodio della sera precedente, si consulta con suo figlio Gino, con un aiutante, Bruno Verzilli, e con una “più che assidua” frequentatrice dell’osteria, Alessia Mariani la quale sostiene di conoscere di vista la piccola Leonardi.
Tutti al posto di Polizia a riferire sull’uomo, sulla bambina, sulle carezze, su tutto ciò che la loro fantasia aggiunge ad eventi realmente accaduti…
Condotto subito sulla scena criminis dove ancora giace il cadaverino della Leonardi, Massacesi si affretta a “riconoscere” nel corpo la bambina che abitava “ a Giordano Bruno”…
Passano due mesi relativamente tranquilli e si arriva al 10 Maggio in cui nella Cronaca di Roma de “Il Messaggero” compare la notizia che…
“…Il cuore generoso del popolo esulta per l’arresto del turpe assassino… Anche sotto le armi il Girolimoni aveva tentato le sue gesta nefande”.
Girolimoni? Girolimoni?
“Girolimoni che strano nome, ma chi è costui?”
si chiede qualunque lettore del maggior quotidiano della capitale.
5. Immagine sopra; Ai giornali dell’epoca non parve vero il poter riempire pagine e pagine con fotografie e notizie – molto approssimative e verosimilmente “pilotate” – sull’arresto del “Mostro” che aveva violentato e ucciso ben cinque bambine! Ancor oggi mi sembra che accada qualcosa di simile e abbiamo anche la Televisione…
Nascita, sofferenze e morte di un innocente “agnello sacrificale”
Finalmente lo Stato trionfa anche sulle umane nefandezze!
Finalmente è stato assicurato alla Giustizia l’uomo che il Duce in persona aveva imposto di trovare ad ogni costo!
Finalmente, grazie al generoso e disinteressato intervento del Massacesi, del Verzilli e della “sora Alessia”, quotidiana frequentatrice delle botti – e del loro contenuto! – dell’Osteria del Frascatano il “turpe assassino” è stato arrestato.
E non se ne parli mai più!
E invece se ne parla ancora da un secolo, poiché il povero Girolimoni non c’entrava affatto nelle drammatiche vicende che avevano caratterizzato quel tragico periodo!
6. Immagine sopra; Le tre Moire. Due di esse, Lachesi e Cloto tessono il filo del Fato, mentre Atropo, sullo sfondo, attende di reciderlo. Dipinto di John Strudwick, del 1885.
Dalle Moire, dalle Parche, dalle Figlie della Notte di ogni mitologia greca o romana, da chi è la personificazione dell’ineluttabile destino degli esseri umani, da chi tesse il “filo del fato”, lo svolge durante la vita e lo recide al momento della morte, da tutto ciò e dall’umana superficialità, il povero Gino Girolimoni fu designato come “capro espiatorio” solo per essere stato… “riconosciuto” da chi, quella sera, lo aveva visto entrare nell’osteria.
Parlando con chiaro accento veneto!
Veneto? Lui, Gino Girolimoni nato e vissuto a Roma da sempre!
Lui, il Gino invidiato (troppo!) da tutti per avere sempre a disposizione delle bellissime ragazze che – confessiamolo! – fotografava in pose un po’ osè?
Ma non raccontiamo sciocchezze!
E invece quelle “sciocchezze” gli sono costate anni di durissime sofferenze, l’arresto, il carcere, l’essere additato al pubblico ludibrio, una sorta di damnatio memoriae al contrario poiché ancor oggi il suo cognome – molto ingiustamente! – suona quasi come sinonimo di… “pedofilo”.
7. Immagine sopra; Gino Girolimoni, più o meno all’epoca dei fatti qui descritti, “mediatore” in cause per infortuni in uno dei suoi vari travestimenti effettuati solo perché, a volte, gli facilitavano il lavoro di fotografo…
8. Immagine sopra; Ormai è tardi! Forse stanchi di seguire false piste, sia i giornalisti sia gli inquirenti “stabiliscono” – non provano! – che Gino Girolimoni è il “Mostro di Roma”. E non se ne discuta mai più!
È il 9 Maggio del 1927 e l’Agenzia Stefani, la prima agenzia di stampa italiana, nata nel 1853, dà l’annuncio che tutti attendono da almeno tre anni “Il Mostro è stato catturato!”
Ma almeno in casi come questo sarà il caso di trovare altre “prove” oltre a quelle delle testimonianze… da osteria!
E allora ci si ricorda che una giovanissima ragazza, Olga Nardicchioni, al servizio della famiglia dell’ingegner Dante Pacciarini aveva rivelato al suo datore di lavoro che un uomo “le faceva il filo”, ovvero la contattava spesso, ma non rivela che il motivo dei “contatti” era quello di portare alla legittima ma poco fedele consorte del distinto ingegnere dei bigliettini con cui l’aitante Gino, il tombeur de femmes, faceva una strenua corte all’avvenente signora…
L’ingegner Pacciarini attende che lo spasimante si rifaccia vivo, annota il numero di targa della sua autovettura – per la cronaca una bella Peugeot verde decapottabile che suscitava l’invidia dei colleghi e conoscenti del bel Gino! – e informa la Polizia.
9. Immagine sopra; Fotogramma del bellissimo film “Girolimoni. Il Mostro di Roma” di Damiano Damiani.
Uno straordinario Nino Manfredi – alias Girolimoni – a bordo della sua Peugeot decappottabile abborda la giovanissima Olga, colf di casa Pacciarini, ma solo perché ella faceva da tramite con la donna corteggiata dall’aitante Gino…
Il gioco è fatto!
L’auto appartiene proprio a tal Gino Girolimoni, 38 anni, di professione fotografo operante nel campo dell’infortunistica sul lavoro, abitante in via Boezio 92. È lui!
Come non può essere lui il “Mostro” se nell’armadio ha ben dodici diversi abiti?
Certamente usa quei vestiti per camuffarsi e sfuggire alla Polizia!
Come può non essere Girolimoni, il “Mostro” se colleziona foto osè?
10. Immagine sopra; Altro fotogramma del film di Damiani, L’album di immagini un po’ hard fatte da Girolimoni, fotografo a tutto campo!
Se non fosse una tragedia in atto ci sarebbe da ridere!
Però il povero Gino ha poco da ridere se anche un suo ex commilitone, ora Brigadiere Giampaoli, in forza al Commissariato di Borgo Pio, incontratolo casualmente per strada, molto invidioso del successo avuto da quello spavaldo del buon Gino, lo porta in ufficio e cerca di farlo confessare addirittura accusandolo dell’omicidio di una bambina trovata morta ad Udine, dove entrambi avevano prestato servizio militare!
11. Immagine sopra; dal film di Damiani, la scena in cui l’ex commilitone di Girolimoni, il Brigadiere Giampaoli, cerca di incastrarlo facendogli confessare colpe… mai commesse!
12. Immagine in basso; il vero Brigadiere Giovanni Giampaoli
A nulla servirà, più tardi, dimostrare che nel periodo in cui a Casarsa delle Delizie, nei pressi di Udine, quando la bambina venne uccisa, il soldato Gino Girolimoni era al fronte, ma molto, molto lontano da lì!
A nulla servirà inoltre la testimonianza di tale Domenico Maritutti – ma sì, proprio l’operaio veneto che voleva “un gotto de vino”! – il quale si presenta alla Polizia e dichiara senza alcun problema di esser lui l’uomo entrato nell’Osteria del Frascatano insieme a sua figlia, la bambina che voleva la “gazzosa”!
Abbiamo “un Mostro” – non “il Mostro” – e non lasciamocelo sfuggire di mano, è il categorico imperativo che al momento pervade la stampa e suggestiona chi è preposto ad indagare seriamente su questi efferati delitti. Anche per accontentare il Regime…
Così per il povero Girolimoni arriva un tragico 1° Maggio quando egli transita per Via Frattina e viene arrestato proprio mentre si sta recando presso lo studio del suo avvocato. Viene portato al Commissariato di Borgo e lì resta per alcuni giorni, per poi essere trasferito in una cella del Carcere di Regina Coeli dove rimane per ben dieci mesi.
13. Immagine sopra; Una cella del Carcere di Regina Coeli dove l’innocente Girolimoni trascorse dieci mesi…
Prima, però, si erano scomodati anche molti giornalisti lombrosiani DOC che avevano notato come il povero Gino “… ha due occhi stranissimi – meno male che non hanno scritto “un solo occhio”! – dal taglio quasi mongolico (sic!): lo sguardo è obliquo, falso, sfuggente…”.
L’8 Marzo del 1928 le sofferenze di Girolimoni sembrano finire perché un saggio giudice di Roma lo proscioglie “per non aver commesso il fatto”.
E invece le vere sofferenze iniziano solo adesso, anche se un “angelo custode” inizia a profilarsi all’orizzonte…
14. Immagine sopra, Gino Girolimoni ormai da tempo prosciolto da ogni accusa ma “condannato” per sempre ad essere assimilato al vero “Mostro di Roma”.
Uno strano “pastore d’anime
Da questo punto dell’articolo in poi la descrizione degli eventi legati al “caso Girolimoni” procederà un po’ più rapida poiché ciò che avete fin qui letto e state ancora leggendo è solo una parte di un lavoro molto più ampio dedicato proprio ai “Killer dell’Agro romano”.
Fatta la doverosa premessa, non possiamo non ricordare che durante il periodo di carcerazione del Girolimoni, del suo caso si prese cura un personaggio eccezionale per talento, caparbietà e capacità investigativa: il Commissario Giuseppe Dosi.
Dosi ottiene la riapertura del caso giudiziario, intensifica le sue indagini verso uno strano, particolare pastore anglicano – sicuramente pedofilo incallito, forse assassino di tutte o di alcuna delle cinque vittime del “Mostro” – e come premio di tutto questo suo disinteressato zelo ottiene… l’internamento per ben diciassette mesi nel Manicomio di Santa Maria della Pietà, a Roma!
15. Immagine sopra; il dottor Giuseppe Dosi – un vero e proprio “angelo custode” per Girolimoni – mostra alcuni dei fazzoletti trovati sul luogo degli omicidi, utilizzati dal vero assassino per strozzare le piccole vittime.
16. Immagine in basso, il prete anglicano Ralph Lyonell Bridges, molto verosimilmente il vero “Mostro di Roma”
Dosi ne è certo! Girolimoni non ha nulla a che fare con l’uccisione delle cinque bambine.
Le sue indagini lo portano ad indagare su uno strano tipo, un pastore anglicano della chiesa Holy Trinity Church, in via Romagna, a Roma.
Lo strano tipo risponde al nome di Ralph Lyonell Bridges (1856 – 1946) e ha un discreto curriculum come pedofilo, non fosse altro perché proprio a Capri, il 27 Aprile 1927, viene colto in flagrante mentre tenta di adescare un bambina di soli sette anni Patricia Blakensee. Il prete rifiuta di farsi prendere le impronte digitali…
Bridges giunge a Roma nel 1922 e va ad abitare in Via Po con la moglie Florence Caroline Jarvis (1860 – 1956) – con la quale si è sposato il 7 Ottobre 1886 – a breve distanza dalla chiesa dove dovrebbe esercitare la sua attività pastorale.
Florence è la figlia di un uomo politico canadese, già sindaco di Toronto e qualche pressione giunta “dall’alto” induce il console inglese a Napoli a sollecitare il suo rilascio. Così, la “strana coppia” si volatilizza e compare a Roma dove – tra un miserere e qualche meditazione sulla dottrina cristiana – molto, molto verosimilmente l’ineffabile Ralph Lyonell rapisce ed uccide brutalmente almeno cinque bambine di età compresa tra 17 mesi e 6 anni!
O almeno così sembrerebbe in base alle indagini del Commissario Dosi…
Ho scritto “molto verosimilmente” non a caso, poiché – nonostante le accuratissime indagini svolte dal Dosi, indagini su cui tornerò – qualche perplessità rimane.
Non fosse altro perché Proprio Dosi si trova a Cortina d’Ampezzo nel periodo in cui a Roma si verificava uno dei tragici eventi omicidiari e sembra accertato che Bridges fosse (in vacanza?) nella stessa località di montagna mentre la moglie era rimasta a Roma.
17. Immagine sopra; Ralph Lyonell Bridges quando era militare
18. Immagine sopra; Lo sfortunato Girolimoni con il dottor Giuseppe Dosi (foto a sinistra), l’unico che andò contro la cosiddetta “ragion di Stato”.
Comunque, Dosi, ormai convinto dell’innocenza di Girolimoni e della colpevolezza di Bridges riesce a fermarlo mentre transita per il porto di Genova su una nave diretta in Canada.
Poiché sui luoghi degli omicidi erano stati trovati fogli di alcuni testi religiosi in lingua inglese, Dosi – praticamente poliglotta – chiede al prete se a lui arrivino per posta simili pubblicazioni…
“Yes! From Mowbray Library!”
… è la pronta – e, diremmo, poco “furba” – risposta dell’ineffabile “pastore di anime”!
Quasi certamente si tratta della Town Hall & Public Library della cittadina di Mowbray, presso Città del Capo, in Sud Africa, Biblioteca Pubblica sita al N° 31 di Main Road, Cape Town, 7700, South Africa (per i più “pignoli” tra i lettori!).
19. Immagine sopra; La Biblioteca Pubblica che inviava a Bridges le pubblicazioni, ovviamente in lingua inglese, alcuni fogli delle quali furono trovati sui luoghi degli omicidi.
Dosi, inoltre, riesce a poter perquisire la cuccetta dei coniugi Bridges e trova compromettenti appunti sui luoghi in cui erano avvenuti alcuni rapimenti delle bambine romane.
In particolare, un appunto del prete cita “Piazza San Pietro”, luogo da cui scomparve Rosina Pelli – ma, se vogliamo, luogo in cui un prete può essere presente per… motivi di lavoro – e “Charleri” nome che ci ricorda immediatamente quello della povera Bianca Carlieri, ma scritto con il “Ch” come un inglese scriverebbe, ad esempio, “Charles” e non “Carli”…
Cosa questa molto meno plausibile della precedente!
Dosi constata anche che, effettivamente, Bridges è abbastanza alto, snello, porta dei curiosi baffetti biondi, “ a spazzola” e sembra avere qualche difficoltà ad articolare le dita della mano sinistra.
Tutto, o quasi, coincide con le descrizioni avute da testimoni che avevano avuto modo di notare uno strano individuo aggirarsi nei luoghi ove erano avvenuti i rapimenti.
A questa sorta di estemporaneo interrogatorio assiste anche il Console di Sua Maestà Britannica che fa letteralmente fuoco e fiamme per par salpare al più presto il piroscafo, ma Dosi è un osso duro e riesce a trarre in arresto l’improbabile “pastore d’anime”, il quale passerà alcuni mesi nell’Ospedale Psichiatrico “Santa Maria della Pietà”, a Roma.
20. Immagine sopra; Cartella clinica riguardante il ricovero all’Ospedale Provinciale Santa Maria della Pietà, per malattie mentali, del pastore anglicano Ralph Lyonell Bridges. Vi rimase quattro mesi e poi… si dileguò.
Ma i ligi, altissimi, funzionari di Sua Altezza Reale Giorgio V di Inghilterra non demordono e, dopo soli tre mesi, il Bridges viene liberato, come un fulmine, provvede a fare armi e bagagli e parte per il più tranquillo Canada, dove a Toronto è ben protetto anche dal suocero, più volte Sindaco della città.
21. Immagine sopra; C’erano forse grossi dubbi sulla più che plausibile colpevolezza del Bridges se nella sua Cartella Clinica, per la perizia psichiatrica d’ufficio, c’è scritto che il capo di imputazione è per “Violenza carnale e omicidio”?
Forse sempre con l’intervento delle autorità diplomatiche, quel sant’uomo di Ralph Lyonell Bridges – vero o presunto “Mostro di Roma”, ma sicuramente pericoloso pedofilo – viene prosciolto da ogni accusa con sentenza della Corte di Appello di Roma, datata 23 Ottobre 1929.
22. Immagine sopra; Forse il “Mostro” era lui, forse non lo era ma sicuramente non era “un pio vecchietto”!
Ralph Lyonell Bridges, libero come l’aria, finirà i suoi giorni nel 1946, dieci anni prima dell’anno in cui anche la moglie Florence Caroline Jarvis abbandonerà questa “valle di lacrime”.
23. Immagine sopra; L’ultima dimora degli strani coniugi Bridges, nel St. James Cemetery di Toronto, Canada.
“Nunc et semper”… “Girolimoni”?
Sì, ora e sempre – ma speriamo vivamente di no! – il cognome “Girolimoni”, nell’immaginario popolare è divenuto sinonimo di pedofilo o, proprio nella migliore delle ipotesi, di “troppo allegro e spensierato corteggiatore di giovani pulzelle”
Gino Girolimoni nasce a Roma il 18 Agosto 1889, da Assunta Girolimoni e da padre ignoto. Dopo molti anni passati in istituti per l’infanzia abbandonata, tra Milano e Como, giunge finalmente nella sua città natale dove trova lavoro… dove può.
Dapprima contadino, poi “fornaciaro”, poi fotografo e procacciatore di affari per studi legali, il buon Gino fa presto fortuna e può permettersi di andare in giro per la città a bordo di una bella Peugeot verde, decappottabile, suscitando l’invidia di amici e – come si accorgerà più tardi – anche di… ex commilitoni.
Acquista anche due appartamenti, uno in Via Severino Boezio, nel ricco quartiere Prati ed un altro in Via del Teatro Valle, dove allestisce anche il suo studio fotografico e di consulenza per pratiche legate ad incidenti sul lavoro.
Insomma il “sor Gino”, come lo chiamano un po’ tutti, è un uomo che a soli trentotto anni si è fatto da solo, ha una buona solidità economica, non ha vincoli ( e problemi!) familiari, è insomma quasi… un gaudente.
Cosa questa che non può andar giù ad un certo Lucci, suo cliente, il quale tardivamente, molto tardivamente si ricorda di un appuntamento di lavoro a cui il “sor Gino” non si era presentato. Ma era proprio il giorno, una Domenica, quella Domenica in cui era stato scoperto il corpo martoriato della piccola Elsa Berni…
Non va giù anche ad un tizio che dalle parti di via di Santa Prisca nota un elegante giovanotto intento a mettere in moto, con la classica manovella, una bella automobile. Ovviamente di colore verde, a due posti e decappottabile!
E via di Santa Prisca è molto vicina a dove avevano trovato il cadavere di Armanda Leonardi.
Non manca neppure la chiromante di turno, la quale avrebbe “letto la mano” all’aitante giovanotto per poi recarsi nel suo studio dove il “sor Gino” si sarebbe abbandonato ad un immotivato esibizionismo nei confronti dell’allibita “Donna Elia”, distratta veggente di periferia poco avvezza a “prevedere” quel che le sarebbe ben presto accaduto!
Poteva mancare all’appello anche qualche sua ex fidanzata?
Certamente no! Ed infatti – proprio quando Girolimoni è diventato per tutti il “Mostro di Roma” e contro un “mostro” ci si può accanire quanto si vuole – si fa avanti una certa Ida Sardini la quale, in varie interviste rilasciate ai quotidiani, lo descrive come un individuo violento, facilmente preda di immotivati scatti d’ira, insomma un vero e proprio “mostro” che ella aveva abbandonato al suo destino, preferendo vivere in un baracca con un onesto e povero operaio anziché in un elegante appartamento con un potenziale assassino.
E, con queste, tardive testimonianze – le vogliamo veramente definire così? – potremmo andare avanti a lungo, ma preferiamo terminare qui con il “sor Gino” prosciolto dalla Legge ma non da chi non acquista i giornali, non da chi ha sempre nutrito molti sospetti sulla sua attività di ricco “damerino”, fortunato corteggiatore di ricche ed insoddisfatte signore della media borghesia, non da chi – compreso qualche accreditato studioso di questa intricatissima vicenda – qualche sospetto lo ha da sempre avuto su alcuni ancor poco chiariti aspetti della sua travagliata esistenza.
Passata la tempesta giudiziaria e mediatica, Gino Girolimoni non trova più che gli dia da lavorare, sopravvive riparando vecchie biciclette e facendo il ciabattino nelle zone di Testaccio e di San Lorenzo.
Tutto ciò fino al 19 Novembre 1961 quando anche lui raggiunge la sua “prima notte di quiete” – ricordate l’omonimo, magnifico film con Alain Delon? – solo, abbandonato da tutti, in una squallida stanza in affitto a Lungotevere degli Artigiani.
Un’ultima curiosità su questa vicenda: il suo corpo rimane “in deposito” – diremmo abbandonato per una sorta di damnatio memoriae riguardante il suo corpo ma non il suo nome – per ben sei anni presso il Cimitero del Verano, per poi essere posto in una fossa comune…
24. Immagine sopra; tutto ciò che resta, nel Cimitero del Verano, di Gino Girolimoni.
25. Immagine sopra; Roma, 19 Novembre 1961, Lungotevere degli Artigiani 30. Al funerale di Gino Girolimoni parteciparono in pochissimi, quasi nessuno. Soltanto il Commissario Giuseppe Dosi non lo abbandonò neppure in quella triste circostanza.
Il Commissario Giuseppe Dosi, incompreso “angelo custode”.
No, state tranquilli, non mi sono affatto dimenticato dell’ottimo Commissario Giuseppe Dosi, forse l’unica persona al mondo che prese le difese del “sor Gino”, pagando caramente questo suo attaccamento al proprio dovere di investigatore sempre più convinto che il diktat di regime – “Voglio, dico voglio, che troviate il ‘mostro’ ad ogni costo!” – avesse portato tutti su una strada sbagliata.
Definirlo eclettico è poca cosa!
Giuseppe Dosi camuffato da pittore aveva indagato anche su uno strano incidente che il 13 Agosto del 1922 aveva visto Gabriele D’Annunzio “cadere” o esser “aiutato a cadere” da una finestra della sua villa di Gargnano.
Tre anni più tardi, il 4 Novembre del 1925, aveva evitato che il deputato Tito Zaniboni portasse a compimento un attentato contro Mussolini.
Non ultimo , il 4 Giugno del 1944, mentre i tedeschi scappavano da Roma per l’arrivo delle truppe alleate, Dosi era riuscito a mettere in salvo quasi tutto l’archivio nazista conservato nella famigerata via Tasso
Ma ciò per cui è ricordato in queste pagine è l’accanimento, il giusto accanimento che mostrò nelle indagini volte a dimostrare l’innocenza di Gino Girolimoni e la colpevolezza dell’ambiguo pastore anglicano Ralph Lyonell Bridges.
Accumulando prove su prove, Dosi era riuscito a creare una sorta di dossier da inviare direttamente al Duce, a Benito Mussolini.
Il “grazie” che ricevette fu quello di venire prima arrestato e recluso a Regina Coeli per poi venire internato per diciassette mesi al Manicomio di Roma.
26. Immagine sopra; Cartella clinica di Giuseppe Dosi quando, il 22 Settembre del 1939, fu ricoverato per ben diciassette mesi all’Ospedale Santa Maria della Pietà. In pratica il Manicomio di Roma! Fu dimesso il 31 Gennaio del 1941.
27. immagine sopra; Il dottor Roberto Volterri, all’ingresso del padiglione “pericolosi” dell’ex manicomio Santa Maria della Pietà, di Roma. I “pericolosi” furono sia l’ottimo Giuseppe Dosi sia – a pieno titolo – l’uomo su cui egli stava strenuamente indagando, il prete Ralph Lyonell Bridges, qui ricoverati in tempi diversi…
E pur vero che il buon Dosi, forse avrebbe potuto e dovuto essere un po’ più cauto e non definire “imbecilli” i solerti – ma distrattissimi! – funzionari di Stato e colleghi poliziotti che non avevano capito nulla dei delitti del “Mostro di Roma”.
O non avevano dovuto capir nulla a causa della “ragion di Stato” che ormai un “colpevole” – il Girolimoni – lo aveva “catturato” e allora… amen!
Solo alla fine del secondo Conflitto Mondiale, Giuseppe Dosi riuscì a farsi riabilitare e reintegrare nella Polizia di Stato.
Fu nominato Questore e dette un notevole contributo alla nascita dell’Interpol, brevettando addirittura tale nome.
Nel 1956, con il grado di Ispettore, andò in pensione per poi lasciarci definitivamente, novantenne, nel 1981.
(Roberto Volterri)
28. Immagine sopra; la tessera di Giuseppe Dosi, tra i fondatori dell’Interpol.
Immagini sopra e sotto; l’interessante, quasi introvabile libro pubblicato nel 1973 dal dottor Dosi per mettere in luce tutti gli aspetti delle sue indagini volte a dimostrare la responsabilità di Ralph Lyonell Bridges in tutti gli omicidi delle povere bambine romane. A destra un romanzo basato molto strettamente sulle vicende allequali fino ad ora avete indirettamente “partecipato”.
Due soli libri – bastano e avanzano! – su tragici errori giudiziari in gran parte .
LIBRI DI ROBERTO VOLTERRI







































